Pubblicato il 10 Gennaio 2020
Nostra intervista ai due tenori che interpreteranno il ruolo pucciniano al Regio di Parma
Ventre e Simoncini i due Calaf intervista di Simone Tomei e Angela Bosetto

200110_Pr_00_GiacomoPucciniPARMA - Venerdì 10 gennaio 2020, il Teatro Regio di Parma inaugurerà la Stagione lirica con Turandot, l’ultimo capolavoro di Giacomo Puccini, diretto da Valerio Galli e proposto nell’allestimento del Teatro Comunale di Modena, firmato da Giuseppe Frigeni (regia, coreografia, scene e luci) con  costumi di Amélie Haas. Ne abbiamo approfittato per fare una chiacchierata con i due Calaf che, sino al 19 gennaio, si alterneranno sul palco del Regio: Carlo Ventre, veterano della parte del principe ignoto, e Samuele Simoncini, per la prima volta nei panni dello “scioglitore degli enigmi”.

Se vi diciamo «Turandot», qual è la primissima cosa a cui pensate?
Carlo Ventre – Penso alla volta in cui, diversi anni fa, incontrai per prima volta la Signora Giovanna Casolla, in occasione di Turandot alle Terme di Caracalla. Durante la prova scenica, lei cantò (magnificamente, come sempre) «In questa reggia», poi subentrai io con la frase «No! No! Gli enigmi sono tre, una è la vita!» e quindi eseguimmo insieme la frase che portava entrambi al Do acuto, al che la Signora fermò la prova e mi lanciò uno sguardo di quelli che gelano. Subito dopo, però, sorrise a me e ai direttori del teatro che stavano assistendo alla prova, dicendo: “Bravi, finalmente un tenore che sa cantare e con la voce adatta per questo ruolo!” È stato un momento meraviglioso e non l’ho mai dimenticato!
Samuele Simoncini Turandot è stata in assoluto la prima opera che ho visto dal vivo e grazie alla quale è sbocciato il mio amore per la lirica. Ero solo un bambino quando i miei mi portarono all’Arena di Verona: nel cast c’erano Ghena Dimitrova, Cecilia Gasdia e Nicola Martinucci. Nutro un profondo amore per questa Principessa e avere l’opportunità di “sciogliere i suoi enigmi” significa realizzare il sogno più grande del bimbo che è ancora in me.

Carlo, quest’opera segna il tuo rientro a Parma dopo l’Otello che ha inaugurato il Festival Verdi 2015. Cosa provi nel tornare al Regio con una parte che ti accompagna da tanti anni?
Tornare a Parma è un privilegio e un onore come artista. Al Regio ho debuttato grazie all’Inno delle Nazioni di Verdi (con il meraviglioso M° Romano Gandolfi) e, oltre all’Otello diretto dal bravissimo M° Daniele Callegari, ho cantato Zamoro in Alzira sotto la guida del fantastico M° Bruno Bartoletti. Turandot (opera che amo molto) sarà il mio primo titolo pucciniano in questo teatro e, come provo a fare in occasione di ogni spettacolo, spero di lasciare nel pubblico un’emozione.
Samuele, per te cosa significa, invece, debuttare nel ruolo di Calaf su un palco così prestigioso? Il fatto che tu, a Parma, abbia già cantato in parti minori ha aiutato?
Non c’è nulla che possa aiutare nell’affrontare un ruolo così. Non nascondo che sia il più difficile che abbia cantato finora: non sarei sereno neanche se avessi la voce di Corelli...
L’unica alleata è una sana dose di incoscienza, senza la quale non avrei accettato di cimentarmi nelle varie sfide che mi si sono presentate l’anno scorso. Debuttare in un ruolo di questo calibro su un palcoscenico come il Regio è una gioia incredibile: ogni giorno varco la soglia del teatro con il rispetto che si deve ad un tempio sacro e dico a me stesso: “Domine, non sum dignus, sed accipio”. Se sono qui, ci deve essere sicuramente un motivo e questo mi dà la forza.

