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Il lavoro di Kurt Weill presentato con successo nel Teatro dell'Opera di Monte Carlo |
Street Scene Opera, non Musical |
servizio di Simone Tomei |
| Pubblicato il 24 Febbraio 2020 |
MONTE CARLO - La Grande mostra d'arte tedesca (dal tedesco Große Deutsche Kunstausstellung) fu un'esposizione d'arte che ebbe luogo dal 1937 al 1944 nella Haus der Deutschen Kunst di Monaco atta a celebrare l'arte approvata nella Germania nazista. Proprio Hitler durante il discorso per l’inaugurazione della prima grande esposizione d’arte tedesca afferma: «L’arte non trova fondamento nel tempo ma unicamente nei popoli. L’artista perciò non deve innalzare un monumento al suo tempo bensì al suo popolo. Perché il tempo è qualcosa di mutevole, gli anni sopravvengono e passano… Fintanto che un popolo esiste, è esso il polo fisso in mezzo al divenire dei fenomeni.» Dopo un anno dall’allestimento della mostra “arte degenerata” a Monaco nel 1937 la politica culturale del Terzo Reich infligge un altro colpo mortale alla libertà di pensiero e di espressione: a Düsseldorf nel 1938 viene realizzata la mostra “musica degenerata”. Forse meno nota della precedente esposizione di opere pittoriche e plastiche, la mostra sulla musica non organica all'idea unica di arte del nazismo non fu meno devastante. Nata apparentemente con intenti più derisori che censori, diventa il segnale “ufficiale” dell’inizio della repressione nel campo, vasto ed eterogeneo, del pensiero musicale. Come per la “Entartete Kunst” la mostra “Entartete musik” è impostata sulla messa in ridicolo di quelli che venivano individuati come i tratti salienti dell’arte e della musica moderna. Alla mostra venivano presentate partiture dei compositori, libri, foto di scena alternate a feroci recensioni della stampa di regime e a ritratti grotteschi di artisti quasi a ridicolizzare quel tipo di arte.Già nel 1935 sia Paul Hindemith che gli austriaci Arnold Schönberg, Anton Webern e Alban Berg furono mandati in esilio senza troppi complimenti perché Hitler che amava svisceratamente solo Wagner reputava la loro musica troppo diversa e degenere.
  
L’origine dell’antisemitismo nel mondo musicale tedesco ha radici a partire dal pamphlet di Richard Wagner Judenthum in die musik. E tornando al termine “degenerato” fu il medico giornalista Max Nordau ad usarlo per la prima volta applicato alla modernità in arte. La degenerazione riguardava, secondo lui, per esempio, l’ebreo Gustav Mahler che incoraggiava l’attività dell’ebreo Schönberg, giovane compositore emergente. I musicisti ebrei erano considerati privi di qualsiasi interiorità, dotati solo di abilità tecnica e di muovere “soggettive stimolazioni di sentimenti”. Felix Mendelssohn, di certo uno dei massimi esponenti del romanticismo musicale, era considerato solo un abile formalista; e Mahler un musicista affetto da gigantismo. Veniva dunque censurata la musica di Schönberg, le espressioni istintive di razze inferiori, la musica jazz per esempio, le opere schierate come quella di Kurt Weill e del suo Berliner Requiem. Una piccola sintesi di quanto accadde in quegli anni per capire come il tedesco Kurt Weill (anch’egli annoverato nel nugolo dei cosiddetti musicisti maledetti) con l’avvento del nazismo sia costretto a lasciare la Germania. Si apre così per Weill il secondo periodo della sua vita: si trasferisce dapprima a Parigi, dove scrive un balletto su soggetto di Bertolt Brecht: Die sieben Todsünden ("I sette peccati capitali", 1933), commissionato per "Les Ballets", e successivamente a Londra. La terza fase della sua vita inizia però nel 1935 quando si rifugia negli Stati Uniti con la scusa di supervisionare la prima esecuzione di un suo lavoro con Max Rienhardt e Franz Werfel, Der Weg der Verheissung, dedicato alla storia del popolo ebraico, lavoro che venne rappresentato l'anno seguente con il titolo: The Eternal Road. Gli anni in America segnarono per Weill il suo volontario distacco dalla musica d'arte del periodo europeo, infatti scrisse quasi esclusivamente per il Broadway Theatre, Hollywood e la Radio americana, affermandosi, dopo i primi insuccessi (come la stessa The Eternal Road o Johnny Johnson), con importanti musical (The Fireband of Florence, un'operetta basata sulle memorie di Benvenuto Cellini; o Lost in the Stars); collaborò fra gli altri con Maxwell Anderson. E proprio all’interno della stagione monegasca 2019-2020 abbiamo modo di assaporare questa nuova musica scevra delle influenze europee di primo stampo, ma sempre più densa di quelle sonorità e delle armonie d’oltre oceano. Lo spettacolo Street scene rappresenta un capo saldo delle composizione di Weill e se di primo acchito l’approccio sembra più legato alla tradizione del Musical di Broadway qui siamo di fronte ad un impegno vocale non inferiore al quello del melodramma europeo, cui si unisce una necessaria dote artistica completa dove gli interpreti non sono solo cantanti, bensì attori, mimi e danzatori. Ecco che quest’Opera viene dopo il Musical per il quale fu accusato di aver tradito se stesso “vendendosi a Broadway” ed in essa è racchiusa l’essenza del melodramma europeo più ardito ed avanguardista che ritroviamo nel “Puccini americano” di Fanciulla del West, ma qui intriso con armonie jazz, blues, swing magicamente intersecate, come nella tradizionale Opéra-comique, con parti recitate. Nell'allestimento monegasco il luogo scenico è dominato da una struttura metallica che rappresenta una sorta di agglomerato urbano popolato da famiglie di diverse etnie in cui la fatiscente precarietà e l’abbandono sono mirabilmente ricostruite con realistica eleganza e stile; struttura che al suo aprirsi mostra sullo sfondo la New York più ricca e abbiente, lontana e mai raggiungibile (se non con i sogni) dai personaggi di Langston Hughes. La storia prende spunto proprio sulla scia dell’omonima commedia di Elmer Rice da cui prese vita anche il film di King Vidor. La vita nell’afosa città americana di una (quasi) ordinaria giornata estiva; i pettegolezzi, le scaramucce, gli schiamazzi dei ragazzini, i primi movimenti ormonali degli adolescenti, i rumori della vita quotidiana e l’amore; quello paterno, quello fraterno, quello filiale quello tradito e quello violento. Tradimento e violenza animano in primo piano (assieme a tutto un armonico contorno) la storia principale; la famiglia Maurrant vive questo dramma del tradimento e della violenza che sfocia nell’omicidio della moglie infedele. Nonostante questo sia ben evidenziato da musica e scena che rappresenta il culmine della drammaturgia, la vita dei vari personaggi continuerà a scorrere sempre nello stesso modo, tutti dimentichi di quello che è successo la notte precedente; una vita semplice, piatta, forse senza ottimismo, ma sempre vita imposta da quel grande ideale americano (chiamato “sogno”) che esalta l’individualismo e l’egoismo, preservando spesso l’animo da qualsivoglia sentimento. Firma questo spettacolo realizzato e nato in coproduzione con il Teatro Real di Madrid e l’Opera di Colonia, il regista John Fulljames qui ripreso da Lucy Bradley; le scene ed i costumi sono di Dick Bird, mentre le coreografie sono affidate a Arthur Pita con luci di James Farncombe.




