Pubblicato il 11 Gennaio 2020
Il Teatro Verdi di Trieste ospita l'opera di Modest Musorgskij diretta da Alexander Anissimov
Ottimo Boris Godunov servizio di Rossana Poletti

200111_Ts_00_BorisGodunov_AnissimovAlexanderTRIESTE - Teatro Verdi. Va in scena a Trieste il Boris Godunov, capolavoro del compositore russo Modest Petrovič Musorgskij, a cura del Dnepropetrovsk Academic Opera Ballet Theater di Dnipro in collaborazione con la Fondazione Lirica di Trieste. Si propone nella versione del 1872, con la revisione originale di Alexander Anissimov, attuale direttore principale dell’Orchestra Sinfonica della Bielorussia. Anissimov dirige mirabilmente l’Orchestra del Verdi e i cantanti, e lo seguono nel viaggio musicale in modo eccellente i coristi del Verdi, ben preparati da Francesca Tosi. Il suo punto di forza sono le scene e i costumi. In particolare i grandi fondali e quinte progettate da Anatoly Arefev, meravigliosamente dipinte in una perfetta sintesi tra antico e moderno, tra l’iconografia classica e l’esigenza della rappresentazione nel gusto contemporaneo.
I costumi dei nobili, ricchissimi e originali, sono in perfetta contrapposizione con la straccioneria della plebe, che costituisce la massa corale, vero perno dell’opera. La potenza espressa dalla musica e dal canto nei momenti in cui la plebe intona invocazioni a Dio e pietà agli uomini, sono forse i momenti in cui si sprigiona potente tutta l’energia della composizione di Musorgskij.
La compagine dei cantanti è un insieme unico di forte integrazione artistica, di fusione nell’obiettivo unico di realizzazione dell’opera, quasi sentissero su di loro tutta la responsabilità della missione del compositore, dare vita all’opera autenticamente russa.
Senza nulla togliere alle ottime interpretazioni del protagonista Taras Shtonda  (Godunov), Oleksii Strizhak (Pimen), Vladyslav Goray (Gregorij), Eduard Srebnytskyi (Šujskij), Yuliya Lytvynova (Ksenija), Kateryna Tsimbaliuk  (Marina) e di altri ancora, ciò nel quale eccelle il gruppo nel suo complesso è una potente capacità mimica di interpretazione del personaggio, la disturbata complessità di Godunov, l’ambiguità di Šujskij, la candida vocazione di Ksenija per dirne alcuni.
Alla riuscita della bella rappresentazione corale si devono aggiungere “I Piccoli Cantori della Città di Trieste” diretti da Cristina Semeraro
Ma chi è Boris Godunov per i russi? il personaggio rappresenta un punto di svolta nella loro storia. Dopo il primo zar di tutte le Russie, Ivan il Terribile, che aveva unito

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alla battaglia contro i Boiardi, colpevoli di produrre la disgregazione del Paese a proprio vantaggio, le leggi che porteranno alla nefasta costituzione dei servi della gleba, Godunov, dapprima reggente e poi zar, aveva continuato con maggior pacatezza l’opera di Ivan. Ma la storia girò in altro modo, qualcuno fece circolare la voce che Godunov fosse in realtà colpevole della morte di Dimitri, amato figlio di Ivan IV. Prese avvio la cosiddetta “epoca dei torbidi”, che favorirà la campagna polacca contro la Russia e  successivamente l'ascesa della dinastia dei Romanov. Il grande drammaturgo Puškin, autore della storia da cui prese forma il libretto dell’opera lirica di Modest Petrovič Musorgskij, aggiunse all’intrigo shakespiriano di palazzo, la storia d'amore del falso Dimitri e della polacca Marina.
Sia il dramma di Puškin che l’opera di Musorgskij ebbero vita difficilissima, per causa della censura il primo e per la contrarietà delle direzioni teatrali l’altro. In più il compositore ebbe non poche traversie personali, nato da una famiglia di grandi latifondisti, molto ricca, faceva una vita agiatissima perseguendo la carriera militare, ma anche ricevendo una educazione musicale che probabilmente avrebbe preferito. L’abolizione della servitù della gleba nel 1861 toglierà molta ricchezza alla sua famiglia, rendendo più difficili le condizioni economiche di Musorgskij, e anche il suo delicato equilibrio psico-fisico. Morirà da alcolista a soli 42 anni, avendo visto in scena la sua opera, non senza averne fatto molti rimaneggiamenti perché fosse accettata.
La prima obiezione che gli veniva posta era l’assenza di un importante ruolo femminile e che il protagonista fosse un basso e non un tenore. Quello che a lungo giocò contro l’opera fu sicuramente l’aver prodotto musica che andava contro le convenzioni e le abitudini dell’epoca. Il compositore rinnegava tutta la musica “europea”, cercando rifugio nella tradizione della musica popolare russa.
Al debutto Čajkovskij ebbe a dire «Io mando al diavolo con tutto il cuore la musica del Boris Godunov di Musorgskij. Essa è la più volgare e la più bassa parodia della musica.»
Non fu il solo. L’amico Rimskij-Korsakov affermò invece «Adoro il Boris Godunov e contemporaneamente lo odio. Lo adoro per la sua originalità, potenza, fermezza, indipendenza e bellezza. Lo odio per le sue imperfezioni, le ruvidezze della sua armonia e le incoerenze della sua musica.»
Ci sono state tante revisioni, diverse orchestrazioni, insomma, il Boris Godunov rappresentava una pietra miliare nella storia dell’opera russa, la sua dimensione originale e originaria non poteva essere abbandonata.
In scena al Verdi di Trieste fino al 15 febbraio 2020.

