Pubblicato il 16 Febbraio 2020
Successo dell'opera di Puccini nell'allestimento curato da Ivan Stefanutti per i tre teatri toscani
Tosca approda al Goldoni servizio di Nicola Barsanti

200216_Li_00_Tosca_LeoAn_phAndreaSimiLIVORNO - Il nuovo allestimento della Tosca  di Puccini del regista, scenografo e costumista Ivan Stefanutti, co-prodotto con il Teatro di Pisa e con il Teatro del Giglio di Lucca arriva alla sua ultima rappresentazione stagionale nel Teatro Goldoni di Livorno. L’ampio palcoscenico del teatro livornese conferisce alla scena maggiore equilibrio e dinamicità nei movimenti, pertanto, la ricchezza e l’esuberanza scenica trovano una propria armonia riempendo a dovere la superficie a disposizione, liberando chi guarda da quel senso di soffocamento provato nelle precedenti rappresentazioni viste nei teatro coproduttori.
È proprio nel finale del primo atto, nel celebre Te Deum che la grandezza del palco viene maggiormente valorizzata e per questo apprezzata dal pubblico. Ottime a questo proposito le luci di Marco Minghetti.
Venendo al cast, protagonista assoluta della serata è stata l’eccellente Tosca interpretata dal soprano piacentino Daria Masiero che al massimo delle sue potenzialità conclude una recita molto interessante sotto molteplici punti di vista, dimostrando ancora una volta di non temere le innumerevoli avversità imposte dalla complessa partitura pucciniana.

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Di notevole pregio, oltre agli acuti squillanti, sono stati i declamati di fine secondo e terzo atto Or gli perdono e presto, su! Mario!, sempre dosati e mai banali, ricchi di una fortissima carica emotiva che l’artista dimostra di sapere gestire senza alcuna difficoltà.
Molto bene anche per il baritono coreano Leo An che, ricco di una grande presenza scenica e di una ammirevole vocalità (fra l’altro maturato sotto l’aspetto della pronuncia italiana) è ben sceso nel ruolo del crudele Barone Scarpia, il cui fare subdolo contribuisce irrimediabilmente allo sviluppo della vicenda.
Meno convincente il tenore Enrique Ferrer per il quale si confermano le impressioni già scritte nell’articolo del debutto lucchese attraverso la penna del direttore che potete leggere qui . Tuttavia, il tenore spagnolo non mostra difficoltà nel salire a solidi acuti, le imperfezioni giungono sulle note centrali del rigo musicale, il cui legato previsto in partitura viene spezzato da un vibrato piuttosto marcato che non giova ad una esecuzione più morbida e suadente quando non accorata di accenti drammatici.
Di notevole pregio il Sagrestano di Donato di Gioia, la cui buffa personalità unita ad una squisita vocalità gli permettono di vestire ad hoc i panni del personaggio.
Bene anche per i comprimari Matteo D’Apolito (Angelotti), Severio Pugliese (uno Spoletta stile Dorian Gray), Marco Innamorati (Sciarrone), Lorenzo Nincheri (Un carceriere) e Giovanni Fontana (Un pastorello) che, seppur non esente da imprecisioni, è stato ugualmente compiaciuto dal pubblico.
Venendo all’aspetto più intimamente musicale è apprezzabile la direzione del M° Marco Guidarini, seppur impossibilitato (anche per la sola prova concessagli con l’Orchestra Filarmonica Pucciniana) a gestire le non trascurabili sbavature di taluni strumenti molto imprecisi e talvolta approssimativi; tra le varie intemperanze la più eclatante è stata quella del clarinetto, il cui errore giunge graffiante all’orecchio di un pubblico proprio in uno dei momenti più avvincenti dell’opera: la romanza dell’addio alla vita del terzo atto E lucevan le stelle.
Molto apprezzato il coro Ars Lyrica diretto dal M° Marco Bargagna e più che ottimo il coro di voci bianche del Teatro del Giglio e della Cappella di Santa Cecilia diretto dal M° Sara Matteucci.
(La recensione si riferisce alla recita del 14 febbraio 2020)

Crediti fotografici: Andrea Simi per il Teatro Goldoni di Livorno
Nella miniatura in alto: il baritono Leo An ottimo
Scarpia
Al centro in sequenza: Enrique Ferrer (Cavaradossi) con Daria Masiero (Tosca); ancora Daria Masiero con Leo An
Sotto: il finale di Tosca nell'allestimento andato in scena a Livorno con regia scene e costumi di Ivan Stefanutti





Pubblicato il 06 Febbraio 2020
Le due opere ''newyorkesi'' di Giacomo Puccini in scena con successo nel Teatro Alighieri di Ravenna
Il dittico del Trittico servizio di Attilia Tartagni

200204_Ra_00_SuorAngelica_phFilippoBrancoliPanteraRAVENNA - Il Puccini del Trittico su versi di Giovachino Forzano, che debuttò a New York nel 2018, non è quello di Bohème o di Tosca dove imperano le grandi arie espansive: per i più, questo, è un Puccini minore; ma per i musicologi è un Puccini di maggior respiro europeo. Al Teatro Alighieri il 31 gennaio e il 2 febbraio 2020, di quel Trittico, sono andati in scena Suor Angelica  orientata verso il mondo sonoro di  Debussy , musica fluida e tempo sospeso, e Gianni Schicchi che risente del fenomeno Stravinskij nel ritmo frenetico e nella satirica caratterizzazione  dei personaggi.

200204_Ra_01_SuorAngelica_phFilippoBrancoliPanteraDunque due atmosfere completamente diverse e una sola aria di grande popolarità, “Oh mio babbino caro” dello Schicchi, modulata dalla deliziosa Francesca Longari nei panni di Lauretta.
Entrambe le opere sono assai affollate:  nella prima si impone la forma corale della comunità religiosa; nella seconda una schiera di probabili eredi, del tutto incuranti del morto, si agitano per entrare in possesso dei suoi beni terreni. Le due storie si collocano lontano nel tempo: la prima in un convento senese di fine Seicento, la seconda nella lussuosa residenza fiorentina di Buoso Donati nel 1299 in un episodio riportato da Dante Alighieri nella prima cantica della Divina Commedia.
Il finale registico porta Gianni Schicchi, ottimamente interpretato dal baritono Marcello Rosiello, dopo avere truffato gli ingordi parenti a beneficio proprio, della figlia Lauretta e del suo fidanzato Rinuccio, a interpellare il pubblico fuori dal sipario: «… Per questa bizzarria / m’han cacciato all’inferno e così sia; ma, con licenza del gran padre Dante / se stasera vi siete divertiti /concedemi voi…… / l’attenuante!»
Il regista Denis Krief, creatore anche di costumi e luci, ha ideato un’unica ambientazione sbilenca e asettica con poche variabili riconducibili al convento e alla casa lussuosa fiorentina, tutto sommato accettabile. Ciò che non è accettabile sono i costumi da film realista post-seconda guerra mondiale che invocano un’attualità impossibile per le due vicende, estremamente caratterizzate dal tempo e dallo spazio.
Suor Angelica, come la monaca di manzoniana memoria per motivi ereditari, viene obbligata dai parenti ad accettare la vita monastica per avere concepito un bimbo fuori del matrimonio: la sua unica ragione di vita, nell’inevitabile perdita di identità dei sistemi comunitari, è coltivare piante illudendosi che un giorno  rivedrà il proprio amatissimo figlio, ma l’implacabile Zia Principessa (la legnosa e incisiva Isabel De Paoli, che nel secondo cameo è Zita la Vecchia) arriva in convento per spogliarla di ogni bene residuo e per portarle la notizia che il bambino è morto di una grave malattia.  Senza più alcuna ragione di sopravvivenza, Angelica si avvelena con le sue stesse erbe, salvo, spaventata, chiedere alla Signora Celeste di perdonarla, cosa che la Madonna farà, ricongiungendola con suo figlio morto, come si evince dal libretto e non certo dalla regia di Krief. Puccini aveva una sorella suora e dunque del convento conosceva bene le dinamiche che ha tradotto ottimamente in musica. Ma è evidente che una vicenda come questa non può essere assoggettata a trasposizioni temporali. Lode alla musica dalla partitura fluida, che in un crescendo inesorabile, sfocia nella commozione empatica per il dramma profondamente  femminile.


