Pubblicato il 15 Febbraio 2026
Alla Sala Tassinari dell'Associazione Musicisti di Ferrara un affollato concerto di a-jazz
La musica di Roberto Manuzzi intervento di Athos Tromboni

20260215_Fe_00_ConcertoRobertoManuzziFERRARA - Una piccola antologia di significative composizioni a-jazz, il lancio di un crowdfunding per favorire la produzione d'un prossimo compact-disc del gruppo Ars Antiqua World Jazz Ensemble, una coinvolgente prima esecuzione assoluta d'una sonata per flauto e pianoforte: questo il succo del concerto "Paesaggi sonori - La musica di Roberto Manuzzi" che si è svolto nella Sala Stefano Tassinari dell'Associazione Musicisti di Ferrara (Scuola di Musica Moderna) di via Darsena, ieri pomeriggio.
Pubblico strabocchevole, tanto che dentro la Sala Tassinari molti spettatori hanno trovato posto a sedere... solo sul pavimento.
Ma si sa, i frequentatori della musica jazz (e anche quelli della musica a-jazz) non hanno problemi ad accovacciarsi ovunque sia possibile, l'importante è essere presenti al concerto, condividere le pulsioni che la musica, solo la musica, fa emergere dalle sfere più nascoste dell'emozione.
Abbiamo coniato per questo servizio di cronaca musicale un neologismo: musica a-jazz, parola con l'alfa privativo. Sì, perché proprio Roberto Manuzzi - compositore e polistrumentista - presentando il concerto ha detto al pubblico che non sarebbe stato un concerto jazz, genere per il quale lui è straconosciuto in città: era piuttosto una carrellata che si sarebbe snodata fra atmosfere preclassiche, classiche e postclassiche.

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Ma - diciamo noi a consuntivo - il jazz, pur non essendo presente e manifesto nelle esecuzioni, aleggiava comunque: facendo capolino intorno ai fiati solistici di Manuzzi (sax soprano) e di Ambra Bianchi (flauto), mentre invece un luminoso classicismo connaturava il pianismo di Paola Tagliani, sia in accompagnamento del sax soprano e del flauto, sia a sostegno della voce d'atmosfera antica durante il canto di Rachele Amore.
Ma andiamo con ordine: il primo set del concerto è toccato proprio a Manuzzi e Paola Tagliani che hanno eseguito quattro brani tratti  dalla suite manuzziana "Sei storie ferraresi". Ecco i titoli:  Piccola ouverture (smarriti nella nebbia); Vai all'ovest, Sceriffo!; Pendenza (vai, pedala!); L'Ammiraglio? È sul ponte di comando!
Tutti i brani (anche quelli successivi del concerto) erano presentati con una performance di lettura espressiva affidata alla figlia di Roberto, Anna Manuzzi.
La ragazza, vivacissima sia vocalmente sia gestualmente, ha spiegato al pubblico chi fossero nella cronaca e nella storia di Ferrara quelle nebbie e quei personaggi. Ma anche introdotto altre info "di navigazione" a beneficio del pubblico in ascolto.
Riportiamo di seguito - sapendo di fare un'informativa sopratutto per i nostri lettori più giovani - la descrizione delle figure che stanno dentro alla "Sei storie ferraresi"
composte da Manuzzi.
Lo Sceriffo (abitava a Final di Rero, piccola frazione di Tresigallo); girava in città con il suo cappello a falda larga e l'abbigliamento inconfondibile del texano di indole e d'ispirazione. Più una figura caratteristica del panorama cittadino anni '60-'90 che una macchietta.
Pendenza (abitava a Pontegradella, frazione di Ferrara) era un invalido poliomielitico con una gamba più corta dell'altra e, tifoso acerrimo della Spal, girava in bicicletta cantando e urlando incoraggiamenti alla squadra del cuore; si fermava di tanto in tanto a parlare con qualcuno per chiedergli infine una sigaretta; anche lui più figura caratteristica che macchietta.
L'Ammiraglio si fregiava dei galloni di comandante di marina, grado naturalmente immaginario, ma palesava di essere sempre pronto sul ponte di comando della più potente imbarcazione della marina militare italiana.
Erano figure che, prima della loro morte, hanno sollecitato simpaticamente le fantasie della cosiddetta "gente normale" sia perché del tutto innocui dentro la città, sia perché non sono mai stati accattoni ma, appunto, figure caratteristiche.
Il fatto che ben tre delle sei suite intitolate - appunto - "Storie ferraresi" li abbiano evocati in maniera musicalmente tangibile, significa qualcosa di sostanzialmente essenziale: che le fonti d'ispirazione per il compositore possono essere tante e mutevoli; che non deve esserci preclusione per il soggetto trattato al di là e al di sopra del suo status (re o buffone, eroe o macchietta, filosofo o barbone); che la buona musica può trarre inventiva anche dalle cosiddette "figure marginali" senza ridicolizzarle, ma - in un certo senso -riuscendo a nobilitarle.
Dal punto di vista dell'esecuzione, Manuzzi al sax soprano e la Tagliani al pianoforte hanno dimostrato non solo la reciproca empatia ma anche una comprovata virtù interpretativa, a-jazz o classicheggiante che fosse l'ordito musicale eseguito.
Più intrigante, dal punto di vista contenutistico, il set affidato al soprano Rachele Amore (con la Tagliani sempre al pianoforte) dove i sonetti dugenteschi di Jacopo da Lentini sono stati musicati da Manuzzi con felice atmosfera preclassica (la recensione del compact-disc dove sono stati incisi la si può leggere qui ).

