Pubblicato il 18 Gennaio 2022
L'opera minore di Giuseppe Verdi tratta dallo Stiffelio continua a non entusiasmare
Ed ecco l'Aroldo fascista servizio di Attilia Tartagni

20220118_Ra_00_Aroldo_RobertaMantegna_phZani-CasadioRAVENNA - E’ possibile perdonare un tradimento coniugale? Questo è l’esile tema intorno al quale ruota Stiffelio che Giuseppe Verdi revisionò insieme al librettista Francesco Maria Piave, ricavandone l’Aroldo con cui debuttò al Nuovo Teatro di Rimini nel 1857. Fu un grande successo: ci furono ben 27 chiamate per Verdi e due per Piave dal pubblico riminese entusiasta  di ospitare il grande compositore e il suo collaboratore e anche di avere Angelo Mariani alla direzione d’orchestra.
L'odierna coproduzione fra il Teatro Galli di Rimini (distrutto dal bombardamento del 28 dicembre 1943 e inaugurato dopo lunghi lavori nel 2018), il Teatro Alighieri di Ravenna, il Teatro Comunale di Modena “Pavarotti-Freni” e il Teatro Municipale di Piacenza, trasporta la trama  nel ventennio fascista, facendo del teatro riminese un richiamo visivo costante. Aroldo non è un reduce delle Crociate, ma della guerra coloniale d’Africa e scopre casualmente il tradimento della moglie Mina. Nell’opera lirica il tradimento finisce regolarmente nel sangue, ma non in questa dove Aroldo trova, dopo un lungo travaglio interiore, e dopo una cruenta burrasca che sconvolge l’intera comunità  e qui si traduce nel tragico bombardamento del  1943, la via del perdono, nell’originale Stiffelio quale atto di magnanimità ispirato dal cristianesimo, nell’Aroldo quale moto dell’anima convinta dal sincero pentimento della moglie.
L’allestimento propone documenti video, come la raccolta delle fedi per finanziare la guerra e arredi tipici dell’architettura rurale fascista, ma anche riferimenti sonori (la narrazione in premessa di Ermanna Montanari, la canzone del reduce fascista lanciata dalla radio d’epoca) per sottolineare il parallelo fra il destino dei protagonisti e quello del Teatro Galli voluto da Emilio Sala ed Edoardo Sanchi, rispettivamente drammaturgo e regista.

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Come sottolinea Emilio Sala: «... la riconciliazione coincide con la ricostruzione del teatro. Ciò che avviene sul piano individuale, nella relazione tra i due coniugi che alla fine sembrano potersi riconciliare, succede anche sul piano storico e simbolico con la riapertura di uno dei pochi spazi in cui la comunità cittadina … può ancora riconoscersi: il teatro.»
Nonostante il rimaneggiamento voluto da Verdi che vi aggiunse un atto, Aroldo non può annoverarsi fra le sue opere migliori, forse perché mancò al librettista Piave il canovaccio di un testo letterario, nè questo allestimento-omaggio alle sorti del teatro riminese contribuisce a valorizzarla. La lettura è doppia: da una parte la drammaturgia ispirata al ventennio, dall’altra l’esecuzione canora e vocale, inappuntabile.
Sono ottimi interpreti Luciano Ganci nei panni di Aroldo e Roberta Mantegna in quelli di Mina, che con la sua bella e ricca vocalità ha colorato l’ultimo atto del suo profondo pentimento accompagnata dal corno inglese.
Buona anche l’interpretazione di Vladimir Stoyanov che è Egberto, padre di lei, mentre Adriano Gramigni e Riccardo Rados sono rispettivamente Briano, camerata di Aroldo, e Godvino, l’amante di Mina; Giovanni Dragano è il cugino Enrico.
Hanno fatto un superbo lavoro l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, diretta da Manlio Benzi, e il Coro del Teatro Municipale di Piacenza diretto da Corrado Casati. Il quadro finale, con gli interpreti allineati di fronte al fondale del Teatro riminese, è l’ultimo appassionato omaggio al teatro come cultura e all’opera come vita.

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Applausi generosi e meritati per tutti, compresi Giulia Bruschi e Nevio Cavina, che firmano scene e luci, Raffaella Girardi ed Elisa Serpilli a cui si devono i costumi e Matteo Castiglioni per le proiezioni: hanno fatto un buon lavoro di ricostruzione di un’epoca sia pure del tutto estranea alla vicenda, incuranti del fatto che la percezione individuale e sociale del tradimento muta non soltanto nei secoli, ma nei decenni.
(La recensione si riferisce alla recita di domenica 16 gennaio 2022).

Crediti fotografici: Foto Zani-Casadio per il Teatro Alighieri di Ravenna
Nella miniatura in alto: il soprano Roberta Mantegna (Mina)
Al centro in sequenza: Vladimir Stoyanov (Egberto) e
Luciano Ganci (Aroldo); ancora Lucano Ganci con Roberta Mantegna; panoramica sull'allestimento
Sotto: altra panoramica sull'allestimento ambientato in epoca fascista





Pubblicato il 31 Dicembre 2021
Il Teatro Comunale 'Claudio Abbado' ha mandato in scena un capolavoro di Vivaldi vietato
Il Farnace debutta dopo 283 anni servizio di Athos Tromboni

20211231_Fe_00_IlFarnace_RaffaelePe_phMarcoCaselliNirmalFERRARA - Nella storia della musica può capitare che un capolavoro sepolto nel dimenticatoio possa essere riscoperto e riproposto. Succede con molte opere fuori repertorio, che poi generalmente rientrano come "minori" nel repertorio e in tempi moderni (quelli nostri) vengono di tanto in tanto riprese da qualche direttore artistico di buona volontà e maggiore intelligenza.
Ma non succede mai che un'opera del passato, scritta appositamente per un teatro, non venga mai rappresentata perché vittima di censura o divieto; invece a Ferrara è successo, con la messa in scena per la prima volta in assoluto della versione 1739 di Il Farnace uscito dalla penna di don Antonio Vivaldi, Prete Rosso.
Raccontiamo brevemente la storia del Farnace ferrarese, facendo riferimento al programma di sala: Il Farnace è uno dei drammi musicali - su libretto di Antonio Maria Lucchini - più evocativi del compositore e tra i più rappresentativi del periodo musicale barocco. Andato in scena per la prima volta al Teatro Sant’Angelo di Venezia nel 1727, fu ripetutamente ripreso dal Prete Rosso e profondamente riveduto negli anni successivi, prima di cadere nell’oblio. A Ferrara, quell’opera di Vivaldi non debuttò mai, per un divieto ecclesiastico che bandì il compositore dalla città.

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Si tratta della versione scritta dal compositore nel 1738 (versione RV 711-G), che Vivaldi approntò espressamente per il Teatro Bonacossi in occasione del Carnevale di Ferrara del 1739. Quella edizione, però, non andò mai in scena, per la censura del Cardinale Ruffo, legato pontificio nella città estense, che ne vietò la rappresentazione a causa del presunto legame illecito tra il Prete Rosso e la sua cantante prediletta, Anna Girò. La messa in scena saltò e Vivaldi morì pochi anni dopo, nel 1741, indebitato, senza vedere rappresentata questa sua sofferta versione ferrarese. Originariamente era in tre atti, ma il terzo atto è andato perduto, per cui a Ferrara, la prima assoluta del Farnace si fermerà al termine del secondo atto.
Il direttore d'orchestra Federico Maria Sardelli e il regista Marco Bellussi adducono motivazioni più che condivisibili: «Abbiamo optato una soluzione assolutamente rigorosa della versione giunta a noi.

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Cioè abbiamo scelto di presentare il frammento nella sua integrità, senza arbitrii, ricostruzioni o integrazioni, consci che sia il miglior servizio che si possa rendere alla musica di don Antonio Vivaldi.
Ci siamo impegnati per un’operazione-verità: non solo perché si sta riportando l’opera a Ferrara riparando un torto subìto da Vivaldi per mano del legato pontificio Cardinale Ruffo, ma perché finora coloro che hanno eseguito il Farnace hanno sempre pensato di integrarlo col terzo atto della versione del 1727. Ma il maturo Antonio Vivaldi del 1738 avrebbe scritto sicuramente altre cose. Quindi presentare il frammento - i due soli atti nudi, crudi, integrali - è un gesto nuovo, coraggioso e rispettoso.»
Adesso raccontiamo brevemente la trama dell'opera: l’azione si svolge a Eraclea, durante la conquista romana dell’Anatolia. Farnace, re del Ponto, è il figlio e successore di Mitridate. Sconfitto dai Romani, è assediato nella sua ultima roccaforte. Per evitare di cader vivi nelle mani dei romani, ordina alla moglie, Tamiri, di uccidere il figlio, poi di suicidarsi. La madre di Tamiri, Berenice, regina di Cappadocia, nutre sentimenti d’odio verso Farnace e si accorda con il vincitore romano Pompeo per ucciderlo. L’arrivo delle truppe di Pompeo aggrava la situazione: Selinda, sorella di Farnace, viene fatta prigioniera dal romano Aquilio che è innamorato di lei, così come Gilade, uno dei capitani dell'esercito di Cappadocia fedele a Berenice. Nel tentativo di salvare il fratello Farnace, Selinda mette l'uno contro l'altro Aquilio e Gilade. Il re del Ponto, Farnace, sta per suicidarsi, credendo che sua moglie e suo figlio siano già morti, ma Tamiri appare e gli impedisce di compiere il gesto fatale. Praticamente un lieto fine senza la fine dell'opera.