Gianni Schicchi, quanto ad avidità parentale, potrebbe collocarsi tranquillamente in qualsiasi tempo e particolarmente nella contemporaneità. Allora perché, fra tanti esagitati in abiti contemporanei, Ser Amantio di Nicolao, notaro, si presenta imparruccato di bianco e imbalsamato in un abito da damerino del Milletrecento?
Daniel Krief è un regista di fama internazionale che afferma: «Le regie non si spiegano, si guardano !»... con ciò rivendicando un potere che al regista non compete, quello dello spaesamento del pubblico trascinato lontano nel tempo e nello spazio.

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Certo i sentimenti umani non sono cambiati o almeno non lo sono al punto di rendere incomprensibile quello che parole, musica e azioni raccontano. La mancanza dei sovratitoli non ha aiutato il pubblico, purtroppo non tutto collegato con lo smartphone alla piattaforma informatica Lyri per il testo.
L’Orchestra di Toscana, diretta dal M° Marco Guidarini con appassionata partecipazione, ha certamente valorizzato le partiture, purtroppo sovrastando spesso il cantato almeno per quanto concerne la mia postazione. Una schiera di bravi interpreti ha omaggiato le due facce di Puccini, in Suor Angelica dando rilievo assoluto al canto, in Gianni Schicchi puntando più sul ritmo frenetico della recitazione (tanti interpreti maschili, nessuno particolarmente brillante, escluso Schicchi/Rosiello).
Ottima la performance del Coro Ars Lyrica diretto da Elena Pierini, sostenuto dal Coro ravennate di voci bianche Ludus Vocalis diretto da Elisabetta Agostini.

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La Suor Angelica di Alida Berti è stata appropriata e coinvolgente,  affiancata fra l’altro dai soprani Antonella Biondo, Consuelo Gilardoni e Francesca Longari, brave nel cambio di passo fra un’opera e l’altra, in questo nuovo allestimento del Teatro Lirico di Cagliari in coproduzione con il Teatro del Giglio di Lucca e Teatro Alighieri di Ravenna e in collaborazione con il Maggio Musicale Fiorentino dove interpretazione musicale e canora sono stati i punti di forza.

Crediti fotografici: Filippo Brancoli Pantera per il Teatro Alighieri di Ravenna
Nella miniatura in alto e al centro: il soprano Alida Berti (Suor Angelica) da sola; e con Isabel De Paoli (Zia Principessa)
Sotto: il baritono Marcello Rosiello (Gianni Schicchi) in una panoramica con tutto il cast





Pubblicato il 23 Gennaio 2020
L'opera pių celebre di Franco Alfano č andata in scena con un ottimo cast e un' ottima regia
Risurrezione nel teatro fiorentino servizio di Simone Tomei

200123_Fi_00_Risurrezione_AnneSophieDuprels_phMicheleMonastaFIRENZE - Qual è la via da percorrere per arrivare all’espiazione di un atto d’amore che la società considera come colpa? Per Katerina Mikalowna (alias Katiuscia) è stata quella di scendere fino agli inferi, toccarne il fondo e da lì risorgere e tornare a rivivere i sentimenti della fanciullezza e quindi risorgere. Risurrezione di Franco Alfano è la storia di questa ragazza, che per aver amato un uomo con il quale nella reciproca fanciullezza aveva assaporato l’innamoramento adolescenziale, si ritrova a vivere la vita in una costante discesa verso gli inferi; discesa che porterà al suo annullamento come donna (sarà infatti prima abbandonata e scacciata dalla famiglia di adozione, poi vivrà i piaceri della prostituzione per finire deportata in Siberia), come madre (perché seppur da quel momento d’amore peccaminoso il frutto sarà quello di un figlio, egli morrà) ed infine come essere umano (si troverà infatti a vivere il resto dei giorni nella fredda Siberia scegliendo di stare accanto ad un uomo che non ama, ma che le consente di espiare appieno la pena cui la società l’ha condannata, per la “colpa” commessa).
Come una costante, in molte scene dell’opera, si affianca alla grande protagonista, la sua anima pura, rappresentata da una bambina vestita di bianco; proprio con lei, alla fine dell’opera, potrà ancora una volta calpestare quel campo di grano (simbolo della purezza) rievocato dai giovani amanti, la notte della “colpa”.
Una sorta di viaggio agli inferi possiamo definire questa strepitosa idea registica di Rosetta Cucchi che ha saputo trarre delle pagine del libretto di Cesare Hanau l’essenza del romanzo di Levi Tolstòj. Il libretto d’opera riassume ed al contempo dilata alcune scene (quella dell’attesa del treno nel secondo atto), ma il senso drammaturgico è pregnante nella resa scenica e la regista ha lavorato su ogni sfumatura per non far perdere nulla del carattere più intimo e profondo dei personaggi.
Già dal primo atto si respira l’essenza della fine, ma bisogna percorrere tutti e  quattro i quadri per ammirare lo stupefacente epilogo.
Siamo nella notte di Pasqua e l’annuncio di Cristo risorto avviene in concomitanza dell’attesa del Principe Dimitri Ivanovitch Nekludoff di ritorno dalle sue missioni di alto ufficiale e subito in partenza l’indomani per la guerra; siamo nella notte della colpa e l’incontro tra i due è denso di particolari struggenti e passionali. Sul fondale si erige un grandissimo quadro di Michail Aleksandrovič Vrubel’ rappresentate il Demone seduto: un’anticipazione di questa discesa verso il baratro che man mano si esplica nelle successive scene. La stazione del secondo quadro è un momento di desolazione e annichilimento: i colori quasi slavati delle scenografie e delle luci sembrano riflettere lo stato d’animo della ancor giovane Caterina ripudiata dalla famiglia che l’aveva accolta, perché incinta del Principe Dimitri.