Crediti fotografici: Ufficio stampa del Teatro Verdi di Trieste
Nella miniatura in alto: il direttore Alexander Anissimov





Pubblicato il 24 Dicembre 2019
L'allestimento della prima opera ''esotica'' di Puccini applaudito calorosamente nel Teatro Filarmonico
Una bella Madama Butterfly servizio di Simone Tomei

191224_Vr_00_MadamaButterfly_FrancescoOmmassini_EnnevifotoVERONA - Con la fine del 2019 volge al termine anche la stagione autunnale della  Fondazione Arena; il percorso di questo “Viaggio in Italia”, iniziato nel mese di ottobre, si conclude con l’opera Madama Butterfly di Giacomo Puccini. Sono quasi trent’anni (precisamente dal 1991) che questo titolo latita dalla sale del Teatro Filarmonico (più volte , invece, è stato rappresentato in Arena tra cui  giova ricordare l’edizione più recente firmata da Franco Zeffirelli nel 2004 e ulteriormente ripresa in successive stagioni) ed in questa occasione ritorna nel nuovo allestimento in coproduzione tra Fondazione Arena ed il Teatro Nazionale croato di Zagabria per la regia di Andrea Cigni, al suo esordio veronese, coadiuvato dallo scenografo Dario Gessati, la costumista Valeria Donata Bettella e Paolo Mazzon per le luci.
La scena, ossia il luogo dell’anima (o forse ancor meglio degli stati d’animo), è un bosco di betulle che fluisce, ruota, si muove e non abbandona quasi mai il palcoscenico; piante che piangono attraverso le foglie che cadono per siglare i momenti cruciali del dramma.
È un bosco che vuole isolare la protagonista per relegarla in una prigione (dell’anima più che fisica) che ella stessa inconsapevolmente si è costruita; un luogo dove ogni tentativo di riscatto muore sul nascere. Ecco che i gesti di Suzuki anticipano già l’epilogo ed ogni movenza scenica è proiettata all’estremo sacrificio. Una dimensione scenica a-temporale anche se alcuni oggetti scenici (gli smartphone in mano agli invitati alle nozze, la maglia del piccolo Dolore con disegnato un eroe dei fumetti) ci proiettano concretamente nel mondo di oggi.
In occasione dell’ultima recita domenica 22 dicembre 2019 questo il cast.

