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Buona prestazione del cast alternativo al Festival Puccini nella recita di fine agosto |
Una Tosca normale |
servizio di Nicola Barsanti |
| Pubblicato il 23 Agosto 2026 |
TORRE DEL LAGO (LU) - Nell’ambito del 72° Festival Puccini di Torre del Lago va in scena Tosca, uno dei titoli più intimamente legati alla concezione pucciniana del teatro musicale: un’opera nella quale il dramma procede senza soluzione di continuità attraverso musica, parola e azione, e in cui la dimensione sentimentale si intreccia a quella politica e religiosa. Composta tra il 1896 e il 1899 su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, tratto dal dramma La Tosca di Victorien Sardou, l’opera debutta al Teatro Costanzi di Roma il 14 gennaio 1900. Puccini entra in contatto con il dramma di Sardou già nel 1889, assistendo a Milano a una rappresentazione con Sarah Bernhardt protagonista, e ne rimane profondamente colpito. La vicenda viene collocata a Roma nel giugno del 1800, in un momento storico particolarmente turbolento: Napoleone è impegnato nella campagna d’Italia e la recente battaglia di Marengo, combattuta il 14 giugno, determina proprio nelle ore della vicenda il ribaltamento delle sorti francesi contro gli austriaci. È dunque un mondo attraversato da tensioni politiche, repressione, sospetti e contrapposizioni ideologiche, sul quale Puccini innesta il dramma privato di Tosca, Cavaradossi e Scarpia. La produzione proposta dal Festival Puccini porta la firma di Maria Todaro, responsabile della regia e dei costumi, con le scene di Carlo Centolavigna e le luci di Valerio Alfieri. L’impianto visivo sceglie sostanzialmente di muoversi entro i confini della tradizione, restituendo una Tosca riconoscibile nei suoi elementi fondamentali e rispettosa dell’immaginario consolidato del titolo.
  

La Chiesa di Sant’Andrea della Valle, Palazzo Farnese e Castel Sant’Angelo costituiscono altrettanti spazi fortemente caratterizzati, nei quali la regia privilegia una lettura funzionale e immediatamente comprensibile del dramma. La serata, peraltro, è caratterizzata da un vento particolarmente intenso che rende necessario eliminare alcuni elementi scenici. La modifica viene tuttavia gestita con intelligenza e senza compromettere la funzionalità dell’allestimento: la macchina teatrale continua a procedere con fluidità e gli elementi superstiti mantengono una precisa funzione narrativa. Efficaci risultano inoltre le luci di Alfieri, soprattutto nei passaggi in cui la componente luministica contribuisce a sottolineare il progressivo incupirsi dell’azione e la diversa atmosfera dei tre atti. Non mancano alcune libertà rispetto alla tradizione più consolidata: durante il monologo di Scarpia che precede il Te Deum, per esempio, la regia introduce alcuni figuranti in platea, mentre la morte del Barone viene rappresentata attraverso lo strangolamento anziché mediante l’accoltellamento. Anche nel finale dell’atto secondo si opta per un solo candelabro accanto al feretro.