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Non meno suggestivo il terzo quadro, quasi tutto al femminile, in cui l’annullamento della personalità della protagonista è quasi tutto compiuto: la scena è truce, sembra davvero un infernale girone dantesco ed ogni sguardo, ogni azione, ogni movenza vira in quella dimensione che ci fa pensare ad una ormai impossibile redenzione. Si evince che i dieci anni trascorsi sono stati anni di prostituzione, ma qualche barlume sul finale del terzo atto porta a sperare nella “risurrezione” dell’anima.
L’abbandono all’amore di un uomo che non ama ed essere deportata in Siberia rappresenta per Caterina l’unica via di salvezza nonostante l’impegno del Principe a voler riportare a sé la giovane amata di un tempo; lei non cede e la magnifica scena finale trasforma il dolore di una vita in quel campo di grano  (che mano mano appare sul palcoscenico da un piano inclinato che scende quasi fosse un ponte levatoio) evocato all’inizio, in ricordo dei tempi fanciulleschi in cui scoprì e provò le prime emozioni dei sentimenti.
Tiziano Santi firma le scene, i costumi sono di Claudida Pernigotti mentre le luci sono curate da Ginevra Lombardo: nella sinergia registica creano una visione d’assieme suggestiva.
Musicalmente eccellente la prova del M° Francesco Lanzillotta che non ha ceduto alle intemperie musicali di cui è gravido lo spartito, ma ha  saputo cogliere le meravigliose sfumature che ogni strumento offre al dialogo drammaturgico. Se l’imprinting verista dell’opera giovanile di Franco Alfano è chiaramente percepibile, il concertatore sa ben cogliere la relazione tra le esigenze della voce e il costrutto orchestrale qui chiamato a raccontare emozioni, atmosfere e stati d’animo.
Il momento più sinfonico del terzo atto diventa un caleidoscopio di colori in cui l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino (in una serata di grazia) ne raccoglie ogni sfumatura ricercando in ogni meandro della partitura il significato profondo e talvolta quasi onomatopeico ideato dal compositore.
Il ruolo principale di Caterina che un tempo fu di  Mary Garden fino alla grande Magda Olivero oggi ha messo in luce la bravura di Anne Sophie Duprels: notevole l’impegno vocale assolto con estrema raffinatezza, ha saputo dividersi nella frastagliata partitura fra momenti lirici e suadenti (ricordo e talvolta rimpianto) ed accenti più focosi e drammatici in cui il controllo vocale è la cifra stilistica richiesta; il rischio potrebbe essere quello di un canto “violento” e rozzo, ma il pathos è stato ottenuto grazie a questo sapiente controllo ed anche ad una attorialità di grande effetto.
Meno convincente seppur corretto musicalmente il Principe Dimitri del tenore Matthew Vickers: la voce non è troppo corposa e nonostante una discreta proiezione, all’interno di un Teatro di simili dimensioni risulta più rarefatta.
Eccellente nel fraseggio il baritono Leon Kim nel ruolo di Simonson.
Ogni altra voce si è ben amalgamata nel contesto musicale regalando in ogni momento grandi emozioni.
Gran bel cast che mi pregio di citare nelle singole componenti: Sofia Ivanowna Francesca Di Sauro, Matrena Pavlovna/Anna Romina Tomasoni, Una vecchia serva Nadia Pirazzini, Vera/La Korableva Ana Victoria Pitts, Fenitchka Barbara Marcacci, La Gobba Filomena Pericoli, La Rossa Nadia Sturlese, Una donna Silvia Capra, Kritzloff/Secondo contadino Lisandro Guinis, Capo Guardiano Gabriele Spina, Guardiano Giovanni Mazzei, Un impiegato della stazione Nicolò Ayroldi Un ufficiale/Primo contadino Nicola Lisanti Un mujich Egidio Massimo Naccarato Un cosacco Antonio Montesi, Fedia Giulia Bruni, Prima detenuta Delia Palmieri, Seconda detenuta Monica Marzini, Terza detenuta Giovanna Costa. Altre detenute Livia Sponton, Sabina Beani, Katja De Sarlo, Nadia Pirazzini.

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Ottimo il coro della fondazione fiorentina diretto come sempre dal M° Lorenzo Fratini.
Un Teatro non troppo affollato ha accolto con successo il lavoro di Alfano, la serata di martedì 21 gennaio 2020.

Crediti fotografici: Michele Monasta per il Teatro dell'Opera di Firenze - Maggio Musicale Fiorentino
Nella miniatura in alto: Anne Sophie Duprels grande interprete del ruolo di Caterina (o Katiusha)
Sotto in sequenza: la protagonista in alcune scene significative dell'allestimento con la presenza di artisti del coro, di Matthew Vickers (Dimitri) e della piccola Silvia Romani (Fedia)





Pubblicato il 22 Gennaio 2020
Ovazioni nel Teatro Regio di Parma per l'allestimento dell'ultima opera di Giacono Puccini
Turandot, primo e secondo cast servizio di Simone Tomei

200122_Pr_00_Turandot_GiuseppeFrigeniPARMA - La città di Giuseppe Verdi, eletta Capitale Italiana della Cultura 2020, ha dao il via alla stagione lirica del Teatro Regio con la Turandot di Giacomo Puccini; l'ultimo capolavoro del genio lucchese prende vita con un allestimento nato a Modena nel 2003 e che porta la firma di Giuseppe Frigeni (regia, coreografia, scene e luci), coadiuvato dalla di lui figlia Marina, mentre i costumi sono di Amélie Haas.
Uno spettacolo che brilla per la sua essenzialità, uno spettacolo che “rilegge” il finale (per molti lieto) in un’ottica più amara e cruda, ma non cruenta.
Il dubbio se Giacomo Puccini pensasse ad un lieto fine o meno, ci porta a considerare con interesse questa lettura dalla quale emerge l’atteggiamento opportunistico e “maschilista” del giovane Calaf. Alcune frasi posso esser lette in un’ottica “diversa” da quella in cui mi sono spesso cullato. Una su tutte: Tu non sai nulla schiava, con cui Calaf si rivolge alla schiava Liù: può essere un rimprovero (di fraterna protezione), ma anche una minaccia (a non svelare il segreto del nome, Calaf, appunto) verso la giovane schiava di cui tutte le movenze e gli atteggiamenti mirano a mostrarla succube di un amore che non avrà seguito; amore del quale il Principe ignoto sembra (ma è più di un sembrare) servirsi per conquistare l’inarrivabile Turandot.

200122_Pr_01_Turandot_Valerio GalliL’arduo cimento è per l’amore come enfatizza proprio Liù stessa, o porta in sé qualche altro fine?
Sembra proprio di propendere per la seconda ipotesi e Frigeni ce lo mostra seguendo un fil rouge amabilmente tessuto intorno ai tre personaggi.
Nella scena degli enigmi è Liù che con gesti eloquenti suggerisce proprio all’audace scopritore degli enigmi le soluzioni delle perfide domande; è la stessa Liù che con un gesto improvviso strappa dal vestito di Turandot il fermaglio rosso e appuntito che le cinge i fianchi per trafiggersi; Calaf spoglia quindi Turandot della veste candida (e non le serba il bacio che dà l’eternità) quasi a voler violare subdolamente il candore verginale; alla fine tale veste diventa il vessillo con cui egli, fiero della conquista, si dirige verso l’Imperatore simbolo di potenza (l’unica cosa a cui davvero ambiva).
E Turandot? Ella chinandosi sulle ginocchia (proprio sopra quella che è diventata la tomba di Liù dalla cui bontà e dolcezza ha imparato ad amare e con la quale ora si sente solidale nel dolore) vede veramente la sua gloria tramontare per aver donato il cuore ad un uomo che ha usato il sentimento dell’amore per arrivare all’unico suo scopo: il potere.
Ecco che nell’essenzialità e nella simbolicità delle scene, tutto questo emerge con movimenti rallentati, ma nobili che ci riportano alle stupende visioni di Bob Wilson (di cui lo stesso Frigeni è stato discepolo); la grande scena delle maschere del secondo atto si “gioca” interamente con le pedine di una dama: di colore bianco per le nozze e nere per il lutto; il gong diventa elemento mobile che si trasforma in una grande luna e l’essenzialità del fondale dona quella sensazione di immensità che simboleggia il regno principesco.
L’arroganza maschile di cui leggiamo e con cui ci confrontiamo spesso è anch’essa pura violenza verso la donna; una violenza subdola e sorda che (in questo caso) induce l’una al suicidio e l’altra al declino ed all’annichilamento della propria identità: temi attuali e amari di cui la nostra società è ahimè pregna.
Frigeni li porta in un contesto melodrammatico, ricordandoci che «Turandot non è una storia d’amore, ma lo scacco di un’illusione amorosa nel ribaltamento dei giochi di potere, delle leggi di un potere arcaico, attraversato dal cinismo maschilista, l’ambizione e l’arroganza di Calaf.»
Una lettura che all’interno della scatola scenica in cui è avvolta la scalinata (su cui si regge tutto lo spettacolo dove i tagli di luci ed ombre risultano algidi ed essenziali), ci porta al profondo senso drammaturgico della lettura registica in cui «… le relazioni spaziali tra i personaggi sono già “psicologia” poiché lo spazio e la luce costruiscono una ritmica interna, e lo spettatore/uditore può percepire questa tensione spaziale come tensione drammaturgica , allo stesso modo con il quale legge le tensioni spaziali dei personaggi di un dipinto.»