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Questa volta abbiamo trovato una Rachele Amore più ispirata del solito, nei tre titoli proposti (Sonetto barbarico 1 - Diamante né smeraldo; Sonetto barbarico 2 - Guardando basilisco velenoso; Sonetto barbarico 3 - Come l'argento vivo).
La Tagliani si è dimostrata anche qui una bravissima accompagnatrice di voci, oltre che camerista sia del pianoforte solista che in ensemble con strumenti classici. E la Amore, voce piccola d'impostazione barocca e prebarocca, appunto, ha fatto brillare la sua controllatissima intonazione e la capacità di essere a proprio agio nei mutevoli colori espressivi delle mezzevoci e del mezzoforte.
Infine, a conclusione del concerto, la prima esecuzione assoluta di una suite ispirata a un racconto del poeta ferrarese Florio Piva, attualmente vivente a Brescia ma molto presente con suoi scritti nei tanti reading di poesia che si tengono a Ferrara e provincia. Quello di Piva è il racconto d'un ricordo di gioventù, quando nella Ferrara dei primi anni '40 del Novecento, lui ragazzino fu testimone della venuta in città del famoso Circo Bush, un circo americano con numerosi acrobati e giocolieri originari anche dell'America Latina: dopo la presenza in varie città d'Italia, il Circo Bush si imbarcò su un transatlantico battente bandiera americana, ma il bastimento venne affondato in alto mare da un sottomarino nazista mentre lasciava l'Europa. Nessun superstite.
E però il Circo Bush lasciò un ricordo indelebile nella Ferrara di metà Novecento, perché fu protagonista di una fantasmagorica parata in Corso Vittorio Veneto, una delle vie principali della città, e mise in scena il rifacimento della morte di un aviatore precipitato con il suo aereo.
Ebbene da quella vicenda, contenuta nel diario personale di Florio Piva, Manuzzi ha ricavato una suite per flauto e pianoforte intitolata Le storie del Circo Bush, dove Ambra Bianchi al flauto, con l'accompagnamento prezioso di Paola Tagliani, ha dato un valore aggiunto alla scrittura del compositore: è una suite che mostra molti linguaggi, perché si traodono nelle atmosfere (ma anche nelle combinazioni armoniche) tracce di estetiche proprie di Nino Rota, Francis Poulenc, Claude Debussy, Maurice Ravel e Francesco Malipiero. Una combinazione resa proditoriamente omogenea, che diventa - traguardando gli autori citati - assolutamente nuova e originale.
Ambra Bianchi ha eseguito tre parti della suite: La parata di Corso Vittorio Veneto; Requiem per l'aviatore; l'Affondamento. Sarà interessante capire se Manuzzi aggiungerà qualche altra parte alle tre citate qui.
E soprattutto sarà interessante sapere se e quando uscirà nella sua eventuale formulazione completa, proposta in una esecuzione dal vivo; e naturalmente e possibilmente incisa in disco.

