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Il Teatro Verdi di Trieste ospita l'opera di Modest Musorgskij diretta da Alexander Anissimov |
Ottimo Boris Godunov |
servizio di Rossana Poletti |
| Pubblicato il 11 Gennaio 2020 |
TRIESTE - Teatro Verdi. Va in scena a Trieste il Boris Godunov, capolavoro del compositore russo Modest Petrovič Musorgskij, a cura del Dnepropetrovsk Academic Opera Ballet Theater di Dnipro in collaborazione con la Fondazione Lirica di Trieste. Si propone nella versione del 1872, con la revisione originale di Alexander Anissimov, attuale direttore principale dell’Orchestra Sinfonica della Bielorussia. Anissimov dirige mirabilmente l’Orchestra del Verdi e i cantanti, e lo seguono nel viaggio musicale in modo eccellente i coristi del Verdi, ben preparati da Francesca Tosi. Il suo punto di forza sono le scene e i costumi. In particolare i grandi fondali e quinte progettate da Anatoly Arefev, meravigliosamente dipinte in una perfetta sintesi tra antico e moderno, tra l’iconografia classica e l’esigenza della rappresentazione nel gusto contemporaneo. I costumi dei nobili, ricchissimi e originali, sono in perfetta contrapposizione con la straccioneria della plebe, che costituisce la massa corale, vero perno dell’opera. La potenza espressa dalla musica e dal canto nei momenti in cui la plebe intona invocazioni a Dio e pietà agli uomini, sono forse i momenti in cui si sprigiona potente tutta l’energia della composizione di Musorgskij. La compagine dei cantanti è un insieme unico di forte integrazione artistica, di fusione nell’obiettivo unico di realizzazione dell’opera, quasi sentissero su di loro tutta la responsabilità della missione del compositore, dare vita all’opera autenticamente russa. Senza nulla togliere alle ottime interpretazioni del protagonista Taras Shtonda (Godunov), Oleksii Strizhak (Pimen), Vladyslav Goray (Gregorij), Eduard Srebnytskyi (Šujskij), Yuliya Lytvynova (Ksenija), Kateryna Tsimbaliuk (Marina) e di altri ancora, ciò nel quale eccelle il gruppo nel suo complesso è una potente capacità mimica di interpretazione del personaggio, la disturbata complessità di Godunov, l’ambiguità di Šujskij, la candida vocazione di Ksenija per dirne alcuni. Alla riuscita della bella rappresentazione corale si devono aggiungere “I Piccoli Cantori della Città di Trieste” diretti da Cristina Semeraro. Ma chi è Boris Godunov per i russi? il personaggio rappresenta un punto di svolta nella loro storia. Dopo il primo zar di tutte le Russie, Ivan il Terribile, che aveva unito

alla battaglia contro i Boiardi, colpevoli di produrre la disgregazione del Paese a proprio vantaggio, le leggi che porteranno alla nefasta costituzione dei servi della gleba, Godunov, dapprima reggente e poi zar, aveva continuato con maggior pacatezza l’opera di Ivan. Ma la storia girò in altro modo, qualcuno fece circolare la voce che Godunov fosse in realtà colpevole della morte di Dimitri, amato figlio di Ivan IV. Prese avvio la cosiddetta “epoca dei torbidi”, che favorirà la campagna polacca contro la Russia e successivamente l'ascesa della dinastia dei Romanov. Il grande drammaturgo Puškin, autore della storia da cui prese forma il libretto dell’opera lirica di Modest Petrovič Musorgskij, aggiunse all’intrigo shakespiriano di palazzo, la storia d'amore del falso Dimitri e della polacca Marina. Sia il dramma di Puškin che l’opera di Musorgskij ebbero vita difficilissima, per causa della censura il primo e per la contrarietà delle direzioni teatrali l’altro. In più il compositore ebbe non poche traversie personali, nato da una famiglia di grandi latifondisti, molto ricca, faceva una vita agiatissima perseguendo la carriera militare, ma anche ricevendo una educazione musicale che probabilmente avrebbe preferito. L’abolizione della servitù della gleba nel 1861 toglierà molta ricchezza alla sua famiglia, rendendo più difficili le condizioni economiche di Musorgskij, e anche il suo delicato equilibrio psico-fisico. Morirà da alcolista a soli 42 anni, avendo visto in scena la sua opera, non senza averne fatto molti rimaneggiamenti perché fosse accettata. La prima obiezione che gli veniva posta era l’assenza di un importante ruolo femminile e che il protagonista fosse un basso e non un tenore. Quello che a lungo giocò contro l’opera fu sicuramente l’aver prodotto musica che andava contro le convenzioni e le abitudini dell’epoca. Il compositore rinnegava tutta la musica “europea”, cercando rifugio nella tradizione della musica popolare russa. Al debutto Čajkovskij ebbe a dire «Io mando al diavolo con tutto il cuore la musica del Boris Godunov di Musorgskij. Essa è la più volgare e la più bassa parodia della musica.» Non fu il solo. L’amico Rimskij-Korsakov affermò invece «Adoro il Boris Godunov e contemporaneamente lo odio. Lo adoro per la sua originalità, potenza, fermezza, indipendenza e bellezza. Lo odio per le sue imperfezioni, le ruvidezze della sua armonia e le incoerenze della sua musica.» Ci sono state tante revisioni, diverse orchestrazioni, insomma, il Boris Godunov rappresentava una pietra miliare nella storia dell’opera russa, la sua dimensione originale e originaria non poteva essere abbandonata. In scena al Verdi di Trieste fino al 15 febbraio 2020.
Crediti fotografici: Ufficio stampa del Teatro Verdi di Trieste Nella miniatura in alto: il direttore Alexander Anissimov
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Se l'Idillio diventa arte dei suoni
intervento di Athos Tromboni FREE
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