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Nel primo dei tre ''Family Concert'' il celebre violinista incanta un pubblico prevalentemente giovane |
Uto Ughi fa il pienone |
servizio di Edoardo Farina |
| Pubblicato il 18 Marzo 2026 |
FERRARA - Dopo il clamoroso successo di Angelo Branduardi, ancora un atteso concerto domenica 15 marzo 2026 nell’ambito della stagione di Ferrara Musica del Teatro Comunale “Claudio Abbado”, con il primo dei tre “Family Concert” alle ore 17,00 anziché le consuete 20,30, ove Uto Ughi, figura leggendaria del violinismo internazionale, si è esibito insieme all’Orchestra I Virtuosi Italiani in un appuntamento nato dalla volontà di abbattere le barriere tra la grande consuetudine colta e un interesse più giovanile, offrendo un’esperienza d’ascolto di altissimo profilo in un’atmosfera conviviale e pomeridiana. Biglietti esauriti da tempo per il felice ritorno nella città estense di Bruto Diodato Emilio, nato a Busto Arsizio nel 1944, a suo tempo enfant prodige avendo iniziato giovanissimo («6 - 7 anni» dice lui stesso) lo studio della musica e l'apprendimento delle tecniche violinistiche presso la scuola di musica “Giovanni Battista Pergolesi” di Varese sotto la guida di Ariodante Coggi, debuttando al Teatro Lirico di Milano imponendosi subito all'attenzione della critica e del pubblico come uno straordinario talento.

Annoverato tra i maggiori virtuosi del nostro tempo e tra i massimi esponenti e interpreti contemporanei, già a dodici anni veniva considerato un artista tecnicamente ed espressivamente maturo, erede di quella tradizione musicale che ha visto nascere e fiorire le prime grandi scuole violinistiche italiane, mostrando una strepitosa predisposizione esibendosi nei più importanti teatri del mondo e nei principali festival. «... La musica è un linguaggio, che deve arrivare soprattutto ai più giovani - afferma Ughi - e alla carriera di esecutore, ho sempre accompagnato una forte propensione all’impegno sociale, soprattutto nella salvaguardia del patrimonio artistico nazionale e all’attenzione verso le nuove generazioni cercando di divulgare la “classica” per combatterne il suo decadimento.» Programma variegato tra barocco e primo classicismo fornendo dotte spiegazioni riguardo la tipologia e forme musicali, rivolto anche a chi del suo genere lo ignora facilmente e come spesso ripete «... la musica va ascoltata, non va capita …», alternando pagine di grande notorietà attraverso la scelta di una scaletta musicale cambiata improvvisamente addirittura poche ore prima dell’esecuzione con nuova e immediata stampa dei programmi di sala. Considerando sempre che al vasto numero di spettatori, soprattutto se inesperto, piace solitamente ascoltare le opere conosciute non sapendone a volte l’appartenenza dell’autore, come il Concerto di Antonio Vivaldi Alla Rustica in Sol maggiore RV 151 eseguito in introduzione ovvero dalla sola orchestra, preannunciando la sua presenza subito dopo con il Concerto per violino, archi e basso continuo in La minore BWV 1041 di Johann Sebastian Bach, riuscendo a coinvolgere tramite una grande capacità narrativa e comunicativa semplice e comprensibile, dote che trapela non solo dall’archetto ma anche dalle sue parole, così come durante le varie dichiarazioni che non disdegna rilasciare … o come spesso avviene nel firmare autografi trattenendosi anche a lungo amichevolmente con i presenti nei foyer dei teatri in attesa o al termine della performance. Tempo unico dalla durata complessiva di un’ora o poco più, ha proseguito con la Ciaccona in Sol minore per violino e orchestra d’archi di Tommaso Antonio Vitali, poi di nuovo orchestra sola per l’esecuzione della Sinfonia in Re maggiore n. 1 G 503 di Luigi Boccherini per concludere ufficialmente con il Preludio e Allegro in Mi minore di Fritz Kreisler, per violino e orchestra, nello stile del torinese Gaetano Pugnani appartenente anch’egli alla prima metà del XVIII secolo. Esecuzione di grande pregio e interamente a memoria, nonostante qualche perdonabile cedimento riguardo l’intonazione dovuto inevitabilmente all’età, Uto Ughi non ha comunque deluso le aspettative dimostrando più che mai un dinamismo connesso con una inossidabile forza, energia e capacità espressiva supportato da un celebre ensemble, formatosi nel 1989 spaziando dal rigore della prassi esecutiva del Settecento ai nuovi stilemi contemporanei e d’avanguardia, qui senza l’ausilio di un direttore ma avvalendosi solo del primo violino concertatore dal rigore e precisione assoluta, in una versione assai convincente nella lettura degli autori proposti.