 

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Il M° Valerio Galli, sta a Giacomo Puccini, come “il cacio ai maccheroni”; a parte la similitudine un po’ “boccaccesca”, la lettura del direttore viareggino ha trovato pieno riscontro nella visione registica e scenica. Alla guida della Filarmonica dell’Opera italiana Bruno Bartoletti, si è manifestato con una lettura molto asciutta e direi essenziale senza nulla togliere alle corpose sonorità e allo stridore armonico di cui la partitura abbonda. Elegante nel gesto, ha sostenuto cantanti e coro con la saggezza che scaturisce dall’esperienza, trovando una solida intesa con il palcoscenico. Le note diventano quindi piccoli puntini che, come in una pittura impressionista, restituiscono la magia delle sfumature pucciniane.

 

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Elegante, solido e sonoro anche il Coro del Teatro Regio di Parma preparato e diretto dal M° Martino Faggiani che ha cesellato una delle sue prove migliori; l’omogeneità delle voci e l’impasto con l’Orchestra hanno restituito pagine di sublime stupore; non da meno anche il Coro delle voci bianche Ars Canto Giuseppe Verdi sotto la guida del M° Eugenio Maria Digiacomi.
Ed eccomi al cast vocale raccontato per le due recite da me seguite.

 

200122_Pr_03_Turandot_FranceDarizSabato 18 gennaio 2020 - Secondo cast
Il tenore Samuele Simoncini ha vinto il cimento di questo suo debutto delineando un Calaf potente e poderoso nel quale non ha riversato solo nerbo, ma ha saputo trovare una sapiente intesa con le esigenze di un’emissione volta a valorizzare le numerose sfumature richieste in partitura. Un artista che, impegno dopo impegno, mostra una progressiva maturazione artistica che si esplicita in una vocalità sempre più attenta al fraseggio ed alla cura introspettiva del personaggio interpretato.
La Liù di Marta Torbidoni non teme la dolcezza e la soavità del personaggio affrontando il rigo musicale con un legato sempre presente e con intonazione ineccepibile.
Da manuale le tre maschere Ping, Pong e Pang in cui si sono cimentati rispettivamente Fabio Previati, Roberto Covatta e Matteo Mezzaro; è inutile dire che nel fascino alchemico di questo allestimento i loro interventi sono state perle di musicalità e di colori, pennellate soavi perfettamente incastonate nel rigore delle note. Un quadro di rara bellezza.

 

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France Dariz ha dimostrato di essere una grande musicista ed un’ottima interprete che svicola un po’ dalla tradizione cui siamo abituati per il ruolo di Turandot, ma grazie ad una musicalità stupefacente ed una grande tenacia scenica non ha faticato a trarre la parte più nobile e meno altera della principessa di gelo.
200122_Pr_07_Turandot_MartaTorbidoniGelo che non è mancato proprio per intenzioni e per lo scolpire della parola scenica sempre ben marcata con il fuoco dell’ottima dizione.
Da dimenticare il Timur di George Andguladze che ha saputo scarabocchiare sul foglio immacolato della partitura note sgraziate quanto a precisione musicale (leggasi intonazione) e proiezione (leggasi sonorità e luminosità del timbro) con un risultato complessivo pessimo.
Una certezza l’Altoum di Paolo Antognetti elegante nel fraseggio e ficcante negli accenti.
A completamento del cast encomio per i ruoli di fianco: Benjamin Cho (Un Mandarino), Dongmin Shin (Il Principe di Persia), Alessandra Maniccia e Giulia Zaniboni (Le due Ancelle di Turandot).

 


200122_Pr_08b_Turandot_RebekaLokarDomenica 19 gennaio 2020 - Primo cast
Si imperla di gelo la Principessa Turandot grazie alla radiosità e alla corposità del timbro di Rebeka Lokar; la sua voce oltre ad essere salda e sicura in tutta l’estensione richiesta dal ruolo, trova ottime intenzioni interpretative grazie ad un legato curatissimo. La voce corre, si libra nell’aria e sciorina con veemenza i terribili (da un punto di vista anche musicale) enigmi. Nel finale sa trovare quella giusta contrapposizione all’alterigia che le sarebbe propria dipanando le note con un canto fluido, mai incline a forzature e quindi elegantemente morbido per imprimere quel carattere suadente da donna ormai rapita dall’amore dell’ignoto.
Sono fermamente convinto che il vero vincitore della serata (sotto ogni punto di vista) sia stato il tenore Carlo Ventre nei panni di uno strepitoso Calaf. In quel pomeriggio musicale sulle tavole del Regio di Parma ha saputo infiammare la platea con un canto sublime; in ogni pagina ha profuso la grande esperienza di un artista navigato nel ruolo, cercando di cesellare ogni nota con il profondo significato che il contesto drammaturgico richiede. Il finale dell’aria Non piangere Liù è stato degno di commozione in cui i rallentati, le messa di voce e le intenzioni più intime, si sono trasformate in uno squarcio di grandissimo Teatro in musica. Nessun dorma, poi, ha sigillato con la ceralacca una prova di lusso premiata da un applauso fragoroso a scena aperta.
Ottima anche la Liù di Vittoria Yeo che ha saputo ben miscelare l’ars scenica con quella vocale regalando sublimi filati e costellando la pagina finale (da tanto amor segreto in poi, per intenderci) di struggente pathos; il legato è un suo punto di forza che trova nel timbro perlaceo un comodo letto su cui scorrere.
Timur è stato egregiamente interpretato dal basso Giacomo Prestia della cui maturità artistica ci siamo felicemente beati; ha infatti regalato un personaggio vocalmente potente e autorevole, ma ha saputo cesellare i momenti paterni e dolci con ecletticità vocale non comune.

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Cambio per alcuni ruoli di fianco ottimi anche in questo pomeriggio: Marco Gaspari (Il Principe di Persia), Lorena Campari e Marianna Petrecca (Le due Ancelle di Turandot).
Per entrambe le recite un Teatro Regio ai limiti dell’esaurito e grandi ovazioni per tutti.

Crediti fotografici: Roberto Ricci per il Teatro Regio di Parma
Nella miniatura in alto: il regista Giuseppe Frigeni
Sotto: il direttore Valerio Galli
Al centro: due panoramiche sull'allestimento andato in scena al Regio di Parma
Nella miniatura al centro: il soprano France Dariz nel ruolo di Turandot (recita del 18 gennaio 2020)
Sotto in sequenza:
George Andguladze (Timur); Samuele Simoncini (Calaf); ancora France Dariz; e Marta Torbidoni (Liù)
Nella miniatura in fondo: il soprano Rebeka Lokar nel ruolo di Turandot (recita del 19 gennaio 2020)
Sotto in sequenza: Vittoria Yeo (Liù); Giacomo Prestia (Timur); Carlo Ventre (Calaf); Matteo Mezzaro (Pong), Fabio Previati (Ping), Roberto Covatta (Pang); e ancora Rebeka Lokar





Pubblicato il 18 Gennaio 2020
Dopo Modena e Ferrara anche Lucca ospita l'opera di Giuseppe Verdi secondo Fabio Sparvoli
Gilda nella gabbia di Rigoletto servizio di Simone Tomei