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Coinvolgente il lungo applauso del pubblico al termine del concerto, quando la simpatica Anna Manuzzi ha ricordato a tutti, mostrando un Qr-code stampato su un foglio, che la gloria dell'attimo fuggente va bene, gratifica di sicuro, ma il senso pratico della vita ha bisogno del contributo concreto di tanti perché la gloria possa trasformarsi da attimo fuggente a testimonianza permanente, magari anche nei solchi (anzi nei bit) di un disco.
Ecco - dunque - la necessità di partecipare al crowdfunding a favore del gruppo Ars Antiqua World Jazz Ensemble per la prossima incisione...
(La recensione si riferisce al concerto di sabato 14 febbraio 2026)

Crediti fotografici: Fototeca gli Amici della Musica Uncalm
Nella miniatura in alto: il compositore e polistrumentista Roberto Manuzzi
Sotto: Manuzzi al sax soprano con Paola Tagliani al pianoforte
Al centro, in sequenza: Anna Manuzzi, Rachele Amore, Ambra Bianchi, Paola Tagliani, ancora Manuzzi, il Qr-code per il crowdfunding
Sotto: Ambra Bianchi al flauto e Paola Tagliani
In fondo: il pubblico che gremiva la Sala Tassinari dell'Associazione Musicisti di Ferrara





Pubblicato il 31 Dicembre 2025
Nel Teatro Comunale ''Claudio Abbado'' di Ferrara ennesima esibizione del Russian Classical Ballet
Il lago dei cigni secondo Bespalova intervento di Athos Tromboni

20251231_Fe_00_IlLagodeiCigni_CajkovskijFERRARA - Le presenze del Russian Classical Ballet al Teatro Comunale "Claudio Abbado" nelle rappresentazioni di fine anno, o inizio anno nuovo, sono diventate ormai consuetudine. La compagnia diretta da Evgeniya Bespalova e veicolata nei teatri italiani da Futura Produzioni ha proposto un classico del proprio repertorio, Il lago dei cigni di Piotr Ilic Cajkovskij, facendo riempire ieri sera, 30 dicembre, il teatro in ogni ordine di posti: intere famiglie con bambini e bambine al seguito, ma anche amanti e habitué del balletto classico, che hanno tributato allo spettacolo molti applausi a scena aperta e anche ovazioni al termine della rappresentazione.
Pubblico soddisfatto: quindi tutto bene?
L'orecchio del cronista non può che registrare il successo di pubblico.
L'occhio del critico - invece - ha il compito di esprimere qualcosa nel merito.
Il Russian Classical Ballet è stato presente nel Teatro Abbado di Ferrara nella stagione di danza 2022 (Lo schiaccianoci), nel 2023 (Il lago dei cigni e anche La bella addormentata sempre di Cajkovskij), nel 2025 (a gennaio, Giselle di Adolphe Adam) e - appunto - il 30 dicembre scorso, ieri sera: ancora Il lago dei cigni.