Gli innumerevoli artisti che si alternano sul palco sono affiatati e sanno dipanare la storia in maniera fluente e piacevolmente godibile. Il compositore, come un’operista europeo ottocentesco, caratterizza ogni personaggio con una propria pagina musicale senza tralasciare momenti di assieme come la bellissima scena dedicata all’ice cream dove, in sestetto, si creano armonie coinvolgenti. Una interprete che colpisce l’occhio e l’orecchio è senza dubbio Mary Bevan (nel ruolo di Rose), un soprano inglese che nel proprio passato annovera Mozart ed il belcanto. Encomiabile la prova della protagonista dell’opera, la Signora Anna Maurrant, madre di Rose, che è interpretata elegantemente da Patricia Racette; il soprano statunitense mette in campo un’ars scenica molto empatica con il ruolo, abbandonandosi a momenti musicali di puro lirismo. Uno fra tutti è sicuramente la pagina Somehow I never could believe, dove l’intensità di ogni parola e di ogni gesto si sposano sempre con la melodia orchestrale in un’intima fusione. Intenso, rude, realistico anche per voce tonante ed incisiva il Franck Maurrant del baritono brasiliano Paulo Szot. Commovente nella sua disincantata solitudine il Sam Kaplan di Joel Prieto che sa ben gestire la voce nelle eclettiche esigenze del rigo musicale; ecco quindi che se nella prima aria oltre ad intonazione eccellente ci regala un mirabile falsetto, dal duetto d’amore e di speranza con Rose, We’ll go away together, emerge un emozionante finezza ed eleganza musicale. Tanti sono i momenti da ricordare, ma il rischio della prolissità è dietro l’angolo. Termino quindi le citazioni degli artisiti rimandando alla locandina posta qui https://www.opera.mc/fr/2019-2020/street-scene-140 nella quale sono elencati tutti i componenti del cast, elogiandone per ciascuno un’eclettica versatilità nel riuscire a comunicare in maniera così immediata e sincera ogni attimo della drammaturgia. Impeccabile come sempre il Coro dell’Opéra di Montecarlo preparato e diretto come sempre dal M° Stefano Visconti cui si è unito quello dei bambini dell'Accademia di Musica Ranieri III, ottimamente preparati sia musicalmente che scenicamente.

Sul podio al posto del titolare Lawrence Foster (sfortunatamente indisposto come annunciato dal Teatro), troviamo il giovane inglese Lee Reynolds (assistente dello stesso Foster). Il direttore sostituto dà prova di essere un perno importante e saldo dello spettacolo e sa imprimere carattere e personalità alla sfaccettata partitura; non teme il cimento e dimostra un’attenzione precisa verso il palcoscenico dimostrando anche grande ecletticità e sentimento musicale. Dai momenti più lirici a quelli più intensi, Reynolds riesce sempre a trovare il giusto equilibro servendo il senso drammaturgico e la parola scenica con umiltà, attenzione e amorevole dedizione. Gran bel pomeriggio musicale premiato dal consenso del pubblico che nel lungo momento degli applausi non ha lesinato soddisfazione e gradimento per tutti. (La recensione si riferisce alla recita di domenica 23 febbraio 2020).
Crediti fotografici: Alain Hanel per il Teatro dell'Opera di Monte Carlo Nella miniatura in alto: il giovane direttore inglese Lee Reynolds Sotto in sequenza: primi piani e panoramiche su Street Scene di Kut Weill
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