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A Livorno non convincono le scelte drammaturgiche che mischiano due opere affatto diverse

Cavalleria e Schicchi buon cast mala regia

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 22 Settembre 2024

20240922_Li_00_CavalleriaRusticana_DonataDAnnunzioLombardi_phEmanueleBaldanziLIVORNO - Il Festival Mascagni di Livorno 2024 si è chiuso con la rappresentazione delle opere Cavalleria rusticana e Gianni Schicchi, portando sul palco due compositori toscani di spicco: Pietro Mascagni e Giacomo Puccini. Per quale motivo si è scelto di accostare due opere così distanti tra loro? Lo spiega il direttore artistico del Festival, Marco Voleri: “Due titoli, due visioni del mondo, due modi diversi di raccontare la vita. Eppure, insieme, creano un dittico che esplora sia i nostri lati migliori che quelli peggiori”. Due opere distanti e che tali sarebbero dovute rimanere, ma il regista Giandomenico Vaccari ha voluto trovare un trait d’union che non esiste e né esisterà.
Il letto di Buoso Donati e la sua figura umana non possono far parte dell’opera mascagnana solo per il fatto di aver voluto accostare i due titoli; il ricco fiorentino non mi sembra personaggio da far girovagare per le campagne siciliane aspettando l’inizio dell’opera mascagnana. La sua discesa dall’alto in un letto calato all’interno della chiesa in festa per il giorno di Pasqua, mi è apparsa alquanto bizzarra e fuori luogo, ma tanto è stato.
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Nel capolavoro pucciniano la regia ha poi toccato il suo culmine kitsch trasformando la sottile e beffarda ironia che pervade tutta l’opera in una becera rozza comicità in cui gesti, atti e rumori non necessari - la voce del piccolo Gheradino sovrasta quella dei cantanti nella prima parte - hanno prevalso durante tutta la rappresentazione.
In questo contesto assai deludente facevano ottimamente da contorno le scene di Marina Conti e l’impianto luci curato da Michele Rombolini; poco attraenti anche i costumi della Sartoria Teatrale Bianchi: in stile per Cavalleria rusticana, anni sessanta per lo Schicchi.
La direzione musicale del M° Marcello Mottadelli ha saputo imprimere un carattere energico e spedito per il titolo mascagnano, in cui la tensione narrativa è andata di pari passo con l’esecuzione musicale, trascinando lo spettatore nel finale travolgente e drammatico; le sonorità si sono rivelate sempre in linea con il canto e si è consumato un proficuo dialogo con il palcoscenico. Nello Schicchi, la situazione si è fatta leggermente più difficile a causa di un cast - di cui dirò dopo - tra le cui peculiarità non vi era certo l’accuratezza nel solfeggio. Il tutto si è risolto comunque in maniera più che dignitosa con timbriche e nouances molto raffinate.

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Veniamo al cast dei due titoli:
Donata D’Annunzio Lombardi nel ruolo di Santuzza mette in evidenza una grande intensità emotiva, supportata da un'ottima padronanza tecnica e da un timbro sempre appropriato ai vari interventi; passione, delusione, scoramento diventano quindi il suono della sua anima gestito con istrionica professionalità.
Il Turiddu di Paolo Lardizzone promette bene sin dalla “Siciliana” cantata fuori scena; emergono un timbro di pregevole qualità e una voce particolarmente potente. Anche l’approccio scenico è risultato convincente ed il nitore degli acuti, unito ad un fraseggio da manuale ha incorniciato una serata da ricordare.
Massimo Cavalletti è prima un Alfio e poi un Gianni Schicchi che sa difendersi bene fino a che la tessitura non sale nella zona più impervia; nella parte centrale il colore della voce è sublime ed anche il fraseggio trova una cura molto attenta; l’ascesa agli acuti risulta però alquanto faticosa e spesso il suono torna indietro e risulta piuttosto ingolato e privo di armonici.
Ieratica e magnetica la Mamma Lucia di Valentina Pernozzoli, ma meno convincente - a causa di un atteggiamento alquanto sguaiato registicamente che ha influito anche sulla vocalità - nella parte della Zita.
Di pregio la Lola di Mariangela Zito.
Il componimento pucciniano oltre agli artisti già menzionati ha avuto al suo interno un cast tendenzialmente giovane e poco esperto da quello che ho potuto ascoltare. Ottimo l’impegno di tutti, ma la poca dimestichezza con il palcoscenico e notevoli difficoltà di solfeggio hanno un tantino tradito lo spirito dell’opera. Mi limito a citarli tutti per dovere di notizia, senza soffermarmi sulle peculiarità individuali che non darebbero, né toglierebbero niente a quanto detto in generale: Ding Yu (Rinuccio), Simona Pia Ritoli (Lauretta), Pedro Pires (Gherardo), Sara Fogagnolo (Nella), Omar Falaschi (Gherardino), Marcandrea Mingioni (Betto di Signa), Bozhidar Bozhkilov (Simone), Hitoshi Fujiyama (Marco), Federica Venturi (La Ciesca), Arsène Min Kuang (Maestro Spinelloccio / Pinellino), Michele Pierleoni (Ser Amantio di Nicolao) e Pavel Morgunov (Guccio).
Il Coro presente solo in Cavalleria rusticana, assolve con onore il suo impegno preparato e diretto dal M° Maurizio Preziosi.
Il teatro pieno, ma non gremito, decreta un lusinghiero successo per tutti.
(La recensione si riferisce alla recita di venerdì 20 settembre 2024)

Crediti fotografici: Emanuele Baldanzi per il Festival Mascagni di Livorno
Nella miniatura in alto: Donata D'Annunzio Lombardi (Santuzza)
Sotto in sequenza: Paolo Lardizzone (Turiddu); Donata D'annunzio Lombardi;  ancora Donata D'Annunzio Lombardi con Valentina Pernozzoli (Mamma Lucia); Paolo Lardizzone e Valentina Pernazzoli
Al centro e sotto in sequenza: belle panoramiche di Emanuele Baldanzi su scene luci e costumi di Cavalleria rusticana e Gianni Schicchi






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