Pubblicato il 06 Novembre 2022
La penultima opera del Cigno di Busseto in scena con successo al Teatro Verdi di Trieste
Otello nel blu di Ciabatti servizio di Rossana Poletti

20221106_Ts_00_Otello_GiulioCiabatti_phFabioParenzanTRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”. «Non è un dramma della gelosia...» aveva affermato il regista Giulio Ciabatti alla conferenza di presentazione dell’Otello, andato in scena al Teatro Verdi di Trieste: «... la gelosia è solo l’apparenza, ma la scrittura musicale ci porta lontano, in un luogo in cui non c’è giustizia sociale e neanche quella divina. Giuseppe Verdi reinventa il teatro classico e tradisce Shakespeare (ndr. taglia tutti gli antefatti presenti nella tragedia del Bardo, che mostrano quanto poco sia gradita l’unione tra il Moro e la giovane veneziana), fa fuggire Jago e non lo uccide. E l’ironia del tragico permea tutta l’opera. In ogni storia c’è un cattivo eroe, Jago traduce sul piano personale un problema politico: mettere in dubbio l’innocenza e purezza di Desdemona e Otello. Assistiamo qui alla dissoluzione dell’eroe, l’apparenza supera la realtà, concetto molto più importante e attuale. E poi c’è il tema della rispettabilità di Cassio: cosa siamo disposti a cedere in nome della rispettabilità, in nome dell’apparenza? Desdemona non è una vittima di femminicidio, questi argomenti attuali non hanno niente a che vedere con Verdi e Shakespeare. Recita il suo credo di pietà per la fragilità e follia umana, ma scagiona il Moro prima di morire. Il divino rimane invisibile, nascosto, incomprensibile, inaudito; Verdi manifesta solo un barlume di pietà per chi recita un copione che altri hanno scritto.»
E’ l’età avanzata che sopisce le grandi passioni che avevano caratterizzato l’opera del compositore di Busseto, che ora sfodera una maggior comprensione delle dinamiche umane, senza la speranza delle idealità giovanili, con la rassegnazione che la maturità inevitabilmente si trascina dietro, una triste e oscura rassegnazione, come peraltro era accaduto a Rossini che per molti anni non diede segno di vita artistica per finire poi la sua esperienza operistica con il Guglielmo Tell.

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Ciabatti è stato criticato da alcuni per la scelta delle scene, scarne uguali per tutti gli atti: «Una stanza blu e alabastro, colonne e piattaforma al centro, essenziale, nulla a che vedere con la tradizione ma neanche con la contemporaneità, i giovani devono venire a teatro per la magia dello stesso, - aveva affermato - non perché le scene riflettono la contemporaneità.»
E come non dargli ragione quando riesce finalmente a fare teatro con le masse artistiche, con il loro movimento in scena, con l’uso mirabile dei colori delle vesti, che dal rosso centrale delle danzatrici, che mimano il fuoco, degradano fino alle sfumature marroni del contorno, e delle luci che, affianco alla potenza della musica e delle voci, rendono mirabilmente il momento del coro che intona “Fuoco di gioia”, mentre il sordido tranello di Jago è già partito.
C’è sintonia d’intenti tra regista e direttore musicale: Daniel Oren ricorda che è importante l’accordo con il regista Ciabatti, che ama la musica e l’opera, e che «... esprime un’estetica del gusto, aborrendo il gusto dell’orrore che oggi imperversa e che non posso sopportare.»
Importante il ritorno alla direzione dell’Orchestra del Verdi di Daniel Oren. La scelta segna la volontà di risalire una china che si cominciava a dimostrare pericolosa. Si riparte da ciò che si conosce e che al Verdi di Trieste mosse i primi passi di una folgorante carriera artistica.
«Otello di Verdi è una delle opere più difficili da mettere in scena - afferma Oren - siamo in un altro mondo, dopo 16 anni di interruzione dall’Aida, Verdi affronta una nuova fase, nel contenuto e nella forma. Si entra subito nella tempesta non c’è ouverture; il duetto d’amore del primo atto è il secondo dei due unici composti da Verdi, l’altro è quello tra Riccardo e Amelia in Un ballo in maschera. Appoggiato ai violoncelli divisi, suono meraviglioso, ma non si sviluppa più simmetricamente, di quattro in quattro battute, ma procede senza ritorni in un crescendo di commovente passionalità. Il concertato del terzo atto, Verdi è il re dei concertati,- ricorda il direttore musicale - appare in una struttura completamente rinnovata, dodici personaggi ed ognuno esprime caratteri diversi e nell’insieme un’armonia straordinaria.»
E sulla scelta dei cantanti Oren ricorda come non sia facile creare oggi una compagnia per l’opera, non ci sono più Otelli: «Ci vuole un colore speciale per questo ruolo, un tenore scuro drammatico, Jago è baritono drammatico di grande qualità, come pure il soprano.»
Per Otello è stato scelto Arsen Soghomonyan, che è un baritono e forse per questo sembra faticare all’inizio della sua interpretazione nel primo atto, prosegue poi con successo la sua prova e convince. Nel duetto “Dio ti giocondi, o sposo”, combattuto tra l’amore per la donna e il demone della gelosia che lo divora, esprime con vigore il contrasto dei sentimenti da cui è travolto.
Desdemona è Lianna Haroutounian, sfodera un’ottima tecnica vocale, capace di una grande estensione, lesina a tratti una passionalità che sarebbe ovvia per i momenti vissuti.
Lo Jago del giovane baritono Roman Burdenko è probabilmente il migliore interprete della compagnia, forte di una qualità recitativa importante, capace di trasmettere la crudeltà del personaggio, ma anche di alternare i due registri della facciata e dell’intrigo.
Ottimi tutti i comprimari, dal notevole Cassio di Mario Bahg all’Emilia di Marina Ogii, e ancora Giovan Battista Parodi (Lodovico), Enzo Peroni (Roderigo), Fulvio Valenti (Montano) e Giuliano Pelizon (Un araldo).
(La recensione si riferisce alla recita di venerdì 4 novembre 2022)

