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L'Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino ha incantato il pubblico del Teatro del Giglio |
Mehta e Mozart suprema bellezza |
servizio di Simone Tomei |
| Pubblicato il 11 Febbraio 2026 |
LUCCA - C’è un istante nella vita di ogni istituzione culturale in cui la programmazione cessa di essere mero esercizio di organizzazione e diventa atto interpretativo della storia. Quando il Teatro del Giglio "Giacomo Puccini" ha dovuto rinunciare momentaneamente all’Otello verdiano inizialmente previsto, il vuoto lasciato in cartellone avrebbe potuto tradursi in un segno di cesura, in una ferita del calendario. E invece la Direzione lucchese ha compiuto una scelta che trascende la semplice sostituzione: ha trasformato l’imprevisto in destino, chiamando il M° Zubin Mehta e l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino a misurarsi con le ultime tre sinfonie di Wolfgang Amadeus Mozart. Non un Tutto Mozart di circostanza, sia chiaro; non il ripiego accademico né il programma di maniera. La scelta è caduta sul trittico dell’estate 1788 (numeri di catalogo K. 543, K. 550, K. 551) e già questo dice quanto la proposta non fosse di semplice intrattenimento, ma di vertiginosa concentrazione speculativa. Perché quelle tre sinfonie nate nell’arco di poche settimane da un medesimo tormento creativo, non sono tre opere distinte: sono un unico grandioso affresco in tre pannelli, il testamento spirituale di un genio che alle soglie del baratro economico e dell’oblio viennese, risponde con la più alta affermazione di sovranità intellettuale che la storia della musica ricordi. La Sinfonia n. 39 in mi bemolle maggiore K. 543 si apre come un portale. Quell’Adagio iniziale di gravità quasi liturgica non è un’introduzione: è una soglia. Mozart vi deposita tutto il peso della tradizione cerimoniale settecentesca per poi dissolverla nell’Allegro dove la luce non è semplicemente serena ma “pensosa”. È qui, in questa pagina, che avviene una rivoluzione silenziosa: l’adozione dei clarinetti al posto degli oboi non è aggiornamento timbrico ma dichiarazione estetica. Il suono si fa vellutato, ombroso, capace di fondere le sezioni in un impasto che prefigura il romanticismo senza tradire l’equilibrio classico. L’Andante, lungi dall’essere l’oasi di distensione che si potrebbe credere è percorso da brividi armonici che ne increspano la superficie; e il Minuetto con quel passo quasi imperioso, trasforma la danza in affermazione. Ma è con la Sinfonia n. 40 in sol minore K. 550 che Mozart scava la ferita. L’assenza dell’introduzione lenta è già un sintomo: siamo gettati direttamente nel Molto Allegro, in quel tema degli archi che non è soltanto malinconico, ma inquieto, vibrante di un’urgenza che non trova requie. Non è dramma dichiarato, è dramma interiorizzato e forse è proprio questa la più grande conquista della maturità mozartiana. L’Andante si muove nobile ed elegiaco, ma il respiro è trattenuto; il Minuetto oscilla tra severità arcaica e movenze leggere come in un conflitto irrisolto. E poi il finale, quell’Allegro assai che incalza senza concedere tregua, con un moto inesorabile che già appartiene al Beethoven del quinto destino. Qui Mozart non è più il fanciullo prodigio della leggenda: è un uomo che conosce l’oscurità e la trasfigura in pensiero sonoro.

La Sinfonia n. 41 in do maggiore K. 551, la Jupiter, è il compimento. L’attacco dell’Allegro sulla triade luminosa di do maggiore sembra voler ricomporre ogni frattura in una solarità quasi cosmica. Ma è nel finale che Mozart compie il miracolo: l’intreccio di cinque temi distinti in una costruzione che fonde forma-sonata e scrittura fugata non è esercizio di erudizione contrappuntistica né omaggio archeologico a Bach e Händel. È invece l’atto di nascita di una nuova classicità, capace di assimilare il passato e proiettarlo nel futuro con la naturalezza del respiro. Il contrappunto diventa eloquenza, la complessità diventa chiarezza, la tradizione diventa libertà. Tre Sinfonie, dunque, che non si succedono ma si accumulano: la solennità elegante della K. 543, la tensione ombrosa della K. 550, l’architettura trionfante della Jupiter. Su questo crinale vertiginoso si è innestata la presenza del M° Zubin Mehta. E qui la cronaca concertistica deve cedere il passo a qualcosa che somiglia più a una lezione di vita che a una recensione. La serata lucchese ha assunto, sin dal momento in cui il Maestro è apparso in scena, un valore che travalicava la pura dimensione concertistica. L'ingresso di Mehta, accompagnato con discrezione da due assistenti, sorretto dalla sedia a rotelle, non ha suscitato nel pubblico alcun sentimento di pietà, ma un moto spontaneo di rispetto profondo, la qualità di rispetto che si riserva a ciò che è grande. Colpiva l'umiltà composta con cui si è lasciato condurre al centro del palcoscenico, lo sguardo vigile e concentrato, già interiormente immerso nella partitura prima ancora di raggiungere il podio. Claudicante nel passo, sì; ma solo nel passo. Perché nel momento stesso in cui ha preso contatto con l'orchestra ogni fragilità fisica sembrava dissolversi in un'energia raccolta e sorda, pronta a farsi suono. C'è qualcosa di profondamente edificante - e al tempo stesso illuminante, capace di ridefinire le priorità - nel vedere come la debolezza del corpo non scalfisca la lucidità della mente, né attenui la forza di un pensiero musicale maturato in settant'anni e più di frequentazione con i grandi repertori del mondo. Mehta ha diretto a memoria per un'ora e mezzo di musica densissima, con un gesto che si potrebbe definire semplice soltanto a patto di intendere questa parola nel senso più esigente e più nobile del termine: essenziale, privo di compiacimenti, alieno da ogni teatralità superflua.