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Il Teatro Comunale "Claudio Abbado" la sera del 30 dicembre 2021 (replica prevista per il pomeriggio di oggi, 31 dicembre) non ha fatto registrare il tutto esaurito, comunque il pubblico era numeroso, molto più che nelle precedenti opere della stagione lirica (Madama Butterfly di Puccini; Werther  di Massenet; Maria di Buenos Aires di Astor Piazzolla); ed è uscito soddisfattissimo dal teatro a fine serata, perché l'esecuzione dell'opera è stata veramente pregevole (l'allestimento è una coproduzione con il Teatro Municipale di Piacenza, dove andrà in scena fra qualche mese).
Il punto di forza di questa produzione è indubbiamente il gran lavoro di Federico Maria Sardelli, sia come direttore d'orchestra, sia come musicologo: a lui ha risposto con dovizia l'intero cast, così come l'orchestra Accademia dello Spirito Santo e il coro diretto da Francesco Pinamonti.
Sardelli sa come richiedere agli strumentisti sia la musicalità, sia l'afflato proprio dell'orchestra barocca, essendo egli uno specialista di quel repertorio; sa come armonizzare (non solo armonicamente, ma anche dinamicamente) il suono strumentale con le voci. Così la sua lettura diventa di una nitidezza e di una trasparenza meravigliose. E se parliamo di trasparenza non intendiamo con questa descrivere la rarefazione dei volumi (richiesti per esempio nelle arie o nei duetti di furore) quanto piuttosto le loro consistenze che - in rubato - consentono comunque al canto di non essere mai coperto dalla musica strumentale. Ma il rubato bisogna saperlo fare, altrimenti l'insieme diventa un pasticcio: e Sardelli ha dimostrato di saperlo fare, saperlo gestire, saperlo sfruttare al meglio per i propri fini espressivi e comunicativi.
Fedele partner del direttore è stato, in questa produzione del Farnace, il regista Marco Bellussi, da noi già elogiato in occasione di precedenti lavori operistici da lui realizzati proprio a Ferrara: la sua concezione dell'opera tende a valorizzare l'essenzialità perché, come dice lui, la drammaturgia e anche la scenografia stanno già dentro la musica: per cui la messa in scena ha da essere essenziale, evocativa, non imitatoria del libretto ma, casomai, esaltatoria dello stesso. Il Farnace disegnato per Ferrara è il più rappresentativo esempio di questa concezione estetica del regista: semplicità, pulizia, essenzialità, de-esibizionismo (il de- è deprivativo, qui) registico: le poche suppellettili di scena le belle luci di Marco Cazzola e i magnifici costumi di Carlos Tieppo altro non hanno fatto che fondersi con equilibrio sobrio e raffinato dentro le didascaliche scene di Matteo Paoletti Franzato. Ma soprattutto la recitazione e la plasticità gestuale dei cantanti-attori hanno più volte richiamato nella memoria collettiva figurazioni che vanno dal levigato nitore canoviano all'espressività di gruppi statuari come ad esempio il Compianto su Cristo morto di Guido Mazzoni (1483-1485), conservato nella bellissima Chiesa del Gesù proprio a Ferrara.
Di alto livello in cast, che ha potuto contare sulle belle intonazioni in falsetto del contratenore Raffaele Pe senz'altro uno dei maggiori interpreti oggi del repertorio che fu appannaggio dei grandi castrati della storia dell'opera: ottimo fraseggio e morbidezza d'emissione (mai stridula o povera di armonici, o gutturale) lo hanno eletto a maggior protagonista della serata.
Ma non da meno si è rivelata Francesca Lombardi Mazzullo nel ruolo en-travesti di Gilade, stratosferiche le sue agilità nel canto fiorito, passionale la sua mimica, spontanea e senza forzature la sue emissione; e per questo si è meritata i più lunghi applausi del pubblico a scena aperta e alla fine della rappresentazione.
Altre due voci "monstre" ("monstre" per l'indovinato rapporto fra espressione e musicalità, non dunque nel senso melomaniaco di "potenza" che si suole dare al termine) sono state quelle di Elena Biscuola (Berenice) e di Leonardo Cortellazzi (Pompeo) perfettamente a loro agio nel ruolo dei "cattivi" della messinscena.
Plaudiamo infine alle belle prove di Chiara Brunello (Tamiri), Silvia Alice Gianolla (Selinda) e Mauro Borgioni (Aquilio), nonché al contributo essenziale dei mimi Elisabetta Galli e del giovanissimo Davide Craglietto.

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E in fatto di mimica, come non lodare gli uomini del coro dell'Accademia dello Spirito Santo che oltre a cantare (ottimamente) tutto quanto toccava loro, hanno prestato la loro imponenza e delicatezza al servizio, come mimi, di quel nitore canoviano e di quell'espressività di gruppi statuari rinascimentali che si ricordava poc'anzi.
Operazione mirabilmente riuscita, dunque, l'andata in scena di Il Farnace di Antonio Vivaldi 283 anni dopo la bocciatura ecclesiastica del 1739.

Crediti fotografici: Marco Caselli Nirmal per il Teatro Comunale "Claudio Abbado" di Ferrara
Nella miniatura in alto: il contratenore Raffaele Pe (Farnace)
Sotto: panoramica su allestimento e costumi di Il Farnace di Vivaldi
Al centro in sequenza: Chiara Brunello (Tamiri) insieme a Raffaele Pe; Francesca Lombardi Mazzulli (Gilade); Silvia Alice Gianolla (Selinda); Elena Biscuola (Berenice); Raffaele Pe (Farnace); Leonardo Cortellazzi (Pompeo)
Sotto: Mauro Borgioni (Aquilio) con Silvia Alice Gianola
In fondo: il direttore Federico Maria Sardelli sul podio dell'orchestra dell'Accademia dello Spirito Santo





Pubblicato il 12 Dicembre 2021
L'opera della maturitā di Pietro Mascagni soddisfa pienamente il pubblico del Goldoni
Piccolo Marat di lusso servizio di Simone Tomei

20211212_Li_00_IlPiccoloMarat_ValentinaBoiLIVORNO - Il Teatro Goldoni di Livorno in occasione del centenario mette in scena Il piccolo Marat di Pietro Mascagni; la prima rappresentazione, avvenuta il 2 maggio 1921 al Teatro Costanzi di Roma, fu salutata da un enorme successo di pubblico, addirittura superiore a quello colto quasi trent’anni prima nello stesso Teatro dal giovanissimo compositore livornese con Cavalleria rusticana.
Un’occasione, quindi, unica per avvicinarsi ad un’opera della piena maturità artistica del compositore livornese, pervasa da una tale energia tra azione e musica da fargli dire che era «... l’inno della sua coscienza.»
Il soggetto affronta un criminale episodio avvenuto negli anni del Terrore, in piena Rivoluzione francese, che però, con i suoi protagonisti principali, resta confinata sullo sfondo di una vicenda complessa e truce, ma molto più umana e personale: l’amore di un giovane figlio per la madre che sa di essere in estremo pericolo di vita e che decide di fare di tutto per salvarla; ancora l’amore, ma tra i due protagonisti per antonomasia - il tenore ed il soprano, il piccolo Marat e Mariella - che si fanno forza per ribellarsi alla crudeltà dello spietato persecutore dei prigionieri politici, condannati a morte senza processo (l’Orco); la coscienza umana e civile che non volge lo sguardo da un’altra parte rispetto alla ferocia, ma si ribella ed adopera per farla cessare (i ruoli del Carpentiere e del Soldato).
«Un’opera complessa e straordinaria, stile da grand opéra con impiego di numerosi solisti, masse orchestrali e corali, pervasa da una disperazione surreale che espressa dalla musica  arriva come una spada dritta al cuore – affermano il direttore d’orchestra e la regista – che trafigge fin dalle prime battute con un sentimento di coscienza collettiva, ed immerge lo spettatore nella sofferta ma appassionata narrativa di una battaglia verso la luce attraverso le tenebre.»
Un forte anelito di giustizia e libertà pervade questo lavoro di Mascagni, con tanto di lieto fine e riscatto dalla tirannide, per una storia che oggi diremmo trattata con taglio cinematografico, per l’incredibile e modernissima concezione del rapporto tra musica ed azione scenica che la caratterizza.
L’allestimento scenico è stato curato dalla regista Sarah Schinasi coadiuvata per scene e costumi da William Orlandi, light designer Christian Rivero e assistente ai costumi Maria Vittoria Benedetti.
Una scena ed una regia funzionali al dramma; e intorno ad un grande ponte che sovrasta la scena ruota tutta l’azione scenica. Le grandi masse impegnate - artisti del coro e solisti - intrecciano le loro vicende in un ambiente sostanzialmente lugubre e tetro proprio per esaltare il clima di terrore succitato. È emblematica una frase di Vicotr Hugo che proprio la regista ha messo a cappello delle sue note nel libretto di sala: «Se scrivessi la storia della  Rivoluzione… parlerei di tutti i crimini dei rivoluzionari, solamente di quelli che sono colpevoli… ma non solamente uno scritto sulla Rivoluzione, ma sulla lealtà degli uomini verso i valori.»
Questi crimini e questa perdita di lealtà verso gli altri uomini sono ben tradotti dalla figura dell’Orco interpretato magistralmente dal basso Andrea Silvestrelli. Un uomo sadico, gretto, messo ben in luce dal solista con una voce salda, solida, truce, e a tratti violenta; quello che colpisce ed impressiona sono proprio il volume ben dosato in tutta la sua interpretazione e l’estensione che non teme gli acuti più violenti così come come le profondità più abissali: in essi si sprigionano sontuosi armonici e grande padronanza del ruolo.

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La giovane Mariella trova nel soprano livornese Valentina Boi una elegiaca interpretazione che, seppur nella mancanza di melodie suadenti e armoniose - ad eccezione del duetto con il tenore -, è risolta in un elegante declamato con finezza vocale, trasporto emotivo e salda tecnica.
Ottima prestazione anche quella del tenore Samuele Simoncini nel title rôle; la parte è impervia, faticosa e snervante per la voce, ma il tenore senese non ha mai concesso spazio al cedimento, anzi ha saputo giostrarsi nelle emozioni del personaggio con dinamiche ricercate; la parte richiede in alcuni punti un’emissione quasi straziata confermando il pensiero dei più sulla capacità mascagnana di scrivere per i cantanti. Unico momento veramente lirico è il grande duetto del secondo atto nel quale i due interpreti hanno dato modo di mettere in luce un’intesa quasi paradisiaca.
Si fa notare poi, con uno squillo argentino, il baritono Stefano Marchisio nei panni di Un soldato; la sua grande scena invettiva contro l’Orco esalta la brillantezza del timbro ed un’intonazione perfetta.
Il grande baritono Alberto Mastromarino - uomo di teatro navigato - incarna appieno i sentimenti de Il Carpentiere; ogni gesto, ogni frase è accompagnata sempre dalle giuste intenzioni che trasudano di esperienza e grande partecipazione.
Silvia Pantani - La mamma - mette in luce una vocalità nitida e sempre consona al piccolo ruolo attribuito che emerge proprio per la pacatezza delle frasi che il compositore le ha affidato.
Corretti tutti gli altri personaggi di contorno che di seguito cito: La spia Alessandro Martinello, Il ladro Pedro Carrillo, La tigre  Michele Pierleoni, Il capitano dei “Marats” Carlo Morini, Il portatore d’ordini Luis Javier Jiménez García, Prima voce Marco Mustaro, Seconda voce Simone Rebola ed Il Vescovo Paolo Morelli.