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Crediti fotografici: Fabio Parenzan per il Teatro Verdi di Trieste
Nella miniatura in alto: il regista Giulio Ciabatti
Sotto: Arsen Soghomonyan (Otello) e Roman Burdenko (Jago)
Al centro: Lianna Haroutounian (Desdemona)
In fondo: panoramica sull'allestimento triestino





Pubblicato il 09 Agosto 2022
Arena di Verona le opere dal 21 al 24 luglio 2022 ecco come č andata
Le quattro colonne dell'anfiteatro servizio di Nicola Barsanti

20220809_Vr_00_Carmen_MarcoArmiliato_EnneviFotoVERONA, Arena - Diamo qui conto con un unico e ampio servizio delle recite di Carmen, La traviata, Nabucco e Aida nell'anfiteatro veronese per il Festival estivo 2022.

Carmen (21 luglio 2022)
Dopo la grande inaugurazione del 99° Arena Opera Festival (vedi la recensione qui ), proseguono le recite della Carmen di Georges Bizet nello storico allestimento di Franco Zefirelli, con costumi di Anna Anni e luci di Paolo Mazzon.
La scena brulica di stendardi, comparse, coristi, carri, cavalli e asinelli, dando il via a quel tipo di spettacolo che solo la firma del maestro fiorentino può regalare.  Al tutto si unisce la partecipazione straordinaria della Compañía Antonio Gades, che (oltre all’esibizione in corso d’opera) offre al pubblico un piacevolissimo intrattenimento durante il cambio di scena fra III° e IV° atto.
Venendo al cast e partendo dalla protagonista, risulta difficile inquadrare la Carmen di J’Nai Bridges, la quale è tanto tradizionale nell’approccio attoriale (complice una fisicità particolarmente adatta alla consueta gitana passionale e sanguigna) quanto poco lo è nell’approccio vocale, certo interessante, ma fatto di accenti peculiari e di effetti perfettibili, specialmente nella salita all’acuto.