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Daria Masiero ha affrontato con eleganza l’impervio ruolo di Cio Cio San riuscendo a caratterizzare la giovane giapponese con un timbro morbido e caldo, ma duro e sprezzante quando necessario. Un bel dì vedremo diventa una pagina di colori (che dipingono la speranza) e di emozioni (che riscaldano il cuore), ma ancor più intenso sarà il Tu, tu, tu, piccolo Iddio pregno di tutto l’amore sanguinante di una donna (e madre) che sta per perdere (davvero)  tutto.
Manuela Custer quale Suzuki, dedica una particolare cura ad ogni aspetto del personaggio; la vocalità pastosa e vellutata ammanta il rigo musicale di superbe nouances e l’ars scenica completa un quadro di rara bellezza.
Raffaele Abete è un Pinkerton della voce nitida e precisa nell’intonazione con un gusto interpretativo curato; spocchioso e superficiale sino all’ultimo, cesella un personaggio molto credibile.
Nel ruolo di Sharpless la prestazione del baritono aretino Mario Cassi mette in luce un colore caldo ed elegante, un ottimo fraseggio; non mancano inoltre intelligenti accenti ed una cura della parola scenica che, limpida e cristallina, risuona nel Teatro veronese. 
Il Goro di Marcello Nardis è ben delineato sia scenicamente che vocalmente.
Completavano egregiamente il cast: Lorrie Garcia (Kate Pinkerton), Nicolò Rigano (Il Principe Yamadori), Salvatore Schiano di Cola (Un Commissario imperiale), Cristian Saitta (Lo zio Bonzo), Maurizio Pantò (Ufficiale del Registro), Sonia Bianchetti (madre di Cio-Cio-San), Emanuela Schenale (cugina di Cio-Cio-San).

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Discreta, ma non eccelsa la prova dell’Orchestra della Fondazione Arena  guidata per l’occasione dal M° Francesco Ommassini. Non posso certamente attribuire al concertatore veronese la responsabilità di alcune intemperanze sonore, anzi ne esalto gli intenti ed una lettura attenta e precisa nel restituire le ragioni intime di una partitura così intensa e complessa; l’orrenda acustica della platea tende a restituire un suono spesso trasbordante e poco levigato sì da inficiare una sinergia dinamica con il palcoscenico. Va attribuito ad Ommassini anche il merito di aver saputo guidare con gesto puntuale e preciso i cantanti in modo da trovare, anche se non dinamicamente, un sodalizio ritmico con gli artisti.
Emozionante l’intervento del coro della Fondazione Arena di Verona guidato dal M° Vito Lombardi. Pubblico festante per un Teatro sold out.

Crediti fotografici: Foto Ennevi per il Teatro Filarmonico - Arena di Verona
Nella miniatura in alto: il direttore Francesco Ommassini
Sotto in sequenza: Raffaele Abete (Pinkerton) con Manuela Custer (Suzuki); Daria Masiero (Cio Cio San); Mario Cassi (Sharpless); Marcello Nardi (Goro); ancora la Masiero con la Custer
In fondo: una panoramica di Ennevifoto su costumi e allestimento del Teatro Filamonico





Pubblicato il 15 Dicembre 2019
Il Teatro Verdi di Trieste ha inaugurato la stagione lirica con due titoli faraonici uno dopo l'altro
Turandot e Aida un'apertura kolossal servizio di Rossana Poletti

191215_Ts_00_KatiaRicciarelliTRIESTE - Teatro Verdi. E' stata una straordinaria doppia apertura della stagione lirica al Verdi di Trieste, quella che ha visto in scena in alternaza la Turandot di Giacomo Puccini e l'Aida di Giuseppe Verdi. Un teatro, che non ha grandi spazi e tecnologie sul palcoscenico, ha dovuto operare su una scena in gran parte comune per i due allestimenti, con due organici artistici invece ben divisi. Crediamo che l'esperimento sia riuscito, anche se come sempre c'è stato qualche detrattore per le scene, necessariamente ridotte alla sintesi e nel segno della lineare modernità. Ma andiamo per ordine.