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Alterne le qualità delle esibizioni (le recensioni positive e negative sono ritracciabili su questo nostro giornale on-line digitando il tasto "Ricerche" e digitando al parola-chiave Russian Classical Ballet).
Per una valutazione più che favorevole su ll lago dei cigni proprio del Russian Classical Ballet, rimandiamo il lettore/lettrice alla recensione dello spettacolo diretto dalla Bespalova andato in scena al Teatro Abbado nel 2023, leggibile a questo link qui ; aggiungiamo solo che nella recita del "ritorno" di ieri sera non vengono citati, probabilmente per disposizione del management della compagnia, né il primo ballerino (che interpretava il ruolo di Siegfried), né la prima ballerina (Odette il cigno bianco e Odile il cigno nero), né altri nomi dei personaggi della favola tedesca da cui Cajkovskij ha tratto ispirazione per le musiche (il malefico barone Rothbart padre di Odile; il Buffone di corte deus-ex-machina delle pantomime; la Regina madre che spinge il giovane Siegrfied al matrimonio con una qualsiasi delle nobilgiovani presenti al ballo di corte, eccetera eccetera).
Nel programma di sala del Teatro Abbado viene citato, dunque, il collettivo, mentre sono taciute le singole personalità artistiche: è ciò può essere comprensibile e del tutto giustificabile se si considera che questa compagnia è fatta prevalentemente da ballerini e ballerine di un paese in guerra, la Russia dell'oligarca Putin.
Giustificabile anche la riduzione dell'organico (nei due "atti bianchi" - il secondo e il quarto - i cigni di prassi sarebbero 24, mentre invece in scena a Ferrara ne sono andati 12, cioè la metà).
Giustificabile pure l'elementarità dei passi di danza messi in mostra da ballerini e ballerine della compagnia, il che ci fa dire che l'estro interpretativo non è andato oltre ad una proverbiale scolasticità; e la coreografia ha giocato al risparmio anche nei virtuosismi che sono dovuti dalla prima ballerina, virtuosismi al centro delle attenzioni in ogni allestimento classico (qui, ieri sera, il cigno nero nel suo assolo più proverbiale - cioè le piroette su un piede, consacrate dalla nostra grande ballerina Pierina Legnani fin dal 1895 - ha effettuato 26 fuettés - alias piroette - anziché le 32 fuettés di prassi): per non parlare dell'assoluta simiglianza interpretativa per gli slanci amorosi del Cigno bianco nei passi a due del secondo atto con Siegfried; e delle evoluzioni corsare - dure e risolute - del Cigno nero negli altrettanto proverbiali passi-a-due del terzo atto: insomma, in scena cigno bianco e cigno nero non hanno marcato la differenza espressiva che si richiede ad ogni étoile che interpreti entrambi i ruoli (a beneficio del nostro lettore diciamo, anche, che nelle esibizioni di celebri compagnie di balletto classico, i due ruoli sono affidati e due diverse étoiles proprio per marcare la differenza espressiva - quindi contenutistica - di passi e piroette, fouettés, arabescues e aplomb).
Il programma di sala informava che la coreografia era quella ideata da Marius Petipa nel 1895, ma poi nei due "atti bianchi" si sono visti anche i passi e gli insiemi ideati da Lev Ivanov che - insieme a Petipa - è stato il propulsore del successo di questo titolo cajkovskjano sulle scene russe e su quelle internazionali, ben diciotto anni dopo il flop della prima esecuzione assoluta al Bolshoj di Mosca avvenuta il  20 febbraio 1877.
Coreografia - dunque - quella vista a Ferrara, semplificata dalla Bespalova, quindi "adattata" alle condizione imposte dai tempi.
Apprezzabili per contro tutte le danze caratteristiche del terzo atto interpretate dalla compagnia: danza caratteristica italiana (napoletana, in verità) schematizzata nella tarantella, danza caratteristica spagnola, poi quella ungherese e quella polacca.
Ecco, proprio le danze caratteristiche con i loro colori vivaci e i costumi eleganti e sfarzosi, oltre che con gli assiemi di danza ben espressi, hanno segnato la differenza fra una recita scolastica e una recita d'arte; così come dicasi della performance dell'ottimo Buffone (nome dell'interpete, ovviamente, non citato nel programma di sala) che si è guadagnato gli applausi e le ovazioni più calorose del pubblico, meritatamente.
Concludiamo la nostra cronaca dal Teatro Comunale "Claudio Abbado" di Ferrara con un auspico e una considerazione: l'auspicio è di rivedere e di tornare ad applaudire il Russian Classical Ballet in un futuro di pace  - speriamo il più presto possibile - quando la Compagnia diretta dalla Bespalova potrà contare su tutti i giovani ballerini russi resi finalmente liberi dall'obbligo di ferma militare.
E veniamo alla considerazione: anche e soprattutto in tempi di una guerra voluta da un duce russo aggressore e scatenata contro la sovranità di un paese indipendente, la CULTURA russa e suoi massimi interpreti viventi devono essere comunque rispettati per quel che valgono, al di là delle mire geopolitiche del duce che guida il loro Stato.

