Pubblicato il 27 Ottobre 2022
L'opera di Händel trionfa a Firenze grazie a un connubio perfetto fra messinscena e interpretazione
Alcina delle meraviglie servizio di Giuliano Danieli

20221027_Fi_00_Alcina_CeciliaBartoliFIRENZE – L’Alcina andata in scena a Firenze nel Teatro del Maggio Musicale Fiorentino – ripresa dell’allestimento concepito nel 2019 per il Festival di Salisburgo, opportunamente adattato agli spazi della Sala Zubin Mehta – è uno di quei rari spettacoli destinati a rimanere indelebilmente vivi nella memoria di chi ha avuto la fortuna di assistervi. Nulla appare fuori posto: l’interpretazione musicale esalta in maniera inedita gli splendori dell’opera di Georg Friedrich Händel e l’attenta regia ne scandaglia i possibili significati in maniera perspicace e irresistibilmente teatrale.
Damiano Michieletto e i suoi collaboratori ci hanno abituati a produzioni di innegabile perizia tecnica, quasi sempre messa al servizio di una visione in grado di parlare alla contemporaneità intrattenendo col testo di partenza un rapporto dialettico, avventuroso ma mai gratuito. Qui essi raggiungono uno dei loro massimi risultati, indagando attraverso la storia della maga Alcina la paura dello sfiorire, della vecchiaia, della solitudine. Sono temi, nel libretto solo tratteggiati, che Michieletto esalta e porta al centro dell’attenzione – con qualche forzatura, si dirà (la drammaturgia è in parte rimaneggiata): ma come funziona meravigliosamente il tutto, con quale poesia e incisività vengono lumeggiati emozioni, personaggi e temi tanto complessi!
Il merito, naturalmente, è anche di chi da anni con Michieletto collabora, in un rapporto di palpabile sintonia. In primis lo scenografo Paolo Fantin. Sempre attento all’uso dei materiali, Fantin esplora qui le infinite proprietà e rifrazioni del vetro: dispone al lato della scena uno specchio, che è anche metafora del personaggio di Alcina e una porta che conduce, immaginiamo, negli appartamenti privati della sua reggia; al centro sta un’enorme parete rotante di vetro – l’isola incantata della maga – che ogni cosa riflette, deforma, offusca, evoca, illude. Con mirabile coerenza e profondità concettuale, Fantin del vetro sfrutta ogni qualità, lo trasforma sotto i nostri occhi come un alchimista, ne piega la superficie e infine la rompe quando al termine dell’opera, sulla prostrata e solitaria Alcina – che dell’amore di Ruggiero non conserva più neanche l’illusione –, pendono come gelide lacrime i cristalli del suo specchio frantumato.

