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Teatro gremito e pubblico festante per l'inizio d'anno in musica al Teatro del Giglio di Lucca

La perdurante attualitā di Nabucco

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 06 Gennaio 2026

20260106_Lu_00_Nabucco_AngeloVeccia_phLorenzoGoriniLUCCA - Dopo un’assenza che si protraeva da quasi un quarto di secolo, Nabucco di Giuseppe Verdi torna al Teatro del Giglio Giacomo Puccini, inaugurando il 2026 con due recite che riportano in scena uno dei titoli fondativi del teatro verdiano. L’opera che nel 1842 segnò la definitiva affermazione del compositore continua a imporsi come grande affresco corale capace di trasformare il dramma biblico in una riflessione universale sui rapporti tra potere e libertà, violenza e redenzione, memoria e speranza.
La produzione approda a Lucca in esclusiva toscana al termine di una lunga tournée che ha toccato importanti teatri dell’Emilia e della Lombardia, confermando la vitalità di uno spettacolo costruito attorno alla dimensione collettiva dell’opera. Nabucco è per sua natura un dramma di popolo: il coro non è semplice commento ma vero protagonista dell’azione, coscienza storica e morale che attraversa l’intera partitura, rendendo l’opera un inno alla resistenza e alla possibilità di riscatto.
La regia di Federico Grazzini si colloca consapevolmente su un piano simbolico e atemporale rinunciando ad una ricostruzione storica in favore di una lettura che intreccia passato, presente e futuro. L’impianto concettuale, chiarito dalle stesse note di regia, insiste sulla contrapposizione netta tra Babilonesi ed Ebrei elevati a emblemi universali di oppressori e oppressi. In questo senso, l’ambientazione ispirata alla profezia di Isaia su Babilonia come città in rovina si rivela uno degli elementi più riusciti dello spettacolo: uno spazio desolato e claustrofobico che diventa metafora visiva della decadenza morale prodotta dal potere assoluto.
Convincente è la definizione dei due mondi contrapposti. I Babilonesi non rappresentano un popolo storicamente determinato ma una civiltà disumanizzata e
tecnocratica, simbolo di una razionalità degenerata in dominio e controllo.

20260106_Lu_01_Nabucco_MarcoMigliettaAngeloVecciaMaraGaudenzi_phLorenzoGorini 20260106_Lu_02_Nabucco_KristinaKolarAngeloVeccia_phLorenzoGorini

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La loro estetica, fredda e rigidamente organizzata, trova coerenza nella scenografia e nel disegno luci di Giuseppe Di Iorio che alterna la livida durezza dei neon a tagli luminosi di forte impatto drammatico. Gli Ebrei al contrario sono restituiti come comunità della memoria e della resistenza legata alla terra e alla spiritualità, in una dimensione più organica e umana, visivamente sostenuta dai costumi di Anna Bonomelli improntati a una matericità povera e consunta.
Uno degli snodi più interessanti della lettura di Federico Grazzini riguarda il percorso di Nabucco, interpretato come trasformazione interiore e laica più che come semplice intervento divino. Il fulmine che lo conduce alla follia non è più un segno soprannaturale ma l’esito di un atto violento di Abigaille, scelta che sposta il baricentro del dramma sul terreno della responsabilità umana e delle dinamiche di potere. La distruzione dell’idolo di Belo e il gesto finale di rinuncia alle armi diventano così simboli di una consapevolezza conquistata attraverso la sofferenza e non concessa per grazia.
Accanto a questi elementi di indubbia coerenza, la regia mostra però anche alcuni limiti. In più punti emerge una tendenza a esplicitare visivamente ciò che il dramma e la musica verdiana già raccontano con estrema chiarezza. Emblematica, in tal senso, la sinfonia iniziale accompagnata da una scena dal sapore di flashback che finisce per sottrarre spazio all’ascolto puro della pagina orchestrale. Analogamente l’estetica dei Babilonesi, pur coerente nelle intenzioni, ricorre a soluzioni ormai ampiamente codificate che rischiano di scivolare nello stereotipo.
Nel complesso comunque questo Nabucco si presenta come uno spettacolo di lettura chiara e strutturata fondato su un impianto simbolico solido e su una visione dichiaratamente moderna. Nei momenti in cui la regia si affida con maggiore fiducia alla forza archetipica dell’opera, senza sovraccaricarla di segni esplicativi, emerge con evidenza il potenziale di una messinscena capace di dialogare con il presente e di restituire al capolavoro verdiano tutta la sua perdurante attualità.

