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In mondovisione l'Arena apre la stagione numero 100 con uno spettacolo fatto per stupire |
l'Aida č una performance |
intervento di Athos Tromboni |
| Pubblicato il 17 Giugno 2023 |
VERONA - La mondovisione su Rai1, le Frecce Tricolori che solcano il cielo sopra l'Arena lasciando le scie tricolori della bandiera italiana, Sophia Loren in platea acclamata dal pubblico (lei saluta con la manina a destra e a sinistra accompagnata dal Ministro della cultura, Gennaro Sangiuliano)... insomma tutti gli ingredienti di un evento da considerarsi memorabile per l' Aida di Giuseppe Verdi che ieri, 16 giugno 2023, ha inaugurato il 100° (centesimo!) Festival lirico nell'anfiteatro veronese. E l'Arena stracolma di pubblico, in ogni ordine di posti e... stracolma di masse artistiche (tra orchestrali, coro, solisti, mimi e figuranti una folla sterminata in buca, sul palcoscenico e sulla gradinata dietro il palco), masse che hanno "confezionato" un allestimento nuovissimo che ha girato speditamente senza intoppi dall'inizio alla fine. Si sa, la moltitudine, gli assembramenti, se non ben guidati e coordinati, possono giocare brutti scherzi: intoppi, ritardi, anacronismi e incongruenze; ma (fortuna o abilità?) l'inizio della 100esima stagione areniana ha mostrato - al di là degli esiti artistici - quanto sia efficace il meccanismo alimentato dalle vere professionalità che lo sovrintendono: dalle pubbliche relazioni, alla messa in scena, dal coordinamento dello spettacolo alle riprese foto-audio-video, dal pianissimo orchestrale all'esplosivo canto del coro, dall'entrata-uscita-rientro in scena delle masse e dei cantanti protagonisti, dall'inizio alla fine: tutto benissimo, niente da eccepire. E dire che la serata, dopo le Frecce Tricolori e dopo il Canto degli Italiani intonato dall'intera Arena e dal coro "armocromaticamente" suddiviso in tre parti (verde, bianco, rosso), era cominciata con impertinenti gocce di pioggia da quel nuvolone basso e nero che s'avanzava da ovest invadendo il cielo: sospensione di una mezz'oretta circa, mentre gli altoparlanti rassicuravano che «... le condizioni meteo avverse si risolveranno in pochissimo tempo», poi ripresa dello spettacolo che ha proseguito senza più pioggia e con qualche folata di vento più fredda che fresca. Ma il cielo ha poi "girato" bene, come lo spettacolo.


Non ci dilungheremo raccontando quel che succede sul palcoscenico in questa Aida, perché lo spettacolo va visto. Si può essere favorevoli o contrari alle cosiddette "regie moderne" (cioè quelle che decontestualizzano ambienti, costumi e recitazione, rispetto al libretto dell'opera), possono coinvolgere o indignare, ma una cosa qui va detta senza mezzi termini: lo spettacolo è magniloquente, esagerato, fatto per stupire. Lo spettacolo con in suoi colori predominanti bianco, nero, argento, è fatto più per la ripresa televisiva che per il pubblico dal vivo, perché i solisti sono quasi sempre affogati dentro gruppi di coristi e di figuranti che li circondano mettendoli al centro delle loro evoluzioni mimiche: un farsi-disfarsi-comporsi-scomporsi di gruppi che richiamano alla memoria il rivoluzionario stile di Alvin Alley e dei coreografi e danzatori che a quella estetica fanno riferimento. E infatti i balletti previsti nell'Aida non sono danzati ma mimati da gruppi di mimi e figuranti, che agiscono non soltanto durante i momenti musicali scritti per la danza, ma anche nelle pause di silenzio fra un quadro dell'azione e l'altro.