Anche se appartenente a una tecnica violinistica oramai sorpassata avendo subìto come tutti gli strumenti una ampia evoluzione nel corso dei decenni, occorre tenere presente e ricordare che a Ughi si deve il grande merito di avere portato inoltre la conoscenza della storia della musica ai primi neofiti italiani già a partire dagli anni Settanta del Novecento, quando il mercato editoriale, radiotelevisivo, concertistico e discografico era rappresentato quasi esclusivamente da violinisti quali Piero Toso de I Solisti Veneti di Claudio Scimone, il giovane Giuliano Carmignola, Salvatore Accardo o la forte “alternativa” dell’americano di origine ebraica Yehudi Menuhin forse allora il migliore del mondo, come il russo David Fëdorovič Ojstrach. E, nel concedere alcuni fuori programma, dialogando scherzosamente con la platea: «... Vorremmo eseguire un altro brano…ma abbiamo dimenticato le parti…anzi no… mi dicono di averle trovate proprio in questo momento!» racconta altri aneddoti e curiosità sempre dal tono amichevole e conviviale dalla bella presenza, spesso cercando violinisti in sala con cui instaurare un’eventuale ulteriore complicità, usando fare domande su «…cosa volete ascoltare adesso…» dalla falsa retorica in quanto alla fine sa perfettamente quanto di diverso intende ulteriormente suonare «…invece vi proponiamo…» Chiusura di sipario con i tempi Largo da l’Inverno e il Presto da l’Estate tratti notoriamente dalle Quattro Stagioni di Vivaldi, il primo dall’interpretazione un po’ incerta, riscattandosi con il secondo eseguito in maniera molto più “pirotecnica”, per usare un termine un po’ azzardato, citando ampiamente le forme onomatopeiche, espressive e narrative a cui l’illustre compositore veneziano si è ispirato, intervallati dal celeberrimo Capriccio n. 24 di Paganini eseguito interamente da solista e dalla tecnica estremamente virtuosistica con variazioni di bravura. Ricordo avere incontrato Uto Ughi diversi anni fa al termine di un concerto al Teatro Bonci di Cesena, presente una emittente televisiva ove un giornalista inesperto gli pose numerose domande probabilmente assai banali, tra cui quante ore studia al giorno o inerenti al numero e il valore dei violini posseduti, autentica impertinenza che nessun musicista gradirebbe confermare. Indispettito dalla tipologia dell’intervista, inveì rispondendo «…ma scusi, ma perché non mi chiede riguardo i problemi della musica in Italia e le scuole di insegnamento o le collocazioni dei giovani violinisti nelle orchestre sinfoniche, anziché queste sciocchezze!??» - alterandosi nervosamente chiudendo bruscamente l’incontro, forse rimasto a un tempo in cui effettivamente nel nostro Paese tale mancanza era molto più evidente rispetto oggi, situazione per fortuna decisamente evoluta.

Solitamente utilizza un violino Guarneri del Gesù del 1744 dal suono caldo e timbro scuro, forse uno dei più belli esistenti e uno Stradivari del 1701 denominato “Kreutzer” in quanto appartenuto all’omonimo violinista a cui Beethoven ha dedicato la famosa Sonata n. 9 in La maggiore, molto spesso eseguita nelle sue scelte espositive… che se anche in parte oramai ampiamente discutibili riguardo tecnica e approccio, rimane annoverato a una figura indubbiamente carismatica, nota, affermata, degna di una tradizione conosciuta alla massa per via soprattutto del suo pregresso strepitoso e ancora di sicuro effetto, in grado di riempire immancabilmente qualsiasi teatro, dalle ovazioni acclamanti e sempre lunghissime. (La recensione si riferisce al concerto di domenica 15 marzo 2026)
Crediti fotografici: Ludovico Guglielmo Nella miniatura in alto e sotto: il violinista Uto Ughi durante il concerto a Ferrara
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Parliamone
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Ecco una Tosca classica
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Eventi
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Ferrara Musica nuova stagione
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Morte di Klinghoffer confessione collettiva
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Dischi in Redazione
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Nisi e Ruggiero e... Schumann
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Il rock sconfigge la distopia
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FERRARA - Che cos'è la distopia? È l'esatto contrario dell'utopia: se quest'ultima rappresenta il modello di vita ideale che potrebbe rendere libera e felice la vita di uomini e donne, la distopia invece narra di una straniante realtà immaginaria del futuro; un futuro prevedibile sulla base di tendenze del presente, percepite come altamente
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