Turandot
Ad essere in scena per prima per la stagione degli abbonati  è stata la Turandot  di Giacomo Puccini, diretta da Nikša Bareza, che ha risuonato del fragore della morte, roboante, incombente, nefasta e ineluttabile, per scendere poi nella lievità delle melodie liriche dell’amore.  E’ stata un’interpretazione con un’impronta personale forte, d'altronde il maestro concertatore e direttore è un ammiratore appassionato dell’opera di Puccini: «Dedichiamo una grandissima cura alla direzione di questo capolavoro – ha dichiarato nelle sue note musicali - per rivelarne appieno l’eccezionale struttura architettonica e l’intelligente drammaturgia nel perfetto dipanarsi dei tempi musicali. Questa messa in scena debutta nel giorno dell’anniversario della morte del Maestro, avvenuta proprio il 29 novembre di 95 anni fa, desidero sia un sentito omaggio a Giacomo Puccini non sempre capito in tutta la sua grandezza e qualità di compositore.»
Bareza  ha messo a fuoco infatti le tante sfumature dell’opera, la delicatezza dell’amore di Liù, che sprigiona una potente forza capace di un sacrificio mortale, l’amore potente, irreversibile, assoluto ed inarrestabile di Calaf, ai confini della stolidità, l’algida crudeltà di Turandot, il suo odio per gli uomini, il gelo del suo cuore, ma anche la volubilità del popolo, i suoi sentimenti contrastanti, più compiutamente e coloritamente espressi dalle tre maschere di Ping, Pang e Pong.
“O scappi, o il funeral per te s’appressa!” gridano i tre a Calaf, invitandolo a non sfidare la sorte di quella Principessa, che già i giovinetti (il coro di Voci bianche diretto da Cristina Semeraro) avevano descritto con le parole “là sui monti dell’Est la cicogna cantò. Ma l’april non rifiorì, ma la neve non sgelò”.
I tre ministri portavano in faccia un trucco che raccontava della tradizione delle antiche maschere cinesi, le quali raffiguravano la paura degli uomini nei confronti della natura, degli spiriti maligni e il bisogno di rivolgersi agli Dei per essere protetti.  I colori carichi di quelle maschere mostravano tutti gli aspetti, dalla compassione per il giovane scellerato fino alla crudeltà nell’invocarne la morte; figure il cui grottesco e sadico comportamento si tramuta in struggente nostalgia nel terzetto, in cui raccontano del loro macabro operato, con la musica che sottolinea le note orientaleggianti e che muta nell’irrequietezza melodica, che contraddistingue tutto il lavoro pucciniano, quando ricordano la bellezza delle loro case lasciate, il laghetto blu cinto di bambù, le foreste e i giardini.

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Costumi sontuosi e sfavillanti vestivano la principessa e l’addolorato imperatore, impossibilitato a por fine alla carneficina della figlia, segnando il distacco da un mondo di straccioni spaventati, il popolo interpretato dal Coro del Verdi, grande protagonista dell’opera.
Calaf indovina i tre enigmi della principessa; è scampato alla morte, che tutti credevano ormai inevitabile. Ne pone uno nuovo, lui sfida ancora la sorte, che cos’ha in mente? Sa che non avrà l’amore di lei se non romperà il gelo che avvolge il suo cuore, se non sconfiggerà il ricordo di quella antenata violentata e uccisa.
E’ il motivo che fa risuonare da lontano nel terzo atto il “nessun dorma”, le guardie devono scovare il nome di quel giovane, chi non risponderà verrà ucciso.
E Amadi Lagha, il Calaf in scena a Trieste, intonava quindi l’aria più famosa di tutta l’opera. Fin qui la sua prestazione era stata ottima, la sua voce limpida, la dizione perfetta, cosa rara di questi tempi. La potenza della sua voce è stata notevole, capace di superare il volume altrettanto potente dell’Orchestra del Verdi, che si è presentata in gran forma. Era attesa la sua prova, il pubblico tratteneva il respiro. Lagha non ha sbagliato, eseguendo la melodia con la pienezza e le qualità tecniche sin qui dimostrate e gli spettatori lo hanno ringraziato con un lungo e caloroso applauso.
Ma un’altra prova importante era in arrivo alla fine dell’opera, “Tu che di gel sei cinta”, l’atto d’amore e il sacrificio mortale di Liù; il soprano Desirée Rancatore aveva avuto un esordio nel primo atto un po’ incerto, forse emozione per il debutto nel ruolo, il suo “Signore, ascolta” aveva lasciato qualche dubbio nell’uditorio; nel finale Liù muore e l'interprete, dando prova della sua abilità, ha felicemente contribuito al finale “mozzato” dalla morte del compositore, che lascia spazio ad ognuno di noi di concludere a piacimento la macabra favola di Carlo Gozzi.  
L’imponente Turandot di Kristina Kolar è stata altrettanto poderosa nella voce quanto forte negli acuti, capace di tratteggiare questo personaggio inquietante in modo mirabile. Salendo le scale che la portavano a sovrastare la scena con l’altezzosità che le compete, ha cantato con altrettanta maestosità.
Sopra di lei vegliava disperato il padre, l’imperatore di Max Renè Cosotti, che forte della sua esperienza artistica, ha impresso al personaggio la giusta teatralità.
Ottime le tre maschere: Andrea Zanetti (Ping), Saverio Pugliese (Pang) e Motoharu Takei (Pong), capaci della flessibilità imposta dai ruoli.
E ancora Andrea Comelli nei panni di Timur, padre di Calef, e Giuliano Pelizon (un mandarino).
Balletto e comparse affiancavano Anna Katarzyna Ir (prima ancella), Elena Boscarol (seconda ancella) e Roberto Miani (principe di Persia). Lo spettacolo ha visto la partecipazione del Coro e del Corpo di Ballo dell’Odessa National Academic Theater of Opera and Ballet.
La regia di Katia Ricciarelli e Davide Garattini Raimondi è stata piuttosto lineare.
Le scene di Paolo Vitale contribuivano ad una messinscena che doveva premiare piuttosto i personaggi a tinte forti. Le alte gabbie bianche e mobili, sono state efficaci nel mettere in evidenza i vari momenti della rappresentazione, senza porre in ombra alcun aspetto, senza aggiungere al già tanto.