200118_Lu_00_Rigoletto_DevidCecconi_phRolandoPaoloGuerzoniLUCCA - Rigoletto di Giuseppe Verdi approda al Teatro del Giglio in una coproduzione realizzata con la Fondazione Teatro Comunale di Modena e con la Fondazione Teatro Comunale di Ferrara. Un allestimento la cui realizzazione sembra andare nell'ottica della sottrazione (nella lettura delle didascalie testuali) depurando scene e costumi per una visione di primo acchito minimalista; con il dipanarsi della narrazione ecco che tale sottrazione si sostituisce a mano a mano all'invenzione e quindi ad una visione del libretto e della drammaturgia sempre più distante da quello che Francesco Maria Piave aveva scritto per rendere in versi il romanzo di Victor Hugo.
Saper depurare e rimanere "credibili" nel risultato è arte, inventare spesso diventa un pretesto, stravolgere talvolta porta alla ”abbominazione” (o all’esaltazione della genialità, ma non è il nostro caso).
In questo contesto, la regia di Fabio Sparvoli sembra prendere il peggio di ogni situazione trasformando i tre atti in una visione che fatica a rispecchiare ciò che parole e musica vogliono comunicarci. La casa di Rigoletto è raffigurata come una  gabbia per uccelli (che si frantuma al momento del rapimento) in cui entrano ed escono i protagonisti in maniera alquanto frenetica e confusa; il secondo atto (il salone del Duca) è adornato solo da sedie sparse e ribaltate mentre nel terzo nulla ci viene suggerito per farci addentrare sulle rive del fiume Mincio. Qui troviamo solo uno scarno tavolino e qualche albero stilizzato e rarefatto che non riescono a comunicare per nulla l'essenza dei fatti: Gilda per farsi annunciare nella casa di Sparafucile batte i ripetuti colpi a vuoto nell'aria. Il tutto è condito da una regia (ora intesa come interazione tra i personaggi) quasi inesistente cui si sommano le già citate liquefatte scene di Giorgio Riccheli e i costumi di dubbio gusto di Alessio Rosati; concludo con le luci di Vinicio Cheli che sembra vogliano sempre mettere in risalto ciò che dovrebbe stare in ombra, o se vogliamo, mettere in ombra ciò che meriterebbe di essere reso più luminoso.
Un allestimento che fa ricordare un famoso detto veneto voria, ma no poso, ove la sottrazione (probabilmente per poca disponibilità di mezzi finanziari) ha portato alla necessità di un riempimento ahimè! di dubbio gusto. Su questa testata potrete trovare qui anche un altro punto di vista in merito a questo allestimento.
Sotto l'aspetto musicale la concertazione del M° Aldo Sisillo si è rivelata piuttosto farraginosa, frastagliata e con tempi sostanzialmente lenti ai limiti dell'imbarazzo per gli interpreti; le frequenti ed immotivate pause di sospensione non hanno favorito un fluente discorso musicale.

200118_Lu_01_Rigoletto_facebook_phRolandoPaoloGuerzoni

Riguardo alle dinamiche la sensazione che maggiormente ho respirato è stata quella della pesantezza; gli strumenti dell'Orchestra Filarmonica Italiana difficilmente hanno tratto dal podio l'eleganza ed il gusto del piano o del mezzo forte traducendo lo spartito in una valanga di suono per lo più incontrollata ed ingiustificata.
Non male il Coro lirico di Modena preparato dal M° Stefano Colò.
Il tenore Oreste Cosimo si disimpegna nel ruolo del Duca di Mantova con sicumera e alterigia risolvendo più che dignitosamente il rigo musicale; lo squillo è sonoro e argentino e la capacità di dosare la voce in piacevoli nouances hanno impreziosito la sua interpretazione.
Devid Cecconi, baritono toscano, nel ruolo eponimo è un mattatore della scena sapendo ben tradurre con taluni gesti i molteplici aspetti del carattere del giullare di corte; non è troppo marcato il goffo incedere, ma spesso gli sguardi e qualche opportuna movenza delle braccia aiutano a delineare con arguzia le sue particolarità. Vocalmente ha trovato la quadra del cerchio tra un canto più irruente ed un'emissione più morbida; ecco quindi che le frasi rivolte a Gilda nel primo atto sono piene di sentimento protettivo (talora severo, talora paterno), mentre nei momenti di invettiva (per esempio il “Cortigiani” o la “Vendetta”) il canto diventa pastoso e nerboruto, ma sempre calibrato con opportune dinamiche più rarefatte quale segno di remissione o sgomento. Mi ha emozionato il suo pronunciare le parole Gilda, mia Gilda prima dello strazio finale dove con l’enfasi di un canto parlato, si è percepita la sintesi dell’uomo tradito dal suo stesso destino (o per i superstizioni, dalla maledizione).
Encomio senza se e senza ma per il soprano Daniela Cappiello che riesce a dipanare con voce quasi eterea la virginale passione per il suo Gualtier Maldé; la sua Gilda nel primo atto colora ogni frase con eleganza e musicalità riuscendo (nonostante i tempi impossibili dell’orchestra soprattutto nel duetto con il tenore e poi a seguire nell’aria del primo atto) a restituire quella freschezza che le è propria. Ecco quindi che il Caro nome diventa un quadro iridescente mentre il finale del secondo e del terzo atto, pur nella leggiadria di una vocalità cristallina, possono godere di quel morso più tenace che corona una serata di grande spolvero.
Ottima la Maddalena di Antonella Colaianni che sa emergere grazie ad un timbro brunito e ben proiettato imperlati da una provocante presenza scenica.
Voce interessante quella di Ramaz Chikviladze che nei panni del sicario Sparafucile sa mettere in luce una gamma sonora di gran pregio.
Fellipe Chiriacò è un deludente Monterone con voce completamente ingoiata e poco incline all’intonazione.

200118_Lu_02_Rigoletto_DanielaCappielloDevidCecconi_phRolandoPaoloGuerzoni

Completavano il cast una brava Barbara Chiriacò (Giovanna), un brillante Raffaele Feo (Matteo Borsa); un vocalmente debole Romano Franci (Marullo), un preciso Stefano Cescatti (Conte di Ceprano), Maria Komarova (Contessa di Ceprano), Paolo Marchini (Un usciere di corte) e Matilde Lazzaroni (Un paggio della Duchessa).
La sera del 17 gennaio 2020 un teatro gremito ha reso omaggio a tutta la compagnia con caldi applausi.

Crediti fotografici: Paolo Rolando Guerzoni per la coproduzione Modena-Ferrara-Lucca di Rigoletto
Nella miniatura in alto: il baritono Devid Cecconi (Rigoletto)
Al centro: la "gabbia" di Gilda (Daniela Cappiello) nel primo atto dell'opera
Sotto: ancora Daniela Cappiello con Devid Cecconi nel secondo atto dell'opera





Pubblicato il 14 Gennaio 2020
L'opera di Georg Friedrich Händel ben diretta nel Teatro Alighieri da Ottavio Dantone
Serse adatto al pubblico moderno servizio di Attilia Tartagni