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Cioè, in poche parole semplici e significative, siamo decisamente contrari agli ostracismi  degli artisti russi da parte dei paesi occidentali, perché consideriamo i valori del teatro, della musica, della letteratura, dell'arte (e - diciamolo - anche dello sport) al di sopra delle parti: in ogni luogo e in ogni tempo devono essere al di sopra delle parti. Perché sono veicoli di pace e di fratellanza universale.
La cultura (e lo sport) riescono ad unire - nella nostra concezione umana, umanitaria e sociologica - i popoli, e non devono essere usati per dividerli, invece.

Crediti fotografici: Ufficio stampa del Russian Classical Ballet
Nella miniatura in alto: il compositore Petr Ilic Cajkovskij
Sotto, in sequenza: alcuni momenti dello spettacolo di danza





Pubblicato il 16 Ottobre 2025
La prima opera ''shakespeariana'' di Giuseppe Verdi in scena al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
Tutto il nero del Macbeth Intervento di Nicola Barsanti

20251216_Fi_00_Macbeth_20251216_AlexanderSoddyFIRENZE - Macbeth di Giuseppe Verdi, decima opera del compositore e la prima ispirata a Shakespeare, debutta proprio a Firenze il 14 marzo 1847 al Teatro della Pergola. Verdi tiene moltissimo a questo suo dramma musicale: scrive di considerarlo «l'opera che io stimo sopra tutte le mie altre» e, perfezionista com’è, fa provare il celebre duetto del primo atto agli interpreti per oltre 150 volte pur di ottenerne un’esecuzione impeccabile. Oggi questo capolavoro giovanile verdiano rivive al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino in un nuovo allestimento firmato dal regista Mario Martone, con scene di Mimmo Paladino (realizzate da Barbara Bessi), costumi di Ursula Patzak, luci e video di Pasquale Mari (video design di Alessandro Papa ) e coreografie di Raffaella Giordano.
La visione registica di Martone, nonostante la fama di autore tradizionalista, sorprende per la scelta di uniformarsi a una tendenza attuale che spesso stravolge il libretto con scelte estreme di discutibile gusto e scarsa logica drammaturgica.
L’impianto scenico ideato da Paladino è fisso e pressoché spoglio: in scena si stagliano solo tre porte delimitate da strisce di LED, che a tratti si illuminano emergendo da banchi di nebbia nel tentativo di evocare le foreste scozzesi – con esiti visivi però ben poco suggestivi. L’unico elemento inatteso è l’ingresso in scena di Macbeth e Banco a cavallo di un destriero.
Martone si discosta dalla lettera del libretto con alcuni espedienti modernizzanti: ad esempio Lady Macbeth affronta la sua sortita nel primo atto brandendo un telefono cellulare, dal quale invia messaggi vocali al suo consorte – un anacronismo provocatorio che distrae anziché aggiungere significato. Inoltre, alla fine del primo atto, in uno dei momenti corali più coinvolgenti dell’opera, cala una quinta nera a oscurare il palco, lasciando soltanto i due protagonisti sul proscenio a brindare e danzare dopo l’assassinio di re Duncano.
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Privare lo spettatore della visione d’insieme proprio qui significa spezzare il pathos creato dalla musica verdiana: se è vero che anche l’occhio vuole la sua parte, in questo caso l’effetto è di lasciare il pubblico “visivamente sordo” in un momento cruciale.
I costumi di Patzak non brillano per fantasia, mantenendosi su una sobria foggia contemporanea di ispirazione militare per quasi tutti, salvo spiccare nell’attillato abito rosso fuoco sfoggiato dalla Lady (completato da tacchi a punta) e nei mantelli rosso porpora che i due sovrani indossano durante il banchetto del secondo atto, simbolo evidente del potere conquistato. Le luci di Mari disegnano atmosfere perlopiù oscure e ombreggiate per l’intera durata, mentre i contributi video curati da Mari insieme al video designer Papa includono, durante il celebre coro «Patria oppressa», la proiezione di immagini di macerie e devastazione bellica che alludono apertamente al conflitto in corso a Gaza.
Nel terzo atto, durante la scena del sabba, la regia indulge in un altro eccesso: alcune figuranti compaiono completamente nude, danzando attorno a Macbeth steso a terra e simulando parti sanguinari – un quadro che ambisce forse alla provocazione ma risulta più che altro di dubbio gusto.
Nel complesso, l’allestimento visivo alterna idee potenzialmente interessanti a soluzioni discutibili che finiscono per disorientare lo spettatore, soprattutto chi si accosta per la prima volta a questo titolo.
La parte musicale, fortunatamente, riscatta in larga misura le perplessità sceniche. Protagonista nel ruolo di Macbeth è Luca Salsi, un autentico habitué della parte (l’ha già interpretata più volte, incluse recenti edizioni fiorentine). La voce baritonale di Salsi è solida e ben proiettata, ma – a giudizio di chi scrive – non riesce a esternare appieno tutte le sfumature emotive del tormentato sovrano: l’ambizione sfrenata, il rimorso, il rimpianto e infine la crudeltà feroce si succedono con una certa uniformità, senza quel crescendo di pathos che il personaggio richiederebbe. Il cantante si difende comunque egregiamente sul piano tecnico tanto nelle arie quanto nei passi d’insieme, ma lascia l’impressione di “cantare un po’ a risparmio”, senza mai abbandonarsi del tutto alla musicalità e alla drammaticità intrinseche della parte.

