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L'illuminotecnica nella produzione torinese dell'opera di Chajkovskij gioca un ruolo... registico

Dama scolpita dalla luce

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 08 Aprile 2025

20250408_To_00_LaDamaDiPicche_MichailPirogov_phMattiaGaidoTORINO - Il Teatro Regio ha riportato in scena La dama di picche di Pëtr Il'ič Chajkovskij, in una nuova coproduzione con la Deutsche Oper di Berlino. L'opera si è rivelata un'autentica descente aux enfers, un'immersione nelle zone più oscure e tormentate dell'animo umano. L'allestimento, ideato da Graham Vick e portato a termine con sensibilità da Sam Brown, ha ampliato la portata del lavoro del predecessore, offrendo un'esplorazione lucida e spietata delle ossessioni che ci consumano.
Fin dalle prime scene lo spettatore viene proiettato in un'atmosfera onirica e perturbante. Dimenticata la solita San Pietroburgo da cartolina, quello che si dispiega davanti agli occhi dello spettatore è un paesaggio mentale claustrofobico, dominato da colori innaturali e da una pervasiva sensazione di straniamento. Persino il Giardino d'estate, tradizionalmente cuore pulsante della vita sociale, appare qui trasfigurato in un simulacro, allegoria di una realtà interiore distorta e inquietante.
In questo contesto, Hermann, figura già di per sé marginale ed esclusa, diviene l'emblema di una solitudine abissale: Chajkovskij sembra suggerire che l'inferno è soprattutto la solitudine dell'uomo di fronte al proprio destino.
Le scene ed i costumi di Stuart Nunn si distinguono per una notevole coerenza visiva e per la ricchezza di dettagli simbolici che arricchiscono la narrazione. La scena fonde con audacia elementi di un presente alienato, fatto di geometrie fredde e luci al neon, con reminiscenze di un Settecento decadente, quasi rococò, ma filtrato attraverso una lente distorta e a tratti grottesca.

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I bambini-soldato, automi in miniatura nel primo quadro, incarnano una feroce critica all'indottrinamento e all'omologazione, prefigurando l'emarginazione e la disumanizzazione del protagonista. Le fotografie di Liza, moltiplicate ossessivamente come in un museo privato, diventano la rappresentazione tangibile di un amore che da passione si trasforma in morboso possesso, in una vera e propria ossessione totalizzante. Il suicidio di Liza si configura come un momento di teatro puro, una scena di struggente intensità che si imprime indelebilmente nella memoria dello spettatore. La drammatica sequenza, articolata su diversi livelli spaziali – la banchina, il ponte, le scalinate – sottolinea la distanza incolmabile tra i due protagonisti, prigionieri di mondi interiori inconciliabili. Hermann, ormai completamente consumato dalla sua ossessione per il gioco e per il feticcio delle carte, è sordo al richiamo dell'amore, mentre Liza, intrappolata in un destino tragico, cerca invano una redenzione impossibile, un modo per sfuggire al tragico fato che incombe su di lei. Se l'impianto registico si distingue per la sua indubbia forza espressiva, non tutto però convince pienamente: il ballo in maschera, trasformato in un'orgia esplicita, rischia di appesantire un momento già di per sé potente. Qui il Settecento pop, evocato attraverso eccentriche parrucche e luci stroboscopiche, suggerisce efficacemente il delirio collettivo, ma l'esplicita rappresentazione della sessualità introduce una nota di pesantezza - ai limiti di una volgarità non necessaria - che incrina parzialmente l'equilibrio complessivo. Si tratta, tuttavia, di una concessione isolata in un disegno registico che si distingue per lucidità e compattezza.