Aida
Due giorni dopo debuttava al Lirico triestino un’altra grande opera, l’Aida di Giuseppe Verdi. Fuori abbonamento, ha visto finalmente in platea tanti spettatori stranieri, austriaci e sloveni, ma non solo. E’ il segno che, volendo e insistendo nel tempo, la cultura, e quella musicale in particolare, è ancora un importante biglietto da visita della città, un motore capace di portare all’estero l’immagine di Trieste. D’altronde, si sa, il melodramma italiano piace e anche tanto.
Veniamo quindi all’allestimento che ha visto la direzione musicale del maestro Fabrizio Maria Carminati. Il grande fondale argenteo dal quale si calava un grande piano inclinato, svelava un fondale di immagini con cieli turbolenti, maschere funerarie egizie e nel finale le piramidi di Giza, quando si chiude la tomba su Aida e Radames, uniti per sempre nella morte. I punti di forza dell’allestimenti sono stati tanti: una buona direzione musicale con un’Orchestra che, come sempre, si propone con la qualità del grande teatro lirico; un cast di cantanti e coro complessivamente ottimo; la scena, come detto, essenziale ma capace di calare lo spettatore nel mondo del conflitto tra egizi ed etiopi.
Non siamo all’Arena di Verona, non ci sono spazi per muovere le masse del Coro che vestono abiti colorati, come li immaginiamo dai geroglifici, che le tombe faraoniche ci hanno tramandato. La regia di Katia Ricciarelli e Davide Garattini Raimondi si è proposta pertanto senza particolari complessità. Il piano reclinato che si apriva, facendo apparire la “nobiltà”, il popolo sotto che assisteva ai fatti pubblici, gli incontri dei due innamorati, la presenza incombente della rivale Amneris. Le sei trombe egizie, con il corpo piuttosto lungo e un tipico suono acuto, si svelavano da due palchi ai lati del palcoscenico. Ha detto la Ricciarelli “non abbiamo le 200 trombe del Metropolitan, siamo fieri delle nostre sei”, che sono poi quelle, non una di più non una di meno, previste dalla partitura di Verdi.
All’ultimo momento Svetlana Kasyan, il soprano dalla voce potentissima, ha sostituito nel ruolo eponimo la collega Litvinova, prevista in cartellone. E’ un ruolo che ha già sostenuto all’Arena di Verona, con Daniel Oren; la faccia dipinta di rosso, ma non è indiana, indicava la sua appartenenza alla “razza etiopie”. Sin dal “Ritorna vincitor!” del primo atto sfoderava la sua poderosità, per concludere con la stupenda melodia di “O, terra addio”.
La rivale Amneris di Anastasia Boldyreva, si è rivelata un mezzosoprano dotato di un bel timbro, ma anche di una fisicità che simula meravigliosamente l’altezzosa personalità della principessa egizia: la Boldyreva era fasciata in uno splendido vestito scuro tempestato di pietre brillanti.