A livello personale, cosa avete in comune con Calaf e in cosa, invece, il principe ignoto non vi somiglia per nulla?
Ventre – Al personaggio di Calaf penso mi accomuni la grande forza di volontà nell’affrontare sfide molto difficili, quasi impossibili, rimanendo però saldo nella consapevolezza di chi sono, nonché mantenendo quel distacco e quella freddezza necessari per riuscire a portare avanti progetti, pensieri e sogni che sembrano irrealizzabili. Infatti, da quando, in Uruguay, vendevo giocattoli in strada per vivere ad adesso, dopo tanti anni di carriera, credo di non aver sbagliato quasi niente nel mio percorso. Inoltre, come il principe ignoto decide quando è il momento giusto per mostrarsi, credo che ognuno abbia una diversa crescita personale e artistica: c’è chi è già maturo all’inizio, chi a metà carriera e chi, come me, raggiunge il meglio di sé dopo anni di studio e lavoro, così da poter scoprire e donare al pubblico il proprio miglior Calaf.
Simoncini – Con Calaf condivido la spregiudicatezza nel voler raggiungere un obiettivo a ogni costo. Sicuramente non imporrei i miei sentimenti a qualcuno che non mi ricambia, ma questa è una favola.

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Vi siete confrontati sulla parte oppure preferite lavorare ciascuno in autonomia?
Ventre – Ovviamente, durante le prove, ci confrontiamo sul personaggio, sui movimenti in scena e su come affrontare certe frasi.
Simoncini – Con Carlos ci siamo conosciuti lo scorso anno in Giappone, dove abbiamo condiviso alcune recite di Tosca. Da subito è nato un bellissimo rapporto professionale e di amicizia: lo stimo davvero tanto, sia come cantante, sia come persona, motivo per cui non mi astengo da chiedergli spesso consigli sulla voce, soprattutto su come risolvere il registro acuto.

A vostro giudizio, quale tenore ha incarnato il Calaf perfetto?
Ventre – Ce ne sono tanti, ma per completezza, aderenza vocale e bellezza fisica forse il Calaf definitivo è stato Franco Corelli.
Simoncini – Amo tantissimo il Calaf di Gianfranco Cecchele, ma il mio idolo assoluto è Giuseppe Giacomini.

In un certo senso, la vostra staffetta in Turandot è stata anticipata la scorsa estate in Arena, dove Carlo ha interpretato Radamès per il dodicesimo anno consecutivo e Samuele ha debuttato proprio grazie ad Aida.
Ventre – Cantare in Arena è sempre una emozione enorme perché ogni volta è come se fosse la prima! Sono onorato e felice di essere uno dei tenori che hanno cantato di più in questo tempio: sedici anni, se non erro. Il mio orgoglio è poter dire di essere riuscito a rappresentare il gusto artistico e professionale dei vari direttori che si sono susseguiti alla guida del Festival Lirico. Non è una cosa semplice e dimostra che lo studio e la professionalità pagano sempre.
Simoncini – Sono arrivato a cantare Aida in Arena grazie alla concatenazione di una serie di fortunate circostanze. Mi sono ritrovato catapultato in una dimensione onirica, della quale ricordo soltanto la mia presenza sul carro del trionfo, che è stato in assoluto il momento più bello di tutta la mia vita. Giuro di non ricordare nient’altro di tutta la serata.

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Come è nata e si è sviluppata la vostra vocazione tenorile?
Ventre – Ho sempre cantato sin da bambino e il passaggio da voce bianca a tenore è avvenuto a dodici anni. Cantavo in chiesa e nella congregazione c’era una signora del Coro del Sodre, la quale, quando mi ascoltò per la prima volta, disse: “Tu devi studiare canto per fare il cantante lirico”. Avevo quattordici anni e da lì è partito quel sogno che coltivo tuttora e che mi spinge a continuare a crescere e perfezionarmi, per tentare di dare sempre il meglio di me.
Simoncini – Devo ammettere di essermi innamorato della “Voce del Tenore” dopo un concerto assieme ad Andrea Bocelli nel 1992 a Siena al Teatro dei Rinnovati. Lui (non ancora fenomeno globale) cantava alcune arie d’opera, mentre io eseguivo dei brani pop. Ricordo di aver detto a me stesso: “Un giorno canterò proprio come lui!” E così, a 18 anni, ho iniziato seriamente lo studio del canto lirico. Inizialmente ho affrontato il repertorio lirico leggero, debuttando nel 2001 con La scala di seta di Gioachino Rossini. Successivamente sono arrivati Il barbiere di Siviglia, Cenerentola e Il viaggio a Reims, fino ad arrivare a trenta recite quasi consecutive di Don Pasquale. Solo dopo l’incontro con Laura Brioli ho trovato la chiave tecnica per cantare nel mio registro naturale, giusto per affrontare l’attuale repertorio.

