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Preludi e Fughe op.87 secondo step per il cinquantenario della scomparsa del compositore russo

Shostakovic per altri tre

servizio di Athos Tromboni

Pubblicato il 17 Novembre 2025

20251117_Fe_00_PianoforteContemporaneo_DmitrjiShostakovicFERRARA - Dmitrji Shostakovic era nato a San Pietroburgo (seconda città della Russia per numero di abitanti, "ribattezzata" col nome di Leningrado sotto il regime staliniano) nel 1906 ed è deceduto a Mosca nel 1975: ha dunque attraversato come uomo e come musicista tutto il periodo sovietico e soprattutto il periodo più buio dell'oppressione comunista, il periodo di Josif Stalin (1878-1953) che regnò in URSS dal 1922 fino alla morte, avvenuta il 5 marzo 1953.
Shostakovic condivide oggi con Sergej Prokofiev (non russo, ma ucraino d'origine) la palma del compositore sovietico più importante del Novecento. Con quest'ultimo, Shostakovic ha condiviso anche la tensione creativa giovanile orientata all'avanguardia, ma mentre il compositore ucraino sotto Stalin si "rassegnò" a comporre musica secondo le direttive del regime sovietico, il compositore pietroburghese ha sempre sofferto per quella costrizione ideologica; fu la morte del dittatore sovietico avvenuta il 5 marzo 1953 alle ore 10 di sera a "liberare" dalla creatività repressa il compositore pietroburghese, che nella sua Decima Sinfonia e anche in lavori successivi ebbe un po' più di libertà espressiva, prontamente trasferita sulla pagina e nelle partiture.
Non così per Prokofiev, che non ebbe il privilegio di vivere il periodo della "destalinizzazione" perché anche egli, come Stalin, morì a Mosca lo stesso giorno, il 5 marzo 1953, un'ora prima del dittatore (della sua morte il regime diede notizia soltanto una settimana dopo; tanto che al funerale dello stesso Prokofiev - avvenuto il 7 marzo - parteciparono solo una quarantina di parenti e amici stretti).
E comunque ambedue, Shostakovic e Prokofiev, sono oggi meritoriamente collocati al vertice della letteratura musicale del primo Novecento.
Bene ha fatto, dunque, Ferrara Musica a programmare nel Teatro Comunale per la rassegna dei Concerti al Ridotto, nella sezione  dedicata al pianoforte contemporaneo, l'esecuzione integrale dei 24 Preludi e Fughe op.87 di Shostakovic, composti tra il 1950 e il 1951; un ripescaggio di belle pagine pianistiche è avvenuto anche in relazione al cinquantenario della morte del compositore russo.