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Avevamo sentito Gianluca Terranova nel 2014 in Un ballo in maschera di Verdi con un’ottima interpretazione di Riccardo; questa volta si cimentava nel ruolo di Radames, che si è rivelato non essergli troppo congeniale; bella voce la sua, corposa nelle parti centrali, troppo debole negli acuti, che lo mettevano in evidente difficoltà sin dalla “Celeste Aida” del primo atto.
L’Amonasro del baritono Andrea Borghini è stato semplicemente perfetto, come ancora Cristian Saitta (Ramfis), Fulvio Valenti (il Re), Blagoj Nakoski (un messaggero) e Rinako Hara (una sacerdotessa).
Scontato il successo di pubblico.

Crediti fotografici: Ufficio stampa Teatro Verdi di Trieste
Nella miniatura in alto: il soprano Katia Ricciarelli, qui in veste di regista
Sotto: Scene da Turandot e Aida






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Ottimo Boris Godunov
servizio di Rossana Poletti FREE

200111_Ts_00_BorisGodunov_AnissimovAlexanderTRIESTE - Teatro Verdi. Va in scena a Trieste il Boris Godunov, capolavoro del compositore russo Modest Petrovič Musorgskij, a cura del Dnepropetrovsk Academic Opera Ballet Theater di Dnipro in collaborazione con la Fondazione Lirica di Trieste. Si propone nella versione del 1872, con la revisione originale di Alexander Anissimov, attuale direttore
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Personaggi
Ventre e Simoncini i due Calaf
intervista di Simone Tomei e Angela Bosetto FREE

200110_Pr_00_GiacomoPucciniPARMA - Venerdì 10 gennaio 2020, il Teatro Regio di Parma inaugurerà la Stagione lirica con Turandot, l’ultimo capolavoro di Giacomo Puccini, diretto da Valerio Galli e proposto nell’allestimento del Teatro Comunale di Modena, firmato da Giuseppe Frigeni (regia, coreografia, scene e luci) con  costumi di Amélie Haas. Ne abbiamo approfittato per fare una chiacchierata con i
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Opera dal Centro-Nord
Ritorno di Bohčme, primo e secondo cast
servizio di Simone Tomei FREE

200105_Fi_00_LaBoheme_FrancescoIvanCiampa_phMicheleMonastaFIRENZE - Di questa produzione di Bohème, andata in scena al Teatro del Maggio Fiorentino nello scorso periodo natalizio, già parlai nel settembre del 2017 (qui potete leggere il mio intervento). Sebbene in questa ripresa il posizionamento delle scene sembri essere più funzionale alla drammaturgia, i problemi strutturali del palcoscenico fiorentino
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Vocale
Natale alla Scala con Berlioz
servizio di Francesco Lora FREE

200102_Mi_00_ConcertoBerlioz_HectorBerliozMILANO – «Il coro dei pastori è molto più moderno (dell’ouverture) e bisogna essere ignoranti come una carpa (sic) per credere che un maestro di cappella del Settecento abbia mai immaginato la modulazione che si trova nel mezzo di questo coro»: così Hector Berlioz scriveva a Théophile Gautier, intorno al Natale 1853, a proposito della sua
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Echi dal Territorio
La Delfrate e i giovani talenti
servizio di Laura Gatti FREE

200102_Mn_00_ConcertoDiCapodanno_CarlaDelfrateMANTOVA - A pochi giorni dal successo, in un Duomo gremitissimo, del Concerto di Natale diretto autorevolmente dal M° Luca Bertazzi, titolare della cattedra di Musica d’insieme, l’Orchestra Sinfonica del Conservatorio “L. Campiani” si è presentata al Teatro Sociale mercoledì 1° gennaio 2020 per il tradizionale “Concerto di Capodanno”.
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Opera dal Nord-Ovest
Ottima la Bohčme tutta colorata
servizio di Simone Tomei FREE

191231_Ge_00_LeonardoSiniGENOVA - Lo stupore, la magnificenza, il brio, l’elettricità che si sprigiona nell’aria non possono lasciare indifferente (se non addirittura a bocca aperta) lo spettatore che entra nella grande sala del Teatro Carlo Felice di Genova per assistere a La bohème di Giacomo Puccini: il pannello che sostituisce il sipario ci offre una già un’anticipazione di quello che sarà la visione dei 
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Opera dal Nord-Est
Una bella Madama Butterfly
servizio di Simone Tomei FREE