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Le luci fredde di Alessandro Carletti e le proiezioni eleganti di Rocafilm e Roland Horvath, che si stagliano sulla superficie vetrosa che domina la scena, offrono ulteriori suggestioni.
L’emozione suscitata dall’allestimento è intensificata da un’interpretazione musicale tesissima, che nulla lascia al caso: Cecilia Bartoli è presenza magnetica. Col suo strumento estremamente versatile, con la sua tecnica robusta e il suo curatissimo fraseggio, essa dà al personaggio di Alcina infinite sfumature, dalla disperata aggressività in “Ma quando tornerai” all’allucinato terrore in “Ombre pallide, lo so, m’udite”; i suoi da capo sono momenti di straordinario scavo psicologico, le sue pause attimi di commovente sedimentazione emotiva che precedono nuove deflagrazioni musicali.
Carlo Vistoli (Ruggiero) è, con la Bartoli, il vero trionfatore della serata. Se ne apprezzano la bellezza soave del timbro, l’omogeneità e la potenza di emissione. È capace di disarmanti dolcezze in “Verdi prati, selve amene”, ma anche di un canto dal piglio bellicoso in “Sta nell’ircana pietrosa tana”, brano ostico interpretato senza alcuno sforzo apparente, nonostante giunga quasi alla terza ora di recita. Una prova davvero maiuscola, quella di Vistoli, che lo conferma come uno dei più dotati controtenori della sua generazione.
Convince pienamente Lucía Martín-Cartón, la cui voce cristallina restituisce una Morgana quasi incorporea. Apprezzabili, ma distanti per maestria tecnica e capacità espressiva dalle prove dei colleghi, gli altri membri del cast (Kristina Hammarström come Bradamante; Petr Nekoranec come Oronte; Riccardo Novaro come Melisso).
Gianluca Capuano, alla testa dell’ottima orchestra Les Musiciens du Prince-Monaco, non è meno mago di Alcina. Dà vita a sonorità quasi sciarriniane, che pure non si scontrano affatto con Händel ma anzi ne amplificano straordinariamente l’insita teatralità. In “Ombre pallide” impone agli archi di suonare sul ponticello, evocando con sinistri effetti sonori gli spiriti inquieti che abitano l’isola e l’universo interiore di Alcina; in “Ah mio cor, schernito sei” fa dell’orchestra una lama tagliente; e legge l’aria di Ruggiero “La bocca vaga” come un pezzo dal sapore quasi modernista, estremizzando fino al parossismo la resa delle dissonanze. Una lettura certamente insolita ma che non tradisce, anzi rende ancor più vividi, gli affetti, le atmosfere, le stupefacenti e angoscianti illusioni che popolano l’opera di Händel.
Di fronte a tante e tali meraviglie, al termine il pubblico esplode in applausi interminabili, coronati da standing ovation e bis del coro finale. Si torna a casa commossi e si continua a pensare a quest’ Alcina a distanza di giorni.
(la recensione si riferisce allo spettacolo di mercoledì 26 Ottobre 2022)

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Crediti fotografici: Michele Monasta per il Teatro dell'Opera di Firenze - Maggio Musicale Fiorentino
Nella miniatura in alto: Cecilia Bartoli, grande protagonista in Alcina
Al centro: ancora la Bartoli in recita
Sotto: scene dall'opera allestita da Damiano Michieletto (regia), Paolo Fantin (scene) e Alessandro Carletti (luci)





Pubblicato il 17 Ottobre 2022
L'opera 'innominabile' trionfa nel Teatro Regio al Festival Verdi di Parma
La forza del destino un successo servizio di Nicola Barsanti

20221017_Pr_00_LaForzaDelDestino_GregoryKundePARMA - Nella meravigliosa cornice del Teatro Regio di Parma, l’ultima rappresentazione di La forza del destino di Giuseppe Verdi, (opera inaugurale del Festival Verdi 2022) si rivela un successo. La regia minimalista ed essenziale di Yannis Kokkos risulta ben armonizzata al libretto e pronta a suggerire, là dove necessario, scene evocative di grande efficacia teatrale. Di particolare rilievo le ambientazioni ideate per la scena della Vergine degli angeli del secondo atto e per l’aria principe di Leonora Pace, pace mio Dio del quarto atto, nel quale il soprano si trova a cantare su uno sperone di roccia che ricorda le altezze e gli strapiombi tipici dei fiordi norvegesi, idoneo a rendere l’isolamento della protagonista.
Tuttavia, a rendere uniche queste scene sono state senza dubbio le luci di Giuseppe di Iorio e le proiezioni di Sergio Metalli, che attraverso l’uso di nebbie e colori scuri hanno contribuito ad esaltare maggiormente le varie dinamiche e introspezioni dei personaggi in scena.
Venendo al cast, la Leonora di Liudmyla Monastyrska, risulta ben calata nella parte, dando prova di buoni miglioramenti in fatto di interpretazione scenica. Quanto al canto, la coloritura della sua vocalità le consente di trovare maggiore comodità nella parte centrale del registro, e seppur possieda dei buoni filati non mancano le difficoltà sugli acuti, spesso contraddistinti da leggeri vibrati. Ciononostante, decisamente buona l’aria del secondo atto Madre, pietosa vergine.
Tre minuti di ovazioni e di applausi ininterrotti per l’Alvaro di Gregory Kunde, il quale lascia estasiato il pubblico dopo la romanza introduttiva del terzo atto Oh tu che in seno agli angeli. La vocalità di Kunde sorprende per la sua instancabile virtuosità e potenza che gli consente di incassare a pieni voti un altro difficilissimo duetto (spesso tagliato per non affaticare il già lunghissimo e difficile ruolo del tenore): Sleale, il segreto fu dunque violato?