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Un lustro il Coro del Teatro Goldoni di Livorno preparato e diretto dal M° Maurizio Preziosi. Sin dalla grande pagina iniziale ha saputo mettere offrire una solida preparazione che ha dimostrato sia nelle parti proprie che in quelle più concertanti. Ottimi anche gli interventi fuori scena - chiari, sono e nitidi - che hanno saputo ben attagliarsi al discorso drammaturgico.
Note meno felici per la direzione orchestrale - gli strumentisti sono quelli dell’ORT - affidata al M° Mario Menicagli che sembra aver mostrato più attenzione alla buca che non al palcoscenico. Ho notato più una frettolosa necessità di arrivare in fondo che una cura verso i cantanti spesso soverchiati da sonorità troppo marcate; anche quei rari momenti più lirici hanno spesso perso la loro peculiarità; una poca cura del particolare ha reso l’esecuzione complessiva piuttosto piatta e monocolore.
Il piccolo Marat è un’opera complessa; lo è dal punto di vista tematico, troppo frettolosamente etichettata da alcuni come opera “reazionaria”; lo è per lo stile da grand opéra con conseguente impiego di numerosi solisti, masse orchestrali e corali e lo è, soprattutto, per una difficoltà musicale percepibile sin dal primo ascolto. Una grande operazione di cultura, quindi, della quale il Teatro livornese può andare fiero; mettere in scena un’opera così articolata non è cosa da poco e che a farlo sia una realtà di “tradizione” è un grande cammeo di cui tenere memoria.
(La recensione si riferisce alla recita del 10 dicembre 2021)

Crediti fotografici: Ufficio stampa Teatro Goldoni di Livorno
Nella miniatura in alto: il soprano Valentina Boi (Mariella)
Al centro e sotto: foto di scena di Il piccolo Marat





Pubblicato il 02 Dicembre 2021
Quando il cantante incarna pienamente il vigore e lo spirito verdiano l'interpretazione č da manuale
Nicola Alaimo insuperabile Falstaff servizio di Simone Tomei

20211202_Fi_00_Falstaff_NicolaAlaimo_phMicheleMonastaFIRENZE - «Non sto facendo un'opera buffa. Sto lavorando su un personaggio. Il mio Falstaff non è solo quello delle Allegre comari di Windsor, in cui è soltanto un buffone sbeffeggiato dalle donne; è anche il Falstaff dell'Enrico IV e dell'Enrico V»: così Giuseppe Verdi scriveva ad Italo Pizzi - letterato parmense - in merito all’opera che dopo quattordici anni di silenzio stava accingendosi a comporre.
Infatti, Arrigo Boito, autore del libretto, riprese la trama di Le Allegre comari di Windsor - la più leggera e l’ultima delle tre opere di Shakespeare in cui appare Falstaff - ma attinse anche dall'Enrico IV e dall'Enrico V, prendendo da questi due drammi diverse frasi, il monologo dell'onore e gran parte del monologo del terzo atto, oltre al brano Quand'ero paggio. Così facendo restituiva a Falstaff molti aspetti del personaggio originale che erano andati persi nella commedia, e offriva a Verdi un libretto ricco di scherzi geniali basati sul suono delle parole, e di innumerevoli stravaganze che esaltavano l'elemento comico.
Con mirabile sensibilità psicologica il librettista sapeva ogni volta addurre proprio quegli argomenti che il gran vegliardo desiderava ascoltare, poiché lo rafforzavano nelle sue più segrete aspirazioni.
Boito scriveva a Verdi il 9 luglio 1889: «C'è un solo modo di finir meglio che coll' Otello ed è quello di finire vittoriosamente col Falstaff. Dopo aver fatto risuonare tutte le grida e i lamenti del cuore umano finire con uno scoppio immenso d'ilarità! C'è da far strabiliare!". Questa lettera ebbe ragione delle ultime resistenze del Maestro che rispose il giorno successivo in maniera concisa e risoluta: "Caro Boito, Amen; e così sia!......... Non pensiamo pel momento agli ostacoli, all'età, alle malattie!»
Una collaborazione idilliaca che ha il suggello in questo estratto tratto da una lettera che il compositore scrisse a Boito il 17 marzo del 1890: «Il primo Atto è finito senza nissun cambiamento nella poesia; tale e quale me lavete dato Voi. Credo che lo stesso avverrà del secondAtto a meno di qualche taglio nel concertato come Voi stesso diceste. Non parliamo ora del Terzo: ma credo che non vi sarà molto da fare nemmeno in questo.»
Un piccolo spaccato di un capolavoro che arriva ai nostri giorni con lo spirito che l’ha animata sin dalla sua genesi. Infatti «... in questa commedia i tratti seri e gravi del vivere si sottendono ad un riso inesorabile, ma liberatorio ed irrefrenabile. Per esso tutti i problemi si dissolvono nel nulla. È il riso di un uomo che ha conosciuto le oscurità abissali dell'esistenza come pochi altri, e che ora fa udire contro e su di esse la sua risata. L'eccezionalità di Falstaff è data dal fatto che la sua schiacciante serenità non è mai caratterizzata da un ottimismo piatto e spensierato, ma appare invece come il rovescio del tragico, con cui si lega indissolubilmente.»
In questa ultima opera Verdi, il grande tragico del teatro musicale, volle far proprio un atteggiamento di ridente superiorità, che intende l'intera vita come una commedia e la risata come l'ultima risorsa del saggio

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E quest’anima non è stata tradita dalla realizzazione scenica al Teatro del Maggio Fiorentino; Sven-Eric Bechtolf, è stato eccezionale nel riportarci con semplicità ed immediatezza all’interno del classico e mai scontato teatro elisabettiano; le gestualità sono volutamente datate o se vogliamo “all’antica”, ma dense di fascino che si intersecano con geniali ed attualissimi “pop up” che appaiono sulla scena - tali da riportaci nel mondo magico del giardino di Windosr - e con le suggestive onde del Tamigi in movimento sullo sfondo - grazie ai video di Josh Higgasonche - che riflettono atmosfere oniriche.
Le luci di Alex Brok - in cui i giochi luminosi immobilizzano e muovono i personaggi evidenziandoli nei momenti lirici che gli sono propri - assieme ai fantasiosi costumi di Kevin Pollard - ci portano alla mente i pittori di origine fiamminga. Il tutto degno della magica energia e vitalità con cui Verdi si congeda vittoriosamente dal teatro.
La direzione di Sir John Eliot Gardiner mette in luce la consueta cura del dettaglio del suono di ogni singolo strumento cui si aggiunge, però, una scelta dei tempi piuttosto frastagliata; se la partenza è piuttosto serrata e spedita, subito mette il “freno” per la seconda scena del primo atto lasciandoci decisamente spiazzati ed anche il duetto del protagonista con Ford - degno del podio nel teatro d’opera - diventa piuttosto stancante e farraginoso. Tali ritmi inoltre non sono stati indenni da conseguenze sulle voci - specie nel comparto femminile - andando a rendere molto disomogenea - probabilmente lo era ab origine - la compagnia di canto. Il seguito non è molto diverso quanto ad andamento a più velocità, nonostante la cristallinità del suono sia stata ammirevole anche grazie a un comparto strumentale in stato di grazia.

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E questa volta viene meno la “parità di genere” - di cui sono un fervente sostenitore - per fare un distinguo abbastanza netto sugli interpreti.
In barba alle regole della cavalleria da galateo, inizio dal “sesso forte” dove la presenza del baritono Nicola Alaimo nei panni del title rôle ha fatto letteralmente strike: un artista in piena forma che ha disegnato il personaggio in tutte le sue sfaccettature con una vocalità salda ed un interpretazione scenica degna, se non talvolta superiore, dei suoi predecessori. Malinconia, comicità, stupore, spavento, si alternano con istrionica capacità nel reggere un ruolo che non richiede solo voce e movenze, ma deve aderire perfettamente al corpo come un guanto. Sa tener testa ai cambi di ritmo orchestrali, non si discosta mai un attimo dall’ingombrante presenza scenica e soprattutto non annoia mai, anzi incarna pienamente il vigore e lo spirito verdiano succitato.
Gli tiene testa con saldezza vocale ed altrettanta capacità attoriale il baritono Simone Piazzolla nei panni di Ford; la sua gelosia è solo un aspetto dello sfaccettato personaggio - cui spesso si addossano interpretazioni bizzarre e poco attinenti alla realtà -; qui emergono altri aspetti, quelli più umani, che si attagliano perfettamente ad un canto sicuro, omogeneo in tutta la gamma vocale e soprattuto scevro di tutte quelle smorfie vocali di tradizione.
Meno incisivo e vocalmente più debole il Fenton di Matthew Swensen; emissione corretta, ma nulla di più.
Trio in grande spolvero quello formato da Christian Collia petulante Dottor Cajus, Antonio Garés nei panni di uno spigliato Bardolfo e Gianluca Buratto un tonante Pistola; tre ruoli che appaiono secondari solo sulla carta, ma non lo sono affatto: tre interpreti di eccezionale bravura che hanno quasi gareggiato tra loro per vedere chi poteva spuntarla, ma il risultato non è stato che un meraviglioso pareggio.
Eccoci dunque al “gentil sesso” marchiato dal cammeo di una deliziosa grazia scenica, ma macchiato dalla poca incisività vocale.
Ailyn Pérez è un’Alice Ford poco brillante e nemmeno tanto a suo agio con la dizione spesso tutt’altro che impeccabile; il colore vocale è molto  gradevole, ma il personaggio non emerge rimanendo alla stregua di una non più che corretta esecuzione.
La Nannetta di Francesca Boncompagni sembra attingere dall’esperienza barocca tutta la sua verve interpretativa - e di verve ne ho notata molto poca - con suoni tendenzialmente fissi in acuto e piuttosto monocorde che non emozionano e non vivacizzano un personaggio che dovrebbe illuminare la scena.
Sara Mingardo si destreggia bene sulla scena, ma anche qui il personaggio di Mrs Quickly muore a causa di un canto piuttosto anonimo  dotato di poco peso specifico.
Altra considerazione per la Meg Page di Caterina Piva della quale si può ammirare un’ottima precisione musicale, un’emissione sicura e curata nel fraseggio.
Il coro preparato e diretto dal M° Lorenzo Fratini, seppur impegnato marginalmente nella terza parte dell’opera, ha saputo dipingere la scena finale con colori fantasmagorici, concludendo la serata in maniera davvero superba.

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E qui mi piace citare una piccola frase estratta dalla corrispondenza Verdi-Boito proprio in merito alla fuga finale - uno dei primi brani composti come si evince proprio da questo scritto: «Mi diverto a fare delle fughe!... Sì signore: una fuga ... e una fuga buffa... che potrebbe stare bene in Falstaff!... Ma come una fuga buffa? perché buffa? direte Voi?... Non so come, né perché, ma è una fuga buffa!» (Lettera del 18 agosto 1889)
Dopo gli applausi copiosi e calorosi, non è mancato il bis proprio della fuga finale dove tutti gli astanti - grazie all’ilarità del protagonista - sono stati immersi in una divertente variazione sul tema alzandosi dalle comode poltrone al motto di: “aritutti gabbati”.
(La recensione si riferisce alla recita del 30 novembre 2021)

Crediti fotografici: Michele Monasta per il Teatro dell'Opera di Firenze - Maggio Musicale Fiorentino
Nella Miniatura in alto: il protagonista Nicola Alaimo (Falstaff)
Sotto in sequenza: Simone Piazzolla (Ford); Matthew Swensen (Fenton); Christian Colla (Dottor Cajus); Antonio Garés (Bardolfo); Gianluca Buratto (Pistola); Ailyn Pérez (Alice Ford); Francesca Boncompagni (Nannetta); Sara Mingardo (Mrs Quickly); Caterina Piva (Meg Page)
Al centro e in fondo: due belle panoramiche di Michele Monasta per il Maggio Musicale Fiorentino





Pubblicato il 28 Novembre 2021
L'opera 'Giovanna d'Arco' di Giuseppe Verdi in scena al Teatro Valli non ha pienamente convinto
Una Pulzella assai frenetica servizio di Simone Tomei

20211128_Re_00_GiovannaDArco_RobertoRizziBrignoli.jpegREGGIO EMILIA - Giovanna d’Arco è la settima opera di Giuseppe Verdi che fu rappresentata per la prima volta alla Scala di Milano il 15 febbraio del 1845; erano gli anni in cui l’astro nascente Verdi cominciava ad emergere fortemente; Rossini era silente, Bellini era morto e Donizetti oltralpe, malato. Come altre opere di quel periodo, anche Giovanna d’Arco ebbe un effetto patriottico sul pubblico italiano; effetto amplificato dalla risonanza nazionalistica contenuta nei testi di Temistocle Solera - il librettista - che costituiva un fattore determinante per l’attrazione esercitata da tali opere.
La trama si ispira all’opera teatrale di Schiller La pulzella di Orleans del 1800 nella quale la protagonista muore in battaglia e non sul rogo a Rouen; lo stesso Schiller sembrava dunque più interessato alla sua esistenza, alle sue motivazioni ed al suo operato; Verdi e Solera sposano dunque questa “versione”.
L’arte e la maestria del librettista, inoltre, si mettono in luce per la bravura nel ridurre - i personaggi schilleriani erano ben ventisette e qui sono ricondotti a cinque - e per aver saputo attagliare al testo un delicato rapporto romantico seppur più intenso di quello di Schiller.
Venerdì 26 novembre 2021 è andata in scena al Teatro Valli di Reggio Emilia in coproduzione con il Teatro Comunale di Modena; l’allestimento era quello dell’Opéra-Théâtre de Mez Eurometropole a firma del regista Paul-Emile Fourny con scene e luci di Patrick Méeüs, costumi di Giovanna Fioentini, Videomaker di Virgile Koering e coreografie di Aurélie Barre.