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Sei pianisti, tre dei quali esibitisi il 9 novembre scorso (qui la recensione), e tre ieri mattina, hanno avuto il compito di proporre al pubblico del Ridotto, sempre molto numeroso fino all'esaurimento dei posti a sedere, l'integrale della citata op.87, ognuno secondo la propria sensibilità interpretativa.
Ai bravi Massimo Somenzi, Muriel Chemin e Maria Grazia Bellocchio sono subentrati Pietro Rigacci, Roberto Russo e Maria Perrotta che hanno portato a termine l'esecuzione dei 24 Preludi e Fughe.
Come la settimana precedente, è toccato a Russo (prima di mettersi alla tastiera) il compito di presentare brevemente i contenuti musicali e anche i salienti dettagli musicologici dei 12 brani finali dei 24 Preludi e Fughe.  Quindi è stato un "Shostakovic per altri tre"...
Interprete del primo step di questo secondo concerto è stato Pietro Rigacci con i quattro Preludi e Fughe contrassegnati dai numeri 13, 14, 15 e 16 (Fa diesis maggiore a cinque voci; Mi bemolle maggiore a tre voci; Re bemolle maggiore a quattro voci; Si bemolle minore a tre voci): lo ha fatto dimostrando la propria preferenza per le parti "scure" suonate sulla tastiera ("scuro" sia come antinomia di corrusco in riferimento ai colori del suono, ma anche in riferimento al climax delle tonalità di modo minore).
Rispetto al colore del suono abbiamo apprezzato il lavoro della mano sinistra sui tasti del grave e medio-grave, l'intensa pedalizzazione di quelle corde, quasi un leit-motiv sintomatico (non nel senso musicale, ma nel significato metaforico) delle preferenze del pianista; la sua analisi interpretativa dell'incombenza del destino che dimidia ogni leggerezza ironica.
E ci è sembrato stesse risolvendo lo "scuro" con il trasporto dell'anima, mentre nel virtuosismo shostakovicciano - luminoso e scintillante suonato in prevalenza con la mano destra - si stava concedendo al mestiere, più per onorare il dovere di suonarlo che per il piacere di farlo; per poi raggiungere il top, e quindi la sintesi felice fra linguaggio dell'anima e mestiere, nel seducente Adagio (la Fuga) del sedicesimo brano.
All'opposto (diametralmente opposto, ci viene da dire) la concezione interpretativa di Roberto Russo cui è toccato il secondo step dei Preludi e Fughe op.87: i numeri 17,18,19 e 20 (Le bemolle maggiore a quattro voci; Fa minore a quattro voci; Mi bemolle maggiore a tre voci; Do minore a quattro voci).
Russo ha messo in campo la sua personale predilezione per le atmosfere colloquiali che sono frequenti (soprattutto nelle Fughe) in queste pagine di Shostakovic: quindi un suono più tranquillo, più asciutto, quasi accademico, tendente a valorizzare le trame della mano destra: anche i suoi fortissimi non ci sono parsi mai marziali ed imperiosi (come fu a tratti per Rigacci prima e - nella settimana precedente - per Massimo Somenzi), facendo della pulizia del tocco la matrice dominante della propria esecuzione.
Infine, a chiusura dei 24 Preludi e Fughe op.87, forse i quattro più difficoltosi dell'intero libro, quelli contrassegnati con i numeri 21, 22, 23, 24 (Si bemolle maggiore a tre voci; Sol minore a quattro voci; Fa maggiore a tre voci; Re minore a quattro voci) affidati a Maria Perrotta: lei ha imposto la sua proverbiale concezione del fraseggio e del dinamismo sonoro, esplorandoli all'interno della notazione complessiva, frase dopo frase, e persino all'interno di ogni singola omogenea frase: lirica o contrappuntistica che fosse, mostrando un'assoluta padronanza del rapporto ritmo-tempo.
Ha scomposto i piani sonori mantenendoli omogenei: quasi l'immagine figurativa (passando dal suono al sogno) di un torrente che nell'inarrestabile scorrere dell'acqua da monte a valle ha momenti di rapide improvvise e di quiete, condizioni che caratterizzano incessantemente il flusso a seconda delle asperità, senza interromperlo.
La Perrotta - quando pone le mani sulla tastiera - non fa le note, bensì le vive. Dimostrando il proprio livello di grande concertista. E di donna sensibilissima.
Suoi gli applausi più prolungati e calorosi del pubblico, che comunque ha salutato tutti con commenti e giudizi positivi, meritatissimi.
Un'ultima notazione di merito, da parte del cronista: per l'esecuzione dei 24 Preludi e Fughe op.87 di Shostakovic si sono alternati 3 pianisti e 3 pianiste. E non c'è dubbio alcuno, sempre secondo il giudizio personale del cronista, che le tre donne sono uscite nettamente vincitrici dal confronto: uno specifico femminile che domina e va celebrato - sostanzialmente - come lo specchio dei tempi che stiamo vivendo. Evoluzione fenomenica irreversibile? Forse più sì che no.
(La recensione si riferisce al concerto di domenica 16 novembre 2025)

Crediti fotografici: Fototeca gli Amici della Musica Uncalm
Nella miniatura in alto: il compositore russo Dmitrji Shostakovic
Al centro, in sequenza, e sotto: Pietro Rigacci, Roberto Russo e Maria Perrotta






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