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Di tutt’altro impatto è la Lady Macbeth di Vanessa Goikoetxea, che domina la scena con carisma fuori dal comune. La sua vocalità è notevole per timbro e controllo: l’emissione risulta impeccabile, il fraseggio dinamico e incisivo, e gli acuti sono affrontati con apparente facilità. Colpisce inoltre la capacità di conferire rilievo agli accenti drammatici, dando vita a una Lady vocalmente ricca di sfumature e intenzioni. La Goikoetxea impressiona anche per presenza scenica e personalità: chiude la performance uscendo di scena come una vera regina, e nella famosa scena del sonnambulismo raggiunge un momento di pura magia vocale emettendo un filato sul reb acuto di straordinaria purezza.
Antonio Di Matteo presta a Banco una voce di basso profonda e ben timbrata, con una linea di canto morbida; solo le note più gravi tradiscono ogni tanto una leggera insicurezza. Assolutamente convincente il Macduff di Antonio Poli, grazie a un timbro tenorile luminoso e a un’emissione vigorosa e precisa, capace di arrivare dritta al cuore del pubblico (la sua aria ottiene giustamente un bel successo personale).
Positiva anche la prova di Lorenzo Martelli come Malcom, così come adeguati risultano i comprimari: dalla Dama di Lady Macbeth (Elizaveta Shuvalova) al Domestico (Egidio Massimo Naccarato), dal Medico (Huigang Liu) al Sicario (Lisandro Guinis), fino all’Araldo (Dielli Hoxha) e alle tre Apparizioni (Niccolò Ayroldi, Aurora Spinelli e Caterina Pacchi).
Sul podio dell’Orchestra del Maggio, il maestro Alexander Soddy offre una direzione coerente e trascinante. Sin dal preludio iniziale l’orchestra sfodera sonorità compatte e scolpite, con tempi ben calibrati che creano la tensione emotiva voluta da Verdi. Il dialogo tra buca e palcoscenico funziona a meraviglia: Soddy sostiene sempre le voci senza coprirle e al tempo stesso valorizza i dettagli orchestrali, mantenendo un equilibrio esemplare. Il risultato è un flusso musicale unitario, incalzante e ricco di sfumature fino all’ultimo accordo. Ottimo anche il rendimento del Coro del Maggio, preparato con finezza da Lorenzo Fratini, potente e omogeneo nel suono (peccato solo che in più di un’occasione la regia lo releghi fuori scena, negandoci la sua presenza visiva sul palco).

