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Nel Teatro Goldoni č andato in scena l'ultimo capolavoro di Verdi protagonista Federico Longhi

Un Falstaff maturo e autoritario

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 01 Maggio 2025

20250501_Li_00_Fastaff_FedericoLonghi_phAndreaTrifilettiTeamBizziLIVORNO - Con Falstaff, ultimo capolavoro di Giuseppe Verdi, si è conclusa la stagione lirica 2024-25 del Teatro Goldoni, regalando ai livornesi un ritorno atteso da più di un secolo. L’opera, infatti, era stata rappresentata nella città toscana soltanto una volta in oltre cento anni. La messinscena è frutto di una prestigiosa collaborazione internazionale con il Teatro Nazionale Sloveno SNG Opera Ljubljana, dove lo spettacolo ha debuttato lo scorso settembre. Le premesse, indubbiamente stimolanti, vengono purtroppo disattese da un allestimento che appare sin dalle prime battute priva di coerenza drammaturgica e lontana da una visione registica solida e giustificata. L’ambientazione circense – con roulotte, attrezzi da spettacolo viaggiante e personaggi trasformati in caricature-creature animalesche – si rivela un espediente gratuito, scollegato tanto dal libretto di Boito quanto dal sottotesto verdiano.
La regia è di Emanuele Gamba, con le scene di Massimo Checchetto, i costumi di Carlos Tieppo e le luci di Michele Rombolini. Quella che dovrebbe essere una rilettura contemporanea si riduce, invece, a un esercizio di stile piuttosto superficiale, privo di un reale dialogo con l’opera. Il secondo atto acuisce ulteriormente il disorientamento, proponendo inserti dal tono grottesco – come ad esempio la presenza di una lavatrice – e personaggi femminili (le comari) abbigliati in un discutibile stile trash-chic, che si muovono in scena con gestualità stereotipate e relazioni sceniche poco costruite. Anche il finale, che dovrebbe esplodere nella proverbiale beffa collettiva, si risolve in un momento privo di verve, in cui l’ironia e la leggerezza farsesca svaniscono, lasciando il posto a un epilogo fiacco, visivamente piatto e drammaturgicamente povero.

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Sotto il profilo musicale, la direzione del M° Marco Guidarini a capo dell’Orchestra del Teatro Goldoni si è distinta per un approccio lucido e profondamente rispettoso nei confronti della partitura verdiana, cui ha restituito una lettura essenziale e ben calibrata. La sua interpretazione è stata in linea con la sua stessa visione, secondo cui in Falstaff “il gioco dell’intelligenza si intreccia costantemente con la sensibilità”. Dopo un avvio forse meno incisivo del previsto – privo di quella scintilla iniziale che ci si aspetterebbe da un’opera che vive di ritmo e leggerezza – la direzione si è progressivamente assestata su un terreno più convincente, attenta alle dinamiche e ai dettagli timbrici, cercando di costruire un dialogo serrato con il palcoscenico. Questo colloqui, tuttavia, non sempre è risultato perfettamente riuscito, anche a causa di una compagnia di canto che, seppur vocalmente corretta, ha mostrato occasionali limiti interpretativi, in particolare nella definizione dei caratteri e nella coesione d'insieme.
Federico Longhi incarna un Falstaff maturo e autoritario, padrone della scena e dotato di saldo controllo vocale, sebbene il contesto registico lo privi talvolta privato della sfumatura ironica e malinconica che rende il personaggio allo stesso tempo buffo, ma profondamente umano.
Paolo Ingrasciotta è un Ford di nitore cristallino e dizione perfetta, offrendo momenti di vero spessore teatrale ancorché sacrificato da una lettura registica del personaggio ai limiti del ridicolo; Andrea Tanzillo (Fenton) rimane corretto nell’emissione, ma manca di slancio emotivo nei passaggi più intimi. Tra i comprimari, Alfonso Zambuto disegna un Dottor Cajus incisivo, mentre Mauro Secci (Bardolfo) e Alessandro Abis (Pistola) arricchiscono la serata con verve comica e brillantezza scenica.

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Sul versante femminile si riscontrano maggiori perplessità. Francesca Maionchi (Mrs. Alice Ford) si conferma interprete musicale e vocalmente precisa, ma la sua resa scenica risulta manierata e poco incisiva, privando il personaggio della vivacità e della forza seduttiva che lo contraddistingue. Yulia Merkudinova (Nannetta) fatica a imporsi: la linea di canto appare fragile e l’aria conclusiva, che dovrebbe rappresentare il suo momento di luce “sul fil d’un soffio etesio”, resta sottotono e priva di quella levità che ne fa uno dei passaggi più poetici dell’intera partitura.
Valentina Pernozzoli, nei panni di Mrs. Quickly, si impone sulla scena con una presenza magnetica e spavalda, catturando l’attenzione del pubblico. Tuttavia, la sua interpretazione oscilla tra momenti di grande potenza e passaggi in cui la voce tradisce qualche fragilità. Nelle note gravi, il suono appare a volte gonfio e poco definito, con una perdita di armonici e volume che ne smorza l’impatto. Al contrario, gli acuti risultano più curati e proiettati, rivelando una tecnica vocale ancora in evoluzione. Questa disomogeneità suggerisce un’impostazione non del tutto consolidata o forse un approccio stilistico non sempre coerente con le esigenze del ruolo.
Nikolina Janevska (Mrs. Meg Page) infine offre maggiore solidità vocale, pur restando a tratti impaludata in una musicalità poco sciolta.
Il coro del Teatro Goldoni preparato dal M° Maurizio Preziosi, sigilla l’opera con un finale puntuale e ben cesellato, guadagnandosi l’apprezzamento del pubblico.
Nonostante un teatro poco gremito, non sono mancati gli applausi per tutti.

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Una chiosa: “nonostante le ingenuità registiche e qualche inciampo vocale, emerge chiaro lo sforzo di unanime nel valorizzare l’ultimo, straordinario dono di Verdi: un invito a vedere nella vita un gioco dialogico fra intelletto e sentimento, sorretto da una musica che non teme di rinnovarsi fino all’ultimo respiro”.
(La recensione si riferisce alla recita di sabato 26 aprile 2025)

Crediti fotografici: Andrea Trifiletti-Team Bizzi per il Teatro Goldoni di Livorno
Nella miniatura in alto: il baritono Federico Longhi (Fanstaff)
Al centro e sotto, in sequenza: panoramiche su scene e costumi del Falstaff livornese






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