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Successo per Moni Ovadia che ha portato in scena a Ferrara il suo spettacolo-simbolo

Oylem Goylem dove il mondo è scemo

servizio di Athos Tromboni

Pubblicato il 26 Novembre 2022

20221126_Fe_00_OylemGoylem_MoniOvadiaFERRARA – «Dico un sacco di fregnacce sugli ebrei e sull’ebraismo. Non sono né un maestro, né un dotto, anche se qualcuno tenta di farmici passare… io sono solo un saltimbanco, e tale voglio restare.»
La frase si trova nel capitolo introduttivo del primo libro stampato (o forse il secondo libro) di Moni Ovadia, uscito nel 1996 per l’editore Bompiani, dal titolo Perché no? L’ebreo corrosivo.
Trovo il volumetto alla biblioteca “Giorgio Bassani” del Barco, il giorno dopo avere assistito alla recita di Ovadia, Oylem Goylem, nel Teatro Comunale Abbado di Ferrara, in scena per il cartellone di prosa. Guardo i miei appunti scritti sul programma di sala la sera dello spettacolo e trovo queste annotazioni: “ironia corrosiva” e ancora “buffo sì, ma ha l’alea del rito” e ancora “concetti che negano una verità per affermarla” e ancora, di nuovo, “non prendersi sul serio per essere veramente seri”. Potrei continuare.
Ma il succo sta tutto lì, in quelle quattro annotazioni scritte su un cartoncino, nel buio della platea soffuso dalle luci di scena. Perché è proprio così: Moni Ovadia recita, balla, canta, accompagnato dalla sua Stage Orchestra, intrattenendo il pubblico per 125 minuti senza intervallo.
La recita è in lingua italiana, appena strascicata in qualche frase a bella posta; e resa “errante” da qualche parola biascicata con sillabazione e approssimazione straniera («… come tutte le mamme del mondo (la mamma ebrea) è quell’animale feroce che riunisce in sé una contraddizione di natura: tenerezza incontenibile per la sua creatura e senso del possesso assoluto: “So io qvelo che è giusto per te!”. A questo micidiale cocktail, la yiddishe mame ha aggiunto una buona manciata di cinismo: “a causa del esilio – dice lei – abiamo soferto tanto!”»
Le canzoni, invece, sono in lingua yiddish, con melodie e ritmi che “fanno incontrare il canto liturgico con le sonorità zingare”. Tutto converge verso la spettacolarizzazione orale degli abusati luoghi comuni dominanti, affibbiati agli ebrei: per esempio, l’attaccamento ai soldi, la taccagneria, le consuetudini dalle più epidermiche a quelle più profonde come la dedizione alla tradizione religiosa.

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Oylem Goylem – che in altre recite presso altri teatri reca il sottotitolo “il mondo è scemo” – è uno spettacolo che si ripropone e si ripete da oltre trent’anni, sempre con originale carica ironica e rinnovato successo di pubblico.
È proprio l’ironia corrosiva del testo che lascia stupito l’ascoltatore, perché sentire un ebreo che racconta le vicissitudini dell’ebreo errante (quindi l’esilio, la condizione del rifugiato, la timidezza arrendevole dell’osteggiato) senza falsi pudori nella descrizione della figura resa olografica in tante percezioni della pubblica opinione, ottiene l’effetto voluto: far riflettere. O almeno, far riflettere le menti sgombre dai pregiudizi.
Ma c’è un altro elemento fondamentale che rende magnetica l’attenzione in questo spettacolo di Ovadia: il sapore del rito. L’attrazione verso le cose un po’ misteriose e un po’ trascendentali è impulso non soggiogabile dalla volontà razionalista. Così per tanti e tante del pubblico la recita di Oylem Goylem, al di là del proprio apparire, assume proprio il sapore di una partecipazione iniziatica che vale qui e ora e non necessariamente per il dopo o il poco dopo. Il contributo che dà Ovadia per raggiungere questo effetto è quello proprio dell’istrione, qualcosa di diverso e più intrigante di quella autocitazione che egli fa di sé stesso (“io sono un saltimbanco”). E questa è anche la sfera d’influenza entro cui Ovadia spalma giudizi e concetti che negano una verità per affermarla.
«Tra lingua e musica – ha scritto l’attore sul programma di sala – questo è un viaggio nel vissuto di chi, senza patria, erra per il mondo. Sono canti, musiche, storie, aneddoti, tra battute fulminanti e citazioni colte, il tutto arricchito dalla presenza della esecuzione dal vivo. Uno spettacolo che da trent’anni porta in scena un’idea di memoria come progetto per il futuro.»
Questo viaggio corrosivo, istrionico, rituale dell’attore si affida anche ad altri fondamentali: i musicisti in scena, parti inscindibili dell’assieme: essi sono Maurizio Deho’ (violino), Giovanna Famulari (violoncello), Paolo Rocca (clarinetto), Albert Mihai (fisarmonica) e Maryan Serban (cymbalon).
Il suono, curato da Mauro Pagiaro, ha esaltato la perfetta acustica del Teatro Abbado. Le scene e i costumi di Elisa Savi hanno fatto il resto. Pubblico a lungo plaudente fino a strappare due brevi fuori programma improvvisati da Moni Ovadia. L’istrione.
(la recensione si riferisce allo spettacolo di venerdì 25 novembre 2022)

Crediti fotografici: Ufficio stampa del Teatro Comunale “Claudio Abbado” di Ferrara






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