«Vien con me, sarò tua guida» dice Liù a Timur. Invece la vostra guida (a livello umano e/o musicale) chi è stata?
Ventre – Ho avuto la fortuna di avere maestri meravigliosi, come Gino Bechi, Magda Olivero, Carlo Cossutta, Vittorio Terranova, Boiayan a New York! Oltre a queste guide, non ho mai dimenticato da dove sono uscito, cosa ero, cosa facevo, e questo indubbiamente mi da tantissima forza per non perdere la giusta via in ogni ambito della mia vita, principalmente in quella lavorativa che mi ha consentito di essere chi sono oggi.
Simoncini – Le mie guide sono i miei genitori, a cui devo tutto: senza di loro non sarei quello che sono oggi. Vocalmente mi sono invece affidato a Laura Brioli, la mia attuale insegnante.

Carlo, calchi da anni i palcoscenici di tutto il mondo. Al di là della grande esperienza acquisita, cosa pensi di dover ancor imparare in relazione al canto ed alla tecnica vocale?
Tento ogni giorno di affinare sempre di più la tecnica canora e vocale, per poter trasmettere quel sentimento che sento fortemente dentro di me e farlo arrivare senza barriere al pubblico. Per creare un ponte solido che faciliti questo percorso, bisogna studiare tantissimo e trovare la propria via non è semplice, occorre una ricerca quasi ossessiva. Per questo, anche se “la macchina vocale” va benissimo, mi fermo ogni giorno per fare un “controllo tecnico”!

Samuele, nel 2017, durante il Festival Pucciniano di Torre del Lago, hai dato voce all’ultimo grido del Principe di Persia: «Turandot!». Da allora la tua carriera di solista ha fatto un bel salto in avanti…
Vado altamente fiero di aver incarnato il Principe di Persia per diverse recite: considerando l’impegno vocale (una singola parola), è il ruolo per cui mi hanno pagato di più in assoluto. All’epoca ero appena rientrato in una Fondazione, dopo anni trascorsi in giro per il mondo, a portare uno spettacolo lirico nei teatri delle grandi navi da crociera. Ammetto di non aver accettato a cuor leggero perché, insomma, cantare solo una parola in tutta l’opera non è molto gratificante, specie se si ha la consapevolezza di poter dare molto di più. Ho mantenuto comunque un profilo basso e da lì è stato tutto un crescendo di occasioni. Mi sono indirizzato verso un repertorio più spinto e, grazie ad Alberto Paloscia, ho avuto accesso all’Opera Studio di Livorno dove ho debuttato in Iris di Pietro Mascagni come Osaka, ruolo che canterò anche a Berlino il prossimo febbraio. Quindi ho conosciuto il mio attuale agente e, dopo diversi anni di assenza, sono rientrato nel giro che conta grazie a lui.

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Qual è vostro maggior pregio e quale il peggior difetto?
Ventre – Il mio maggior pregio è la grande voglia di continuare a studiare, crescere, imparare, capire e sentire: quella “fame” di impormi come tenore che ho dai quattordici anni e che, da quando ho conosciuto le meraviglie della lirica, non ho mai ho perso. Il peggior difetto (che però forse è anche un pregio, dato che mi mantiene sempre sull’attenti) è che non sono mai soddisfatto al 100%: trovo sempre qualcosa da correggere, un dettaglio da rivedere o un limite da superare. Anche dopo tanti trionfi, sono sempre alla ricerca di quello che posso rendere migliore.
Simoncini – I miei pregi maggiori sono l’umiltà e la semplicità. D’altro canto, sono molto disordinato in qualunque ambito della mia vita.