200112_Ra_00_Serse_AriannaVenditelli_phAlfredoAnceschiRAVENNA - La stagione d’opera 2020 del Teatro Alighieri si è aperta il 10 e il 12 gennaio portando per la prima volta a Ravenna il Serse,  una delle tante opere scaturite dal genio prolifico di Georg Friedrich Händel, il cui debutto avvenne al  King’s Theatre di Londra il 15 aprile 1738.
Ottavio Dantone al clavicembalo e alla direzione dell’Accademia Bizantina, nota a livello internazionale per eseguire la musica barocca con prassi originali, e Gabriele Vacis alla regia, garantiscono  la buona riuscita del nuovo allestimento frutto della coproduzione fra Reggio Emilia, Modena, Piacenza e Ravenna. L’opera, imperniata su un soggetto non certo originale, è singolare e innovativa in quanto trattata con l’ironia della commedia, del travestimento e dello scambio di persona, in un clima sonoro filologicamente fedele movimentato dal cast di bravi ed espressivi interpreti accompagnati dalla musica del compositore per vie tortuose verso l’inevitabile lieto fine.
“Frondi tenere e belle / del mio platano amato / … Ombra mai fu / di vegetabile / cara ed amabile / soave più” è l’incipit di Serse, sedotto dalla maestà della natura e contemporaneamente colpito dalla voce di Romilda di cui si incapriccia ignorando che si tratta della promessa sposa di suo fratello Arsamene.
Anche Serse del resto ha una promessa sposa, Amastre, che lo tiene d’occhio travestita da soldato. Una trama tutto sommato esile a cui la musica imprime spessore mentre il ritmo serrato degli scambi e degli infingimenti sembra anticipare il Mozart a venire.
Va rilevato anche l’interesse per  la natura e, nello specifico, per  il platano che si distingue morfologicamente da tutte le altre piante vantando anche una lunga tradizione filosofica e letteraria, segno del mutato atteggiamento dell’uomo nei confronti di ciò che lo circonda.
Ma è Ottavia Dantone a fare il punto sull’opera: «Il Serse è un'opera assai innovativa nella produzione händeliana in cui vengono introdotti  elementi buffi all'interno di un'opera seria e una certa snellezza nella struttura drammaturgica che si evidenzia nell'abbondanza di “arie senza da capo”. L'azione si dipana attraverso arie di stupefacente bellezza e recitativi di notevole teatralità con situazioni al limite del grottesco, condizioni che rendono il Serse particolarmente vicino e adatto al pubblico moderno.»
La rappresentazione si avvale di una messa in scena su tre piani: l’Accademia Bizantina non è in buca ma è posta allo stesso livello degli spettatori. I personaggi si muovo dentro un  avamposto decorato alla maniera degli antichi palazzi, mimetizzandosi grazie a costumi già disponibili sul palco di Roberto Tarasco, che cura anche scene e luci. Una scala centrale crea il contatto fra il mondo dell’azione canora e lo spazio dell’azione mimetica o visiva da proiezioni, creata da alcune decine di giovani che si muovono seguendo la drammaturgia del canto.
I ragazzi sono reduci da un percorso laboratoriale basato sulla “Schiera”,  una tecnica di formazione di attori fondata dal regista Gabriele Vacis. Essi esplorano, con l’ausilio di Händel, i rapporti fra uomini e donne, individuo e società, esseri umani e natura, facendo coesistere regole di rigore e improvvisazione. Fra accenni di balli e movimentazioni di armi, tende da campo fluttuanti nell’aria (impossibile non ricordare un’opera dell’incisore ravennate Giuseppe Maestri) e l’esaltazione visiva della natura creata con una moltitudine di piante, si arriva ai due  matrimoni che riportano negli animi di Serse e Amastre e di Arsamene e Romilda la calma, l’armonia e l’onore,  con la certezza che non sarà problematico, per la spiritosa Atalanta delusa nelle sue aspettative nei confronti di Arsamene,  procurarsi un amante. Sul finale ella dovrà rifiutare a malincuore la candidatura amorosa di un orchestrale  in un colpo di teatro degno del barocco.
Serse è una trascinante Arianna Venditelli, Arsamene una convincente Marina De Liso, Romilda un’intensa Monica Piccinini, mentre Francesca Aspromonte è un’Atalanta di gran temperamento e il contralto Delphine Galou è buona interprete di Amastre, per quanto forse meno padrona della lingua italiana.
I bassi Luigi De Donato dall’impronta poderosa e Biagio Pizzuti dai toni leggeri e spiritosi,  impersonano  l’armigero Ariodate e il servo Elviro.
E’ un cast indovinato, che ha strappato lunghi applausi finali e anche qualcuno a scena aperta, per un’opera che, per quanto innovativa per i suoi tempi, ha quasi trecento anni sulle spalle.


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Crediti fotografici: Alfredo Anceschi per il Teatro Alighieri di Ravenna
Nella miniatura in alto: Arianna venditelli nel ruolo en-travesti di Serse
Al centro e sotto: due belle panoramiche di Alfredo Anceschi sull’allestimento visto al Teatro Alighieri





Pubblicato il 05 Gennaio 2020
Ripresa dell'opera di Giacomo Puccini giā in scena al Maggio Musicale Fiorentino nel 2017
Ritorno di Bohčme, primo e secondo cast servizio di Simone Tomei

200105_Fi_00_LaBoheme_FrancescoIvanCiampa_phMicheleMonastaFIRENZE - Di questa produzione di Bohème, andata in scena al Teatro del Maggio Fiorentino nello scorso periodo natalizio, già parlai nel settembre del 2017 (qui potete leggere il mio intervento). Sebbene in questa ripresa il posizionamento delle scene sembri essere più funzionale alla drammaturgia, i problemi strutturali del palcoscenico fiorentino non rendono certamente le cose facili e, nonostante alcune correzioni, i quadri della soffitta (primo e quarto atto) soffrono ancora una distanza troppo marcata con la buca e la platea, pregiudicando così la resa vocale. Nel complesso, però, la visione registica di Bruno Ravella, le scenografie di Tiziano Santi, i costumi di Angela Giulia Toso e le luci di D.M. Wood (riprese in questa occasione da Vincenzo Apicella) ricostruiscono con eleganza gli ambienti in cui si snoda il capolavoro di Giacomo Puccini.
La sera del 21 dicembre 2019, nel ruolo del poeta Rodolfo si è cimentato Alessandro Scotto di Luzio, del quale possiamo apprezzare un timbro meraviglioso e una luminosità degli acuti davvero sfolgorante. Il tenore napoletano latita però nel fraseggio e nell'armonicità che il personaggio richiede. Il suo canto è quindi spesso piuttosto limitato alla mera esecuzione delle note, orfano di sentimento e di empatia.

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Jessica Nuccio è una Mimì musicalmente elegante e corretta, ma la sua vocalità non rende giustizia al personaggio, trasformando la parte in una sorta di esibizione "belcantista" con ottime messe di voce ed eleganti filati in acuto, ma povera del pathos sentimentale della sfortunata fioraia.
Il Marcello di Alessandro Luongo non fatica ad emergere per potenza vocale e per fascino attoriale, disegnando amabilmente l'ars amatoria del pittore.
Una Musetta frizzante ma talvolta insolente al rigo musicale quella di Nikoleta Kapetanidou: la voce è piacevole, la verve pure, ma alcune intemperanze hanno fatto capolino nella scrittura pucciniana.

200105_Fi_02_LaBoheme_QuadroSecondo_phMicheleMonasta 200105_Fi_03_LaBoheme_QuadroQuarto_phMicheleMonasta

Presente e adeguato il Colline di Adriano Gramigni: un artista in continua ascesa che trova l'occasione di migliorarsi in ogni produzione fiorentina
Meno convincente seppur corretto Min Kim (Schaunard).
Completavano egregiamente il cast: William Hernàndez (Benoit), Francesco Samuele Venuti (un ben caratterizzato Alcindoro), Davide Ciarrocchi (Parpignol), Antonio Montanesi (Sergente dei Doganieri), Giovanni Mazzei (Doganiere) e Fabrizio Falli (Un venditore ambulante).
La sera del 3 gennaio 2020 cambia la coppia dei protagonisti e, nei panni di Mimì, ecco entrare in scena il soprano Eva Kim Maggio, che mette in luce ottime qualità vocali ed interpretative tratteggiando un personaggio mite, docile e passionale, che trasmuta nell'emissione i sentimenti propri della drammaturgia. Un'artista che spero di ascoltare nuovamente perché mi ha tramesso belle emozioni.
Francesco Pio Galasso subentra nel ruolo di Rodolfo e, a causa delle sue condizioni di salute (febbre alta e influenza), mi astengo da qualsivoglia giudizio.
Il Coro della fondazione fiorentina preparato e diretto dal M° Lorenzo Fratini (a cui si è unito quello delle voci bianche) non manca il bersaglio, regalando un frizzante e spassoso secondo atto, luminoso e brioso non solo per l'aspetto scenografico.
Il M° Francesco Ivan Ciampa si dimostra, ancora una volta, uno dei direttori più preparati del panorama musicale italiano, trovando il modo di stupire e affascinare nonostante la musica di Giacomo Puccini contenga già tutti gli ingredienti per conquistare mente e cuore dello spettatore. Ciò non rende più facile il cimento, anzi lo guida verso un terreno ancor più accidentato, nel quale la bravura del concertatore deve riuscire ad avere il predominio sull'ovvio. Ecco quindi che i "quattro quadri" si impreziosiscono dei colori di cui si intinge la bacchetta  ed ogni momento si trasforma in quell'oasi (talora intima, talaltra festosa e infine drammatica) che fa vivere la musica in simbiosi con la drammaturgia pucciniana.

