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La regista Marina Bianchi disegna il lavoro verdiano come un grande affresco tragico |
Trovatore opera di passioni estreme |
servizio di Simone Tomei |
| Pubblicato il 25 Gennaio 2026 |
GENOVA - All'interno della stagione lirica 2025-2026 del Teatro Carlo Felice Il trovatore di Giuseppe Verdi torna in scena come uno dei titoli più emblematici e, al tempo stesso, più problematici del repertorio ottocentesco. Opera di passioni estreme, di memorie che divorano il presente e di un destino che si compie attraverso il sangue e il fuoco, rappresenta forse il vertice della dimensione notturna e ossessiva del teatro verdiano, collocandosi in quella straordinaria triade creativa che lo vede incastonato tra Rigoletto e La traviata. Ambientato in una Spagna cupa e lacerata da conflitti dinastici, il dramma verdiano si fonda su una struttura narrativa fortemente “raccontata”: la vicenda avanza per rievocazioni, memorie traumatiche e confessioni, più che per azioni lineari. Ferrando, Azucena, Manrico stesso sono portatori di un passato che incombe costantemente sul presente rendendo l’opera un grande meccanismo tragico in cui l’identità è fragile, la verità sfuggente e il tempo circolare. Centrale è la figura di Azucena, autentico perno drammatico dell’opera, personaggio “strano e nuovo” come lo definì Verdi, dominato da due passioni non convenzionali per l’opera romantica: l’amore filiale e l’amore materno, entrambi destinati a trasformarsi in distruzione. In questo contesto si inserisce la regia di Marina Bianchi riproposta dopo la precedente edizione del 2019 che legge Il trovatore come un grande affresco tragico dove la dimensione epica convive con una forte tensione interiore. Il fuoco, elemento reale e simbolico, ossessivamente presente nel libretto e nella partitura, diventa la chiave visiva e concettuale dell’intero impianto scenico: metafora di una passione che consuma i personaggi e ne guida le azioni, ma anche segno di una condanna ineluttabile che attraversa generazioni e legami di sangue. La scena si concentra sui rapporti di forza, sulle ossessioni individuali e sul peso del destino restituendo un clima costantemente teso in cui ogni gesto sembra già inscritto in un disegno tragico più grande. In questo quadro risultano coerenti le scene di Sofia Tasmagambetova e i costumi di Pavel Dragunov che contribuiscono a definire uno spazio drammatico essenziale ma evocativo, e particolarmente efficaci le luci di Luciano Novelli capaci di modellare l’azione in una gamma cromatica scura, dominata da ombre, bagliori e improvvise accensioni luminose in sintonia con la natura notturna dell’opera.


Se è possibile avanzare una riserva, va segnalato come in alcuni momenti - in particolare nel racconto di Ferrando e nel duetto Azucena-Manrico - l’inserimento di elementi scenici o movimenti accessori finisca per distrarre l’attenzione dall’essenza musicale e drammaturgica della scena, senza apportare un reale valore aggiunto alla narrazione. Si tratta tuttavia di episodi circoscritti che non compromettono l’impianto complessivo di una lettura che rimane sostanzialmente rispettosa del testo e della musica. Nel complesso la visione di Marina Bianchi si muove entro i confini di un classicismo consapevole che non tradisce mai il discorso drammaturgico e musicale verdiano. L’unico vero elemento di dinamismo visivo di forte impatto è rappresentato dai suggestivi movimenti guerreschi ideati dal maestro d’armi Corrado Tomaselli, eseguiti con precisione e coerenza dai mimi e dai figuranti che restituiscono con efficacia il clima di violenza latente e di conflitto permanente che attraversa l’opera. Sul versante musicale la direzione del M° Giampaolo Bisanti si impone come uno dei punti di maggiore solidità dell’intera produzione. La sua lettura si muove con sicurezza tra rigore stilistico e tensione drammatica senza mai perdere di vista né la struttura verdiana né le esigenze della messa in scena. Il gesto è netto, controllato e l’Orchestra della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova risponde con un suono compatto, luminoso, spesso tagliente, capace di restituire quella qualità “bruciante” che attraversa la partitura. Bisanti costruisce un arco narrativo incalzante sostenuto da un ritmo serrato e da un uso sapiente dei colori orchestrali che non scivola mai nell’enfasi gratuita. Particolarmente apprezzabile è l’equilibrio costante tra buca e palcoscenico: l’attenzione al dettaglio orchestrale non si traduce mai in prevaricazione sulle voci che vengono sempre accompagnate e sostenute con intelligenza e misura. Ne risulta una concertazione generosa e partecipe. Nel ruolo del Conte di Luna Ariunbaatar Ganbaatar mette in campo una vocalità di notevole consistenza e volume sorretta da uno strumento di indubbia qualità. Tuttavia l’interpretazione tende a privilegiare la forza sonora a discapito di una più approfondita cesellatura espressiva: il personaggio, figura tragicamente complessa e lacerata, avrebbe giovato di maggiori sfumature dinamiche e di un lavoro più incisivo sulle mezze tinte e sulle inflessioni intime che restano talvolta sacrificate.



