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Replica nel Gran Teatro all'aperto di Torre del Lago della quarta opera di Giacomo Puccini |
La bohème disegnata da Scola |
servizio di Simone Tomei |
| Pubblicato il 08 Agosto 2025 |
TORRE DEL LAGO (LU) - Tra i capolavori pucciniani La Bohème occupa un posto di privilegio per la sua capacità di fondere realismo e poesia, leggerezza giovanile e dramma struggente. Dal debutto del 1º febbraio 1896 al Teatro Regio di Torino, sotto la bacchetta di un giovane Arturo Toscanini, questo dramma lirico in quattro quadri - tratto dalle Scènes de la vie de Bohème di Henri Murger, con libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa - ha saputo conquistare il pubblico con una scrittura musicale cesellata nei dettagli, un’umanità vivida e una tensione drammatica che attraversa ogni pagina. La vita precaria degli artisti parigini, tra amicizie, amori e miseria, è raccontata da Puccini con un equilibrio perfetto tra comico e tragico, intimo e corale. Il Festival Pucciniano di Torre del Lago ha riproposto, per la terza e ultima volta in stagione, l’allestimento creato da Ettore Scola nel 2014 e ripreso da Marco Scola Di Mambro. La produzione ha confermato il successo e la solidità di un'idea registica che rimane valida nella sua impostazione: un concept classico e sobrio, immerso in una Parigi ottocentesca evocata con fedeltà e poesia, filtrata attraverso la sensibilità cinematografica e intimista del grande regista. La scenografia imponente di Luciano Ricceri, con la sua struttura centrale girevole, ha caratterizzato con efficacia i diversi atti permettendo transizioni fluide, mentre i costumi eleganti di Cristiana Da Rold e le luci di Valerio Alfieri hanno contribuito a restituire un impianto visivo coerente e denso di atmosfera. La scena si è così rivelata una cornice ideale per la narrazione, mai invasiva eppure profondamente immersiva.

Tuttavia in questa ripresa del 2025 - in occasione della recita cui ho assistito - la gestione scenica ha mostrato alcune crepe. Le interazioni tra i personaggi sono risultate spesso deboli e i momenti di vuoto scenico hanno punteggiato arie e duetti fondamentali. Il primo atto, cruciale per la definizione dei rapporti tra i protagonisti, è apparso povero di tensione emotiva, talvolta non in sintonia con quanto prescritto dal libretto. Anche il secondo atto, tradizionalmente esuberante e vivace, ha mostrato una staticità diffusa, con un coro relegato a mera funzione vocale piuttosto che drammaturgica, bloccato in un immobilismo visivamente imbarazzante, privando la scena del brio che le è proprio. Queste fragilità sembrano derivare da una preparazione disomogenea, dove i veterani del cast hanno mostrato maggior agio e padronanza dello spazio, mentre altri interpreti apparivano alla ricerca di un proprio equilibrio sulla scena. Il lavoro di Marco Scola Di Mambro, pur accurato nel mantenere intatto l'impianto originario del nonno, avrebbe forse richiesto una maggiore vivacità teatrale e un apporto più incisivo nella costruzione delle relazioni sceniche. Ne è derivata una frammentazione nella coesione attoriale, che ha penalizzato la fluidità dell'insieme. L'idea di fondo resta solida ma la sua realizzazione concreta ha risentito di una mancata omogeneità interpretativa, a conferma che anche il miglior progetto artistico ha bisogno di continuità e approfondimento in fase di esecuzione. Sul podio il M° Gaetano Soliman - subentrato all’ultimo momento all’indisposto Piergiorgio Morandi - ha proposto una lettura lenta e poco incisiva. Fin dall’attacco i tempi dilatati hanno generato scollature evidenti tra palcoscenico e buca, rallentando il respiro teatrale. Nel corso della recita - dopo l’aria del primo atto del tenore -, si è levato dal pubblico un commento ironico e provocatorio «Maestro, un caffè!») che ha sintetizzato l’impazienza per una direzione priva di slanci dinamici. Va però sottolineato come, secondo quanto mormorato in sala, la frase sarebbe stata pronunciata da un artista lirico presente tra gli spettatori. Se così fosse, il gesto risulterebbe doppiamente censurabile, manchevole di rispetto verso i colleghi e poco professionale in un contesto che dovrebbe rimanere luogo di ascolto. Sta comunque di fatto che sfumature timbriche sono rimaste appena accennate, alcuni passaggi orchestrali sono risultati al limite dell’accettabile e l’insieme ha assunto una pesantezza plumbea, più palude sonora che fluire musicale, ben lontana dalla vitalità e dalla pulsazione interna che Puccini richiede. Sul piano vocale lo spettacolo ha offerto un panorama diseguale, con prove di spessore accanto a interpretazioni più fragili. Nel ruolo di Rodolfo, Carlo Raffaelli ha offerto una prestazione complessivamente sottotono. La voce si è spesso presentata spogliata di piena risonanza e spoggiata, con evidenti limiti nella zona più acuta e una musicalità poco espressiva; portamenti inopportuni e fuori stile, un fraseggio approssimativo e un controllo tecnico disomogeneo hanno indebolito l’efficacia drammatica del personaggio, lasciando complessivamente un’impressione di instabilità interpretativa. Al contrario Maria Novella Malfatti, nei panni di Mimì, ha dimostrato una solida padronanza tecnica, con un controllo sicuro delle zone acute con eccellenti messe di voce intelligentemente calibrate. Particolarmente di pregio è stata l’esecuzione di "Donde lieta uscì", caratterizzata da una timbrica uniforme, un fraseggio delicato e una sensibilità interpretativa che ha restituito con finezza la fragile poesia della protagonista. Come già sottolineato in precedenza, va notato come entrambi i cantanti abbiano sofferto un problema comune: la direzione d’orchestra, caratterizzata da tempi eccessivamente lenti e da un’assenza di intesa evidente con la buca. Questa impostazione ha evidenziato incertezze interpretative e ha limitato la resa emotiva del dramma. In particolare l’ultimo atto, nonostante la sua potenza drammatica intrinseca, ha sortito più l’effetto di un sedativo che di un momento di intensa partecipazione emotiva, trasformando la scena finale in una sorta di “psicofarmaco” per favorire il sonno piuttosto che un climax lirico coinvolgente. Convincente anche Claudia Belluomini nei panni di Musetta. Il suo passato nel musical le ha conferito brio e disinvoltura scenica, senza penalizzare la qualità vocale. Ha saputo calibrare con equilibrio la vivacità pirotecnica del secondo atto e l’intensità più intima dell’ultimo quadro, restituendo un personaggio completo. Vittorio Prato ha portato in scena un Marcello autorevole e scenicamente centrato, dotato di bella vocalità baritonale e sicura proiezione. La voce, a tratti leggermente chiara per il ruolo, è risultata comunque efficace nel modellare un personaggio credibile, ben delineato e in costante dialogo con i compagni di scena. Italo Proferisce (Schaunard) si è distinto per suoni ben centrati, timbro argenteo e un ottimo servizio alla parola scenica. La sua presenza ha aggiunto brillantezza e ritmo alle scene d’assieme, contribuendo in modo rilevante alla compattezza dei momenti corali. Antonio Di Matteo (Colline) ha offerto una prova di grande nobiltà espressiva, culminata in un "Vecchia zimarra" di intensa partecipazione emotiva, sorretto da un fraseggio eccellente e da un legato curato con sensibilità e profondità. Nei ruoli di fianco, ben caratterizzati senza eccessi, Claudio Ottino (Benoît) e Matteo Mollica (Alcindoro) sono stati efficaci nel tratteggiare la coloritura comica. Piacevole e vivace l’intervento di Francesco Napoleoni (Parpignol), spiritoso e leggero. Il Coro del Festival Pucciniano, diretto dal M° Roberto Ardigò, e il Coro delle voci bianche, guidato dal M° Viviana Apicella, hanno offerto una prova al limite della sufficienza. La resa vocale è stata corretta ma la partecipazione scenica scarsa e priva di quella energia necessaria a ravvivare i quadri corali.