20211128_Re_01_GiovannaDArco_VittoriaYeo.jpeg20211128_Re_02_GiovannaDArco_DevidCecconi.jpeg20211128_Re_03_GiovannaDArco_AmadiLagha.jpeg

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Una visione molto semplice e lineare del libretto in cui prevalgono le immagini su tutto il resto. Un piano inclinato che diventa piazza, foresta, campo di battaglia e cattedrale con l’aiuto di immagini - ben curate e ben fatte - che si compongono e scompongono sulla tela in fondo al proscenio. I movimenti e le interazioni tra i protagonisti sono piuttosto plastiche e poco curate e tutto è lasciato - sembra - ad alla libertà rspressiva degli interpreti.
Interessante l’idea di ripercorrere, durante la sinfonia, la vita dell’eroina con un balletto interpretato dalla compagnia di danzatori Agora Coaching Project (al secolo: Marek Brava, Pietro di Salvo, Daniele Natale, Alesso Saccheri e Melissa Venturi); di gusto e molto significativa la coreografia, bravi i danzatori.
Da un punto di vista musicale si è dimostrato anello debole della catena la direzione del M° Roberto Rizzi Brignoli; ritengo che, se le sonorità erano sostanzialmente appropriate, i tempi e l’incedere della narrazione hanno avuto il solo fine di mettere costantemente in affanno la compagine canora. Sono mancati quei respiri, quegli afflati che potevano far gustare meglio dalla voce degli interpreti le tante sfumature della partitura che si sono ahimè! perdute. Mi ha colpito il fatto - potendolo vedere piuttosto chiaramente - che l’attenzione della mano direttoriale è stata prettamente indirizzata agli strumenti senza quasi mai alzare la vista a pro delle voci. Un incedere frenetico e affannoso non ha saputo concretizzarsi dunque in una sinergica intesa con il palcoscenico che è rimasto perennemente orfano di sguardi, riguardi e attenzioni.
I tre interpreti principali - tutte voci di gran lusso - hanno sopperito con l’esperienza a cotanto rocambolesco e affannoso incedere della musica.
Vittoria Yeo nei panni della protagonista ha brillato per tenacia e resistenza affrontando gli impervi passi con invidiabile temerarietà; la voce è salda in tutta la sua espansione, ma l’affanno dovuto alla troppa frenesia proveniente dalla buca, ha colpito talvolta il fraseggio che in talune pagine è sopperito a pro dell’impellente necessità di tenere testa ai tempi troppo serrati dell’orchestra.
Pure una vocalità come quella del tenore Amadi Lagha - nei panni di Carlo VII - ha dovuto giocare sul compromesso anche se nulla si è perso della brillantezza e dell’eleganza dell’artista. Lo squillo argentino arriva ed il colore caldo della voce ammanta il rigo musicale di elegante fascino e significato.
Stessa sorte per il baritono Devid Cecconi nei panni di Giacomo; anche lui ha giocato molto sulla ricerca di un equilibrio tra le esigenze della parola scenica e la lotta con i tempi convulsi, uscendone vincitore grazie all’esperienza del mestiere.

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Bravo, squillante e sicuro il tenore Alessandro Lanzi nella parte di Delil; come pure il basso Ramaz Chikviladze nei panni di Talbot.
Il Coro lirico di Modena preparato e diretto dal M° Stefano Colò ha superato la prova senza infamia e senza lode, ma ha dimostrato il fianco scoperto nella sezione tenorile spesso poco a fuoco e con qualche problema di intonazione.
Non era piena la sala del Teatro Valli - come ormai succede in molti teatri - popolata da un pubblico poco incline all’entusiasmo, ma che alla fine ha tributato un buon plauso per tutti.

Crediti fotografici: Ufficio stampa del Teatro Valli di Reggio Emilia
Nella miniatura in alto: il direttore Roberto rizzi Brignoli
Al centro in sequenza: Vittoria Yeo (Giovanna d'Arco); Devid Cecconi (Giacomo); Amadi Lagha (Carlo III)
Sotto in sequenza: panoramiche sullìallestimento





Pubblicato il 22 Novembre 2021
L' allestimento di La Traviata accolto dal pubblico con ovazioni per la protagonista e il baritono
Claudia Pavone grande Violetta servizio di Nicola Barsanti

20211122_Lu_00_LaTraviata_FrancescoRosaLUCCA - La serata inaugurale della stagione operistica del Teatro del Giglio vede sul palcoscenico La Traviata di Giuseppe Verdi (primo di tre titoli previsti in cartellone). Una scelta estremamente oculata non solo perché, essendo l’opera più rappresentata al mondo, La Traviata genera sempre grandi aspettative e curiosità, ma poiché, a pochi giorni dalla giornata mondiale contro la violenza sulle donne, il capolavoro verdiano (sempre attuale) restituisce in modo estremamente efficace tutte quelle ipocrisie sociali che in passato hanno afflitto (e, in determinati contesti, continuano tuttora a opprimere) la condizione femminile. A tal proposito, la scena principe dello spettacolo è appunto l’umiliazione di Violetta (sul finire del secondo atto) da parte dell’amato Alfredo, riportato poi alla ragione dalle salde parole del padre “Di sprezzo degno se stesso rende chi pur nell’ira la donna offende”.
L’allestimento lucchese (coproduzione con il Teatro Sociale di Rovigo, il Comunale di Treviso, Comunale di Padova e il Goldoni di Livorno) porta la firma del regista Ivan Stefanutti, il quale sposta la vicenda dalla consueta Parigi di metà Ottocento alla Manhattan d’inizio Novecento in stile Grande Gatsby. Dominano la scena colori scuri (quali il nero e il grigio) e le sagome di palazzi reali (come l’inconfondibile Paramout Building), ma, nonostante alcune incongruenze dettate dall’ambientazione statunitense e i limiti dinamici dovuti alle limitazioni sanitarie vigenti, lo spettacolo risulta piacevole e ben armonizzato.
Venendo al cast, il soprano Claudia Pavone dimostra di possedere buone doti interpretative quale Violetta, affinando il canto la dove richiesto dalla partitura e dimostrandosi agile nelle note più alte del registro, eccetto che per una piccola imprecisione sull’attacco del Mi bemolle di tradizione alla fine del primo atto. Interessanti gli accenti drammatici.
Non una serata memorabile per il tenore Gianluca Terranova, che inizialmente risulta stanco e debole specialmente nei cantabili. Il suo Alfredo va però migliorando nel corso del secondo atto, a partire dall’aria “De’ miei bollenti spiriti”.

20211122_Lu_01_LaTraviata_facebook_phAndreaSimi

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Vero protagonista della serata è senza dubbio il Giorgio Germont di Leo An: il baritono coreano (già ascoltato l’anno scorso a Lucca nel ruolo di Scarpia) dimostra ancora una volta di possedere una carica drammatico-interpretativa sorprendente, distinguendosi per canto, proiezione sonora e dizione, il tutto armonizzato alla perfezione da un legato formidabile.
Bene anche il resto del cast, composto dall’efficace Flora di Andreina Drago, dalla brava Annina di Michela Bregantin, dal Gastone di Emanuele Giannino, dal Barone Douphol di Wiliam Corrò, dal Marchese D’Obigny di Francesco Toso, dall’efficace Dottor Grenvil di Michele Zanchi, dal Giuseppe di Roberto Capovilla, dal Commissario di Giovanni Bertoldi e dal Domestico di Giuseppe Nicodemo.
Positive le prove del Coro Lirico Veneto (preparato dal Maestro Giuliano Fracasso) e della compagnia di danza “Fabula Saltica” con coreografie di Claudio Ronda.
La direzione del Maestro Francesco Rosa (alla guida dell’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta) risulta valida e piacevole. Nonostante la riduzione degli elementi dovuta alle restrizioni imposte, il suono è pieno e avvolgente. A non trovare giustificazione sono invece alcuni tagli dovuti alla vecchia tradizione e che sarebbe ormai giunto il momento di riaprire definitivamente.
La lunga coda sulla piazza antistante il teatro testimonia il buon afflusso di pubblico, che non fa mancare gli applausi e tributa ovazioni a Leo An e a Claudia Pavone.
(La recensione si riferisce alla "prima" del 20 novembre 2021)

Crediti fotografici: Andrea Simi per il Teatro del Giglio di Lucca
Nella miniatura in alto: il direttore Francesco Rosa
Sotto: belle panoramiche sull'allestimento di La Traviata





Pubblicato il 21 Novembre 2021
L'opera meno conosciuta di Bellini ha successo a Genova in un allestimento avveniristico
Bianca e Fernando secondo de Ana servizio di Simone Tomei

20211121_Ge_00_BiancaEFernando_DonatoRenzettiGENOVA - L’opera dal titolo originario Bianca e Fernando di Vincenzo Bellini ebbe il suo debutto al Teatro San Carlo di Napoli il 30 maggio del 1826, ma per un riguardo al principe Ferdinando di Borbone fu cambiata in Bianca e Gernando. Essa nacque sul soggetto tratto dal dramma di Carlo Roti - Bianca e Fernando alla tomba di Carlo IV, duca d’Agrigento - pubblicato nella città partenopea nel 1825. Bellini volle che il libretto fosse steso dal poeta Gilardoni il quale, neofita nel genere operistico, produsse un lavoro più letterale che teatrale. Passarono due anni dal successo del debutto ed ecco che il compositore siciliano venne scelto per la storica inaugurazione del Teatro Carlo Felice di Genova il 7 aprile 1828 della quale così narrano le cronache del tempo: “alla presenza de’ reali sabaudi, tra il giubilo e l’ammirazione de’ cittadini e de’ molti forestieri tratti a Genova da così splendida festa”.
Fu il genovese Felice Romani a creare i presupposti per una renaissance musicale cittadina mettendo quasi in competizione tra loro i maggiori operisti del tempo. Vincenzo Bellini fu il primo a rispondere a questa sollecitazione; rimettendo mano alla partitura originaria e, giovandosi degli interventi drammaturgici dello stesso Romani, revisionò la versione napoletana. Il titolo venne cambiato in quello che fu in origine: Bianca e Fernando.
Nel 2021, la prima esecuzione moderna dell’opera, ci ha dato la possibilità di ascoltare preziose pagine che si credevano andate perdute, tra cui l’allegro in re maggiore che integra la breve sinfonia di apertura originaria  - di cui dice bellini: un brano tirato ad una maniera nuovissima - e di arie d’opera citate da Bellini nella sua corrispondenza epistolare. Tutto ciò è stato il frutto di un capillare lavoro di ricerca promosso dalla Fondazione Teatro Carlo Felice nell’ambito del progetto Civiltà musicale genovese, realizzato in collaborazione con il Centro Studi belliniani e la Fondazione Bellini di Catania sotto il coordinamento della musicologa Graziella Seminara, specialista del compositore e prossima curatrice della partitura per lezione critica nazionale delle opere di Vincenzo Bellini. La città di Genova non è stata da meno per favorire il ritrovamento di alcuni importanti materiali rinvenuti nel Museo del Risorgimento e nella biblioteca del conservatorio Niccolò Paganini.
L’entusiasmo di Bellini del 1828 si può evincere da una lettera all’amico Florimo in cui scriveva: “Iersera fu l’ultima prova piena e questa sera sarà la generale. I pezzi, su cui spero, sono le tre cavatine e il finale del primo atto e il duetto e le due scene del secondo; e specialmente la scena della Tosi è d’un effetto indicibile; il primo tempo formato da un largo, il secondo dall’agitato che sai e il terzo da una cabaletta che è d’un brillante declamato che trasporta: in una parola non faremo fiasco certo… Iersera il duetto ha fatto piangere quante persone v’erano”