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Il pubblico tributa alla parte musicale dell’allestimento un successo caloroso, a suggello di una serata in cui Verdi – nonostante i discutibili voli pindarici della messinscena – vince ancora grazie al suo genio teatrale e musicale.
(La recensione si riferisce allo spettacolo di martedì 14 ottobre 2025)

Crediti fotografici: Ufficio stampa del Teatro dell'Opera di Firenze - Maggio Musicale Fiorentino
Nella miniatura in alto e al centro: il direttore
Alexander Soddy
Sotto: il baritono Luca Salsi (Macbeth) e il Coro del Maggio Musicale Fiorentino






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Opera dal Centro-Nord
Ecco la Cenerentola dei giovani
servizio di Simone Tomei FREE

20251208_Lu_00_LaCenerentola_AldoTarabellaLUCCA - È curioso come, nel mare magnum del repertorio rossiniano, ci siano opere che più di altre resistono al tempo non perché raccontano una storia nota, ma perché custodiscono una verità che continua a parlarci. La Cenerentola appartiene a questa categoria rara: non è solo una fiaba, non è soltanto un congegno teatrale fulmineo, né
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Opera dal Nord-Est
Quando il Barbiere va alle Nozze
servizio di Simone Tomei FREE

20251202_Ts_00_Barbiere-Nozze_EnricoCalesso_phFabioParenzanTRIESTE - Riunire Il barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini e Le nozze di Figaro di W.A.Mozart all’interno di un unico progetto teatrale significa restituire alle due opere la continuità per la quale Beaumarchais le aveva pensate: un unico arco narrativo, sentimentale e politico in cui i personaggi della trilogia si sviluppano, si trasformano,
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Classica
Alberti fra Vacchi e Dallapiccola
servizio di Athos Tromboni FREE

20251130_Fe_00_IlPianoforteContemporaneo_AlfonsoAlbertiFERRARA - La rassegna "Il Pianoforte Contemporaneo" di Ferrara Musica è proseguita domenica 30 novembre con il terzo appuntamento nel Ridotto del Teatro Comunale “Claudio Abbado”:  ospite il pianista Alfonso Alberti - figura di spicco nel panorama musicale italiano, la cui attività si divide equamente tra la tastiera, la scrittura di libri e
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Opera dal Nord-Ovest
Cavalleria rusticana con alti e bassi
servizio di Simone Tomei FREE

20251124_00_Ge_CavalleriaRusticana_ManuelaCusterGENOVA - Ritornare a Cavalleria rusticana al Teatro Carlo Felice significa ripercorrere una strada ormai consolidata con l’allestimento firmato dalla compagnia Teatrialchemici, Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi, con scene di Federica Parolini, costumi di Agnese Rabatti e luci di Luigi Biondi. Un progetto che ho già seguito da vicino in due occasioni nel 2019
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Classica
E María Dueņas incanta i ferraresi
servizio di Edoardo Farina FREE

20251121_Fe_00_AntonioPappano-ChamberOrchestraOfEuropeFERRARA - Continua la ricca programmazione del Teatro Comunale “Claudio Abbado” di Ferrara luogo simbolo della tradizione culturale locale, con in scena il 18 novembre nell’ambito della Stagione Ferrara Musica la Chamber Orchestra of Europe e Sir Antonio Pappano, uno dei più attesi concerti dal sold-out in programma attraverso anche la
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Classica
Shostakovic per altri tre
servizio di Athos Tromboni FREE

20251117_Fe_00_PianoforteContemporaneo_DmitrjiShostakovicFERRARA - Dmitrji Shostakovic era nato a San Pietroburgo (seconda città della Russia per numero di abitanti, "ribattezzata" col nome di Leningrado sotto il regime staliniano) nel 1906 ed è deceduto a Mosca nel 1975: ha dunque attraversato come uomo e come musicista tutto il periodo sovietico e soprattutto il periodo più buio dell'oppressione comunista
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Echi dal Territorio
Comitato per i Grandi Mastri nuova stagione
servizio di Athos Tromboni FREE

20251114_Fe_00_ComitatoGrandiMaestri2025-2026_SebastianuttoChristianFERRARA - Si intensifica l'attività concertistica per il prossimo inverno/primavera del Comitato per i Grandi Maestri fondato e diretto da Gianluca La Villa: ben sette concerti cameristici, dei quali 3 organizzati da Ferrara Musica nel Ridotto del Teatro Comunale "Claudio Abbado" su indicazione proprio del Comitato per i Grandi Maestri, e 4 concerti del calendario
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