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Il dramma musicale di Richard Wagner entusiasma il pubblico del Teatro Carlo Felice

Tristan un Isolde viaggio nell'amore

servizio di Nicola Barsanti

Pubblicato il 15 Febbraio 2026

20260215_Ge_00_TristanUndIsolde_DonatoRenzettiGENOVA - Applausi lunghi e calorosi accolgono, venerdì 13 febbraio 2026, il debutto del titolo più atteso e impegnativo della stagione 2025-2026 del Teatro Carlo Felice di Genova: Tristan und Isolde di Richard Wagner. Quasi cinque ore di musica e vertigine emotiva che scorrono come un unico respiro, dissolvendo il tempo e lasciando lo spettatore sospeso in "quell'interminabile anelito" che è la cifra stessa dell’opera.
Per comprendere Tristan und Isolde occorre tornare agli anni in cui Wagner vive una delle stagioni più tormentate della propria esistenza. È il periodo dell’amore impossibile per Mathilde Wesendonck, sentimento ardente e inconfessabile che si traduce in una tensione artistica senza precedenti. Wagner interrompe la composizione dell’ Anello del Nibelungo per dedicarsi a questo dramma che non è più epopea mitica, ma abisso interiore.
Dal poema cavalleresco di Gottfried von Strassburg nasce un libretto che scardina le convenzioni sociali e trasforma l’amore in desiderio assoluto, in pulsione che trova compimento solo oltre la vita.
Il celebre “accordo di Tristano”, già nel Preludio, inaugura un linguaggio armonico radicale, cromatico, sospeso, privo di risoluzione: una ferita sonora che non si rimargina se non nella Verklärung, la Trasfigurazione finale, il Liebestod.
Il tema d’amore, insinuato e poi dilatato lungo l’intera partitura, trova nel Mild und leise conclusivo la propria sublimazione: la morte non è annientamento, ma dissoluzione estatica, compimento di un’unione che il giorno – simbolo della realtà e della norma – non consente. La notte, invece, è verità, autenticità, eternità.
L’allestimento del Teatro Carlo Felice, con la regia di Laurence Dale e le scene e i costumi firmati da Gary McCann, sceglie un impianto scenico sostanzialmente fisso ma altamente simbolico: due porzioni di semisfere contrapposte, quella superiore sospesa a specchio sopra quella inferiore, adagiata su un piano obliquo e ruotante.
Questa struttura crea un universo sdoppiato, quasi cosmico, dove alto e basso, luce e ombra, giorno e notte si riflettono in un perpetuo disequilibrio. Le proiezioni video curate da Leandro Summo arricchiscono la scena con effetti che suggeriscono il mare, il viaggio, l’instabilità degli orizzonti e, soprattutto, il tormentato mondo interiore dei due amanti.