191224_Vr_00_MadamaButterfly_FrancescoOmmassini_EnnevifotoVERONA - Con la fine del 2019 volge al termine anche la stagione autunnale della  Fondazione Arena; il percorso di questo “Viaggio in Italia”, iniziato nel mese di ottobre, si conclude con l’opera Madama Butterfly di Giacomo Puccini. Sono quasi trent’anni (precisamente dal 1991) che questo titolo latita dalla sale del Teatro Filarmonico (più volte
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Opera dal Nord-Est
Turandot e Aida un'apertura kolossal
servizio di Rossana Poletti FREE

191215_Ts_00_KatiaRicciarelliTRIESTE - Teatro Verdi. E' stata una straordinaria doppia apertura della stagione lirica al Verdi di Trieste, quella che ha visto in scena in alternaza la Turandot di Giacomo Puccini e l'Aida di Giuseppe Verdi. Un teatro, che non ha grandi spazi e tecnologie sul palcoscenico, ha dovuto operare su una scena in gran parte comune per i due allestimenti,
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Opera dal Centro-Nord
L' Ernani che traballa
servizio di Simone Tomei FREE

191215_Pi_00_Ernani_AlexandraZabala _phFinottiPISA - Al Teatro Verdi nell’attuale stagione lirica, un allestimento del 1999 incornicia la vicenda dell’Ernani di Giuseppe Verdi; l’autore originario della messinscena è Beppe de Tomasi che propose questa regia per il Teatro Massimo di Palermo ed è qui ripresa da Pier Francesco Maestrini; alle luci Bruno Ciulli mentre le scene ed i costumi sono di Francesco Zito.
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Dischi in Redazione
Sentire l'amore secondo Mirael
recensione di Athos Tromboni FREE

191214_Dischi_00_MiraelCD audio "Sentire l'amore"
MIRAEL
Produzione: Studio Suonamidite (Empoli)
Reperibilità:
www.mirael.it
Ha scelto un nome d'arte - Mirael - che significa «guarda Lui» dove «Lui» è sinonimo di Amore. Così la giovane cantautrice ferrarese Pia Pisciotta si presenta al pubblico con il proprio nuovo (e primo) CD
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Operetta and Musical
My Fair Lady chiude la stagione
servizio di Salvatore Aiello FREE

191209_Pa_00_MyFairLady_NancySullivanPALERMO - Il Teatro Massimo, introducendo al clima delle festività natalizie, ha scelto di concludere la Stagione d’Opera (sarà il prossimo Schiaccianoci a concludere quella del Balletto) col riproporre, dopo lunghi anni, il musical. E’ andato quindi scena My Fair Lady su libretto e testi di Alan Jay Lerner e musica di Frederick Loewe, tratto dal
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Vocale
Figure del femminino al Giglio
servizio di Nicola Barsanti FREE

191201_Lu_00_FigureDelFemminino_RosellaIsola_phAndreaSimiLUCCA - La serata inaugurale della sesta edizione dei Lucca Puccini Days svoltasi presso il Teatro del Giglio di lucca sabato 30 novembre 2019, ha proposto al pubblico un significativo viaggio musicale tutto al femminile. Come già anticipato dal titolo Figure del femminino nel melodramma ottocentesco: un viaggio alla scoperta delle donne nell’opera
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Echi dal Territorio
Concerto di imponente vocalitā
servizio di Attilia Tartagni FREE

191130_Lugo_00_Concerto24Novembre_MarialuceMonariLUGO DI ROMAGNA (RA) - Come da tradizione, il Circolo Lirico Giuseppe Verdi di Lugo si apprestava ad allestire a fine anno un’opera lirica ma la chiusura per lavori del Teatro Rossini lo ha fatto optare per il “Grande concerto lirico” di domenica 24 novembre nella Sala polivalente del Circolo “Gli amici del Tondo” di Lugo, che per inciso è anche sede
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Opera dal Centro-Nord
Belle Nozze disegnate da Gasparon
servizio di Simone Tomei FREE

191126_Li_00_NozzeDiFigaro_JacopoSibariDiPescasseroli_phAugustoBizziLIVORNO - «Questo ritorno dopo quasi due secoli della commedia per musica mozartiana, costituisce il primo capitolo di un progetto tutto toscano, ideato in coproduzione con il Teatro Verdi di Pisa e il Teatro del Giglio di Lucca, dedicato alla riproposta nei nostri Teatri di tradizione della storica Trilogia mozartiana sui libretti di Lorenzo
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