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Spettacolo di raffinata godibilità e molto ben diretto in scena al Politeama Rossetti di Trieste

Oblivion Rhapsody concentrato di bravura

servizio di Rossana Poletti

Pubblicato il 14 Novembre 2021

20211114_Ts_00_OblivionRhapsody_GiorgioGallioneTRIESTE - C’era una volta il Quartetto Cetra: immagini sbiadite in bianco e nero di una televisione del sabato sera che sfornava numeri musicali di qualità e successo. Ogni settimana proponevano un tema, ricavato spesso dalla letteratura. E fu così che fecero le divertenti parodie della Traviata, di Madame Bovary, di Giulio Cesare, di Romolo e Remo e, forse la più ricordata, tratta dai Promessi Sposi. Erano un quartetto italiano, attivo dagli anni quaranta fino alla fine degli anni ottanta, con notevoli capacità vocali, evidenti nelle armonizzazioni delle canzoni, e dai testi spesso umoristici. Anticipatori in Italia di mode e generi musicali, come ad esempio il Rock and roll.
Molto tempo dopo cinque artisti, cantanti e musicisti, decisero, sulla scorta dei tanti filmati che avevano potuto visionare nelle teche Rai, di seguire le orme del Quartetto Cetra, utilizzando ovviamente le canzoni e i generi musicali più attuali per dare forma e vita ad altre parodie, più nuove, partendo però proprio da quei Promessi Sposi che avevano divertito l’Italia televisiva degli anni del dopoguerra. Si diedero un nome “Oblivion”, si fecero fare delle giacche bizzarre e i nostri cinque artisti debuttarono alla Sala Bartoli del Rossetti a Trieste nel 2009.  Era un test, per capire se le loro proposte potessero incontrare il gusto del pubblico e Trieste è nota per essere una piazza molto critica. Gli artisti dicono che se hai successo in questa città lo avrai dovunque. Il test più importante fu la rete; postarono la loro versione dei Promessi Sposi in 10 minuti, tantissimi la videro e a loro volta la pubblicizzarono, come accade spesso sui social. Incominciarono a esibirsi nei teatri italiani e questi si riempivano, la loro fama correva veloce; la loro bravura e professionalità, la ricerca della perfezione nei tempi, lo straordinario senso del ritmo, l’affiatamento, e chi più ne ha più ne metta, sono stati vincenti per lungo tempo. Arrivata la pandemia sono stati costretti ad un lungo stop.
Ritornano oggi sulle scene italiane con “Oblivion Rhapsody”, una rassegna delle loro migliori performance di 10 anni di lavoro, tutte riviste e riaggiornate. Al Rossetti di Trieste sono ripartiti proprio da quei Promessi Sposi, che li fecero arrivare al successo, e il pubblico è andato in visibilio. Il loro spettacolo è tutta musica, ma anche tanto teatro, sono genio e demenzialità, capaci di cantare i Queen e Gianni Morandi con la stessa facilità, rompono e riaggregano la musica, per ridarle nuova forma. Graziana Borciani, Davide Calabrese, Francesca Folloni, Lorenzo Scuda e Fabio Vagnarelli sono cinque voci, una chitarra, un paio di strumenti a fiato e qualche piccola percussione. Con così poco riempiono il teatro di suoni e di musica, spesso utilizzando solo la voce che si fa strumento.

20211114_Ts_01_OblivionRhapsody_panoramica_facebook_phGiorgioMinisini

E dopo i Promessi Sposi i nostri eroi propongono una parodia di Shakespeare, sbeffeggiano i cantanti attraverso i loro difetti e particolarità, da Jovannotti a Giusi Ferrero, da Ligabue a Emma Marrone, dai Negramaro al Volo. Propongono una spiritosa presa in giro dei vocalist: Graziana Borciani canta usando solo le ‘vocali’ e Francesca Folloni solo le ‘consonanti’, poi le due cantano assieme e come per magia le parole ritornano regolari al loro posto nella trama musicale; un’esibizione di bravura straordinaria che deve aver richiesto interminabili ore di prove e perfezionamento. Concludono lo spettacolo con l’“History of Rock”: sei minuti per interpretare 50 artisti immortali e 53 famosissime hit a partire dal 1955 con “Rock around the clock” per giungere ai Sex Pistols, The Doors, Jimi Hendrix e tantissimi altri.
Gli Oblivion li celebrano utilizzando unicamente le loro voci a cappella e sono sei minuti di vera storia della migliore musica rock.

20211114_Ts_02_OblivionRhapsody_panoramica_phGiorgioMinisini

Si sono rimessi in gioco, hanno sfidato sé stessi e, nonostante gli anni passati, la loro freschezza e qualità è sicuramente migliorata. Diretti da Giorgio Gallione, questi dice di loro: «... Gioco, paradosso, ironia, sorriso: questo è il comico che vedo negli Oblivion. Il tutto sorretto e condito da un talento continuamente messo in discussione e da una professionalità feroce. Tutto è libero e volatile nel loro teatro, ma nulla è affidato al caso. C’è costantemente una architettura ferrea che sostiene i loro castelli di carta.  Una costruzione variegata e complessa di parole e musica che gode della gioia della lingua e del pensiero, ma che si trasforma presto in sberleffo liberatorio, sovversione del senso comune, ludica e ragionata aggressione alla noia.»

Crediti fotografici: Giorgio Minisini
Nella miniatura in alto: il regista Giorgio Gallione
Al centro e sotto: panoramiche sulla performance Oblivion Rhapsody






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