Sono piccole deviazioni che cercano evidentemente di differenziare la proposta, ma che non arrivano a configurarsi come una vera rilettura del capolavoro pucciniano: più che aprire nuove prospettive, finiscono per rimarcare, talvolta quasi per contrasto, la tradizione stessa dalla quale intendono prendere le distanze. Il risultato rimane comunque godibile e funzionale, con una particolare efficacia nel grande quadro conclusivo del primo atto, dove la sovrapposizione di rito religioso, tensione drammatica e potenza orchestrale trova una resa scenica convincente. Sul versante vocale, Chiara Isotton affronta il ruolo del titolo con una vocalità dotata di notevole proiezione e di una naturale facilità nella salita verso il registro acuto. La voce attraversa con sicurezza l’ampio spazio e conserva una buona presenza anche nei momenti di maggiore densità orchestrale. Sul piano interpretativo, tuttavia, alcuni passaggi del fraseggio potrebbero beneficiare di una maggiore varietà dinamica e di una più puntuale ricerca delle inflessioni della parola pucciniana. La prova resta nel complesso soddisfacente e scenicamente partecipe. Di notevole livello anche Francesco Meli, che tratteggia un Cavaradossi centrato, elegante e musicalmente consapevole. Il tenore affronta le difficoltà del ruolo con una linea vocale ben sostenuta, privilegiando la continuità del legato e un fraseggio capace di restituire la dimensione lirica del personaggio senza rinunciare all’impeto richiesto dalle pagine più drammatiche. La voce si inserisce con naturalezza nel tessuto orchestrale e trova particolare efficacia nei momenti in cui Puccini affida al canto di Mario Cavaradosii una più scoperta dimensione sentimentale. La vera sorpresa della serata arriva però dal giovane baritono mongolo Ariunbaatar Ganbaatar, interprete di Scarpia. La voce colpisce innanzitutto per il timbro pieno, scuro e intenso, dotato di una notevole capacità di proiezione. A questo si aggiunge una dizione particolarmente nitida, qualità preziosa in un ruolo nel quale la parola assume una funzione drammatica essenziale. Ganbaatar costruisce uno Scarpia autorevole e minaccioso senza ricorrere a una caratterizzazione eccessivamente caricata, riuscendo a rendere attraverso il canto la progressiva spirale di violenza psicologica nella quale vengono trascinati i due protagonisti. La sua presenza scenica e vocale conferisce peso alla figura del Barone e costituisce uno degli elementi più interessanti della recita. Ben completato anche il cast dei comprimari. Luciano Leoni offre un Angelotti solido e incisivo, mentre Claudio Ottino tratteggia un Sagrestano efficace, ben inserito nella componente più quotidiana e quasi caricaturale del primo atto. Orlando Polidoro, nei panni di Spoletta, mostra una buona partecipazione scenica, sebbene alcuni passaggi declamati possano trovare maggiore precisione nella dizione e nell’accentazione. Completano il cast Omar Cepparolli come Sciarrone, Matteo Mollica come Carceriere e Kim Yeseul come Pastorello, quest’ultimo presente vocalmente ma non in scena. Alla guida dell’Orchestra del Festival Puccini è il maestro Carlo Montanaro, che affronta la partitura con una concertazione equilibrata e una lettura improntata alla chiarezza; i tempi risultano ben calibrati e consentono all’azione di procedere con naturalezza, evitando tanto il rischio di una dilatazione eccessiva delle grandi arcate liriche, quanto quello di una lettura troppo precipitosa nei momenti di maggiore tensione. Particolarmente riuscito appare il rapporto fra buca e palcoscenico: l’orchestra sostiene le voci senza sovrastarle e accompagna il progressivo incremento della tensione drammatica con un controllo efficace delle dinamiche. La partitura di Tosca, costruita su una continua interazione fra gesto teatrale e commento sinfonico, trova così una lettura ordinata e coerente, capace di valorizzare tanto i momenti di intimità quanto le grandi esplosioni sonore.

Il Coro del Festival Puccini, preparato dal maestro Marco Faelli, offre una prova compatta, mentre il Coro di voci bianche, preparato da Sonia Franzese, completa con precisione la dimensione rituale del primo e del terzo atto. Al termine della recita, il pubblico tributa applausi calorosi a tutti gli interpreti e ai complessi impegnati nella produzione. Questa Tosca si presenta dunque come uno spettacolo solido e funzionale, che sceglie consapevolmente di non forzare il linguaggio del titolo e di affidare alla forza della partitura, alla qualità del cast e alla chiarezza della concertazione il compito di restituire tutta la potenza del dramma pucciniano. Una proposta nel complesso convincente, nella quale la tradizione rimane il principale punto di riferimento e la musica, ancora una volta, il vero centro dello spettacolo. (La recensione si riferisce alla recita di venerdì 21 agosto 2026)
Crediti fotografici: Giorgio Andreuccetti per il Festival Puccini di Torre del Lago Nella miniatura in alto: il soprano Chiara Isotton (Tosca) Sotto, in sequenza: Frencesco Meli (Cavaradossi); Chiara Isotton; Orlando Polidoro (Spoletta) con Ariunbaatar Ganbaatar (Scarpia); panoramica sul Te Deum finale del primo atto Al centro, in sequenza: Ariunbaatar Ganbaatar con Francesco Meli; Chiara Isotton con Francesco Meli; ancora Chiara Isotton con Francesco Meli e con Ariunbaatar Ganbaatar In fondo: panoramica sulla scena della fucilazione di Cavaradossi
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