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L'opera di Bizet resa bella da due emergenti: il baritono-regista Micheletti e il direttore Ovodok

Ecco la Carmen venuta da Ravenna

intervento di Athos Tromboni

Pubblicato il 08 Febbraio 2020

200208_Fe_00_Carmen_MartinaBelli_phZaniCasadioFERRARA - Un successo annunciato, quello della Carmen di Georges Bizet proveniente dal Teatro Alighieri di Ravenna dove era andata in scena quale ultimo spettacolo della “Trilogia d’Autunno” nel novembre scorso. Si sapeva che il regista Luca Micheletti era un giovane baritono interprete anche del ruolo di Escamillo (peraltro non in scena a Ferrara nel Teatro Abbado dove ha lasciato il posto al collega Andrea Zaupa, limitandosi a fare la regia già proposta a Ravenna); si sapeva che il pubblico romagnolo aveva accolto quella regia con lunghi applausi e ovazioni, replicate qui dal pubblico ferrarese; si sapeva che nel ruolo eponimo aveva brillato una giovane promessa (promessa già mantenuta, diciamo oggi) che risponde al nome di Martina Belli.
Tutto questo si sapeva. E concordiamo con quanto scrisse a novembre la nostra corrispondente Attilia Tartagni da Ravenna a proposito della regia di Micheletti: «La Carmen spalanca, nell’ambito ristretto del palcoscenico, vastissimi scenari popolari spagnoli tutt’altro che folkloristici, specie nei festeggiamenti della corrida del terzo atto. La cifra stilistica è noir  “intima e oscura”, vibrante di magico realismo e si configura come uno scavo nella psicologia dei personaggi e nella alterità di ambienti dove la libertà, da trasgressione, si fa rivoluzione ed eversione.»
Vogliamo aggiungere che sì, ok, si è trattato di una regia cosiddetta “moderna” perché in scena e nei costumi (salvo quelli dei ragazzini e delle ragazzine del Coro di voci bianche) non si intravedeva nulla che assomigliasse alla Spagna ottocentesca descritta nel libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy: però questa regia ha focalizzato lo “spirito” dell’opera e dei personaggi e anziché stravolgerli – come capita di vedere spesso nelle regie moderne – ne ha potenziato i tratti psicologici in perfetta coerenza con i contenuti musicali e letterari.
Carmen è risultata così l’antesignana vera, nella funzione scenica e nella caratterizzazione voluta dal regista, di personaggi femminili che sono venute dopo di lei e che hanno impresso il teatro, la letteratura, il cinema, delle loro personalità molto coerenti con la “Carmencita” bizetiana: si pensi ad esempio a Madame Bovary di Flaubert, o al personaggio femminile del romanzo “Una donna” di Sibilla Aleramo, o alla caratterizzazione trasgressiva di Ada nel film “Novecento” di Bernardo Bertolucci, e su su fino al terzo millennio con figure letterarie come la Lila Cerullo del romanzo-monstre “L’amica geniale” di Elena Ferrante e le protagoniste dei romanzi-best sellers della scrittrice spagnola Clara Sanchéz.
Dunque per un ruolo così pieno di riferimenti psicologici post-personaggio serviva un’attrice e una cantante dalle doti eccezionali: così si è rivelata Martina Belli la cui capacità di recitare in perfetto francese le parti senza musica volute da Bizet (opera-comique, la Carmen, non lo si deve dimenticare mai, neanche quando viene allestita con i parlati che diventano recitativi accompagnati per la “revisione” di Ernest Giraud avvenuta dopo la morte del compositore) e anche di cantare le parti musicate (dichiarate all’epoca “ineseguibili” da parte dell’impresario e delle cantanti chiamate ad interpretarle) senza timore alcuno. Ed è stata lei ad essere accolta, a fine spettacolo, dalle ovazioni interminabili del pubblico di Ferrara.