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Sul piano interpretativo il cast vocale si inserisce con esiti complessivamente convincenti nel disegno registico e drammaturgico dello spettacolo, offrendo una lettura articolata dei personaggi principali e secondari.
Angelo Veccia affronta il ruolo del protagonista con piena consapevolezza teatrale e musicale, rendendo con efficacia l’evoluzione di Nabucco così come intesa dalla regia: dal tiranno tracotante all’uomo ferito fino alla riconquistata coscienza morale. La prova attoriale è solida e sempre credibile sostenuta da una vocalità sicura e ben proiettata. Gli accenti più veementi sono scolpiti con precisione e forza drammatica senza mai perdere il controllo musicale, mentre nei momenti più introspettivi mostra una notevole capacità di scavo psicologico del personaggio. L’aria "Dio di Giuda" emerge come uno dei vertici della serata: fraseggio curato, controllo del fiato e un senso di misticità autentica restituiscono tutta la fragilità e la grandezza del personaggio.
Più problematica, pur senza esiti disastrosi, la prova di Kristina Kolar nel ruolo impervio di Abigaille. La vocalità appare non sempre perfettamente a fuoco: la zona acuta, pur affrontata con generosità, risulta spesso priva del necessario controllo mentre il registro grave mostra evidenti carenze di corpo e sostegno. Abigaille è personaggio che richiede non solo potenza e agilità, ma anche istrionismo e scavo psicologico, elementi che qui rimangono solo accennati. Il canto tende talvolta a risolversi nella corretta emissione delle note senza una vera incarnazione del personaggio e anche le agilità, fondamentali nel delinearne la ferocia e l’instabilità, non trovano piena compiutezza. L’aria di apertura del secondo quadro si attesta così su un livello di correttezza esecutiva senza riuscire a superare la dimensione dell’esercizio vocale.
Di ben altro spessore l’interpretazione di Zaccaria affidata a Riccardo Zanellato: il basso restituisce con autorevolezza il carattere ieratico del sacerdote ebreo grazie a una voce sempre ben centrata, di ottima proiezione e sostenuta da un evidente scavo interiore. L’esortazione iniziale e soprattutto la preghiera del secondo atto diventano momenti di autentica sospensione teatrale, nei quali l’ars canora si coniuga felicemente con il senso del testo offrendo allo spettatore pagine di intenso e meditato ascolto.
Marco Miglietta disegna un Ismaele di notevole eleganza stilistica, eccellendo nel canto di conversazione e risultando particolarmente efficace nei pezzi d’insieme. La voce, ben proiettata e timbricamente riconoscibile, è sempre al servizio della parola con una cura del fraseggio che valorizza un ruolo spesso ingrato ma qui restituito con intelligenza musicale.
Mara Gaudenzi è una Fenena partecipe e sensibile: l’aria "Oh dischiuso è il firmamento" è affrontata con trasporto sincero, sostenuta da modulazioni vocali che rispecchiano con finezza il clima emotivo del momento. Una prova misurata e coerente che ben si inserisce nel percorso drammatico del personaggio.
Fra i ruoli di fianco, Saverio Pugliese offre un Abdallo preciso ed efficace con una voce ben a fuoco e sempre affidabile. Laura Fortino, chiamata a sostituire l’indisposta Greta Doveri nel ruolo di Anna, dimostra professionalità e presenza scenica riuscendo a conferire peso e incisività a un personaggio marginale ma decisivo nei grandi concertati nei quali emerge con chiarezza e potenza di suono.
Chiude il quadro un Gran Sacerdote di Belo di notevole interesse: Alberto Comes sfoggia una voce brunita, rotonda e perfettamente controllata imponendosi per autorevolezza timbrica e presenza scenica. Una prova che lascia presagire sviluppi futuri in ruoli di maggiore rilievo.