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Un plauso particolare merita il lavoro di Linus Fellbom sul fronte illuminotecnico. La luce, in questo allestimento, non è un semplice elemento scenografico, ma diviene un vero e proprio linguaggio emotivo che isola, scolpisce e divide. È la luce a separare inesorabilmente Hermann dalla festosa vitalità della società che lo circonda, a moltiplicare l'immagine della Contessa, rendendola una presenza ossessiva e pervasiva.
In questo modo, la regia si fa acuta indagine dell'inconscio, con tutte le sue reincarnazioni, le sue proiezioni e i suoi inquietanti ritorni. La forza di questo allestimento, a mio avviso, risiede nella sua capacità di essere fedele non alla lettera, ma allo spirito più profondo dell'opera chajkovskijana.
La dama di picche non è semplicemente una storia gotica o un'opera di un compositore sull'orlo di una crisi nervosa, è una tragedia simbolista che anticipa temi cruciali come l'alienazione dell'individuo nella società moderna, la dipendenza patologica e la paura dell'irrilevanza. È la storia di un uomo che tenta di piegare il caso al proprio volere e che viene inesorabilmente travolto dalla necessità.
Le tre carte, inizialmente percepite come promessa di potere e ricchezza, si trasformano ben presto in uno strumento di dannazione.
La Contessa – madre, amante, regina, spettro – incarna la figura ineluttabile del destino.
E la musica struggente e appassionata di Čajkovskij ci accompagna in questo viaggio nel cuore della tenebra.
Al termine della rappresentazione lo spettatore è pervaso da un senso di vertigine e di vuoto. Hermann, immobile nella sua rovina, è l'immagine desolante che ci portiamo via dal teatro: un uomo che ha perso tutto e che, in fondo, non ha mai posseduto nulla di veramente significativo. Diventiamo quindi testimoni impotenti di questa tragedia, ci scopriamo inquieti e turbati nel profondo, toccati da un'opera che non offre facili consolazioni ma che ci costringe a confrontarci con le nostre fragilità e le nostre paure più recondite.
La dama di picche è un esempio emblematico della straordinaria capacità di Chajkovskij di fondere in modo originale tradizione e innovazione. Accanto a evidenti richiami al classicismo mozartiano, che si manifestano soprattutto nelle scene di corte e nei balli, emergono soluzioni armoniche di grande audacia e una scrittura orchestrale densa e poliedrica. L'uso sapiente dei leitmotiv per rappresentare i tormenti interiori di Hermann e l'ineluttabilità del destino si rivela particolarmente efficace: il tema della Contessa, ad esempio, ritorna ciclicamente, sottolineando la presenza costante e opprimente della sua figura nella psiche del protagonista, quasi un'ossessione che lo divora dall'interno.
Sul podio il giovane maestro Valentin Uryupin si conferma direttore d'orchestra di razza, guidando l'Orchestra e il Coro del Teatro Regio di Torino con una lettura appassionata e rigorosa della partitura chajkovskijana. Uryupin si dimostra interprete raffinato e profondo, capace di accendere la miccia emotiva della partitura, esplorando ogni anfratto e rivelando sonorità particolari e preziose. La sua direzione non si limita a una corretta esecuzione ma scava nei meandri della composizione, evidenziando la modernità di un'opera che, pur radicata nella tradizione, sperimenta audacemente con il linguaggio musicale. L'agogica, sempre appropriata, asseconda con naturalezza le tensioni drammatiche e i momenti di lirismo struggente, conferendo alla narrazione un ritmo incalzante e coinvolgente. L'equilibrio che Uryupin instaura tra le diverse sezioni orchestrali è mirabile: gli archi vibranti, i fiati incisivi e le percussioni pulsanti concorrono a creare un tessuto sonoro ricco di sfumature cangianti, che sostiene e amplifica le voci dei cantanti esaltandone le qualità espressive.
Anche il coro, preparato con grande precisione dal M° Ulisse Trabacchin, si inserisce perfettamente in questo affresco musicale, contribuendo con la sua potenza espressiva a delineare il senso di fatalità ineluttabile che incombe sui protagonisti. Ottimo anche il coro delle voci bianche preparato e diretto dal M° Claudio Fenoglio.

