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Un bel concerto svoltosi a Livorno ha richiamato il tema del verismo musicale tra Otto e Novecento

Giovane Scuola al Mascagni Festival

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 29 Agosto 2025

20250929_Li_00_ GalaVerismo_FestivalMascagni_PietroMascagniLIVORNO - Il Mascagni Festival 2025, nell’anno dell’ottantesimo della scomparsa del compositore, si conferma laboratorio vivo di idee più che semplice contenitore di eventi: una geografia del suono disseminata tra Livorno, la provincia e luoghi simbolici d’Italia e del mondo, capace di intrecciare concerti, opere, letture sceniche e creazioni originali in un dialogo costante tra discipline e linguaggi. La vocazione comunitaria del progetto -radicata nel territorio e aperta al futuro - si riflette nella Mascagni Academy, unico polo internazionale dedicato al repertorio verista e alla “giovane scuola” italiana, dove formazione e produzione convivono in un orizzonte estetico coerente. È in questa cornice che acquista rilievo anche l’approdo all’Expo 2025, gesto simbolico che porta la voce di Livorno su un palcoscenico globale, e l’omaggio inaugurale all’Amerigo Vespucci, icona di un’Italia che sa tenere insieme tradizione e visione.
Il Verismo Gala del 28 agosto 2025 - previsto originariamente sulla Terrazza Mascagni e trasferito per maltempo al Teatro Goldoni - ha trovato nella sala storica della città labronica una cassa di risonanza ideale per restituire prossimità teatrale, precisione d’ascolto e misura drammaturgica.
Il programma, costruito con intelligenza drammaturgica, ha disteso una mappa del periodo musicale verista che attinge ai suoi assi portanti - Mascagni, Puccini, Giordano, Cilea, Catalani - cercando non una parata di “pezzi di bravura”, ma una linea narrativa in cui alternanza di pagine orchestrali e numeri vocali, contrasti d’affetto e di colore, disegnano un continuum espressivo.