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In tale, importante duetto tenore-baritono, complice del successo è stato un altro strepitoso artista dal calibro di Amartuvshin Enkhbat nel ruolo del rancoroso e vendicativo fratello di Leonora, Don Carlo: sulla straordinarietà di questa vocalità sono stati già scritti fiumi di parole, elogi volti a contemplare la sua impareggiabile proiezione sonora, carica drammatica e un fraseggio inappuntabile che lo rendono uno dei migliori baritoni verdiani in circolazione.
Buono il basso Marko Mimica nel ruolo del Padre guardiano, che forte di una profonda e salda vocalità trova ben aderenza alla solennità del personaggio.
Altro artista degno di nota è il bravo Fra’ Melitone di Roberto de Candia che munito di un briciolo di ironia (anche se non richiesta dal ruolo) conclude un’ottima recita.
Brava anche la Preziosilla di Annalisa Stroppa, la quale forte di un timbro scuro e variegato riesce ad esaltare l’incisiva personalità del personaggio.
Completano ottimamente il cast il Mastro Trabucco di Andrea Giovannini, il Marchese di Calatrava di Marco Spotti, Curra di Natalia Gavrilan, un Alcade di Jacopo Ochoa e un Chirurgo di Andrea Pellegrini.
La narrazione musicale del Maestro Roberto Abbado, che riprende in mano la partitura di questo lungo e complesso capolavoro verdiano per la seconda volta dal lontano 1992 (dove per l’occasione la diresse a San Francisco, USA) ha come protagonisti tempi sostenuti e concitati, ottimi a esaltare la drammaticità emotiva e psicologica della vicenda.
Sin dalla sinfonia del preludio si è immersi in una voragine musicale nella quale l’implacabilità del fato rende impossibile sottrarci al proprio destino.
Orchestra e coro del Teatro Comunale di Bologna, quest’ultimo preparato dal Maestro Gea Garatti Ansiai.
Applausi e ovazioni per tutti, l’ultima rappresentazione della così detta “Innominabile” era destinata al successo.
(La recensione si riferisce all’ultima recita dell'opera al Festival Verdi, quella del 16 ottobre 2022)

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Crediti fotografici: Ufficio stampa Festival Verdi - Teatro Regio di Parma
Nella miniatura in alto: il tenore Gregory Kunde nell'acclamato ruolo di Alvaro
Sotto in sequenza: scene e costumi dell'allestimento curato dal regista Yannis Kokkos





Pubblicato il 07 Ottobre 2022
Appalusi per l'opera 'spagnola' di Giuseppe Verdi nel Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
Il Trovatore baritono meglio del tenore servizio di Nicola Barsanti

20221007_Fi_00_Trovatore_MariaJoseSiri_phMicheleMonastaFIRENZE - Lo spettacolo inaugurale del festival d’autunno del maggio Musicale Fiorentino, dedicato a Giuseppe Verdi, vede protagonista Il Trovatore: una delle tre opere cardine della cosiddetta trilogia romantica (o popolare). Come suggerisce Alberto Mattioli, quella proposta dal Maggio potrebbe altresì essere definita una trilogia spagnola, in quanto a seguire, nei mesi di novembre e dicembre si assisterà rispettivamente a Ernani e al Don Carlo.
Tuttavia, l’iniziativa del sovrintendente Alexander Pereira di realizzare un festival dedicato al compositore di Busseto parallelamente al ben più reclamizzato e conosciuto Festival Verdi 2022 di Parma fa un po' sorridere, specialmente se notiamo un’opera in comune in cartellone, proprio Il Trovatore.
Il nuovo allestimento proposto per il festival fiorentino vede la firma del regista Cesare Lievi il quale attraverso l’uso del velario (un sipario semitrasparente) suggerisce una doppia narrazione: se nel proscenio assistiamo alla vicenda attuale, sul retro prendiamo visione degli eventi narrati dal personaggio Ferrando.