Di segno opposto la Leonora di Erika Grimaldi, autentico fulcro emotivo della serata. L’interprete domina il ruolo con piena consapevolezza tecnica e profonda adesione drammatica: il canto è sempre sorvegliato, il fraseggio curatissimo, la linea vocale modellata con intelligenza e sensibilità. Il soprano astigiano restituisce una Leonora viva, vibrante, capace di unire slancio lirico e sofferta interiorità. L'aria "D’amor sull’ali rosee" si impone come uno dei momenti più alti della recita per controllo del fiato, purezza dell’emissione e intensità espressiva, ma è l’intera costruzione del personaggio a risultare esemplare per coerenza e profondità. Clémentine Margaine, nei panni di Azucena offre una prova di forte impatto scenico: presenza magnetica, istinto teatrale e una fisicità che ben si accorda alla natura ferina e tormentata del personaggio. Vocalmente lo strumento mostra una notevole potenza e luminosità nella zona acuta, mentre il registro grave appare meno omogeneo, con un’emissione di petto talvolta opaca e qualche incertezza d’intonazione. Il risultato è un’Azucena incisiva sul piano drammatico, ma non sempre pienamente risolta nel difficile equilibrio tra voce e parola. Fabio Sartori, Manrico di lunga esperienza, affronta il ruolo con l’autorevolezza del veterano. La voce conserva ampiezza, squillo e una cavata generosa, elementi che ben si prestano al profilo eroico del personaggio. Privilegia un canto diretto, franco, sostenuto da un’emissione solida e da un temperamento che non rinuncia allo slancio, offrendo un personaggio coerente, energico e riconoscibile. Ottima la prova di Simon Lim come Ferrando che fin dall’inizio cattura l’attenzione grazie a una vocalità sonora, ben proiettata e a una dizione chiara, sempre funzionale alla narrazione. Il racconto iniziale, momento cruciale dell’opera, è reso con efficacia e senso teatrale. Tra i ruoli di fianco, si segnala la Ines di Irene Celle, voce fresca e ben timbrata e il Ruiz di Manuel Pierattelli, efficace e puntuale. Corretti e ben inseriti nel contesto anche Maurizio Raffa nel Messo e Loris Purpura come Vecchio zingaro.

Di alto livello la prestazione del Coro del Teatro Carlo Felice di Genova, preparato dal M° Claudio Marino Moretti, particolarmente solido nella sezione maschile, compatta, sicura e di grande impatto drammatico, elemento imprescindibile nella resa complessiva. Ovazioni per tutti da un teatro piuttosto gremito. (La recensione si riferisce alla recita di venerdì 23 gennaio 2026)
Crediti fotografici: Marcello Orselli per il Teatro Carlo Felice di Genova Nella miniatura in alto: il tenore Fabio Sartori (Manrico) Al centro, in sequenza: Clémentine Margaine (Azucena); Ariunbaatar Ganbaatar (Conte di Luna); Erika Grimaldi (Leonora); Fabio Sartori (Manrico) Sotto: panoramiche di Marcello Orselli su scene e costumi
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