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20220809_Vr_02_Carmen_JNaiBridgesRobertoAlagna_EnneviFoto 20220809_Vr_03_Carmen_RobertoAlagnaJNaiBridges_EnneviFoto

Eccellente per timbro, legato e interpretazione scenica il Don José di Roberto Alagna, il cui ritorno sul palco areniano (dopo il debutto dell’anno scorso) viene particolarmente festeggiato dal pubblico, fra continui applausi e richieste (purtroppo non esaudite) di bis.
Pienamente convincenti per la resa dei rispettivi caratteri la volitiva Micaela di Maria Teresa Leva e il sonoro Escamillo di Gëzim Myshketa.
Molto bene anche il quartetto di contrabbandieri, composto dai giovani e promettenti Caterina Sala (Frasquita), Caterina Dellaere (Mercédès), Jan Antem (Dancairo) e Vincent Ordonneau (Remendado).
Completano con sicurezza il cast lo Zuniga di Gabriele Sagona e il Moralès di Alessio Verna.
Per quanto riguarda la direzione musicale, l’orchestrazione del M° Marco Armiliato risulta viva e ben armonizzata sia nelle parti dello spartito in cui è richiesto maggior brio, sia in quelle dove la tessitura drammatica si fa cupa e intensa.
Il M° Ulisse Trabacchin consente al coro di ottenere un’ottima prestazione, così come avviene per le voci bianche A.LI.VE. preparate da Paolo Facincani.
Una bellissima serata per una produzione ripresa e proposta anche dalla RAI, sia pur con cast diverso da quello qui descritto.

La traviata (22 luglio 2022)
La quarta rappresentazione areniana de La traviata di Giuseppe Verdi vede protagonista Zuzana Marková, chiamata a sostituire l’annunciata Angel Blue (la quale ha rifiutato il debutto in Arena per protestare contro il trucco da schiava nera di colore di Aida, considerato in America una pratica razzista); il giovane soprano belcantista incarna una Violetta Valéry che (al contrario delle aspettative) non eccelle nel primo atto, sopratutto nel “Sempre libera” (dove stona leggermente il Mi bemolle di tradizione), ma che fiorisce nel corso del secondo e terzo, regalando al pubblico grandi momenti di pathos, sia per interpretazione scenica, sia per accenti drammatici. Dimostra dunque un grande potenziale, lasciando la voglia di riascoltarla in futuro.

20220809_Vr_04_LaTraviata_FrancescoMeliZuzanaMarkova_EnneviFoto 20220809_Vr_05_LaTraviata_MarcoArmiliato_EnneviFoto

L’ Alfredo Germont di Francesco Meli viene reso in modo molto elegante, erudito e posato. In determinati frangenti sarebbe stato preferibile un approccio maggiormente acceso e dinamico, tuttavia l’artista dimostra una tecnica ferrea intimamente legata allo spartito, che gli consente di dimostrare grande sicurezza sul palco, donando interessanti momenti di slancio nell’aria “De’ miei bollenti spiriti” (con successiva cabaletta) e nella scena dell’insulto a casa di Flora.
Grandi applausi per il baritono veronese Simone Piazzola, che, forte di una buona proiezione sonora e di un ottimo legato, interpreta apprezzabilmente il ruolo di Giorgio Germont, pur risultando leggermente calante nel corso del duetto con Violetta del secondo atto.
Brave l’Annina di Francesca Maionchi (dalla chiara e accesa vocalità) e la Flora di Lilly Jørstad.
Bene anche i comprimari, ovvero Carlo Bosi (Gastone di Letorières), Nicolò Ceriani (Barone Douphol), Alessio Verna (Marchese d’Obigny), Francesco Leone (un assai valido Dottor Grenvil), Max René Cosotti (Giuseppe) e Stefano Rinaldi Miliani (Domestico/Commissionario).
Bravissimi i primi ballerini Eleana Andreoudi e Alessandro Staino, impegnati nella coregografia di Giuseppe Picone.
L’allestimento è l’ultimo realizzato da Franco Zefirelli (con costumi di Maurizio Millenotti e luci di Paolo Mazzon), già ampiamente recensito nella stagione areniana 2019.
Ottima la direzione musicale del M° Marco Armiliato, che con il suo morbido gesto controlla perfettamente tutti i momenti più complessi dello spartito, rendendo a meraviglia anche il difficile coro del primo atto “Si ridesti in ciel l’aurora”.
Degno di nota il coro preparato a meraviglia dal M° Ulisse Trabacchin. Ovazioni e applausi per tutti al termoine della recita.

