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Il regista Andrea Bernard sposta al secondo dopoguerra la vicenda della duchessa figlia del Papa |
Il labirinto mentale di Lucrezia Borgia |
servizio di Simone Tomei |
| Pubblicato il 11 Novembre 2025 |
FIRENZE - A oltre quarantacinque anni dall’ultima rappresentazione fiorentina, Lucrezia Borgia di Gaetano Donizetti è tornata al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, dove mancava dal 1979. La nuova produzione andata in scena domenica 9 novembre 2025 ha riportato sul palcoscenico un capolavoro donizettiano di intensa forza drammatica, tratto dall’omonima tragedia di Victor Hugo. Composta nell’autunno del 1833 e rappresentata per la prima volta alla Scala di Milano il 26 dicembre dello stesso anno, Lucrezia Borgia segna uno dei vertici della produzione tragica di Donizetti, in cui il compositore bergamasco dà forma musicale a una figura femminile di straordinaria complessità psicologica. La fonte letteraria di Hugo, con le sue tinte fosche e la commistione di passione, crudeltà e redenzione, offriva al teatro musicale dell’Ottocento un materiale ideale, capace di intrecciare pathos romantico e introspezione morale. Felice Romani, autore del libretto, adattò il dramma in un prologo e due atti assecondando il gusto melodrammatico italiano ma anche la necessità di temperare gli aspetti più cupi della vicenda. Donizetti evitò infatti di indugiare sul lato più truculento del soggetto preferendo illuminare la dimensione umana e materna della protagonista. Già dal recitativo iniziale "Tranquillo ei posa", emerge una Lucrezia non solo temibile duchessa di Ferrara, ma madre dolente, lacerata dal segreto che la lega al giovane Gennaro. L’opera è dominata da una tensione costante tra due poli opposti: la ferocia politica e la tenerezza privata. Nella scrittura vocale Donizetti plasma il ruolo di Lucrezia come un vero banco di prova per un soprano drammatico d’agilità, capace di unire maestria tecnica e profondità espressiva, mentre il tenore che impersona Gennaro incarna l’innocenza tragica di chi ignora il proprio destino. L’intero impianto musicale alterna episodi di apparente luminosità come lo splendido brindisi di Maffio Orsini, en travesti, di ascendenza rossiniana, a momenti di cupa tensione e lirismo struggente, fino al celebre duetto finale tra madre e figlio, "M'odi, ah m'odi", culmine di pathos e di pietà umana. Nella sua visione di Lucrezia Borgia il regista Andrea Bernard sceglie di spostare la vicenda dal Rinascimento al secondo dopoguerra italiano, collocandola in un periodo che egli stesso definisce “fondativo della nostra società moderna”, tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta. Un tempo sospeso tra la voglia di rinascere e la paura di cambiare in cui fede e politica si intrecciano e il potere si traveste da morale. In questa cornice, ispirata alla Roma ambigua e contraddittoria del dopoguerra popolata di prelati, aristocratici e intellettuali, sospesa fra penitenza e mondanità, Bernard immagina la protagonista come una donna travolta dal proprio potere e al tempo stesso prigioniera di un desiderio di maternità negata. Lo spazio scenico ideato da Alberto Beltrame traduce questa visione in un labirinto mentale, metafora visiva della mente di Lucrezia, dove amore e colpa, desiderio e rimorso si inseguono senza tregua. La scelta del palco girevole, utilizzato per la prima volta al Teatro del Maggio, intende rendere la rapidità e la tensione narrativa dell’opera, conferendo movimento a un dramma che alterna introspezione e impeto.