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Ed entusiasmo è stato anche per me che ho ascoltato per la prima volta  questo componimento per motivi diversi.
Partirei dall’allestimento del regista Hugo de Ana che ha curato anche le scene ed i costumi illuminati dalle mani di Valerio Alfieri.
L’ambientazione porta a far riflettere sulle contrapposizioni del mondo - o meglio delle idee - partendo “sembra” dall’antitesi tra coloro che seguivano la teoria copernicana e i detrattori della stessa: geocentristi, contro eliocentristi. Il tutto mi è parso suffragato da elementi scenici che hanno avallato questa visione: pianeti che ruotano sul palcoscenico, l’indottrinamento al vecchio pensiero dell’infante di Bianca, una grande semisfera sul fondale del palcoscenico regno di coloro che professano la nuova verità, in cui pende la sfera armillare. Ottima la scelta di connotare le due fazioni con colori netti quali il bianco - per gli eliocentristi - ed il nero - per i geocentristi - che rende ancor più nitida questa contrapposizione. Sublime inoltre la scena del secondo atto nella quale Bianca, che ha scelto di sposare Filippo ignara delle sue losche trame, riflette sulla scelta fatta in un ambiente decaduto in cui un pianoforte a coda in “verticale” pare voler mettere in evidenza un mondo sull’orlo della rovina. È da qua che sono emerse nella mia mente alcune riflessioni che mi hanno indotto ad una lettura - o se vogliamo interpretazione - più attuale dell’idea registica.
Qualunque contrapposizione di idee, di punti di vista, di schieramenti, se compiuti con fare violento, supponente e arrogante, non possono avere come epilogo che quello della distruzione e del disfacimento. Il parallelo con l’oggi è quasi automatico; siamo in un momento in cui le divisioni di vedute sono più forti della voglia di mettersi a confronto per trovare un punto di convergenza: destra vs sinistra, vax vs novax, famiglia tradizionale vs famiglia allargata, accoglienza vs respingimento, immobilisti vs progressisti e via dicendo. Ognuno avrà sicuramente delle ragioni da addurre, ma spesso è proprio la parte più debole che - come il Filippo della situazione - ha bisogno della forza, dell’arroganza e spesso di un populismo becero per far prevalere il proprio punto di vista a discapito, sovente, del bene comune. E la fine non può essere che quella della decadenza e dell’oblio della società cui apparteniamo; decadenza ed oblio in cui si trova Bianca per aver “sposato” la teoria più debole ed ormai palesemente sorpassata. Nella vicenda operistica però, non è tutto perduto perché il lieto fine non manca a pro del trionfo della nuova visione eliocentrica. Ed oggi? Confido anche per noi un lieto fine con lo scopo di appagare la necessità di salvaguardare e proteggere il bene comune universale.
Venendo alla musica, il M° Donato Renzetti ha condotto con mano ferma i complessi orchestrali della Fondazione genovese impartendo guizzo e brio alla complessa partitura; a detta di molti Bianca e Fernando non appare un gran capolavoro, ma io non la penso così. Vi sono pagine a cominciare dall’”Allegro ritrovato” della Sinfonia che brillano per colori smaglianti, vivaci e ottimamente eseguiti; non sono da meno altri momenti  - sia primigeni, sia scritti per la prima genovese del 1828 - che l’abilità del concertatore ha ben attagliato sulle voci senza mai sovrastarle, anzi, ha saputo creare quel sicuro accompagnamento su cui hanno potuto egregiamente brillare.
Ottima la prestazione del Coro, relegato nella parte alta della sfera guidato dal M° Francesco Aliberti; intenso ed efficace nelle interazioni con i solisti, emozionante nella stupenda pagina del secondo atto Tutti siam più conosciuto attraverso la sua parodia Non partì della Norma; eleganti chiaroscuri dovuti alle modulazioni, si intrecciano a pochi contrasti in forte che non fanno altro che esaltare un costante piano ricco di suggestioni.
Vediamo i cast delle due recite che ho seguito.

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Sabato 20 novembre 2021 (Cast alternativo)
Francesca Tiburzi affronta il ruolo di Bianca con grande ardore e partecipazione; la sua voce da soprano drammatico di agilità si confà bene alla parte risultando sempre convincente e partecipe. L’emissione salda non le impedisce di brillare nella zona più impervia del rigo musicale dimostrando grande tenuta e soprattutto una impeccabile intonazione. Nello struggente quadro del secondo atto, l’interprete dona al carattere della protagonista quel senso di angoscia, languore e disperazione tipico delle più belle pagine belliniane in cui si è dimostrata grande attrice ed interprete musicale.
Fernando è il tenore David Ferri Durà che non teme gli impervi acuti cui lo impegna il compositore sin dall’aria di sortita nella quale deve affrontare un rocambolesco fa acuto. La sua aria più struggente è senza dubbio quella del secondo atto All’udir del padre afflitto/odio il tuo pianto, o padre dove mette in luce un legato piuttosto curato; qui le figure puntate sembrano rappresentare le vibrazioni di un cuore afflitto e l’intento dell’autore è stato pienamente soddisfatto dal suo interprete. Qualche suono talvolta risulta meno a fuoco soprattutto nella zona del passaggio, ma la parte è ostica e talun peccato veniale può essere perdonato.
Il baritono Simon Lim affronta la parte di Filippo con alterigia e scaltrezza; ruolo che non perdona per la doppia necessità di un canto spianato nei cantabili e vorticose agilità nelle cabalette. La sua voce è sonora, ben proiettata e nitida nella dizione.
Un grande Carlo è quello del basso Francesco Leone; anche qui si può elogiare l’interprete per una qualità vocale di lusso in cui la brillantezza del suono non inficia la drammaticità del momento, anzi la esalta di colori e di emozioni.
Nei ruoli di fianco hanno saputo tutti farsi apprezzare: Clemente è un risoluto Giovanni Battista Parodi, il Viscardo - ruolo en travesti - di Elena Belfiore emana sicurezza e brio, l’ Eloisa di Carlotta Vichi brilla per morbidezza vocale e fascino; corretto l’Uggero di Renato Parachinetto.

Domenica 21 novembre 2021 (primo cast)
Nel ruolo eponimo femminile Salome Jicia affronta la parte con una vocalità più incline ad una liricità più spianata che ad un approccio drammatico; il risultato è comunque eccellente in quanto la nitidezza vocale e l’impeto più ruggente nulla tolgono alle peculiarità del personaggio che emerge e trova pienamente anche qui una sua precisa identità.
Voce sicuramente più argentina e “leggera” rispetto all’interprete di Fernando del giorno precedente quella del tenore Giorgio Misseri; se la capacità di esecuzione degli acuti e sovracuti non è messa in discussione, talvolta ho avuto l’impressione che emergesse qualche imprecisione dal punto di vista dell’intonazione soprattutto nel secondo atto; la parte è accidentata ed anche qui è necessario comprendere qualche piccolo deragliamento che nulla toglie ad una prova davvero maiuscola.
L’esperienza vocale di Nicola Ulivieri (Filippo) ha lottato e vinto con un rigo musicale tremendamente ostico; ha superato le impervie ascese agli acuti con grinta e determinazione, passando per suadenti cantabili e vorticose agilità con una nitidezza di dizione e vocalità sempre inappuntabilmente a fuoco.
Ottimo anche il Carlo di Alessio Cacciamani il cui timbro vocale è davvero un piacere per l’orecchio.
Rimangono invariati gli altri interpreti ad eccezione di Antonio Mannarino nei panni di un puntuale Uggero.
In entrambe le recite aleggia solo la nota dolente della presenza di un pubblico molto esiguo rispetto alle possibilità di accoglienza del Teatro; pubblico che non ha fatto comunque mancare il suo “contento” con fragorosi applausi a sipario aperto ed alla fine.

Crediti fotografici: Ufficio stampa Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova
Nella miniatura in alto: il maestro Donato Renzetti
Sotto: belle panoramiche sull'allestimento genovese





Pubblicato il 12 Novembre 2021
Presentata a Ravenna l'opera di Claudio Monteverdi privata dei due finali alternativi
L'Orfeo non invecchia servizio di Attilia Tartagni

20211112_Ra_00_LOrfeo_OttavioDantoneRAVENNA - L’Orfeo di Claudio Monteverdi su versi di Alessandro Striggio ha più di 400 anni ma non li dimostra, almeno nella versione andata in scena al Teatro Alighieri il 6 e il 7 novembre 2021 nella raffinata esecuzione dell’Accademia Bizantina con la regia di Pier Luigi Pizzi.  La lettura e l’esecuzione di Ottavio Dantone, da oltre vent’anni alla guida dell’Accademia Bizantina recentemente votata come seconda migliore orchestra al mondo ai Gramophone Awards, sono state sicuramente filologica ma con accorgimenti tali da azzerare l’abisso temporale che ci separa da quest’opera. La rappresentazione ha rivoluzionato l’uso degli spazi liturgici del teatro, facendo assistere non a una pedissequa ripetizione di ciò che si immagina abbiano visto gli spettatori presenti nella Sala degli Specchi a Palazzo Ducale di Mantova nel 1607, dopo l’anteprima presso l’Accademia degli Invaghiti, bensì la proposizione al pubblico odierno di una materia musicale e linguistica ancora viva e pulsante, il finale,  o meglio i finali, omissis.
L’opera, infatti, ne prevede due: una versione che vede il protagonista, dopo essersi avventurato nel Regno dei Morti in un percorso che anche nei versi richiama la Divina Commedia,  essere divorato dalle Baccanti, l’altra versione dove  viene salvato dal Dio Apollo.
L’opera per Dantone e Pizzi si ferma un attimo prima, in un finale aperto, come si usa oggi nella letteratura e nel cinema, così che il dolore incommensurabile di Orfeo non avrà né divina consolazione né una tragica fine. La gioiosità della prima parte,  dove i  pastori e le ninfe festeggiano le nozze onorando il Dio Imeneo, è spezzato nel secondo atto dal lugubre annuncio della Messaggera (il soprano Alice Grasso) che fa volgere la commedia in dramma. Orfeo intraprende il viaggio negli inferi in cerca della defunta Euridice, appellandosi a Caronte (il basso Mirco Palazzi)  con "Possente spirto"; incontra l’imprevedibile sostegno di Proserpina (mezzosoprano Daniela Pini) che convincerà Plutone (basso Federico Sacchi) a restituire Euridice ad Orfeo. Quest'ultimo, però, non saprà resistere alla tentazione di voltarsi verso l’amata durante l'uscita dagli inferi e compie così il gesto proibitogli da Plutone, quindi perderà per sempre l'amata Euridice.

