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Andata in scena a Busseto l'edizione primiera del dramma verdiano tratto da Willliam Shakespeare |
Macbeth ancestrale e misterico |
servizio di Angela Bosetto |
| Pubblicato il 23 Ottobre 2025 |
BUSSETO (PR) – «Penso che l’attrazione di Verdi per Shakespeare fosse legata più alla sua convinzione di poter trasformare in musica la grande letteratura che non ad affinità personali. Sicuramente aveva un istinto formidabile per l’Arte con la a maiuscola. Ma se oggi, come allora, nessuno sa nulla della vita di Shakespeare, è innegabile che Verdi era molto attratto dalle tematiche che dominano la sua letteratura.» Così il musicologo e storico Philip Gossett commenta il legame fra il Bardo dell’Avon e il Cigno di Bussetto, che sosteneva di aver letto e scoperto Shakespeare già da ragazzo, complice l’arrivo in Italia delle sue “vere” opere, finalmente tradotte senza errori o modifiche per riadattarle al gusto di un pubblico che plaudiva il classicismo del teatro francese e reputava troppo brutale quello inglese. Fu proprio Andrea Maffei, uno dei più raffinati traduttori italiani del Bardo, ad aiutare l’amico Verdi nella stesura di Macbeth, titolo di cui, citando ancora Gossett, «... era chiaramente innamorato, sia al momento di scriverlo, nel 1847, sia quando l’ha rivisto e ampliato definitivamente del 1865.»
 Risulta quindi assai simbolico che, nell’ambito del XXV Festival Verdi (dedicato al connubio fra Verdi e Shakespeare), al Teatro Verdi di Busseto sia stata riservata proprio la prima edizione del “Macbetto”, la stessa che debuttò a Firenze il 14 marzo 1847 (diretta dal compositore stesso), con protagonisti Felice Varesi (al cui usurpatore venne concesso di morire intonando “Mal per me che m’affidai”) e Marianna Barbieri-Nini (impegnata nella virtuosistica cabaletta “Trionfai! securi alfine”, che, nel 1865, sarebbe stata sostituita dall’aria “La luce langue”). La recita conclusiva va in scena venerdì 17 alle ore 17, con buona pace delle superstizioni che circondano il dramma scozzese. A lavorare efficacemente sulla dimensione occulta dell’opera provvede la regia di Manuel Renga, che combina l’approccio minimalista del teatro contemporaneo (complici le scene e i costumi elegantemente essenziali di Aurelio Colombo, ben valorizzati dalle luci – e soprattutto dalle ombre – di Emanuele Agliati) con gli stilemi di quello elisabettiano, a partire dalla piattaforma che circonda la buca dell’Orchestra Giovanile Italiana, diretta con polso e sentimento da Francesco Lanzillotta (votato alla restituzione dell’aura ancestrale, misterica e introspettiva che pervade il titolo). Accompagnate da due sorelle velate (che incarnano la Morte e la Guerra), le streghe fluiscono sul palco come nebbia notturna (coadiuvate in tal senso, dalle coreografie di Paola Lattanzi), tessendo i destini degli uomini a foglie di ungarettiana memoria, evocando spiriti e creature pagane, spogliando cadaveri di soldati e pronunciando quel “vaticinio” che si palesa anche in forma di scritta luminosa. I colori dominanti sono il nero delle tenebre, il bianco glaciale, il verde spettrale e il rosso del sangue. Oltre a un limitato uso di oggetti in scena (spade, sedie, un bacile, vasi di verzura e poco altro), le dimensioni ridotte del luogo rendono ancor più necessario il ricorso a stratagemmi che spingano gli spettatori a lavorare di fantasia (dalla venuta di Duncano, resa con le ombre cinesi, all’assalto finale, ridotto a un singolo scontro), mentre il Coro del Teatro Regio (ben preparato da Martino Faggiani) compensa le restrizioni spaziali con grande professionalità. Grazie a un adeguato scavo introspettivo, Andrea Borghini delinea un Macbeth nevrotico e sconfitto, che lotta per tenere a bada i propri peggiori istinti, ma che finisce inevitabilmente sopraffatto da un fato più grande e fagocitato dalla divorante ambizione della moglie. Quest’ultima si avvale della voce copiosa e della coinvolgente performance di Maria Cristina Bellantuono, la quale (spalleggiata dalla regia) sceglie di rinunciare a ogni umanità per abbracciare il dettame verdiano secondo cui la diabolica Lady Macbeth dovrebbe “strisciare sul palcoscenico con caratteri da demone più che da donna”.


Sugli scudi il Banco di Adolfo Corrado: timbro scuro e generoso, presenza nobile e, al tempo stesso, commovente. Di bello smalto e ardente slancio il Macduff di Matteo Roma e più che onorevoli gli ex allievi dell’Accademia Verdiana, ovvero Francesco Congiu (Malcolm), Melissa d’Ottavi (Dama), Emil Abdullaiev (Medico) e Matteo Pietrapiana (Domestico, Sicario e Prima apparizione), affiancati da Caterina Premori (Seconda e Terza apparizione). Se la passerella riduce ulteriormente la capienza di un Teatro già molto piccolo, il pubblico gremisce comunque palchi e platea, compensando il proprio numero con meritati applausi e ovazioni. (La recensuine si riferisce alla recita di venerdì 17 ottobre 2025)



Crediti fotografici: Roberto Ricci per il Festival Verdi - Teatro Regio di Parma Nella miniatura in alto: il baritono Andrea Borghini (Macbeth) Al centro, a destra: il direttore Francesco Lanzillotta Sotto, in sequenza: belle istantanee di Roberto Ricci sul Macbeth nel piccolo teatro di Busseto
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