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L'opera di Verdi su libretto di Salvatore Cammarano č andata in scena con successo a Trieste |
Un Trovatore in nero |
servizio di Rossana Poletti |
| Pubblicato il 01 Marzo 2026 |
TRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”. In scena al Teatro Verdi di Trieste l’allestimento de Il Trovatore, che è frutto della coproduzione con l’Opéra de Saint-Étienne/Città di Marsiglia-Opera, si veste di un cast stellare. Partendo dal principale protagonista Yusif Eyvazov che, folgorato da una diretta televisiva di Montserrat Caballé dal Bol'šoj, decise che la lirica sarebbe stata la sua vocazione. Sposato per dieci anni con Anna Netrebko, altro colosso dell’opera, e successivamente divorziati, continuano ad essere la coppia d’oro della lirica. La sala del teatro durante l’intervallo è animata da un commento che loda il tenore. Acclamato durante l’aria più famosa “Di quella pira”, non aveva mancato di farsi sentire ed applaudire già dall’inizio. Yusif Eyvazov non è solo una questione di voce, è energia allo stato puro che trasuda da tutta la sua figura e che regala a Manrico una personalità travolgente. La sua amata Leonora, il soprano Anna Pirozzi, è superlativa nel raggiungere le vette impervie per le quali conduce lo spartito verdiano, con un colore brillante e con una potenza capace di tenere testa alla forza espressiva di Eyvazov. La Fondazione lirica giuliana però con Il Trovatore riesce a strafare, porta sul palco il grande mezzosoprano triestino Daniela Barcellona, che affronta con la qualità della sua bella voce solida, morbida e seducente il ruolo della zingara Azucena. Chiude il quartetto il baritono Youngjun Park, da promessa sudcoreana a interprete ormai di tutto rilievo, che in questa messa in scena veste i panni del Conte di Luna.


Siamo al luglio del 1852, quando scoppia la notizia che Salvatore Cammarano è morto, lasciando il testo del Trovatore incompiuto. Tra Giuseppe Verdi e il librettista ci sono stati scambi epistolari colmi di aggiustamenti, incomprensioni, discussioni anche accese. Con il Rigoletto il compositore è uscito dagli “anni della galera”, si sente ora in grado di lavorare con maggior serenità e competenza, di provare nuove emozioni. La maturità gli porta la voglia di sperimentare altre vie. Cammarano, come ha ben descritto nel libretto si sala triestino per l'introduzione all’opera Francesco Bernasconi, non è ben disposto ai cambiamenti. Alla scomparsa di Cammarano, arriverà in soccorso a Verdi il poeta Leone Emanuele Bardare che accontenterà il compositore, rimaneggiando il testo e seguendo le volontà dettate dalla sua fantasia drammatica. Emerge un’opera sul solco della tradizione, ma indubbiamente ha già i segni dell’innovazione che Verdi ha in mente di attuare. Quello che colpisce nell’allestimento italo-francese è l’assenza di riferimenti storici nelle scene e costumi dell’opera. Grandi pareti scalcinate poste a caso per le carceri, velature nelle stanze del primo atto, tutto scompare nella torre scenica, lasciando intravvedere sul fondo una specie di steccato di legna, quella stessa su cui è stata arsa viva la madre di Azucena e su cui lei stessa morirà, gridando al Conte di Luna di essere proprio lui, il Conte, l'uccisore di Manrico, suo fratello. Così la vendetta di Azucena è compiuta. I costumi sono scuri, non hanno epoca, palandrane senza forma. L’unico colore è rappresentato dal lungo velo rosso di cui si cinge la zingara Azucena, che illuminato a giorno folgora il pubblico in una visione, di fuoco, sangue, passione e vendetta. Diego Méndez Casariego ne è l’artefice e si può dire che la spersonalizzazione di questi due importanti elementi dello spettacolo ne aumentino il fascino, anziché impoverirlo.



La regia di Louis Désiré e le luci di Patrick Méeüs assecondano la rappresentazione con la forza dei personaggi, del movimento delle masse, del coro degli zingari, diretto mirabilmente da Paolo Longo. Il basso Carlo Lepore, che interpreta il ruolo di Ferrando, ben tratteggia all’inizio il passato su cui si basa la vicenda, della zingara bruciata viva dal padre del Conte di Luna, il cui figlio fu rapito per vendetta da Azucena, crescendolo poi come suo, avendone per errore gettato nel fuoco il proprio. La scena è corroborata dalle teste di due giovinetti che sgusciano dal fondo delle sue vesti, facendo intendere il rapimento e lo scambio improvvido. Passato e presente si fondono nell’opera col compimento della vendetta finale quando appunto il conte ucciderà il rivale in amore Manrico, scoprendo di aver ammazzato il fratello, creduto morto nel rogo della vecchia strega. Ancora in evidenza l’Ines di Erika Zulikha Benato e il Ruiz di Andrea Binetti. E ancora Alessandro Di Domenico (un Messo) e Daniele Cusari (un Vecchio zingaro). Jordi Bernácer conduce con qualche incertezza negli attacchi l’Orchestra del lirico triestino, che come sempre si esprime al meglio in Verdi. Ottima prova del Coro del Teatro Verdi preparato da Paolo Longo. (la recensione si riferisce alla recita di venerdì 27 febbraio 2026)
Crediti fotografici: Fabio Parenzan per il Teatro Verdi di Trieste Nella miniatura in alto: il tenore Yusif Eyvazov (Manrico) Sotto, in sequenza: Yusif Eyvazov con Anna Pirozzi (Leonora); Daniela Barcellona (Azucena); il direttore Jordi Bernácer Al centro e sotto, in sequenza: panoramiche su scene e costumi e saluti finali del Trovatore andato in scena nel Teatro Verdi di Trieste
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