Nabucco (23 luglio 2022)
Seppur un po’ snellito rispetto alle stagioni passate, l’allestimento del Nabucco verdiano firmato da Arnaud Bernard (con scene di Alessandro Camera, dominate da una piattaforma rotante su cui è collocata una riproduzione del Teatro alla Scala) regala al pubblico uno spettacolo a dir poco strepitoso.
L’evocativa ambientazione risorgimentale permette a chi assiste di immergersi perfettamente nel clima cui l’opera fa riferimento, trasportandolo in una Milano ottocentesca divisa fra il dominio austriaco e la resistenza italiana, uno scontro parafrasato da Verdi nel conflitto tra Assiri ed Ebrei. Estremamente toccante e suggestivo il quadro del “Va, pensiero”, grazie al quale entriamo nel teatro sopra citato per  assistere a uno “spettacolo nello spettacolo”, illuminato dalle ottime luci di Paolo Mazzon.

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Venendo al cast, il protagonista assoluto della serata è senza dubbio il baritono mongolo Amartuvshin Enkhbat nel ruolo del titolo. Citando la celebre frase del libretto “Non son più re, son Dio!”, in questo caso credo sia possibile attribuire all’artista una sorta di aurea divina in quanto la sua vocalità non ha rivali per proiezione sonora, legato e carica drammatica (recentemente ben affinata). La sua potenza, dolcezza e umanità gli consentono di cantare un “Dio di Giuda” da manuale, rendendolo (a mio parere... e non solo mio...) uno dei baritoni verdiani più interessanti del panorama mondiale.
Altra eccellenza è lo Zaccaria di Michele Pertusi, che sin dall’aria di sortita “D’Egitto la, sui lidi” esibisce un canto profondo e accurato, idoneo a rendere l’aspetto profetico del personaggio.
Molto buono anche l’Ismaele di Riccardo Rados. Va detto che, pur distaccandosi dal libretto, la scelta registica di farlo morire al termine del III° atto (per poi avvolgerne il corpo nel tricolore) non ferisce l’anima dell’opera.
Abigaille trova una valida interprete nel soprano polacco Ewa Plonka, la quale pur dimostrando grande agilità trova maggiore spazio nella parte alta dello spartito. Valida l’esecuzione dell’aria “Anch’io dischiuso un giorno”, mentre restano da affinare le smorzature e gli accenti drammatici richiesti dalla conclusiva “Su me morente, esanime”.

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Promossa la Fenena di Francesca di Sauro, che sfoggia il proprio belcanto nell’aria “Oh dischiuso è il firmamento”.
Bene anche i comprimari: il Gran Sacerdote di Belo di Adolfo Corrado, lo squillante Abdallo di Carlo Bosi e la brava Anna di Elena Borin.
L’orchestra diretta dal M° Daniel Oren risulta impeccabile, suggerendo e accompagnando il canto con tempi intensi e concitati sin dalla sinfonia del preludio, nel vero spirito dell’opera.
Eccelso il coro preparato dal M° Ulisse Trabacchin, chiamato a bissare il “Va, pensiero”.
Una serata e un’opera che, ancora una volta, permettono di sentirsi orgogliosamente italiani e poter gridare: Viva Nabucco, Viva Verdi!

Aida (24 luglio 2022)
Come dice la statistica, ormai divenuta consuetudine, l’opera più rappresentata nella stagione areniana è l’immancabile Aida di Giuseppe Verdi, stavolta proposta nella canonica e dorata regia di Franco Zefirelli, con costumi di Anna Anni e coreografie di Vladimir Vasiliev, interpretate dai primi ballerini Ana Sophia Scheller, Alessandro Staino e Eleana Andreoudi.

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Venendo al cast vocale, bene il Re di Simon Lim e il Ramfis di Rafael Siwek (seppur leggermente gutturale).
Amneris, la figlia del Faraone, non poteva trovare miglior interprete della carismatica e passionale Anna Maria Chiuri. Il mezzosoprano dimostra grande agilità e dizione impeccabile, riuscendo a gestire a dovere i fiati e un legato meraviglioso che l’accompagna sia nei momenti d’ira sia in quelli più struggenti, dove l’amore e lo strazio prevaricano. Superba la scena del giudizio (uno dei momenti più intensi dell’opera), nella quale raggiunge l’apice per carica drammatica e proiezione sonora.
Una rivelazione il soprano cubano-americano Monica Conesa, Aida debuttante che sorprende non solamente per la giovanissima età ma per la potenza e per la lama che ne contraddistinguono la vocalità, specialmente in un ambiente enorme come l’Arena. Riesce dunque a non essere mai coperta e a spiccare sul cast con acuti da brivido. Certamente un nome da ricordare e con un brillante futuro.
Non bene, purtroppo, il Radamès di Jorge de Leòn, il cui canto, sin dall’aria di sortita “Celeste Aida”, risulta alquanto affaticato e non riesce a brillare laddove si richiedono al tenore maggiore potenza e precisione. Tuttavia migliora nel corso del IV atto, specialmente nel duetto finale “O terra, addio”.
Bravo, invece, il baritono Sebastian Catana che, nel ruolo di Amonasro, esalta con toni scuri e decisi l’autorità paterna e guerriera che caratterizza la parte.
Completano il cast il Messaggero di Francesco Pittari e la Sacerdotessa di Yao Bohui.
L’orchestrazione del M° Marco Armiliato risulta compatta e ben equilibrata, suggerendo costantemente tempi giusti che esaltano e mai affaticano la linea del canto.
Ottimo il coro preparato dal M° Ulisse Trabacchin. L’opera più amata dell’Arena porta a casa l’ennesimo successo.