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La lettura musicale del M° Valerio Galli si inserisce con piena coerenza in questo quadro, offrendo una visione consapevole e profondamente meditata della partitura verdiana. Le sue stesse note musicali rivelano un approccio tutt’altro che routinario a Nabucco, affrontato dal direttore con lo sguardo di chi conosce a fondo l’intero arco creativo di Verdi e può dunque tornare alle origini del suo genio con una maturità interpretativa pienamente acquisita. Il riferimento ai due estremi della produzione verdiana – Nabucco e Falstaff – non è solo suggestivo, ma illuminante: Galli legge l’opera come una vera summa del melodramma italiano preunitario in cui convivono tradizione belcantistica e primi decisivi scarti innovativi.
Questa consapevolezza si traduce in una direzione che restituisce con chiarezza il carattere eminentemente corale dell’opera, senza mai smarrire l’attenzione per i momenti più intimi e accolti. Alla testa dell’Orchestra I Pomeriggi Musicali, accompagna il palcoscenico con gesto morbido, sempre funzionale al canto, guidando i musicisti nei meandri di una scrittura complessa con cura del dettaglio e visione d’insieme. I grandi affreschi corali trovano così compattezza e respiro, mentre le pagine più introspettive - dalle preghiere ai cantabili più raccolti - beneficiano di un sostegno discreto e partecipe.
L’agogica si mantiene costantemente appropriata, mai rigida, ma plasmata sulle esigenze drammatiche e vocali a conferma di una direzione pensata “a servizio” degli interpreti. Le sonorità orchestrali risultano ben bilanciate, con un efficace amalgama timbrico tra le diverse sezioni capace di sostenere la tensione drammatica senza appesantire il discorso musicale. Ne emerge una lettura che valorizza tanto la solidità formale dell’opera quanto le sue audacie strutturali - dai finali concertati alle soluzioni più inedite riservate ai protagonisti - restituendo un Nabucco saldo, coerente e musicalmente eloquente, letto con lo sguardo di chi sa collocarlo nel punto esatto da cui prende avvio la grande parabola verdiana.
Autentico personaggio collettivo dell’opera è il Coro OperaLombardia preparato e diretto dal M° Diego Maccagnola. L’impatto sonoro è notevole, ma sempre governato da disciplina e qualità di emissione: dinamiche curate, compattezza d’insieme e precisione negli attacchi garantiscono nitidezza anche nei passaggi più impervi. Nelle pagine guerresche il coro sprigiona energia e tensione con efficacia teatrale sostenendo l’azione con slancio e vigore; nel celeberrimo "Va’ pensiero", invece, sa ritrovare una dimensione raccolta e intimistica modellando il fraseggio con nobiltà e misura. Particolarmente riuscita la tavolozza dinamica, dai pianissimi rarefatti ai fortissimi pieni sempre graduati con eleganza e senza mai cedere al mero effetto, restituendo a questa pagina emblematica non solo la sua forza emotiva ma anche la sua dignità musicale.
Teatro gremito e pubblico festante per questo inizio d’anno in musica a Lucca.
(La recensione si riferisce alla recita di domenica 4 gennaio 2026)

Crediti fotografici: Lorenzo Gorini per il Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca
Nella miniatura in alto: il baritono Angelo Veccia (Nabucco)
Al centro, in sequenza: Marco Miglietta (Ismaele), Angelo Veccia, Mara Gaudenzi (Fenena); ancora Angelo Veccia con Kristina Kolar (Abigaille); il Coro OperaLombardia durante il "Va' pensiero"
Sotto: panoramiche su costumi e allestimento






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