Una nota di cronaca La serata del 7 agosto si è aperta con un evento speciale che ha arricchito il calendario del Festival Pucciniano: l’inaugurazione della mostra “…a riveder le stelle. Pietro Cascella tra scultura, scenografia e memoria del teatro”, curata da Valeria Pardini. Allestita nel Giardino del Gran Teatro all’aperto di Torre del Lago, la mostra espone alcuni degli elementi scenici disegnati da Pietro Cascella per l’allestimento della Turandot del 2004, realizzato in occasione della 50ª edizione del Festival e dei trent’anni dalla scoperta dell’esercito di terracotta. L’iniziativa segna l’avvio del percorso celebrativo che condurrà al 2026, anno del centenario dalla prima rappresentazione di Turandot. Le sculture monumentali, testimonianza tangibile della visione scenografica di Cascella, sono oggi restituite al pubblico come installazione permanente all’aperto, in dialogo con il paesaggio del Parco della Musica e la memoria storica del Festival. Il titolo della mostra, ispirato all’ultimo verso dell’Inferno dantesco, evoca non solo il ritorno alla luce ma anche la tensione ascensionale che ha sempre caratterizzato la poetica di Cascella, artista capace di fondere in modo unico scultura, teatro e spirito lirico. Un omaggio dunque non solo alla grande opera pucciniana, ma anche al legame indissolubile tra arte visiva e teatro musicale che ha segnato la storia del Festival di Torre del Lago. (La recensione e la cronaca si riferiscono alla serata del 7 agosto 2025)

Crediti fotografici: Giorgio Andreuccetti e Marilena Imbrescia per il Festival Puccini 2025 Nella miniatura in alto: il tenore Carlo Raffaelli (Rodolfo) Sotto: i quattro bohèmiens, Carlo Raffaelli, Antonio Di Matteo (Colline), Italo Proferisce (Schaunard) e Vittorio Prato (Marcello) Al centro: Maria Novella Malfatti (Mimì) con Carlo Raffaelli In fondo, scena finale con, da sinistra a destra: Antonio Di Matteo, Italo Proferisce, Claudia Belluomini (Musetta), Vittorio Prato, Maria Novella Malfatti e Italo Proferisce
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