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Il Teatro Carlo Felice ha riproposto l'allestimento del 2019 ideato da Teatrialchemici |
Cavalleria rusticana con alti e bassi |
servizio di Simone Tomei |
| Pubblicato il 24 Novembre 2025 |
GENOVA - Ritornare a Cavalleria rusticana al Teatro Carlo Felice significa ripercorrere una strada ormai consolidata con l’allestimento firmato dalla compagnia Teatrialchemici, Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi, con scene di Federica Parolini, costumi di Agnese Rabatti e luci di Luigi Biondi. Un progetto che ho già seguito da vicino in due occasioni nel 2019, prima a Firenze e poi, in un curioso gioco di risonanze, proprio qui a Genova. Già allora avevo rilevato come questa lettura, pur nutrita da dichiarate ambizioni identitarie, mostrasse una certa distanza dalla concretezza verghiana, quella Sicilia tangibile in cui il dramma affonda le sue radici antropologiche. Le note di regia insistevano sull’evocazione «... dello spazio fisico di un antico teatro trasformato dal tempo di cui qui non rimane che un semicerchio a due scalini sovrastato da edifici stratificati nei secoli ...» parlando di una «... città di carta vulnerabile ed effimera che vive solo grazie alla verità delle relazioni umane.» Una prospettiva dichiaratamente metaforica, che trasforma la piazza siciliana in una sorta di teatro nel teatro: «lo spazio chiuso dell’orchestra si è adesso evoluto nella piazza aperta, il luogo per eccellenza in cui si agisce, teatro del mondo in cui si riversano passioni pubbliche e private.» Una visione suggestiva, certo, ma che fin dal 2019 appariva in contrasto con l’essenzialità verghiana, fondata non su simboli o archetipi, bensì su una precisa geografia umana, fatta di codici, riti e contraddizioni di un Sud storicamente determinato. A ciò si aggiungeva la volontà dei registi di intervenire sulla tradizione rituale: «... abbiamo mescolato le varie Settimane Sante siciliane, creando un rito del tutto originale.»
   

Una scelta che, più che ampliare la prospettiva, sembrava smarrirne le matrici, generando uno scarto culturale percepibile fra intenzione e risultato scenico. Alla prova odierna del Carlo Felice quelle impressioni riaffiorano con nitidezza: la poetica della rarefazione, la città di carta, la Sicilia reinventata secondo categorie quasi atemporali producono un’immagine scenica che, pur coerente con la linea poetica degli autori, si colloca ancora una volta a distanza da quella dimensione viscerale e concreta che Cavalleria rusticana esige per propria natura.



Passando agli interpreti, si osserva un quadro di luci e ombre. La Santuzza di Veronica Simeoni scenicamente appare quasi trasfigurata dal dolore, con gesti a tratti maniacali e talvolta esagerati: l’impressione è talvolta quella di una Azucena verdiana piuttosto che di una giovane siciliana svergognata e tradita nell’onore. Vocalmente emergono alcune criticità nella zona acuta del rigo, dove il suono si avvicina al registro sopranile e risulta spesso forzato, mentre la zona grave appare talvolta priva di corpo e consistenza, perdendo efficacia nelle invettive più cruente. Il canto rimane inoltre su un volume costantemente elevato, senza variazioni dinamiche che ne evidenzi sfumature e intenzioni particolari. Nino Chikovani (Lola) mostra una vocalità apparentemente brunita che però si traduce talvolta in suoni forzati e intubati, risultando ovattati e artificialmente scuri. Turiddu è Luciano Ganci: si distingue per un timbro vigoroso, potente e squillante, con un canto mai forzato e sempre equilibrato. La voce mantiene uniformità anche nelle salite all’acuto con fraseggio e legato impeccabili; la scelta di alleggerire l’emissione contribuisce a restituire un personaggio poco stereotipato, credibile e autentico, mentre la presenza scenica è sicura e naturale. Gezim Myshketa (Alfio) è un uomo tradito interpretato con autorevolezza e padronanza di palcoscenico. Talvolta tende a non curare completamente la morbidezza dell’emissione con qualche suono più sgarbato, ma complessivamente il ruolo risulta convincente. Il timbro è solido, la dizione chiara e la linea vocale incisiva. Manuela Custer si conferma un vero lusso per il ruolo di Mamma Lucia per carisma, appeal e vocalità sempre a fuoco, imponendosi con naturale autorità scenica e musicale.Sul podio il M° Davide Massiglia interpreta Mascagni con una carica vitale che imprime all’orchestra una presenza sonora immediata e potente. La sua lettura privilegia il pathos e il vigore drammatico, mettendo in risalto la ricchezza timbrica dell’orchestra e sfruttando appieno la gamma dinamica disponibile. Nei passaggi lirici l’orchestra si muove con respiro naturale e fraseggio cesellato, mentre nei momenti di tensione la compattezza dei fiati e degli archi restituisce un impatto sonoro quasi fisico, avvolgente e coinvolgente. Particolarmente memorabile è l’ Intermezzo, che si eleva come pura poesia musicale: ogni nota sembra sospesa nel tempo e il fraseggio delicato degli archi crea un’atmosfera di struggente bellezza, in cui tensione e introspezione si fondono con un lirismo perfetto. La direzione di Massiglia evita ogni compiacimento estetico fine a se stesso: ogni scelta è al servizio della narrazione e delle emozioni dei personaggi. Quando l’orchestra trova la piena coesione il suono del Carlo Felice esplode con straordinaria chiarezza e profondità, confermando la forza del teatro e la capacità del maestro di trasmettere al pubblico sia l’intimità del dramma sia l’energia bruciante del finale. Il Coro, preparato dal M° Claudio Marino Moretti, viene presentato con un’idea scenica efficace: è il direttore stesso ad assumere in scena la figura del sacerdote che guida i canti rituali davanti alla chiesa. Questa scelta conferisce al gruppo un ruolo drammaturgico preciso e coerente, fondendo la funzione liturgica con l’accuratezza vocale necessaria a sostenere l’impianto musicale, e creando un risultato suggestivo e credibile. Un teatro molto affollato ha tributato ovazioni sentite per tutti.

(La recensione si riferisce alla recita di sabato 22 novembre 2025)
Crediti fotografici: Ufficio stampa del Teatro Carlo Felice di Genova Nella miniatura in alto: Il mezzosoprano Manuela Custer (Mamma Lucia) Sotto, in sequenza: Veronica Simeoni (Santuzza); Nino Chikovani (Lola); Luciano Ganci (Turiddu); Gezim Myshketa (Compare Alfio); Gezim Myshketa, Luciano Ganci, Veronica Simeoni; panoramica sull'allestimento Al centro, in sequenza: Veronica Simeoni; la Simeoni con Luciano Ganci e con Manuela Custer; Gezim Myshketa con Luciano Ganci (di spalle); In fondo: altre panoramiche sull'allestimento
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