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Nel ruolo di Hermann il tenore Michail Pirogov offre un'interpretazione intensa e tormentata, dando voce alle ossessioni del personaggio con una vocalità potente e ricca di sfumature espressive. Pirogov non si limita a cantare il ruolo ma lo vive visceralmente, trasmettendo al pubblico ogni sfumatura del proprio tormento interiore. La sua voce, ricca di armonici e di una potenza che sembra non conoscere limiti, è capace di passare dal lirismo più struggente a esplosioni di rabbia e disperazione con una naturalezza disarmante. Delinea con precisione la parabola discendente del protagonista, dalla passione amorosa e dalla speranza di una vita migliore alla follia autodistruttiva e alla consapevolezza del fallimento. Ogni gesto, ogni sguardo, ogni inflessione della voce contribuisce a costruire un ritratto di un uomo dilaniato dalle proprie contraddizioni, schiacciato da un destino ineluttabile. Il suo Hermann non è solo un folle ma un essere umano complesso e tragico, capace di suscitare nello spettatore ora pietà, ora repulsione, ma sempre un profondo coinvolgimento emotivo conferendo al personaggio una statura tragica di grande impatto emotivo.
Zarina Abaeva, nei panni di Liza, incarna con grazia e sensibilità la fragilità e l'innocenza della giovane donna, divisa tra amore e senso del dovere. Se la sua vocalità, a mio avviso, non è ancora del tutto matura per affrontare appieno le sfumature più drammatiche del ruolo, l’Abaeva sa risolvere comunque con grande professionalità i passaggi più intensi e drammatici, dimostrando musicalità ed intonazione impeccabili. La sua interpretazione attoriale di contro rivela una notevole maturità artistica, che le consente di delineare con efficacia il tormento interiore del personaggio e la sua struggente umanità.
Lungi dall'essere la decrepita figura descritta dal libretto, la Contessa di Jennifer Larmore si rivela una vera diva cinematografica. L'intuizione registica, che la dipinge come un incrocio tra Ute Lemper e Marlene Dietrich, esalta la sua presenza scenica. La Larmore, con la sua voce scura e piena, dal timbro inconfondibile, potente e sostenuto, cesella ogni sfumatura del personaggio. Si percepisce in ogni gesto e sguardo l'eco di un passato glorioso, di una bellezza che ha sedotto e dominato, e che ora, nel crepuscolo della vita, si trasforma in un'arma di seduzione e potere. La Larmore incarna i capricci di una gran dama annoiata. Non è solo la voce a sedurre, ma l'intera presenza scenica: il portamento altero, lo sguardo intenso e penetrante, l'arte di ammaliare con un gesto, un sorriso, una parola sussurrata. In questa Contessa il declino fisico è trasceso da una forza interiore indomita che la rende ancora più pericolosa e affascinante.
Accanto alla triade dei protagonisti il resto del cast non è da meno. Il baritono Elchin Azizov conferisce al Conte Tomskij  un'eleganza vigorosa e una presenza scenica incisiva. Il Conte Tomskij è un personaggio chiave nell'economia dell'opera, non solo per il suo ruolo di confidente e consigliere del protagonista ma anche per la sua capacità di incarnare l'aristocrazia russa del tempo. Azizov, con la sua presenza scenica imponente e la sua voce ricca di sfumature, riesce a delineare un ritratto complesso e affascinante di questo nobile. La sua eleganza non è solo esteriore, fatta di gesti raffinati e portamento altero, ma anche interiore, frutto di una profonda consapevolezza del proprio status e del proprio ruolo nella società. La sua interpretazione sottolinea come Tomskij sia, in fondo, l'antitesi di Hermann: un uomo perfettamente integrato nel suo mondo, sicuro di sé e del proprio fascino, ma anche capace di una certa qual spietatezza e di un cinismo disincantato.
Vladimir Stoyanov, nel ruolo del Principe Eleckij, tratteggia un personaggio dall'eleganza malinconica, lasciando trasparire la purezza del suo amore per Liza. In questo contesto, è doveroso sottolineare come Stoyanov gestisca il ruolo con una vocalità sempre a fuoco, grande eleganza di fraseggio, legato impeccabile e intonazione perfetta, qualità che contribuiscono a delineare un ritratto di nobiltà d'animo e di sincero affetto.
Il mezzosoprano Deniz Uzun offre una performance raffinata nel ruolo di Polina, amica di Liza, impreziosendo la scena con il suo timbro vellutato e la sua musicalità espressiva.

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Completano efficacemente la compagnia di canto Ksenia Chubunova (la Governante), Alexey Dolgov (Chekalinskij), Joseph Dahdah (Chaplickij e il Maestro di cerimonie), Irina Bogdanova (Maša), Vladimir Sazdovski (Surin), Viktor Shevchenko (Narumov) e Luca Degrandi (la voce bianca del Piccolo comandante), tutti allineati su un livello di eccellenza che testimonia la cura e l'attenzione dedicate alla realizzazione di questa produzione.
Teatro gremito in ogni ordine e grado; applausi sentiti per tutti.
(La recensione si riferisce alla recita di domenica 6 aprile 2025)

Crediti fotografici: Mattia Gaido per il Teatro Regio di Torino
Nella miniatura in alto: il tenore Michail Pirogov (Hermann)
A centro, in sequenza: ancora Michail Pirogov; Zarina Abaeva (Liza); Jennifer Larmore (Contessa); scena con i tre protagonisti principali
Sotto, in sequenza: panoramiche sui più significativi quadri della Dama di picche di Chajkovskij e sulle luci dell'allestimento torinese curate da Linus Fellbom






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