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Né da meno si è mostrata l’altra protagonista femminile, Elisa Balbo nel ruolo di Micaëla, dove il gesto scenico impresso nell'atteggiamento del timore, caratteristica del personaggio, ha offerto quell'immagine visiva che ben s’accompagnava alla sua emissione morbida, ricca di sfumature e risonanze, intonazioni perfette, timbro chiaro, vocalità da soprano lirico.  
Ottimo il Don José di Antonio Corianò, un tenore dallo squillo perentorio ma anche dalle belle sensualità espressive della mezza voce e del canto in falsetto; credibile la sua recitazione nella lingua francese del parlato; e ancora più credibile il suo francese nel canto espresso in scena.
Autorevole, sia vocalmente, sia attorialmente, l’Escamillo del baritono Andrea Zaupa, voce brunita e imperiosa che secondo noi si presta anche per i ruoli di basso cantante del repertorio caratteristico di fine Settecento e metà Ottocento.
Sensuali (anche nella danza) e brave le due altre protagoniste, Alessia Pintossi (Frasquita) e Francesca di Sauro (Mercédès).
Ottimo il resto del cast: Rosario Grauso (Le Dancaïre), Riccardo Rados (Le Remendado), Christian Federici (Moralès), Adriano Gramigni (Zuniga), l’attore-mimo Ivan Merlo (Lillas Pastia), Luca Massaroli (Andrès), Ken Watanabe (Un bohèmien), Yulia Tkacenko (Une merchande).
Ottime le luci di Vincent Longuemare, essenziali le scene di Ezio Antonelli, senza lode e senza infamia i costumi di Alessandro Lai.
A nostro avviso, però, la rivelazione della serata è stata la direzione del maestro Vladimir Ovodok, sul podio dell’eccellente Orchestra Giovanile Luigi Cherubini: Ovodok è nato a Minsk, capitale della Bielorussia, ma si è formato principalmente in Germania; la sue recenti partecipazioni alla master-class di Riccardo Muti a Ravenna lo hanno fatto conoscere ed apprezzare sia dal pubblico della città degli esarchi, sia dal pubblico della città estense. Lui è un direttore musicalissimo, attento al particolare, tutto raziocinio, dal gesto tranquillo: si direbbe caratterialmente l’opposto del suo maestro Muti. Non sappiamo se sia così o se sia una nostra fuorviante interpretazione del suo gesto direttoriale. Sappiamo però che di Muti ha saputo esprimere in maniera eccellente il polso nel condurre l’orchestra e gestire in maniera generosa il suo rapporto col palcoscenico nel dare le indicazioni ai cantanti e al coro. La musica che ha ricavato dalla formidabile compagine giovanile ha esaltato la partitura di Georges Bizet e a nostra memoria non ricordiamo una Carmen che ci sia musicalmente piaciuta come ci è piaciuta quella udita a Ferrara (udita, passato prossimo del verbo udire, lo usiamo a proposito; al posto di vista, passato prossimo del verbo vedere), perché è stata una Carmen molto molto bella anche nella concertazione.

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Per completare il quadro delle citazioni, diremo che il Coro Luigi Cherubini rinforzato dal Coro Lirico Marchigiano "Vincenzo Bellini" è stato ottimamente preparato da Antonio Greco; che il coro di voci bianche "Ludus Vocalis" istruito da Elisabetta Agostini è stato molto bravo e che sono stati eccellenti i danzatori e le danzatrici di DanzActori Trilogia d’Autunno diretti da Lara Guidetti.
Meritati gli applausi e le ovazioni del pubblico.
(La recensione si riferisce allo spettacolo di venerdì 7 febbraio 2020)

Crediti fotografici: Zani-Casadio e Marco Caselli Nirmal per il Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara
Nella miniatura in alto: la protagonista Martina Belli (Carmen)
Sotto: una panoramica del primo atto
Al centro in sequenza: ancora Martina Belli con Antonio Corianò (Don José); e Corianò con Elisa Balbo (Micaëla)
In fondo: panoramica sull’ultimo atto, la festa e l’esultanza per il toreador






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