Non un gesto debole, si badi: ma un gesto concentrato e saldo capace di dare ogni attacco con chiarezza cristallina, di modellare le dinamiche con una finezza millimetrica, di scolpire le grandi arcate formali con una sicurezza che non nasce da una tecnica residua, ma dall’interiorizzazione assoluta del testo. Non vi era nulla di eclatante, nulla che cercasse l'effetto immediato o la reazione del pubblico. Nessuna ricerca di protagonismo, nessuna volontà di imporsi sul suono, nessuno dei gesti retorici che troppo spesso scambiano l'intensità per eccesso. Al contrario, si percepiva un atteggiamento di servizio assoluto verso la musica: quello del custode verso un patrimonio che non gli appartiene ma di cui è responsabile, quello del traduttore fedele verso un testo che non può essere tradito senza perdersi. Mehta non sembrava voler “interpretare” Mozart nel senso di sovrapporvi un'idea personale, di piegarne il linguaggio a una propria visione. Pareva piuttosto farsi tramite, garante di un equilibrio già inscritto nella scrittura: il direttore come medium trasparente tra la partitura e il suono, tra il passato e il presente. Eppure, sotto questa apparente sobrietà, il suono dell'Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino si è fatto vivo, pulsante, talvolta persino magmatico nelle sue tensioni interne. La grinta non risiedeva nel gesto ampio o spettacolare, ma nella tensione interna con cui il Maestro teneva unita la compagine, nella fermezza non negoziabile con cui sosteneva i crescendo, nella dignità con cui lasciava respirare i momenti più lirici senza indulgere in sentimentalismi facili. Era una forza raccolta, un'energia che nasce dall'esperienza sedimentata e dalla consapevolezza acquisita, non dall'esibizione. Una forza che non si vedeva, ma si ascoltava. Si avvertiva in quella direzione, un senso profondo di responsabilità: verso la partitura, verso l'orchestra, verso il pubblico presente. La musica non era occasione di affermazione personale né strumento di visibilità; era, nel senso più autentico del termine, un dono. E questo dono, tanto più prezioso perché offerto in una condizione di evidente fatica fisica, tanto più commovente perché non celata ma assunta con dignità, assumeva una qualità che trascendeva la semplice eccellenza esecutiva. Non vi era enfasi, non vi era retorica: solo il desiderio autentico di condividere bellezza, di rendere piena giustizia a quelle pagine supreme che la storia ha consegnato ai posteri. In tempi in cui si confonde troppo spesso l'intensità con l'eccesso, la personalità artistica con l'egocentrismo scenico e la grandezza con il clamore, la lezione silenziosa di Zubin Mehta ha avuto il tono inconfondibile della dignità. La grandezza non ha bisogno di clamore per affermarsi; la lucidità non viene meno con l'età quando la mente è stata nutrita e disciplinata per tutta una vita; il pensiero musicale, quando è radicato nella conoscenza autentica, resta sovrano anche se il corpo che lo abita vacilla. E in questa fedeltà paziente, appassionata, incrollabile alla partitura si è colto, forse, il senso più alto della serata: la musica come spazio in cui la fragilità umana non viene negata né nascosta, ma trasfigurata in qualcosa che assomiglia alla bellezza assoluta. Una lezione che va oltre Mozart, oltre Mehta, oltre Lucca.

Una lezione sull'arte, sul tempo, su ciò che resta quando tutto il resto cede. Il pubblico lucchese ha compreso la pienezza di chi riconosce un’esperienza rara. L’applauso non è stato rito né omaggio formale, bensì gratitudine autentica scaturita da qualcosa che aveva superato il semplice piacere estetico. In quelle ovazioni reiterate si avvertiva il bisogno di restituire ciò che era stato donato con fatica e dedizione. Mehta, con sobria compostezza, ha rimandato il merito all’orchestra, ma la sala sapeva di aver assistito ad un momento irripetibile. Non solo un grande concerto, ma una testimonianza di servizio alla musica, lucido e appassionato fino in fondo. All’accensione delle luci, restava nei volti una commozione quieta: la percezione nitida di aver condiviso una forma suprema della bellezza. (La recensione si riferisce al concerto di martedì 10 febbraio 2026)
Crediti fotografici: Beatrice Speranza per il Teatro del Giglio di Lucca Nella miniatura in alto e sotto: il Maestro Zubin Mehta e l'Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino
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