200105_Fi_04_LaBoheme_QuadroSecondo_phMicheleMonasta

Non posso non ricordare proprio l'epilogo dove l'orchestra (con un marcato diminuendo) pare quasi annichilita dal dolore di Rodolfo, alla ricerca un riscatto che non c'è: la tensione è palpabile e il nodo in gola sale soffocante per poi sciogliersi nell'amaro pianto per la morte di Mimì.
Fazzoletti spiegati e singhiozzi più o meno marcati pervadono la sala assieme a fragorosi applausi in entrambe le serate.

Crediti fotografici: Michele Monasta per il Teatro dell'Opera di Firenze - Maggio Musicale Fiorentino
Nella miniatura in alto: il direttore Francesco Ivan Ciampa
Al centro e in fondo: momenti del Primo, Secondo, Terzo e Quarto Quadro dell'opera in scena a Firenze





Pubblicato il 15 Dicembre 2019
La ripresa dell'opera verdiana con la regia storica di Beppe de Tommasi, ripresa da Maestrini, non convince
L' Ernani che traballa servizio di Simone Tomei

191215_Pi_00_Ernani_AlexandraZabala _phFinottiPISA - Al Teatro Verdi nell’attuale stagione lirica, un allestimento del 1999 incornicia la vicenda dell’Ernani di Giuseppe Verdi; l’autore originario della messinscena è Beppe de Tomasi che propose questa regia per il Teatro Massimo di Palermo ed è qui ripresa da Pier Francesco Maestrini; alle luci Bruno Ciulli mentre le scene ed i costumi sono di Francesco Zito.
Un allestimento che enfatizza pittura scultura e architettura con attenzione maniacale alle didascalie del libretto in cui l’azione scenica è sempre al servizio della musica e della drammaturgia. I quattro atti sono adornati da visioni scenografiche ammalianti i cui vividi colori ne evidenziano le particolarità; il gesto scenico è sempre accompagnato dall’aderenza alle esigenze della partitura ed il tutto scorre in un lento, ma fluido procedere intervallato da ben tre intervalli necessari per il cambio scena.
Il soggetto di Hernani di Victor Hugo ispirò Verdi a creare una musica di grande impeto, fondata sui due affetti dominanti del dramma: da una parte l'eroismo dei personaggi e dall’altra l'amore impossibile fra Elvira ed Ernani. Di tutti gli aspetti di questa trama, il compositore di Busseto ha mantenuto la giovinezza dei personaggi, la loro grandezza, l'eroismo e la fierezza. Inoltre Verdi manifesta il suo intuito teatrale accostandosi maggiormente alla resa melodrammatica del soggetto, distaccandosi così dalla formula di Nabucco e dei Lombardi alla prima crociata, per dirigersi verso una nuova concezione del melodramma, più vicina al suo sentire e divenendo precursore delle esigenze del suo pubblico.
Per Ernani il musicista mette in scena una nuova forma di composizione: l’opera a personaggi, abbandonando il ruolo del coro-popolo fino ad allora protagonista e dando corpo e spessore da protagonista a pochi e ben delineati soggetti che incentrano su di loro il dramma; il coro in questa veste assume una funzione decorativa e spettacolare, abbandonando la sua precipua funziona drammatica.
Venendo alla sera del 13 dicembre 2019, ecco che le prime mende musicali si possono attribuire al Coro Sinfonico di Milano “Giuseppe Verdi”  (preparato e diretto dal M° Iacopo Facchini) disomogeneo e alquanto impreciso nell’esecuzione; la sezione maschile in particolar modo si è dimostrata piuttosto limitata già dalla prime battute e non ha risolto a dovere i grandi e solenni passi a lei affidati dal compositore.

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191215_Pi_02_Ernani_phFinotti

Non va meglio per l’Orchestra della Fondazione Teatro Coccia in collaborazione con il Conservatorio “Guido Cantelli: gli ottoni abbondano scrocchi e stonature, attacchi imprecisi, talvolta belluini e a poco vale la cura del M° Matteo Beltrami che cerca la quadra del cerchio in una ripresa dove l’improvvisazione e l’approssimazione sembrano farla da padrona. Sono buone le idee e l’approccio narrativo alla partitura, ma il tutto spesso naufraga in sonorità piuttosto sgraziate ed un discorso musicale discontinuo e frastagliato.
Venendo al cast colpisce la luminosità vocale del tenore Migran Agadzhanyan nei panni di Ernani; manca di qualche finezza interpretativa, ma il risultato complessivo è più che positivo. La voce corre libera, il fraseggio cesella la parola scenica a dovere e la presenza fisica denota familiarità con la parte.
Massimo Cavalletti nei panni di Don Carlo, dopo una partenza non proprio idilliaca (nel terzetto del primo atto il suono è spesso ingolato e gli acuti piuttosto faticosi), chiude la grande pagina dell’incoronazione con encomio fraseggiando elegantemente e conferendo piena solennità al coinvolgente momento drammaturgico.
Don Ruy Gomez de Silvia torva in Simon Orfila (senza dubbio il migliore della serata), un validissimo interprete che ha saputo mettere in luce i molteplici stati d’animo del personaggio: rabbia, sconforto, vendetta, sono state tradotte con intenzioni, colori ed emozioni davvero toccanti.
Non ha convinto appieno Alexandra Zabala nell’impegnativo ruolo di Elvira; se le note più impervie possono contare su un sostegno sicuro del fiato, una padronanza delle ottime messa di voce ed eccellenti agilità, la zona centrale risulta piuttosto appannata e poco sonora talvolta ai limiti dell’udibile. Qui spesso viene soverchiata dal suono della buca e non riesce a trasmettere compitamente il senso drammaturgico voluto dal compositore

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Puntuali gli altri comprimari Marta Calcaterra (Giovanna), Albert Casals (Don Riccardo) ed Emil Abdullaiev (Jago).
Teatro caloroso tranne un puntuale idiota (altra parola non mi sovviene) che pareva divertisti a “buare” (in maniera del tutto ingiustificata) ogni momento di acclamazione da parte del pubblico.

Crediti fotografici: Foto Finotti per il Teatro di Pisa
Nella miniatura in alto: il soprano Alexandra Zabala (Elvira)
Al centro e sotto: panoramiche sull’allestimento storico di Beppe de Tommasi






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Parliamone
Ecco la Carmen venuta da Ravenna
intervento di Athos Tromboni FREE

200208_Fe_00_Carmen_MartinaBelli_phZaniCasadioFERRARA - Un successo annunciato, quello della Carmen di Georges Bizet proveniente dal Teatro Alighieri di Ravenna dove era andata in scena quale ultimo spettacolo della “Trilogia d’Autunno” nel novembre scorso. Si sapeva che il regista Luca Micheletti era un giovane baritono interprete anche del ruolo di Escamillo (peraltro non in scena a Ferrara nel Teatro Abbado dove ha lasciato il posto al collega Andrea Zaupa, limitandosi a fare la regia già proposta a Ravenna); si sapeva che il pubblico romagnolo aveva accolto quella regia con lunghi applausi e ovazioni, replicate qui dal pubblico ferrarese; si sapeva che nel ruolo eponimo aveva brillato una giovane promessa (promessa già mantenuta, diciamo oggi) che risponde al nome di Martina Belli.
Tutto questo si sapeva. E concordiamo con quanto scrisse
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La Euyo prende residenza a Ferrara e Roma

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Ballo and Bello
Cenerentola č anche un balletto
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Ecco il Festival Puccini 2020
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Tosca approda al Goldoni
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Serse adatto al pubblico moderno
servizio di Attilia Tartagni FREE

200112_Ra_00_Serse_AriannaVenditelli_phAlfredoAnceschiRAVENNA - La stagione d’opera 2020 del Teatro Alighieri si è aperta il 10 e il 12 gennaio portando per la prima volta a Ravenna il Serse,  una delle tante opere scaturite dal genio prolifico di Georg Friedrich Händel, il cui debutto avvenne al  King’s Theatre di Londra il 15 aprile 1738.
Ottavio Dantone al clavicembalo e alla direzione
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Opera dal Nord-Est
Ottimo Boris Godunov
servizio di Rossana Poletti FREE