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Le scene di Luigi Perego sono dominate da due stregoni dai lunghi capelli bianchi volti a rappresentare l’uno la defunta madre della zingara Azucena e l’altro Azucena stessa.
Una soluzione discutibile che per tutta la durata della recita volge a una continua commistione fra passato e presente, rischiando di distogliere chi osserva. Luci di Luigi Saccomandi.

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Venendo al cast, dopo il debutto di Maria José Siri nell’incisivo ruolo di Abigaille a fianco di Placido Domingo come protagonista in Nabucco, il soprano uruguaiano torna a Firenze con Leonora, altro ruolo che vanta il suo ampio repertorio. La Siri dimostra di possedere una buona agilità e un altrettanto ammirabile staccato, dandone prova non solo nella cabaletta del primo atto Di tale amor, ma anche alla fine dell’opera Prima che d’altri vivere, dove la difficoltà dello spartito s’intreccia a una spiccata drammaticità che riesce a fare propria grazie alla versatilità dei suoi accenti, dapprima dolci e soavi e subito pronti a mutarsi in tristi e commoventi. Unica nota negativa è rivolta all’aria principe D’amor sull’ali rosee, dove imprecisioni unite a un leggero ma fastidioso vibrato hanno rovinato la coda di un’aria ben eseguita fino a quel punto.
Il Manrico di Fabio Sartori risulta goffo e impacciato, la dove maggior brio e dinamicità sarebbe stata richiesta per rendere al meglio l’impeto che contraddistingue il personaggio. Vocalmente il tenore dà prova di una buona proiezione sonora deliziando il pubblico con uno spiccato Mal reggendo, ma sfortunatamente, anche in questo caso, assistiamo a uno scivolone avvenuto sul cavallo di battaglia Di quella pira, dove ritarda l’acuto conclusivo (All’armi!).
Vero protagonista della serata è senza dubbio il bravissimo Amartuvshin Enkhbat nel ruolo del Conte di Luna. Il giovane baritono mongolo sorprende ancora una volta per la sua encomiabile dizione e per la precisione ritmica e melodica che unita a una proiezione sonora incredibile gli consente di non essere mai coperto dall’orchestra e ad emergere fra gli altri comprimari sia nei duetti che nei quartetti. La bravura di questo artista lascia ancora una volta senza parole e non resta che dirgli chapeau!
L’Azucena di Ekaterina Semenchuk è di grandissima efficacia scenica, l’artista dallo sguardo spiritato e febbrile rende a meraviglia l’angoscia e i turbamenti della zingara più amata di Verdi. Quanto alla sua vocalità, resta l’ammirazione e la suggestione di una grande artista a fine carriera che tutto sommato conclude una recita molto apprezzabile anche dal punto di vista del canto.
Bravissimo in Ferrando il basso Riccardo Fassi, sia per quanto riguarda la sua viva e coinvolgente presenza scenica sia per la buona linea del canto accompagnata da un sicuro legato che gli contente di concludere la recita senza difficoltà alcuna.
Completano ottimamente il cast la Ines di Caterina Meldolesi, Ruiz di Alfonso Zambuto, Un vecchio zingaro di Davide Piva e Un messo di Joseph Dahdah.
Venendo all’aspetto intimamente musicale la direzione del Maestro Zubin Mehta per quanto apprezzabile risulta altalenante: se nel primo e secondo atto sono favoriti tempi sostenuti e concitati, ottimi a sostenere la narrazione della vicenda, nel terzo e nel quarto atto viene prediletto un ritmo più soporifero alternato a fugaci e repentine accelerazioni là dove sarebbe preferibile, a nostro giudizio, adottare una lettura più omogenea. Ciò detto resta comunque il fascino e il carisma verso un grandissimo direttore d'orchestra.
Ottimi orchestra e coro del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, quest’ultimo preparato come di consueto dal bravo Maestro Lorenzo Fratini.  Applausi per tutti.
(la recensione si riferisce alla recita del 5 ottobre 2022)

Crediti fotografici: Michele Monasta per il Teatro dell'Opera di Firenze - Maggio Musicale Fiorentino
Nella miniatura in alto: Maria José Siri (Leonora) in Il Trovatore
Al centro e sotto: panoramica sull'allestimento e saluti finali






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