L’idea sulla carta funziona: dinamica, simbolica, capace di creare un flusso continuo tra le diverse dimensioni del racconto. Tuttavia la realizzazione tecnica ha mostrato qualche fragilità (non sarebbe guastato un po' d’olio per lubrificare gli ingranaggi della pedana rotante nuova di pacca), e il dispositivo scenico, più che favorire la lettura drammatica, finisce talvolta per distrarre e complicare la visione. Bernard ambisce a un’operazione di trasposizione psicologica: non tanto un aggiornamento di epoca fine a se stesso, quanto un tentativo di far emergere le contraddizioni interiori di Lucrezia in un contesto storico segnato da nuovi dilemmi morali. Alcuni elementi risultano indubbiamente efficaci, come le culle rovesciate che ritornano come simbolo della maternità negata, o la dimensione visiva che restituisce la fragilità del personaggio sotto la maschera del potere. Ma nel voler dire molto e nel cercare di tradurre in immagini concetti complessi, la regia cade spesso nell’eccesso sacrificando chiarezza e coerenza drammaturgica. Il rapporto insinuato tra Maffio Orsini e Gennaro, così come l’uscita finale di Lucrezia in abiti da “papessa”, risultano scelte di gusto discutibile che spostano l’asse del racconto verso un territorio di provocazione più che di introspezione. L’effetto è quello di un accumulo di simboli che rischiano di confondere lo spettatore allontanandolo dal cuore autentico del dramma: la tensione tra potere e amore, tra la madre e la donna colpevole.



Pur muovendosi su un terreno fertile di idee, lo spettacolo finisce quindi per risultare più concettuale che emozionale, a tratti macchinoso e disomogeneo. L’intento di attualizzare la materia donizettiana e di restituirle una dimensione morale moderna è certamente apprezzabile, ma la regia di Bernard non sempre riesce a conciliare l’intelligenza del progetto con la limpidezza della narrazione teatrale. Restano, nondimeno, la coerenza visiva dell’allestimento e alcuni spunti di forte suggestione che testimoniano una ricerca sincera, anche se non del tutto compiuta, di un nuovo modo di leggere l’universo drammatico di Donizetti. Sul podio il M° Giampaolo Bisanti offre una lettura lucida, solida e appassionata della partitura donizettiana, restituendone la tensione drammatica e la sottile modernità orchestrale. Nelle sue mani Lucrezia Borgia acquista coesione, chiarezza narrativa e un respiro teatrale di notevole intensità. Il maestro ha scelto di proporre una versione filologicamente articolata che riunisce le diverse redazioni dell’opera frutto delle numerose revisioni cui Donizetti sottopose il lavoro negli anni: «... Mettiamo in scena uno spettacolo che include tutte le modifiche e le correzioni apportate dal compositore nel tempo – ha spiegato Bisanti – unendo i tre finali alternativi.» Il prologo segue dunque la versione parigina del 1840, con l’aria "Com’è bello" e la cabaletta "Si voli il primo a cogliere", mentre il finale del secondo atto adotta la variante londinese del 1839, con la romanza di Gennaro "Madre, se ognor lontano": una scelta che al di là del valore musicologico, restituisce al pubblico la ricchezza espressiva e la flessibilità creativa di Donizetti in un momento di piena sperimentazione linguistica. Sul piano interpretativo evidenzia con intelligenza la doppia natura dell’opera: il contrasto fra il dramma e la leggerezza, fra la tinta cupa del destino e la vitalità del canto. La sua concertazione dosa con cura l’energia ritmica e la tensione narrativa senza indulgere né nell’enfasi né nel sentimentalismo. Nei passaggi più concitati imprime all’orchestra un impeto teatrale vibrante, serrato ma sempre controllato; nei momenti lirici, invece, dilata il tempo con un fraseggio denso e morbido lasciando emergere la purezza melodica e il respiro della parola cantata. La compagine orchestrale del Maggio risponde con compattezza e duttilità restituendo i colori variegati di una partitura che alterna raffinate trasparenze cameristiche a impasti sinfonici di sorprendente modernità. Bisanti guida con mano ferma e sensibilità stilistica, attento al