Stefano Poda, che ha curato regia, scene, costumi e luci non si è risparmiato: una trovata dietro l'altra, una suggestione continuamente in itinere, fasci di luci laser di diversi colori a fendere l'aria incrociandosi nel buio della volta celeste o divergendo verso il catino areniano. Difficile giudicare la recitazione, e a volte capire anche da dove proviene il canto del solista in quel preciso momento, mentre va districandosi o intrigandosi fra groppi di corpi che lo inglobano, spesso con costumi dello stesso identico colore o comunque di tonalità complementari, tipo tinta-su-tinta, e molto frequentemente prevale la performance d'assieme, rispetto alla recitazione individuale. E allora? Cerchiamo una definizione di sintesi nella nostra testa... e la più appropriata ci sembra questa: si assiste ad una performance che utilizza come musiche di scena l' Aida di Verdi. E dunque non è l'Aida, ma una performance che si estrania dall'opera originale per vivere una propria autonoma storia. Al punto che se al posto della musica di Verdi, Stefano Poda avesse utilizzata la colonna sonora del film 2001 odissea nello spazio composta e/o riarrangiata traendola da partiture strumentali di György Ligeti e di Richard Strauss, l'effetto non sarebbe stato diverso: fatto per stupire. Poi una grande mano grifagna al centro del palcoscenico, che si apre e chiude in relazione ai diversi momenti: potere che opprime, apertura che illude, viatico verso la speranza, angoscia dentro la cattura; e decine di mani ai lati, a destra, a sinistra: pali con infisse sopra delle mani, simboli inintelligibili ed ermetici, mani bianche, mani nere, mosse dai figuranti, fatte sventolare, mescolate, rimescolate, ossessive. Che, probabilmente, riassumono il credo etico-filosofico del regista per questa messinscena: «... Nel miserere della civiltà delle parole e delle immagini sprecate, dove Eros si crede libero e Thánatos rimosso, vorrei dar vita ad una messa in scena né moderna né convenzionale, ma "antica" dove tutte le forme espressive dialoghino tra loro, affinché chi vede e sente, veda e senta la storia della propria anima. La guerra è il rumore di fondo di tutto lo spettacolo, sin dalle prime note. Una guerra che suona lontana ma irrompe vicina con le sue conseguenze. Il palco mostrerà chiaramente un dualismo: da un lato l'umanità costruisce, produce, ama, abbellisce, èleva. Dall'altro, l'uomo distrugge, odia, spreca, abbatte quel che ha creato, in un circolo pericoloso che sfugge ad ogni controllo.» In sì tanta concitazione, va dato merito al direttore Marco Armiliato di avere condotto la parte musicale della serata con sicurezza e nel pieno rispetto delle veemenze conflittuali e delle soffuse atmosfere verdiane: dal morbido canto parareligioso dell' immenso Ftah al declamato celebrativo della Marcia trionfale, trovando i colori necessari per salvare l'opera resuscitandola dalla performance. Una bella concertazione, soprattutto per gli ultimi 2 atti dove all'enfasi celebrativa si sostituisce la dimensione intimistica dei personaggi. Marco Armiliato è un eccellente direttore, e sa dimostrarlo. Poco da dire sulla prestazione dei cantanti, se non che lei, la Anna Netrebko nel ruolo eponimo, si è confermata la più grande del momento (giudizio nostro) e che lui, il consorte Yusif Eyvazov come Radames, si va affermando stagione dopo stagione come uno dei migliori tenori in circolazione. A loro due sono andati gli applausi e le ovazioni più convinte del pubblico. Sufficienti gli altri, Olesya Petrova (Amneris), Roman Burdenko (Amonasro), Michele Pertusi (Ramfis), Simon Lim (il Re), Riccardo Rados (Un messaggero: il giovane Rados ha poche battute a inizio opera, ma va citato perché è andato ben oltre la stretta sufficienza...), Francesca Maionchi (Una sacerdotessa). Ottimo il coro preparato da Roberto Gabbiani. Stupendo il pubblico dell'Arena di Verona.



Crediti fotografici: Ennevi Foto per la Fondazione Arena di Verona Nella miniatura in alto: il direttore Marco Armiliato Sotto: le Frecce Tricolori che... sfrecciano; e Anna Netrebko (Aida) in primo piano, con Olesya Petrova (Amneris), Yusif Eyvazov (Radames) e Simon Lim (il Re) in secondo piano Al centro, in sequenza: Roman Burdenko (Amonasro); Yusif Eyvazov con Olesya Petrova; una foto d'assieme con la Netrebko al centro; ancora la Netrebko e la Petrova nel terzo atto. In fondo: belle panoramiche di Ennevi Foto su costumi e allestimento
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