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Le luci di John Bishop scolpiscono lo spazio con tagli netti e atmosfere notturne di grande suggestione, anche se in alcuni momenti l’eccessiva penombra sacrifica leggermente la leggibilità scenica.
I costumi, anch’essi di Gary McCann, risultano efficaci e coerenti: linee essenziali, cromie studiate, una cifra estetica che dialoga con l’astrazione dell’impianto scenico.
La presenza di mimi e figuranti contribuisce a dare corpo alla dimensione simbolica, popolando la scena di presenze che amplificano il senso di destino ineluttabile.
La regia di Laurence Dale si muove in una dimensione controllata, quasi rarefatta. Se da un lato la coerenza formale è evidente, dall’altro si avverte talvolta una certa mancanza di trasporto passionale: Tristano e Isotta, soprattutto nel grande duetto del secondo atto ("O sink hernieder, Nacht der Liebe"), sembrano trattenere quell’ardore viscerale che dovrebbe incendiare la scena – e ciò colpisce ancor più in un fine settimana dedicato a San Valentino.
Di grande efficacia, invece, l’idea conclusiva: dopo la morte di Isotta, Tristano compie simbolicamente la propria trasfigurazione e la raggiunge, abbracciandola da dietro in un gesto che suggella l’amore eterno. Un’immagine poetica e potente che rimane impressa.
Sul versante vocale, Tilmann Unger (Tristan) affronta un ruolo impervio con uno strumento saldo e una buona facilità nell’ascesa all’acuto. Tuttavia, timbro e proiezione non risultano sempre pienamente convincenti, e il fraseggio potrebbe beneficiare di maggiore cesello, specie nei lunghi monologhi del terzo atto ("Die alte Weise"). La presenza scenica, però, funge da bilanciamento, conferendo al personaggio una credibile tensione drammatica.
Soonjin Moon-Sebastian, chiamata a sostituire all’ultimo momento la prevista Marjorie Owens nel ruolo di Isotta, sorprende fin dall’ingresso con un suono chiaro e al contempo impetuoso. Le doti vocali emergono con evidenza nel racconto iniziale e nel grande duetto del secondo atto. Nei punti più acuti, tuttavia, il vigore tende talvolta a calare, e anche alcuni filati risentono di una certa instabilità. Ciò non le impedisce di conquistare il pubblico genovese e di affrontare con intensità il Liebestod, leggermente calante nel culmine ma sostenuto da una presenza scenica magnetica e coinvolgente.
Strepitosa la Brangäne di Daniela Barcellona: il suono è ampio, perfettamente proiettato, di grande intensità drammatica. Ogni accento è curato, ogni frase scolpita con intelligenza musicale, e il celebre richiamo dalla torre nel secondo atto risuona con una tensione che attraversa l’intera sala.
Il König Marke di Evgeny Stavinsky colpisce per lo strumento possente e il legato avvolgente. Il suo monologo del secondo atto è intriso di autorevolezza ma anche di compassione, incarnando un sovrano tradito che arriva troppo tardi per comprendere il destino che si compie davanti ai suoi occhi.
Ottimo il Kurwenal di Nicolò Ceriani, vocalmente saldo e scenicamente partecipe, capace di restituire la fedeltà dolorosa del personaggio, soprattutto nel terzo atto.
Bene anche i comprimari Saverio Fiore (Melot), Andrea Schifaudo (Ein Seemann / Ein Hirt) e Matteo Peirone (Ein Steuermann), puntuali e musicalmente affidabili.

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Se Wagner assegna all’orchestra un ruolo pari – se non superiore – a quello delle voci, qui essa emerge come protagonista assoluta.
Sotto la guida del Maestro Donato Renzetti, l’Orchestra del Teatro Carlo Felice dispiega una lettura vibrante, coinvolgente, capace di sostenere la tensione per l’intero arco drammatico.
Il Preludio si snoda con respiro ampio, il cromatismo si fa febbrile, le ondate sonore travolgono senza mai perdere chiarezza. Renzetti governa la partitura con gesto saldo e trasmissivo, restituendo tutta l’intensità emotiva di queste pagine in cui l’anima di Wagner trasuda in ogni battuta.
Ottimamente istruito il Coro del Teatro Carlo Felice dal Maestro Claudio Marino Moretti, compatto e preciso nei suoi interventi.
Ovazioni concludono una serata lunghissima, quasi cinque ore, che scorrono come un unico battito del cuore. Il pubblico lascia la sala con l’impressione di aver attraversato un’esperienza più che uno spettacolo: un viaggio nella notte dell’amore, tra dolore e speranza, dove la morte non è fine ma trasfigurazione.
E mentre l’eco del Liebestod ancora vibra nell’aria, resta la sensazione che, per una sera, Genova abbia navigato oltre il tempo – con i cuori colmi d’amore e di infinito.
(La recensione si riferisce alla recita di venerdi 13 febbraio 2026)

Crediti fotografici: Marcello Orselli per il Teatro Carlo Felice di Genova
Nella miniatura in alto: il direttore Donato Renzetti
Sotto, in sequenza:
Evgeny Stavinsky (König Marke); Tilmann Unger (Tristan) e Soonjin Moon-Sebastian (Isolde); panoramica sull'allestimento
In fondo: ancora Tilmann Unger e Soonjin Moon-Sebastian






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