200111_Ts_00_BorisGodunov_AnissimovAlexanderTRIESTE - Teatro Verdi. Va in scena a Trieste il Boris Godunov, capolavoro del compositore russo Modest Petrovič Musorgskij, a cura del Dnepropetrovsk Academic Opera Ballet Theater di Dnipro in collaborazione con la Fondazione Lirica di Trieste. Si propone nella versione del 1872, con la revisione originale di Alexander Anissimov, attuale direttore
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Personaggi
Ventre e Simoncini i due Calaf
intervista di Simone Tomei e Angela Bosetto FREE

200110_Pr_00_GiacomoPucciniPARMA - Venerdì 10 gennaio 2020, il Teatro Regio di Parma inaugurerà la Stagione lirica con Turandot, l’ultimo capolavoro di Giacomo Puccini, diretto da Valerio Galli e proposto nell’allestimento del Teatro Comunale di Modena, firmato da Giuseppe Frigeni (regia, coreografia, scene e luci) con  costumi di Amélie Haas. Ne abbiamo approfittato per fare una chiacchierata con i
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Opera dal Centro-Nord
Ritorno di Bohčme, primo e secondo cast
servizio di Simone Tomei FREE

200105_Fi_00_LaBoheme_FrancescoIvanCiampa_phMicheleMonastaFIRENZE - Di questa produzione di Bohème, andata in scena al Teatro del Maggio Fiorentino nello scorso periodo natalizio, già parlai nel settembre del 2017 (qui potete leggere il mio intervento). Sebbene in questa ripresa il posizionamento delle scene sembri essere più funzionale alla drammaturgia, i problemi strutturali del palcoscenico fiorentino
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Vocale
Natale alla Scala con Berlioz
servizio di Francesco Lora FREE

200102_Mi_00_ConcertoBerlioz_HectorBerliozMILANO – «Il coro dei pastori è molto più moderno (dell’ouverture) e bisogna essere ignoranti come una carpa (sic) per credere che un maestro di cappella del Settecento abbia mai immaginato la modulazione che si trova nel mezzo di questo coro»: così Hector Berlioz scriveva a Théophile Gautier, intorno al Natale 1853, a proposito della sua
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Echi dal Territorio
La Delfrate e i giovani talenti
servizio di Laura Gatti FREE

200102_Mn_00_ConcertoDiCapodanno_CarlaDelfrateMANTOVA - A pochi giorni dal successo, in un Duomo gremitissimo, del Concerto di Natale diretto autorevolmente dal M° Luca Bertazzi, titolare della cattedra di Musica d’insieme, l’Orchestra Sinfonica del Conservatorio “L. Campiani” si è presentata al Teatro Sociale mercoledì 1° gennaio 2020 per il tradizionale “Concerto di Capodanno”.
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Opera dal Nord-Ovest
Ottima la Bohčme tutta colorata
servizio di Simone Tomei FREE

191231_Ge_00_LeonardoSiniGENOVA - Lo stupore, la magnificenza, il brio, l’elettricità che si sprigiona nell’aria non possono lasciare indifferente (se non addirittura a bocca aperta) lo spettatore che entra nella grande sala del Teatro Carlo Felice di Genova per assistere a La bohème di Giacomo Puccini: il pannello che sostituisce il sipario ci offre una già un’anticipazione di quello che sarà la visione dei 
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Opera dal Nord-Est
Una bella Madama Butterfly
servizio di Simone Tomei FREE

191224_Vr_00_MadamaButterfly_FrancescoOmmassini_EnnevifotoVERONA - Con la fine del 2019 volge al termine anche la stagione autunnale della  Fondazione Arena; il percorso di questo “Viaggio in Italia”, iniziato nel mese di ottobre, si conclude con l’opera Madama Butterfly di Giacomo Puccini. Sono quasi trent’anni (precisamente dal 1991) che questo titolo latita dalla sale del Teatro Filarmonico (più volte
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Opera dal Nord-Est
Turandot e Aida un'apertura kolossal
servizio di Rossana Poletti FREE

191215_Ts_00_KatiaRicciarelliTRIESTE - Teatro Verdi. E' stata una straordinaria doppia apertura della stagione lirica al Verdi di Trieste, quella che ha visto in scena in alternaza la Turandot di Giacomo Puccini e l'Aida di Giuseppe Verdi. Un teatro, che non ha grandi spazi e tecnologie sul palcoscenico, ha dovuto operare su una scena in gran parte comune per i due allestimenti,
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Opera dal Centro-Nord
L' Ernani che traballa
servizio di Simone Tomei FREE

191215_Pi_00_Ernani_AlexandraZabala _phFinottiPISA - Al Teatro Verdi nell’attuale stagione lirica, un allestimento del 1999 incornicia la vicenda dell’Ernani di Giuseppe Verdi; l’autore originario della messinscena è Beppe de Tomasi che propose questa regia per il Teatro Massimo di Palermo ed è qui ripresa da Pier Francesco Maestrini; alle luci Bruno Ciulli mentre le scene ed i costumi sono di Francesco Zito.
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Dischi in Redazione
Sentire l'amore secondo Mirael
recensione di Athos Tromboni FREE

191214_Dischi_00_MiraelCD audio "Sentire l'amore"
MIRAEL
Produzione: Studio Suonamidite (Empoli)
Reperibilità:
www.mirael.it
Ha scelto un nome d'arte - Mirael - che significa «guarda Lui» dove «Lui» è sinonimo di Amore. Così la giovane cantautrice ferrarese Pia Pisciotta si presenta al pubblico con il proprio nuovo (e primo) CD
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Operetta and Musical
My Fair Lady chiude la stagione
servizio di Salvatore Aiello FREE

191209_Pa_00_MyFairLady_NancySullivanPALERMO - Il Teatro Massimo, introducendo al clima delle festività natalizie, ha scelto di concludere la Stagione d’Opera (sarà il prossimo Schiaccianoci a concludere quella del Balletto) col riproporre, dopo lunghi anni, il musical. E’ andato quindi scena My Fair Lady su libretto e testi di Alan Jay Lerner e musica di Frederick Loewe, tratto dal
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Vocale
Figure del femminino al Giglio
servizio di Nicola Barsanti FREE

191201_Lu_00_FigureDelFemminino_RosellaIsola_phAndreaSimiLUCCA - La serata inaugurale della sesta edizione dei Lucca Puccini Days svoltasi presso il Teatro del Giglio di lucca sabato 30 novembre 2019, ha proposto al pubblico un significativo viaggio musicale tutto al femminile. Come già anticipato dal titolo Figure del femminino nel melodramma ottocentesco: un viaggio alla scoperta delle donne nell’opera
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Echi dal Territorio
Concerto di imponente vocalitā
servizio di Attilia Tartagni FREE

191130_Lugo_00_Concerto24Novembre_MarialuceMonariLUGO DI ROMAGNA (RA) - Come da tradizione, il Circolo Lirico Giuseppe Verdi di Lugo si apprestava ad allestire a fine anno un’opera lirica ma la chiusura per lavori del Teatro Rossini lo ha fatto optare per il “Grande concerto lirico” di domenica 24 novembre nella Sala polivalente del Circolo “Gli amici del Tondo” di Lugo, che per inciso è anche sede
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Opera dal Centro-Nord
Belle Nozze disegnate da Gasparon
servizio di Simone Tomei FREE

191126_Li_00_NozzeDiFigaro_JacopoSibariDiPescasseroli_phAugustoBizziLIVORNO - «Questo ritorno dopo quasi due secoli della commedia per musica mozartiana, costituisce il primo capitolo di un progetto tutto toscano, ideato in coproduzione con il Teatro Verdi di Pisa e il Teatro del Giglio di Lucca, dedicato alla riproposta nei nostri Teatri di tradizione della storica Trilogia mozartiana sui libretti di Lorenzo
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Gli Amici della Musica giornale on-line dell'Uncalm
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