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L’azione scenica si allunga fino alla platea, accerchiando il golfo mistico, regno di evanescenti e tenebrosi spiriti con una passerella trasversale che è parsa azzerare la barriera fra gli interpreti del “recitar-cantando” e il pubblico della platea. Nessuno stacco si è sentito fra un atto e l’altro, ma una continuità fluida di azione, esecuzione e canto, con l’Accademia Bizantina schierata sul palcoscenico con strumenti originali d’epoca, a contatto diretto con gli interpreti.
E’ il tenore Giovanni Sala, scoperto dal M° Riccardo Muti e già interprete a Ravenna nel cast di Falstaff, a scandire con notevole perizia la temperatura emotiva dell’opera nel suo doloroso percorso mitigato dalla Speranza (soprano Margherita Maria Sala). La Musica (soprano Vittoria Magnarello) si presenta nel prologo: “Io la Musica son, ch’hai dolenti accenti /so far tranquillo ogni turbato core….” ribadendo la propria essenza che sarà esaltata dagli esecutori strumentali e vocali, fra cui si è distinto il Coro Cremona Antiqua preparato dal M° Antonio Greco. Non dimentichiamo che anche Orfeo è un “musico”, condizione che lo mette in armonia con ambiente e persone.
Tutti gli interpreti sono bravi “cantanti-attori” e restituiscono anche visivamente al pubblico il piacere di seguire gli eventi, come nelle esequie di Euridice (soprano Eleonora Pace), tanto esile ed eterea da essere portata sulle spalle dalle ninfe. Inevitabile ricavare, da questo mito antico, la considerazione di Pier Luigi Pizzi: «... che  la felicità dura un istante, che è effimera e caduca.»
Il cambio di passo fra commedia e dramma, esaltato dal contrasto fra il brioso movimento della prima parte e le atmosfere spettrali del seguito, è ribadito dal contrasto fra bianco e nero, colori dominanti nei costumi di Pizzi, nelle coreografie di Gino Potente e nelle luci di Massimo Gasparon, lighting designer e regista collaboratore, nell’opera vissuta in platea quasi gomito a gomito con gli interpreti,  in atmosfere sonore tutt’altro che remote e astruse, scandite da sinfonie disseminate nella partitura.

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Come ricorda il direttore Ottavio Dantone: «... Monteverdi è un maestro insuperabile nella pratica degli affetti... è capace anche di infrangere le regole della retorica e della poetica quando vuole ottenere risultati emotivi più intensi ...» e non c’è dubbio che questo Orfeo realizzato a Ravenna susciti condivisione ed empatia, oggi come allora.

Crediti fotografici: Zani-Casadio per il Teatro Alighieri di Ravenna
Nella miniatura in alto: il direttore Ottavio Dantone
Al centro e sotto: due panoramiche di Zani e Casadio sull'allestimento firmato da Pizzi





Pubblicato il 30 Ottobre 2021
Accolta bene dal pubblico l'opera d'apertura della stagione lirica autunno-vernina del Teatro Abbado
Butterfly molto ispirata al Teatro Noh servizio di Athos Tromboni

20211029_Fe_00_MadamaButterfly_MatteoMazzonini_phFERRARA - Una Madama Butterfly urlata. L’estrema sintesi dell’opera d’apertura della stagione lirica autunno-invernale del Teatro Comunale “Claudio Abbado” può essere questa. La ragione una sola: l’orchestra col suo suono vigoroso copriva spesso le voci soliste, tanto che ci siamo chiesti: se invece di una compagine da camera (le disposizioni di prevenzione Covid-19 consentono l’accesso ad un numero di orchestrali minore di quanto solitamente previsto per le opere otto-novecentesche) ci fosse stata l’orchestra voluta da Giacomo Puccini con tutti i fiati e gli archi di prassi, sarebbe andata meglio o peggio, dal punto di vista dell’equilibrio dinamico fra buca e palcoscenico? Forse poteva andare meglio, perché un maggior numero di “voci” strumentali avrebbe consentito sfumature diverse, anche nei pianissimo o nei piano, là dove un minor numero di strumenti è stato sollecitato invece a spingere. O forse poteva andare anche peggio.
Il vostro cronista, cari lettori, oltre che seguire l’opera dal palco della stampa, si è anche recato per più di mezz’ora in loggione a seguire il finale del primo atto, per non essere tratto in inganno dalla troppa vicinanza alla buca. Ma il risultato, anche dal loggione, non è cambiato. L’orchestra suonava forte e i cantanti urlavano, con tutto ciò che ne consegue dal punto di vista dell’intonazione adamantina e della melodizzazione del canto.
In tale contesto la voce tenorile di Francesco Fortes nel ruolo di F.B. Pinkerton è parsa troppo leggera per il ruolo, lo squillo si perdeva dentro la massa del suono e appariva forzato, gutturale; per contro e non di rado la sua emissione soprattutto nelle note basse del registro, era debole e obnubilata dalla veemenza orchestrale. Eppure nei momenti in cui Fortes ha potuto farsi udire al di sopra del suono proveniente dalla buca, l’intonazione è parsa eccellente e il colore chiaro della sua voce non ha mancato di farsi apprezzare per la bella musicalità.

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Non diverso il nostro personalissimo giudizio sulla prestazione della protagonista Silvia Pantani nel ruolo di Cio Cio San: coperta spesso, ma con la differenza, rispetto al tenore, che quando a lei era dato cantare da sola (e non impegnata in duetti o in ricami sul tessuto del canto del coro) ha eseguito sfoggiando un bagaglio tecnico di assoluto valore, sia nel canto a fior di labbra, sia nel canto in zona acuta in forte o fortissimo, incurante della veemenza orchestrale. Ha cantato la “sua” Madama Butterfly. Brava, molto brava: s’è dimostrata una cantante che sa disimpegnarsi anche nelle difficoltà d’ambiente (difficoltà d’ambiente, si sottolinea, non di spartito…) e pazienza se non è stata valorizzata dal podio.

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Il più sicuro di sé e dunque il migliore dal punto di vista della prestazione canora è stato il baritono Italo Proferisce (nel ruolo del console Sharpless) la cui vocalità non ha temuto l’insidia della buca e si è espressa ad un livello eccellente.
Anche la Suzuki del mezzosoprano Ilaria Ribezzi ha patito meno la situazione d’ambiente rispetto alle voci chiare protagoniste dell’opera; ed ha portato a casa una prestazione lodevole senza se e senza ma.
Completavano il cast l’ottimo Goro di Claudio Zazzaro e l’ottimo Zio Bonzo di Andrea Tabili; apprezzamenti da riconoscere anche a Dielli Hoxha (Principe Yamadori e Commissario Imperiale), Luca Giorgini (Yakuside), Margherita Hibel (Kate Pinkerton), Andrea Cutrini (Ufficiale del registro), Eleonora Nota (La zia), Yue Wu (La cugina), So Hyun Lee (La madre) e il piccolo e bravo Andrea Bussotto (Dolore).
Letta la prima parte di questa cronaca, potrebbe sembrare che l’Orchestra Città di Ferrara impegnata in buca sia andata oltre i limiti della precisione e del saggio fare… cioè, che abbia suonato non bene.  Però non è stato così: l’Ocf (come la chiamano i ferraresi) invece ha suonato bene, precisa e pronta alle sollecitazioni del podio, molto molto professionale. Solo che a noi ha fatto venire in mente un disco che abbiamo fatto suonare fino alla noia negli anni ’80 del Novecento, quello della Cincinnati Pop Orchestra che aveva arrangiato le melodie delle opere pucciniane e le aveva incise in chiave pop: amplificando i fortissimi e contrabbandando l’idea che la melodia fluente in Puccini è la principale componente del suono, se non l’unica. Godibile, ma falso…
A Ferrara, sul podio della Ocf, era il maestro David Crescenzi, che ha diretto a memoria, dedicando molte attenzioni all’orchestra e molte meno ai cantanti.
La regia di Matteo Mazzoni ha avuto il pregio di offrire alla vista un Giappone tradizionale, sia nei costumi (curati da Patricia Toffolutti), sia nella gestualità, sia nell’uso delle maschere per tutti salvo i ruoli protagonisti (molta ispirazione - in questo - al Teatro Noh della tradizione nipponica), mentre le scene di Benito Leonori sono parse solamente essenziali e forse anonime se non fossero servite anche da fondale per le pregevoli proiezioni del video-designer Mario Spinaci; senza gloria né infamia le luci di Ludovico Gobbi. Bene il Coro Lirico Marchigiano "V. Bellini" diretto da Davide Dellisanti.
Condotta con mano sicura la recita, dentro l’atmosfera del Teatro Noh come si diceva, abbiamo una serie di appunti sul taccuino riguardanti la regia: il primo è che abbiamo trovato meravigliosa l’idea della “casa a soffietto” d’inizio dell’opera che viene innalzata a scena aperta come se fosse  creata all’istante dentro un sogno; il secondo appunto è che quella “casa a soffietto” è diventata il centro attrattivo della recita perché quasi tutti i momenti topici e sicuramente quelli maggiormente intimistici si svolgevano al suo interno, a volte dietro il velo di una tenda trasparente; il terzo appunto è che quella “casa a soffietto” pur essendo il centro dell’azione drammaturgica era posta all’estrema sinistra del fronte-palcoscenico, e quello che vi si svolgeva dentro non era completamente visibile al pubblico che era seduto nei palchi posti all’estrema sinistra della sala. Tenuto conto che oltre la metà del palcoscenico (quello a destra della sala) era spesso vuoto di personaggi e pieno di proiezioni del video-designer, noi abbiamo pensato che fosse un errore soprattutto concettuale porre in modo defilato e un po’ fuori scena il centro drammaturgico della scena…
Tralasciamo il resto dei nostri appunti e diciamo del pubblico: un po’ freddo all’inizio della recita si è poi riavuto diventando caloroso a fine recita, ma non ha chiesto bis neanche alla buona esecuzione di Un bel dì vedremo della Pantani, e non ha buato perché a Ferrara non è costume farlo anche quando i giudizi nel foyer durante l’intervallo sono tranchant. Infine, il cronista non può non rilevare che fra il pubblico era presente e attiva una claque fastidiosa (due o tre spettatori, non di più) che ha “sollecitato” gli applausi in più circostanze al di là dei meriti.
Questo è il mondo dell’opera da che mondo è mondo. Ed è bello che sia così. Prosit!
(La recensione si riferisce alla recita di venerdì 28 ottobre 2021) 