dialogo fra buca e palcoscenico, valorizzando le voci senza mai coprirle ma nemmeno privare l’orchestra della sua forza espressiva. Il risultato è un equilibrio maturo e ben calibrato dove la chiarezza del gesto si coniuga con una genuina intensità teatrale. Sul piano vocale il cast schierato dal Maggio Musicale Fiorentino si è dimostrato nel complesso equilibrato con prove di solido livello e alcune punte di particolare rilievo. Jessica Pratt, al suo debutto nel ruolo di Donna Lucrezia Borgia, ha vinto con pieno merito la sfida confermando ancora una volta la sua statura di interprete d’eccellenza del repertorio belcantista. La parte, ardua per estensione, agilità e densità drammatica, trova nella cantante australiana un’interprete tecnicamente impeccabile e musicalmente ispirata. La voce, luminosa e omogenea, attraversa con naturalezza i diversi registri; le agilità sono nitide, le colorature scolpite con eleganza e precisione. Ma oltre alla perfezione vocale, la Pratt riesce a restituire la doppia natura del personaggio - madre e assassina, vittima e carnefice - con un’intensità interpretativa coerente e misurata senza mai cadere nell’enfasi o nel manierismo. Nel ruolo di Gennaro René Barbera offre una prova di notevole qualità dispiegando una linea di canto curata, un legato impeccabile e un timbro luminoso di indubbia bellezza. Il fraseggio sempre elegante riesce a dare spessore psicologico a un personaggio spesso trattato come mero giovane amante. La romanza "Madre, se ognor lontano", eseguita nella versione londinese dell’opera, è stata resa con partecipazione e toccante morbidezza, segno di una sensibilità musicale non comune. Laura Verrecchia, Maffio Orsini, si distingue per sicurezza vocale e disinvoltura scenica. Affronta con slancio e precisione le agilità della scrittura donizettiana offrendo un canto sempre ben centrato e saldo. Il celebre brindisi, pagina di virtuosismo e di contagiosa vitalità, trova in lei una protagonista piena di energia capace di equilibrare spavalderia e lirismo. Nel ruolo di Don Alfonso d’Este, Mirco Palazzi mostra eleganza e controllo tecnico, con un’emissione ben gestita e una linea di canto pulita. Tuttavia manca un po' di quella solennità e autorevolezza che il personaggio richiede: la voce, pur timbrata e salda, non sempre riesce a proiettare la necessaria dimensione di potere e minaccia che caratterizza il Duca di Ferrara. Apprezzabile il gruppo degli amici di Gennaro e Maffio: Daniele Falcone (Jeppo Liverotto), Davide Sodini (Ascanio Petrucci) e Yaozhou Hou (Oloferno Vitellozzo) formano un trio affiatato e ben bilanciato, vocalmente coeso e scenicamente efficace. Mattia Denti (Gubetta) convince per solidità vocale e gusto interpretativo, gestendo con fermezza una parte che sfocia nel baritonale; Antonio Mandrillo (Rustighello) si segnala per eleganza e chiarezza di emissione, sempre a fuoco e musicalmente calibrato. Completano degnamente la compagnia Gonzalo Godoy Sepúlveda (Don Apostolo Gazella), Huigang Liu (Astolfo) e Dielli Hoxha (Un coppiere), tutti puntuali nei rispettivi interventi.

Intenso e vibrante il contributo del Coro del Maggio Musicale Fiorentino, preparato con la consueta dovizia dal M° Lorenzo Fratini. L'ensemble mostra grande coesione e precisione con un suono pieno, controllato e sempre in linea con la visione musicale complessiva. Attenta la costruzione dei volumi e degli equilibri interni che alternano con naturalezza la potenza drammatica dei grandi momenti collettivi a passaggi di più sottile intensità lirica. Alla fine applausi sentiti per la compagine musicale e sonore contestazioni per quella visuale. (La recensione si riferisce alla “prima” di domenica 9 novembre 2025)
Crediti fotografici: Michele Monasta per il Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze Nella miniatura in alto: il soprano Jessica Pratt (Lucrezia Borgia) Al centro: la Pratt con Mirco Palazzi (Don Alfonso d’Este) e René Barbera (Gennaro) Sotto, in sequenza: panoramiche su scene e costumi dell'allestimento curato dal regista Andrea Bernard
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