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La ripresa dell'opera verdiana con la regia storica di Beppe de Tommasi, ripresa da Maestrini, non convince

L' Ernani che traballa

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 15 Dicembre 2019

191215_Pi_00_Ernani_AlexandraZabala _phFinottiPISA - Al Teatro Verdi nell’attuale stagione lirica, un allestimento del 1999 incornicia la vicenda dell’Ernani di Giuseppe Verdi; l’autore originario della messinscena è Beppe de Tomasi che propose questa regia per il Teatro Massimo di Palermo ed è qui ripresa da Pier Francesco Maestrini; alle luci Bruno Ciulli mentre le scene ed i costumi sono di Francesco Zito.
Un allestimento che enfatizza pittura scultura e architettura con attenzione maniacale alle didascalie del libretto in cui l’azione scenica è sempre al servizio della musica e della drammaturgia. I quattro atti sono adornati da visioni scenografiche ammalianti i cui vividi colori ne evidenziano le particolarità; il gesto scenico è sempre accompagnato dall’aderenza alle esigenze della partitura ed il tutto scorre in un lento, ma fluido procedere intervallato da ben tre intervalli necessari per il cambio scena.
Il soggetto di Hernani di Victor Hugo ispirò Verdi a creare una musica di grande impeto, fondata sui due affetti dominanti del dramma: da una parte l'eroismo dei personaggi e dall’altra l'amore impossibile fra Elvira ed Ernani. Di tutti gli aspetti di questa trama, il compositore di Busseto ha mantenuto la giovinezza dei personaggi, la loro grandezza, l'eroismo e la fierezza. Inoltre Verdi manifesta il suo intuito teatrale accostandosi maggiormente alla resa melodrammatica del soggetto, distaccandosi così dalla formula di Nabucco e dei Lombardi alla prima crociata, per dirigersi verso una nuova concezione del melodramma, più vicina al suo sentire e divenendo precursore delle esigenze del suo pubblico.
Per Ernani il musicista mette in scena una nuova forma di composizione: l’opera a personaggi, abbandonando il ruolo del coro-popolo fino ad allora protagonista e dando corpo e spessore da protagonista a pochi e ben delineati soggetti che incentrano su di loro il dramma; il coro in questa veste assume una funzione decorativa e spettacolare, abbandonando la sua precipua funziona drammatica.
Venendo alla sera del 13 dicembre 2019, ecco che le prime mende musicali si possono attribuire al Coro Sinfonico di Milano “Giuseppe Verdi”  (preparato e diretto dal M° Iacopo Facchini) disomogeneo e alquanto impreciso nell’esecuzione; la sezione maschile in particolar modo si è dimostrata piuttosto limitata già dalla prime battute e non ha risolto a dovere i grandi e solenni passi a lei affidati dal compositore.

191215_Pi_01_Ernani_phFinotti
191215_Pi_02_Ernani_phFinotti

Non va meglio per l’Orchestra della Fondazione Teatro Coccia in collaborazione con il Conservatorio “Guido Cantelli: gli ottoni abbondano scrocchi e stonature, attacchi imprecisi, talvolta belluini e a poco vale la cura del M° Matteo Beltrami che cerca la quadra del cerchio in una ripresa dove l’improvvisazione e l’approssimazione sembrano farla da padrona. Sono buone le idee e l’approccio narrativo alla partitura, ma il tutto spesso naufraga in sonorità piuttosto sgraziate ed un discorso musicale discontinuo e frastagliato.
Venendo al cast colpisce la luminosità vocale del tenore Migran Agadzhanyan nei panni di Ernani; manca di qualche finezza interpretativa, ma il risultato complessivo è più che positivo. La voce corre libera, il fraseggio cesella la parola scenica a dovere e la presenza fisica denota familiarità con la parte.
Massimo Cavalletti nei panni di Don Carlo, dopo una partenza non proprio idilliaca (nel terzetto del primo atto il suono è spesso ingolato e gli acuti piuttosto faticosi), chiude la grande pagina dell’incoronazione con encomio fraseggiando elegantemente e conferendo piena solennità al coinvolgente momento drammaturgico.
Don Ruy Gomez de Silvia torva in Simon Orfila (senza dubbio il migliore della serata), un validissimo interprete che ha saputo mettere in luce i molteplici stati d’animo del personaggio: rabbia, sconforto, vendetta, sono state tradotte con intenzioni, colori ed emozioni davvero toccanti.
Non ha convinto appieno Alexandra Zabala nell’impegnativo ruolo di Elvira; se le note più impervie possono contare su un sostegno sicuro del fiato, una padronanza delle ottime messa di voce ed eccellenti agilità, la zona centrale risulta piuttosto appannata e poco sonora talvolta ai limiti dell’udibile. Qui spesso viene soverchiata dal suono della buca e non riesce a trasmettere compitamente il senso drammaturgico voluto dal compositore

191215_Pi_03_Ernani_facebook_phFinotti

Puntuali gli altri comprimari Marta Calcaterra (Giovanna), Albert Casals (Don Riccardo) ed Emil Abdullaiev (Jago).
Teatro caloroso tranne un puntuale idiota (altra parola non mi sovviene) che pareva divertisti a “buare” (in maniera del tutto ingiustificata) ogni momento di acclamazione da parte del pubblico.

Crediti fotografici: Foto Finotti per il Teatro di Pisa
Nella miniatura in alto: il soprano Alexandra Zabala (Elvira)
Al centro e sotto: panoramiche sull’allestimento storico di Beppe de Tommasi






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