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Crediti fotografici: Stefano Binci / Fondazione Pergolesi Spontini
Nella miniatura in alto: il regista Matteo Mazzoni
Sotto: panoramica sull’allestimento
Al centro in sequenza: Claudio Zazzaro (Goro); Francesco Fortes (Pinkerton) e Silvia Pantani (Cio Cio San); ancora la Pantani con Ilaria Ribezzi (Suzuki) e il piccolo Andrea Bussotto (Dolore): la Ribezzi e la Pantani con Italo Proferisce (Sharpless)
Sotto: un’altra panoramica sull’allestimento
In fondo: l’intensa espressione di Silvia Pantani al momento dell’harakiri di Cio Cio San





Pubblicato il 27 Ottobre 2021
L'opera barocca di Franz Joseph Haydn accolta da un caloroso successo di pubblico
L'isola disabitata ammalia servizio di Attilia Tartagni

20211027_Ra_00_LIsolaDisabitata_NicolaValentiniRAVENNA - L’Isola disabitata di Franz Joseph Haydn, datata 1779, su libretto di Metastasio musicato per la corte degli Esterhàzy, ha piacevolmente sorpreso il pubblico del Teatro Alighieri di Ravenna il 23 e 24 ottobre 2021, non tanto per la trama, tutto sommato fragile, quanto per le allusioni al tema della solitudine e dell’isolamento che la recente pandemia ha reso di stringente attualità e per una realizzazione frutto della collaborazione fra Chiara Lagani, che ha curato drammaturgia e costumi, e Luigi De Angelis, regista, che esplora il confine fra reale e virtuale, contrapponendo alla “non-realtà” dell’azione teatrale quella virtuale delle immagini a volo d’uccello sulla Piazza del Popolo, sul Teatro Alighieri e sulla permanenza nel teatro stesso delle due protagoniste femminili, nonché dell’isola siciliana di Marettimo nelle Egadi.
Così le riflessioni sonore di Haydn hanno some sottofondo visivo il moto continuo del mare confinato nei contorni dell’isola dove è naufragato Gernando, marito di Costanza, imprigionato dai pirati. L’isola rappresenta la metafora dell’isolamento mentale della protagonista che si ritiene abbandonata e si adopera perché nella sorella minore Silvia si insinui la stessa sua sfiducia nell’uomo. E’ un confinamento artificiale, che la forza dirompente del ritrovamento fra Costanza e Gernando e dell’irrefrenabile sentimento nato fra Silvia ed Enrico dissolverà come neve al sole perché l’amore è un’energia vitale inarrestabile che tutto travolge.

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Ed è proprio questa certezza che rimbalza dal quartetto finale, un colpo di scena che, spostando l’azione sotto il palco, sorprende la platea, con un entusiasmo che è stato talmente condiviso dal pubblico da essere replicato a furore di applausi. Mai era capitato che un’opera barocca, così lontana nel tempo, suscitasse nel pubblico attuale un tale entusiasmo e ciò è dovuto, oltre che alla originale regia, certamente alla modernità dell’impianto musicale, essendo l’opera proiettata oltre i confini del proprio tempo dall’accompagnamento musicale del quartetto da parte di quattro strumenti concertanti come violino, violoncello, flauto e fagotto che anticipa il Mozart di “Il ratto nel serraglio”.
«Il discorso musicale - afferma il direttore  d’orchestra, il ravennate Nicola Valentini - è continuo, naturale, senza tagli e sospensioni. È uno degli aspetti che rende L’isola disabitata un’opera bifronte: una parte guarda verso il passato, l’altra verso il futuro. Da un lato è senza dubbio un’opera barocca, dall’altro prefigura per certi aspetti l’opera di fine Settecento: Mozart, ovviamente, ma anche Cimarosa e Paisiello.»
La fluidità della musica, che abolisce i recitativi secchi, risuona moderna, introdotta com’è da una sorprendente ouverture drammatica nello stile Sturm and Drung, elementi che anticipano l’opera a venire, creando una immediata corrispondenza emotiva nel  pubblico attuale, orgoglioso anche di riconoscere in Nicola Valentini, direttore dell’Ensemble Dolce Concento con Jacopo Raffaele al fortepiano e in Luigi De Angelis, regista, designer luci e creatore delle immagini, due ravennati di talento.
L’ottima direzione d’orchestra, la puntuale l’esecuzione e l’originale regia hanno rotto i confini dell’isola, restituendo libertà  all’immaginazione e al potere dirompente del sentimento tradotto in musica. Ottimi anche gli interpreti:  Costanza  e la sorella Silvia sono interpretate dai soprani Giuseppina BridelliAnna Maria Sarra, mentre Gernando e l’amico Enrico sono impersonati dal tenore Krystian Adam e dal basso Christian Senn che hanno ben coniugato tecnica ed entusiasmo facendo dei loro personaggi dei beniamini del pubblico, con apprezzamenti da concerto pop in un teatro finalmente al completo, in questa coproduzione internazionale, che vede affiancati l’Opéra de Dijon e il Teatro Alighieri, curata da Fanny & Alexander, che coincide con il debutto di Luigi De Angelis e Nicola Valentini, regista e direttore d’orchestra, nella propria città.

Crediti fotografici: Luca Concas per il Teatro Alighieri di Ravenna
Nella miniatura in alto: il direttore Nicola Valentini
Sotto: panoramiche di Luca Concas sull'allestimento






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Parliamone
Jazzofilia tra classico e antico
intervento di Athos Tromboni FREE

20211029_Fe_00_Fresh&Bold(5)_RobertoManuzziGeofWarren_GeofWarrenFERRARA - Quinta e ultima tappa di Fresh & Bold al Torrione San Giovanni del Jazz Club Ferrara, venerdì 28 ottobre... quinta e ultima puntata della prima edizione, anno 2021, perché sia per volontà del management del Jazz Club, sia per disponibilità del Conservatorio "Girolamo Frescobaldi" la rassegna è destinata ad avere continuità nelle prossime stagioni di "Ferrara in jazz" organizzate proprio nel Torrione.
Nel corso dell'ultima tappa 2021 è andato in pedana un progetto originale: quello di offrire ai jazzofili ferraresi due momenti dove sono state protagoniste le jazz-band, assemblate per l'occasione, del Conservatorio Frescobaldi, sotto la direzione musicale di Roberto Manuzzi.
Il primo set intitolato The Flute Orchestra consisteva in un progetto (nato all'interno dei corsi jazz di Musica di insieme e di Flauto)
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VideoCopertina
La Euyo prende residenza a Ferrara e Roma

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Jazz Pop Rock Etno
Stagione a tutto jazz e altro
redatto da Athos Tromboni FREE

20220122_Fe_00_JazzClubFerrara_ShermanIrby_phFrankStewart.jpegFERRARA – Il Jazz Club del Torrione San Giovanni ha annunciato la seconda parte di Ferrara in Jazz 2021/2022, quella d’inverno-primavera: saranno tre lunghi mesi e mezzo di jazz e non solo, che condurranno ad aprile inoltrato, tutti da vivere in un luogo unico qual è il bastione rinascimentale sede del sodalizio, il famoso "Torrione" iscritto nella lunga lista
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Opera dal Centro-Nord
Ed ecco l'Aroldo fascista
servizio di Attilia Tartagni FREE

20220118_Ra_00_Aroldo_RobertaMantegna_phZani-CasadioRAVENNA - E’ possibile perdonare un tradimento coniugale? Questo è l’esile tema intorno al quale ruota Stiffelio che Giuseppe Verdi revisionò insieme al librettista Francesco Maria Piave, ricavandone l’Aroldo con cui debuttò al Nuovo Teatro di Rimini nel 1857. Fu un grande successo: ci furono ben 27 chiamate per Verdi e due per Piave dal pubblico
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Echi dal Territorio
Cara Biblioteca ti dico e ridico
redatto da Athos Tromboni FREE

20220114_Fe_000_CaraBiblioteca_logoFERRARA - Era in campo tutto lo staff dirigente del sistema culturale del Comune di Ferrara, oggi, 14 gennaio 2022, alla conferenza stampa dei presentazione del percorso Cara Biblioteca; un percorso voluto dall'Amministazione comunale per rispondere a una domanda (se vogliamo) retorica: «Ti sta a cuore la tua biblioteca? Vieni a dirci
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Eventi
Festival delle Memorie (al plurale)
redatto da Athos Tromboni FREE

20220110_Fe_00_FestivalDelleMemorie_FrancoCardiniFERRARA - Nasce un nuovo festival, di impegno civile oltre che spettacolare, promosso dal Teatro Comunale "Claudio Abbado": si tratta del neonato Festival delle Memorie presentato oggi alla stampa dall'assessore alla Cultura del Comune di Ferrara, Marco Gulinelli, dal direttore generale del teatro, Moni Ovadia, dal direttore artistico Marcello
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Ballo and Bello
Con Lo Schiaccianoci riecco la classica
servizio di Athos Tromboni FREE

20220109_Fe_00_LoSchiaccianoci_Masha_PhMarcoCaselliNirmalFERRARA - Niente di perfetto, tutto di spettacolare. L'estrema sintesi del nostro giudizio sul balletto Lo Schiaccianoci (libretto di Marius Petipa e Vasili Vainonen, musica di Piotr Il'ic Chaikovskji) andato in scena sabato 8 gennaio 2022 nel Teatro Comunale "Claudio Abbado" potrebbe essere questa: niente di perfetto perché non abbiamo visto la
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Opera dal Centro-Nord
Il Farnace debutta dopo 283 anni
servizio di Athos Tromboni FREE

20211231_Fe_00_IlFarnace_RaffaelePe_phMarcoCaselliNirmalFERRARA - Nella storia della musica può capitare che un capolavoro sepolto nel dimenticatoio possa essere riscoperto e riproposto. Succede con molte opere fuori repertorio, che poi generalmente rientrano come "minori" nel repertorio e in tempi moderni (quelli nostri) vengono di tanto in tanto riprese da qualche direttore artistico di buona volontà e
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Dischi in Redazione
Perle musicali d'un autore raffinato
recensione di Simone Tomei FREE

20211227_00_Dischi_DavideBuraniFrancoisJosephDizi_CopertinaFrançois-Joseph Dizi (1780-1840)
48 Études ou Fantaisies pour harpe
DAVIDE BURANI  arpa
2 CD - SMC Records - DB 012021
Da tempo – e me ne scuso con l’autore - giacciono sulla mia scrivania due CD che racchiudono l’Antologia dell’arpista belga François-Joseph Dizi incisi dal concertista
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Opera dal Nord-Est
Quattro bacchette per Nabucco
servizio di Attilia Tartagni FREE

20211224_Ra_00_Nabucco(ScuolaDirezioneDOrchestra)_RiccardoMutiRAVENNA - I quattro direttori d’orchestra consacrati dalla “Riccardo Muti Italian Opera Academy“ alla sua decima edizione in sette anni, ospitata  quest’anno dalla Fondazione Prada di Milano,  hanno mostrato di avere assorbito la lezione del  maestro alternandosi alla direzione nel concerto al Teatro Alighieri di Ravenna del 20 dicembre, replica di
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Opera dal Nord-Est
Barbiere con pochi... clienti
servizio di Rossana Poletti FREE

