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Le opere da camera di Poulenc e Menotti in un dittico interessante e soprattutto bello |
Elle e Lucy le eroine del... telefono |
servizio di Simone Tomei |
| Pubblicato il 07 Dicembre 2021 |
VERONA - La Fondazione Arena di Verona, nella cornice del Teatro Filarmonico, ha messo in scena, quale ultimo allestimento della stagione 2021, un dittico di bellezza rara: La voix humaine di Francis Poulenc e The Telephone di Gian Carlo Menotti. Due composizioni del secolo scorso che, senza nulla togliere alle eccelse interpreti che si sono cimentate sul palcoscenico, hanno come grande protagonista il telefono; oggetto che al tempo della genesi di queste due opere da camera era solo un accessorio della vita quotidiana, mentre oggi ne è diventato un elemento indispensabile e direi vitale. La regia di Federica Zagatti Wolf-Ferrari ha saputo intelligentemente evidenziare questo aspetto cogliendo tutte le peculiarità - materiali e psicologiche - che ha assunto nella vita di tutti noi. Questa onnipresenza del telefono è al centro dello spettacolo e lega le due opere come parti di uno stesso arco temporale che tocca diverse generazioni: «Il telefono interrompe, limita, spezza e sbriciola l’attività della mente in frammenti impossibili da ricomporre: un tempo per la precarietà della linea, oggi per la “necessità” dei social di esaurire un argomento in 15 secondi, per passare il più velocemente possibile ad altro. Oggi come ieri, è il telefono a possedere noi, non siamo noi a possedere un telefono. In scena prevale un elevamento: il filo. In Poulenc, come un conto alla rovescia, il filo diventa sempre più corto, fino a diventare irraggiungibile. In Menotti assistiamo a una moltiplicazione mostruosa e angosciante di fili, simbolo della bulimia comunicativa e dell’iper-connettività odierna che domina azioni e relazioni, anche quella fra Lucy e Ben.»
In questo contesto generale si passa da atmosfere che oscillano tra il triste ed il drammatico ne La voix humaine, a momenti di ilarità e frivolezza in The Telephone. Le scene di Maria Spazzi e Marina Conti, i costumi di Lorena Marin e luci di Paolo Mazzon hanno saputo ben completare l’idea registica. Elle, durante il suo intenso “monologo a due” vede piano piano accorciarsi il lungo filo telefonico sparso per tutta la scena; più che la conversazione si fa intensa e concitata, più questo filo è sempre più corto fino a rendere impossibile la comunicazione con l’amato perduto allorché la cornetta penzolerà - orami non più afferrabile - sopra il letto sospesa. Lucy - sovrastata da fili di fibra ottica che calano dal soffitto quasi a fagocitarla nel suo mondo fatto di comunicazione telefonica ossessiva - ravveduta dal suo comportamento estenuante e compulsivo verso il magico oggetto, riceverà alla fine la dichiarazione d’amore che l’amato Ben, sempre interrotto dalle “esigenze” comunicative della giovane, proprio attraverso una telefonata. Geniale infine l’idea di separare i due atti unici con lo scorrere degli anni dalla nascita del “magico oggetto” ad oggi, proiettati sul pannello dei sovratitoli con grafiche e suoni volti a rappresentare l’excursus evolutivo del telefono attraverso grafiche e suoni. E adesso cito le interpreti, che si sono rivelate davvero stupefacenti. Il colore bianco e nero domina la scena di Lavinia Bini che si immedesima in Elle in maniera assolutamente perfetta; siamo soliti vedere in questo ruolo artiste molto navigate, ma alla fine la protagonista non è altro che una giovane donna abbandonata dal suo amato. La Bini trova nel canto e nell’ars scenica quei risvolti tragici che il destino le ha riservato: una donna senza certezze, una donna maledettamente fragile, una donna ormai sola che cerca quale ultimo mezzo di contatto quel filo che lentamente si ritrae. La voce corre di pari passo con le emozioni ed oscilla tra accenti amorosi e “patetici” e momenti di pura disperazione con un canto che esalta pienamente le melodie orchestrali. L’emissione è semplicemente eccezionale e traduce con grande partecipazione i sentimenti contrastanti che la pervadono. Il rosso, il bianco ed il nero colorano invece le scene dell’eccezionale Lucy di Daniela Cappiello.

La Capiello sciorina un’interpretazione leggera e spensierata con grandi momenti di comicità. Irritante come non mai, nell’ossessività dei selfie e di videochiamate petulanti, incarna in maniera esilarante una giovane non più adolescente. La voce è cristallina, perfettamente intonata e sa calibrare le dinamiche con grande maestria con un’emissione che oserei definire scintillante. Il “rassegnato” Ben, interpretato dal baritono Francesco Verna, è un abile mattatore nel gestire la scena non sottraendosi a momenti scenici esilaranti grazie a una vocalità salda e pienamente a fuoco con il personaggio. A capo dell’orchestra della Fondazione Arena di Verona, il M° Francesco Lanzillotta trova la quadra nel gestire degli accenti drammatici di Poulenc e la leggiadria delle note di Menotti; i tempi drammatici scorrono come un magma incandescente, mentre quelli frizzanti trasudano vivacità senza mai sfociare nella frettolosità.


Una nota triste è stata quella di vedere un Teatro Filarmonico semivuoto - si parlava di circa 120 biglietti venduti nel pomeriggio del 5 dicembre 2021, ma anche le recite precedenti hanno viaggiato sugli stessi numeri, se non addirittura inferiori. Un vero peccato.
Crediti fotografici: Ennevi Foto per la Fondazione Arena di Verona Nella miniatura in alto: Lavinia Bini (Elle) Sotto: il direttore Francesco Lanzillotta Al centro: ancora Lavinia Bini Sotto: Daniela Cappiello (Lucy) e Francesco Verna (Ben) In fondo: i saluti finali del cast
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