Crediti fotografici: Ennevi Foto per la Fondazione Arena di Verona
Nella miniatura in alto: il maestro Marco Armiliato, che ha diretto tre delle quattro opere qui recensite
Scene da Carmen: il quintetto con Jan Antem (Dancairo), Vincent Ordonneau (Remendado),
Caterina Sala (Frasquita), J’Nai Bridges (Carmen) e Caterina Dellaere (Mercédès). Poi J’Nai Bridges con Roberto Alagna (Don José); e ancora Roberto Alagna e J’Nai Bridges nel finale dell'opera di Bizet
Scene da La traviata: Francesco Meli (Alfredo Germont) con Zuzana Marková (Violetta Valery). Ancora il direttore Marco Armiliato sul podio di Traviata
Scene da Nabucco: due belle panoramiche riprese da Ennevi Foto
Scene da Aida: Jorge de Leòn nei panni di Radamès. Anna Maria Chiuri (Amneris) e Monica Conesa (Aida)





Pubblicato il 27 Giugno 2022
Successo al Teatro La Fenice per la nuova produzione del capolavoro di Benjamin Britten
Peter Grimes sbarca in laguna servizio di Giuliano Danieli

20220627_Ve_00_PeterGrimes_JuraiValcuhaVENEZIA - La Fenice è stata certamente fra le istituzioni europee più ricettive nei confronti della produzione di Benjamin Britten. Qui nel 1954 è stata data la prima assoluta di The Turn of the Screw, riproposto nei decenni seguenti per ben 4 volte; e nel settembre 1973 ancora la Fenice di Venezia ha ospitato la prima “continentale” di Death in Venice, l’ultima opera del compositore inglese presentata solo pochi mesi prima al festival di Aldeburgh. Sorprende quindi che, fino ad oggi, la città lagunare non avesse conosciuto Peter Grimes, capolavoro di Britten del 1945 che indiscutibilmente occupa i vertici del teatro musicale novecentesco. Bene ha fatto la Fenice a colmare questa lacuna nella corrente stagione, presentando una produzione complessivamente assai riuscita.
Il regista Paul Curran, cui è stato affidato questo nuovo allestimento, ha proposto una lettura dell’opera lineare e toccante. Il concetto centrale – già espresso da Peter Pears, primo interprete di Peter Grimes, in un famoso articolo del 1946 – è che il protagonista dell’opera non sia né un eroe né un mostro, ma un uomo debole, solo e incompreso; un “diverso” che la comunità di pescatori in cui vive (“il Borgo”) marginalizza e perseguita. In questa figura di “ordinary weak person”, per citare Pears, chiunque può in qualche misura rispecchiarsi, e Curran approfondisce intelligentemente quest’idea, realizzandola con particolare efficacia nel terzo atto, quando il Borgo cerca minacciosamente Peter scrutando con la luce di alcune torce i volti del pubblico in sala.
Sebbene per il regista la figura di Peter sia più ordinaria che eccezionale, la sua tragica vicenda è sapientemente sottratta ad una narrazione normalizzante dalle scene di matrice espressionista concepite da Gary McCann (pareti mobili, inclinate, dai profili irregolari) e dalle luci inquietanti, a tratti violente di Fabio Barettin. La caratterizzazione attoriale dei singoli personaggi del Borgo contribuisce a calare la storia di Peter in un ambiente alienante. I numerosi quadri di massa sono animati da controscene che ben comunicano le ossessioni degli abitanti del villaggio: ad esempio, più volte all’inizio dell’opera essi sono impegnati nell’atto di pulire tavoli, abiti e pavimenti, a suggerire una nevrotica inclinazione all’ordine della quale Peter non potrà che cadere vittima.