20211212_Ts_00_IlBarbiereDiSiviglia_FrancescoQuattrocchi_phFabioParenzanTRIESTE, Teatro Verdi - Ci sono belle voci e ottime interpretazioni in questo Barbiere di Siviglia rossiniano in scena al lirico giuliano. Lascia il segno la Berta di Elisa Verzier, giovanissima triestina, vincitrice di importanti concorsi lirici, che nell’aria “Il vecchiotto cerca moglie” incontra l’applauso sentito del pubblico. Il mezzosoprano Paola
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Opera dal Centro-Nord
Piccolo Marat di lusso
servizio di Simone Tomei FREE

20211212_Li_00_IlPiccoloMarat_ValentinaBoiLIVORNO - Il Teatro Goldoni di Livorno in occasione del centenario mette in scena Il piccolo Marat di Pietro Mascagni; la prima rappresentazione, avvenuta il 2 maggio 1921 al Teatro Costanzi di Roma, fu salutata da un enorme successo di pubblico, addirittura superiore a quello colto quasi trent’anni prima nello stesso Teatro dal giovanissimo compositore
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Opera dal Nord-Est
Elle e Lucy le eroine del... telefono
servizio di Simone Tomei FREE

20211207_Vr_00_LaVoixHumaine_LaviniaBini _EnneviFoto.jpegVERONA - La Fondazione Arena di Verona, nella cornice del Teatro Filarmonico, ha messo in scena, quale ultimo allestimento della stagione 2021, un dittico di bellezza rara: La voix humaine di Francis Poulenc e The Telephone di Gian Carlo Menotti. Due composizioni del secolo scorso che, senza nulla togliere alle eccelse interpreti che si sono cimentate sul
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Opera dal Centro-Nord
Nicola Alaimo insuperabile Falstaff
servizio di Simone Tomei FREE

20211202_Fi_00_Falstaff_NicolaAlaimo_phMicheleMonastaFIRENZE - «Non sto facendo un'opera buffa. Sto lavorando su un personaggio. Il mio Falstaff non è solo quello delle Allegre comari di Windsor, in cui è soltanto un buffone sbeffeggiato dalle donne; è anche il Falstaff dell'Enrico IV e dell'Enrico V»: così Giuseppe Verdi scriveva ad Italo Pizzi - letterato parmense - in merito all’opera che dopo quattordici
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Opera dal Centro-Nord
Una Pulzella assai frenetica
servizio di Simone Tomei FREE

20211128_Re_00_GiovannaDArco_RobertoRizziBrignoli.jpegREGGIO EMILIA - Giovanna d’Arco è la settima opera di Giuseppe Verdi che fu rappresentata per la prima volta alla Scala di Milano il 15 febbraio del 1845; erano gli anni in cui l’astro nascente Verdi cominciava ad emergere fortemente; Rossini era silente, Bellini era morto e Donizetti oltralpe, malato. Come altre opere di quel periodo, anche
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Opera dal Centro-Nord
Claudia Pavone grande Violetta
servizio di Nicola Barsanti FREE

20211122_Lu_00_LaTraviata_FrancescoRosaLUCCA - La serata inaugurale della stagione operistica del Teatro del Giglio vede sul palcoscenico La Traviata di Giuseppe Verdi (primo di tre titoli previsti in cartellone). Una scelta estremamente oculata non solo perché, essendo l’opera più rappresentata al mondo, La Traviata genera sempre grandi aspettative e curiosità, ma poiché, a pochi giorni
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Opera dal Centro-Nord
Bianca e Fernando secondo de Ana
servizio di Simone Tomei FREE

20211121_Ge_00_BiancaEFernando_DonatoRenzettiGENOVA - L’opera dal titolo originario Bianca e Fernando di Vincenzo Bellini ebbe il suo debutto al Teatro San Carlo di Napoli il 30 maggio del 1826, ma per un riguardo al principe Ferdinando di Borbone fu cambiata in Bianca e Gernando. Essa nacque sul soggetto tratto dal dramma di Carlo Roti - Bianca e Fernando alla tomba di Carlo IV, duca d’Agrigento -
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Opera dal Nord-Est
Cosė fan tutte non per molti
servizio di Angela Bosetto FREE

20211115_Vr_00_CosiFanTutte_FrancescoOmmassini_phFotoEnneviVERONA – Dopo aver proposto Le nozze di Figaro nel 2018 e Don Giovanni nel 2019, Fondazione Arena completa la trilogia Mozart-Da Ponte con Così fan tutte, andato in scena al Teatro Filarmonico dal 31 ottobre al 7 novembre 2021. La tanto sospirata capienza piena, però, non è ancora – purtroppo – sinonimo di normalità, a partire dalla necessità di
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Jazz Pop Rock Etno
Oblivion Rhapsody concentrato di bravura
servizio di Rossana Poletti FREE

20211114_Ts_00_OblivionRhapsody_GiorgioGallioneTRIESTE - C’era una volta il Quartetto Cetra: immagini sbiadite in bianco e nero di una televisione del sabato sera che sfornava numeri musicali di qualità e successo. Ogni settimana proponevano un tema, ricavato spesso dalla letteratura. E fu così che fecero le divertenti parodie della Traviata, di Madame Bovary, di Giulio Cesare, di Romolo
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Opera dal Centro-Nord
L'Orfeo non invecchia
servizio di Attilia Tartagni FREE

20211112_Ra_00_LOrfeo_OttavioDantoneRAVENNA - L’Orfeo di Claudio Monteverdi su versi di Alessandro Striggio ha più di 400 anni ma non li dimostra, almeno nella versione andata in scena al Teatro Alighieri il 6 e il 7 novembre 2021 nella raffinata esecuzione dell’Accademia Bizantina con la regia di Pier Luigi Pizzi.  La lettura e l’esecuzione di Ottavio Dantone, da oltre vent’anni alla guida
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Vocale
Il divino intelletto di Dante e Berio
servizio di Athos Tromboni FREE

20211104_Fe_00_DaDivinoIntelletto-ProgettoBerioPanni_LucianoBerio_phEricMarinitschFERRARA - Da divino intelletto e da sua arte s'accostò ai ferraresi, cioè il pubblico pagante di Ferrara Musica, un insolito omaggio a Dante Alighieri e al suo settecentenario: il direttore d'orchestra e compositore Marcello Panni, sul podio dell’Ensemble di Musica Contemporanea del Conservatorio di Bologna ha infatti proposto uno stimolante (e bellissimo)
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Soci Uncalm
Bruno Laudato Band felice ritorno
FREE

20211101_Fe_00_ConcertoBrunoLaudatoBand_BrunoLaudatoFERRARA - Ha preso avvio domenica 31 ottobre 2021 alla Sala della Musica di Via Boccaleone 19 la rassegna concertistica del Circolo Culturale Amici della Musica “Girolamo Frescobaldi” ospitando la formazione cameristica Bruno Laudato Band. Il musicista bolognese, come chitarra solista e anche in formazioni cameristiche, aveva già partecipato in
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Opera dal Nord-Ovest
ŦBarbiereŧ e ŦTurcoŧ, Rossini alla Scala
servizio di Francesco Lora FREE

20211031_Mi_00_IlBarbiereDiSiviglia_RiccardoChaillyMILANO - Prima che La Calisto di Cavalli e L’elisir d’amore di Donizetti chiudano la stagione d’opera del Teatro alla Scala, nella ripresa dopo la pausa estiva il cartellone milanese è stato improntato al Rossini buffo con una trilogia: L’italiana in Algeri per quattro recite dal 10 al 18 settembre 2021, nell’impolverato ma insostituibile allestimento con regìa,
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Echi dal Territorio
Comitato per i Grandi Maestri adieu
servizio di Athos Tromboni FREE

20213031_Fe_00_ComitatoPerIGrandiMaestriAdieu_SacconChristianJosephFERRARA - Comitato per i Grandi Maestri, ultimo atto. Si è chiusa con una sobria festa privata a casa di Gianluca La Villa e Camilla Segre sabato 30 ottobre 2021 l’esperienza di quel “Comitato” ferrarese che ha fatto parlare di sé le cronache musicali non solo della città estense, ma anche di numerose altre località della Toscana, della Liguria e del Veneto
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Classica
Il transito dell'anima coinvolge
servizio di Simone Tomei FREE

21211030_Pc_00_TransitatusAnimae_AnnaMariaChiuri_phLuigiBloisePIACENZA - Uno degli Oratori più belli di don Lorenzo Perosi è il Transitus Animae. In esso si raffigura il momento dell’estremo passaggio dell’anima dall'esilio terreno alla dimora celeste, un viaggio scandito dalle preghiere della tradizione cattolica. Forse, questo lavoro è il suo capolavoro, se si deve giudicare dall’altissimo grado di
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Opera dal Centro-Nord
Butterfly molto ispirata al Teatro Noh
servizio di Athos Tromboni FREE

20211029_Fe_00_MadamaButterfly_MatteoMazzonini_phFERRARA - Una Madama Butterfly urlata. L’estrema sintesi dell’opera d’apertura della stagione lirica autunno-invernale del Teatro Comunale “Claudio Abbado” può essere questa. La ragione una sola: l’orchestra col suo suono vigoroso copriva spesso le voci soliste, tanto che ci siamo chiesti: se invece di una compagine da camera (le disposizioni
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Opera dal Nord-Est
Piccole Donne e il premio a Gismondi
servizio di Rossana Poletti FREE

20211028_Ts_00_PiccoleDonne_FabrizioAngeliniTRIESTE Politeama Rossetti - E’ un congegno ben oliato il musical Piccole donne, andato in scena al Politeama Rossetti di Trieste, città dalla quale è partita la sua tournée. Nel grande teatro da oltre 1.500 posti arrivano molte produzioni internazionali di grande qualità e spesso abbiamo avuto modo di notare le differenze di spessore tra gli allestimenti stranieri
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Opera dal Centro-Nord
L'isola disabitata ammalia
servizio di Attilia Tartagni FREE

20211027_Ra_00_LIsolaDisabitata_NicolaValentiniRAVENNA - L’Isola disabitata di Franz Joseph Haydn, datata 1779, su libretto di Metastasio musicato per la corte degli Esterhàzy, ha piacevolmente sorpreso il pubblico del Teatro Alighieri di Ravenna il 23 e 24 ottobre 2021, non tanto per la trama, tutto sommato fragile, quanto per le allusioni al tema della solitudine e dell’isolamento che la recente pandemia ha
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Opera dal Nord-Est
Gnecco e Pasticci
servizio di Rossana Poletti FREE

20211025_Ts_00_GneccoEPasticci_DanielaMazzucatoTRIESTE - Ci riprova il Teatro Verdi di Trieste con La prova di un’opera seria di Francesco Gnecco, un atto unico che si presta a manipolazioni e diverse ambientazioni. Alla musica mette mano Matteo Musumeci che rielabora la partitura del compositore genovese e ci mescola spezzoni di altre arie, per caratterizzare l’ambientazione che il regista e
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Pagina Aperta
Peccato Vinile allo Spirito
servizio di Athos Tromboni FREE

20211025_Vigarano_00_PeccatoVinileAlloSpirito_PaoloZamboniVIGARANO MAINARDA (FE) - Di domenica pomeriggio, dopo pranzo. Al ristorante come se si fosse nello studio di una radio libera (un tempo si chiamavano proprio così, "libere", le radio che oggi si dicono "commerciali") a immaginare una trasmissione via etere con musica in "tutte le direzioni". È successo domenica 24 ottobre 2021 al ristorante Spirito
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