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L’avvio con il “Sogno” dal Guglielmo Ratcliff  ha offerto subito la tavolozza di un Mascagni giovane ma già consapevole del potenziale evocativo del colore sinfonico: cordami distesi, impasti morbidi, sospensioni che aprono lo spazio interiore del racconto. Dal clima onirico ci si è mossi verso l’intimismo lirico di Lamico Fritz: “Son pochi fiori”, affidata al soprano Marta Mari, è suonata come dichiarazione di poetica mascagnana, con linea sorvegliata, legato curato e acuti sicuri e svettanti, sostenuti da un registro omogeneo.
“O pallida che un giorno mi guardasti”, nelle mani di Isabel De Paoli, ha rivelato timbro brunito e solido, con una gestione del passaggio esemplare e un fraseggio capace di coniugare delicatezza e calore senza scadere nell’edonismo sonoro.
L’asse drammatico si è fatto più teso con Umberto Giordano: in “Nemico della patria” (Andrea Chénier) il baritono Simone Piazzola ha imposto un fraseggio nobile e inciso, accentazione scolpita e impeto interpretativo di forte presa teatrale, sostenuti da una voce salda e omogenea nell’arco della tessitura; “La mamma morta”, tornata a Marta Mari, ha coniugato morbidezza dell’emissione e controllo del fiato, evitando compiacimenti e puntando a un climax emotivo misurato, di autentica efficacia.
Il cuore mascagnano è emerso nel trittico da Cavalleria rusticana: l ’Intermezzo ha ritrovato respiro e cantabilità interna; “Voi lo sapete, o mamma” ha confermato nella De Paoli la fine intelligenza nel governare i contrasti - dolcezza, passione, scontro - con autorevolezza di accento; “Il cavallo scalpita” ha messo in luce il baritono Piazzola la naturale vocazione attoriale, il controllo della parola scenica e la tenuta della colonna vocale nei punti di maggior peso. La seconda parte ha ripreso il filo con l' Intermezzo da Lamico Fritz, prima di approdare a Puccini: in “E lucevan le stelle” (Tosca) il tenore Davide Piaggio ha offerto una voce di bel timbro, sicura e voluminosa, con acuti smaglianti, proiezione generosa, e mantenendo linearità narrativa; “Ebben? Ne andrò lontana” (La Wally) ha trovato nell’interprete una sintesi di malinconia e fierezza, con portamenti puliti e smalto in zona acuta; “Acerba voluttà, dolce tortura” (Adriana Lecouvreur) ha valorizzato la pasta brunita del mezzosoprano pavese e la sua capacità di scolpire affetti contrastanti senza eccessi di enfasi; il congedo, affidato a “Nessun dorma” (Turandot), ha permesso di distendere una tessitura ampia con acuto finale saldo, a suggello di una chiusura di respiro quasi corale.
La tenuta complessiva dell’arco drammaturgico è dipesa in misura decisiva dalla concertazione del M° Lorenzo Tazzieri, direttore preciso, attento alle dinamiche e dedito al sostegno dei cantanti: tempi ben governati, respiri preparati con cura, attenzione ai piani sonori per non coprire la parola e una commendabile elasticità nell’accompagnare i rubati. È una direzione che privilegia la trasparenza e l’equilibrio senza rinunciare alla spinta teatrale, qualità preziose in un contesto antologico dove la coesione non è scontata.
Più problematica la prova dell' Orchestra "Massimo de Bernart" del Teatro Goldoni di Livorno, generosa nell’impegno ma non sempre amalgamata: attacchi talora insicuri, qualche sbavatura nei raccordi, nitore non costante e omogeneità di suono da rifinire, in particolare nel rapporto tra archi - che chiedono un’unione di fraseggio più compatta - e fiati, dove l’intonazione e la qualità dell'emissione vanno rese più stabili.
È un cantiere aperto che potrà trarre beneficio proprio dall’assiduità con questo repertorio, esigente nel controllo della dinamica e nella qualità della declamazione orchestrale.
Il versante vocale, vero baricentro del Gala livornese, ha mostrato qualità e personalità del quale voglio ribadire alcuni aspetti. Marta Mari conferma un profilo di solida musicalità: timbro bello e luminoso, emissione ben appoggiata, acuti centrati e proiettati con sicurezza, omogeneità di registri e fraseggio curato che le consente di passare dall’idillio di Fritz alla tragedia di Giordano e alla sospensione di Catalani con naturalezza stilistica.
Isabel De Paoli offre uno strumento brunito e saldo, con centro corposo e registro grave presente, oltre a una spiccata intelligenza espressiva nel restituire i contrasti affettivi; le sue interpretazioni scolpiscono personaggi credibili anche nel perimetro dell’aria, segno di un istinto teatrale che dialoga con il gusto musicale.
Davide Piaggio dispone di voce voluminosa e ben tornita, timbro gradevole e acuti smaglianti: Tosca e Turandot gli consentono di mettere in campo proiezione e sicurezza tecnica, con un buon lavoro - più interpretativo che vocale - nella rifinitura del dettaglio di parola.
Simone Piazzola convince per fraseggio nobile e rifinito, omogeneità della colonna vocale sull’intera tessitura e un impeto interpretativo di rara efficacia scenica. L’autorevolezza dell’accento e la qualità dell’articolazione lo hanno reso, nei brani affrontati, non già semplice riferimento, bensì l’artista che ha saputo chiudere il cerchio di un quartetto eccellente, integrandosi con naturalezza e nobile misura al dialogo musicale dei compagni di scena.
Con piacere segnalo la cura di luci, proiezioni e contenuti testuali di Jean-Paul Carradori, discreti e funzionali e la presentazione di Paolo Noseda, misurata e chiara nel tracciare al pubblico i passaggi dell’itinerario musicale.
Nel complesso, il Verismo Gala si è configurato come omaggio vibrante a Pietro Mascagni e alla tradizione verista: non privo di imperfezioni - su cui l’orchestra potrà lavorare in termini di coesione, nitidezza e precisione degli attacchi - ma solido nella direzione, illuminato da un parterre vocale di qualità, capace di coniugare tecnica e teatro.

20250929_Li_05_ GalaVerismo_FestivalMascagni_Facebook_phEmanueleBaldanzi

Se il Festival intende “abitare” la musica e non soltanto eseguirla, questa serata ne è stata coerente testimonianza: la tradizione non come reliquia, bensì come pratica viva, che interroga il presente e chiede - a interpreti e ascoltatori - la responsabilità dell’ascolto.
Vista la serata infausta con allerta meteo ed un violento temporale scoppiato proprio durante il concerto, l’affluenza di pubblico non è stata copiosa, ma i presenti hanno apprezzato con calorosi applausi l’impegno di tutti gli artisti.
(La recensione si riferisce al concerto di giovedì 28 agosto 2025)

Crediti fotografici: Emanuele Baldanzi per il Festival Mascagni di Livorno
Nella miniatura in alto: il compositore labronico Pietro Mascagni
Sotto, in sequenza: panoramiche di Baldanzi sul concerto del "Festival Mascagni 2025"






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