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Il ritratto del protagonista tratteggiato da Andrew Staples appare generalmente coerente con l’impostazione registica. Il tenore tende a smussare alcune eccessive asperità vocali di Peter, restituendo una figura animata da delicata sensibilità. Quello di Staples è un Peter Grimes gentile anche nella disperazione, con il quale risulta facile simpatizzare.
Su un versante quasi opposto si muove la Ellen Orford di Emma Bell. Il soprano è dotata di uno strumento potente, forse anche troppo: i suoi acuti squillanti rendono Ellen un personaggio quasi temibile, piuttosto che una figura dolce – ancorché ferma nei suoi propositi – come Britten parrebbe volerla dipingere.
Più centrato appare il ritratto del Capitano Balstrode offerto da Mark Doss, che oscilla fra momenti di risoluta potenza ed altri di sentita compassione.
Molto buona la prova vocale e attoriale di tutti gli altri membri del cast, fra i quali spiccano l’incalzante Swallow di Sion Goronwy, un’espressiva Sara Fulgoni nel ruolo di Auntie, e la sinistra Mrs. Sedley di Rosalind Plowright. Encomiabile la prova del coro – vero e proprio “personaggio” in quest’opera – diretto da Alfonso Caiani.
Juraj Valčuha alla guida dell’orchestra della Fenice regala un’esecuzione maiuscola: la sua lettura tende ad esaltare gli insanabili contrasti che percorrono la partitura, senza però lasciare che tale materia si trasformi in caos indistinto. I tempi, le dinamiche, gli impasti sonori sono sottilmente calibrati. Anche nei momenti più esasperati l’orchestra è in equilibrio perfetto con le voci.

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Un pubblico numeroso ha salutato con incandescente entusiasmo questa produzione. Non resta quindi che augurarsi che Britten torni ad essere programmato con costanza a Venezia. Con la sua storia, la Fenice può restituire al teatro del compositore inglese la meritata centralità che troppo a lungo le istituzioni italiane hanno faticato a riconoscergli.
(La recensione si riferisce alla recita di Domenica 26 giugno 2022)

Crediti fotografici: Michele Crosera per il Teatro La Fenice di Venezia
Nella miniatura in alto: il direttore Juraj Valčuha
Sotto, in sequenza, belle immagini d'assieme di Crosera su momenti salienti della recita






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Echi dal Territorio
EuropAuditorium stagione 2022/2023
servizio di Edoardo Farina FREE

20220915_Bo_00_StagioneTeatroEuropAuditorium2022-2023_FilippoVernassaBOLOGNA - Consueta conferenza stampa al Teatro EuropaAuditorium, ove martedì 13 settembre 2022 alla presenza di Giorgia Boldrini – Direttrice Settore Cultura e Creatività del Comune di Bologna, Donato Loria – CEO Bologna Congressi, Filippo Vernassa – Direttore artistico dello stesso Teatro, Giacomo Golfieri – Amministratore unico Fonoprint
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Eventi
Torna Ferrara Musica al Ridotto
servizio di Athos Tromboni FREE

20220914_Fe_00_FerraraMusica-CartelloneConcertiRidotto_EnzoRestagnoFERRARA - L'assessore alla Cultura Marco Gulinelli, con il musicologo Enzo Restagno e il maestro Dario Favretti di Ferrara Musica hanno presentato la nuova stagione cameristica nel Ridotto del Teatro Comunale "Claudio Abbado" che si svolgerà nel prossimo autunno-inverno: domenica 25 settembre 2022 prenderà il via la seconda
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Dvd in Redazione
Lucilla & Zsuzsana ottimo duo
FREE

20220831_Dvd_00_AlfredoDAmbrosioAlfredo d'Ambrosio (1871-1914)
"Dedicato a..."
Lucilla Rose Mariotti violino
Zsuzsana Homor  pianoforte
Produzione The Achor Pictures
Registrato nel dicembre 2021 nella reggia ungherese di Godöllö, già dimora di Sissi-Elisabetta consorte di Francesco Giuseppe
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Gli Amici della Musica giornale on-line dell'Uncalm
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