Come accogliete le critiche (positive e negative)?
Ventre – Per gli artisti le critiche (tanto positive quanto negative) sono importanti solo se fatte con il giusto commento tecnico/vocale che consente di poter crescere e migliorare.
Simoncini – Oggi, fra chi scrive d’opera, sono poche le persone con le competenze necessarie per valutare le voci e le esecuzioni canore, per cui prendo veramente in considerazione solo le recensioni firmate da critici di cui conosco la formazione. In ogni caso, non ho la presunzione di piacere a tutti e, ovviamente, ben vengano le critiche costruttive.

Siccome il vostro nome lo conosciamo, rivelateci qualcosa di voi che nessuno sa… finora.
Ventre – La prima volta che arrivai in Italia lo feci via terra passando col treno dalla Spagna alla Francia, fino alla frontiera di Ventimiglia. Lì mi fermarono due Carabinieri e, alla domanda “Cosa fa nella vita?”, risposi “Sono un tenore”. Al che loro dissero: “Se lei è un tenore, ci faccia sentire la sua voce”. Così cantai «Che gelida manina» alla dogana. Fu la mia prima audizione e penso sia andata bene perché, dopo la frase «chi son? chi son!... e che faccio...», non solo mi fecero passare, ma mi aiutarono a salire sul treno per Firenze.
Simoncini – Negli ultimi anni ho scoperto di avere un disturbo nell’apprendimento: mi hanno certificato una dislessia (DSA) nella lettura musicale. Questo ha penalizzato le prime fasi della formazione in conservatorio, però ho comunque adottato dei metodi compensativi che mi hanno permesso una totale autonomia nello studio. Pare ne soffrissero anche Mozart ed Einstein: purtroppo non ho ancora sviluppato il loro genio, ma sono fiducioso...

Facciamo il gioco della torre su Turandot. Allestimento fiabesco o realistico?
Ventre – L’allestimento può essere concepito in qualunque modo e per me va benissimo. L’unica cosa fondamentale è che il messaggio del Maestro Puccini rimanga invariato.
Simoncini – Allestimento fiabesco, ma anche un po’ splatter.

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«Non piangere, Liù» o «Nessun dorma»?
Ventre «Non piangere Liù» assolutamente. Certo come romanza è meno d’effetto rispetto a «Nessun Dorma» (che tutti conoscono), ma è più complessa nei colori e nelle dinamiche.
Simoncini «Nessun Dorma»! È l’aria tenorile per antonomasia.

Turandot o Liù?
Ventre – Liù tutta la vita.
Simoncini – Butto dalla torre Liù. Crollasse il mondo, voglio Turandot!

Team Arturo Toscanini («Qui termina la rappresentazione perché a questo punto il Maestro è morto») o Team Ettore Panizza (Turandot e il pubblico hanno diritto a un finale). Quale preferite?
Ventre – Ho avuto la fortuna di fare Turandot in entrambe le versioni e devo dire che, a livello personale, l’incompiuta mi lascia un’emozione enorme, perché evoca immediatamente il Maestro Puccini e i suoi ultimi momenti su questa Terra. Quando la folla sospira «Liù, bontà, perdona!» (poco prima che inizino gli accordi che portano al duetto «Principessa di morte»), sento il cuore e lo spirito allinearsi in modo incredibile.
Simoncini – Il pubblico ha diritto a un finale per completare il senso del libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni.

Finale raro di Luciano Berio o canonico di Franco Alfano?
Ventre – Ho solo sentito una volta il finale di Berio e, anche se mi è piaciuto molto, per il momento continuo a reputare stupendo quello di Alfano.
Simoncini – Per me, invece, il finale di Berio è inascoltabile. Inoltre, ho scoperto di recente che Alfano ha aggiunto davvero poche battute agli appunti originali di Puccini, quindi il cambiamento è minimo.

Dopo questa Turandot, cosa vi porterà il 2020?
Ventre – Mi aspettano la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi a Monte Carlo, Aida a Shanghai, Turandot a Rimini e a Xi’An, Cavalleria rusticana, Pagliacci e Aida in Arena, Manon Lescaut a Palermo e la tournée di Aida in Giappone con il Teatro Petruzzelli.
Simoncini – Canterò Iris a Berlino e avrò una lunga permanenza a Verona, dove sarò impegnato al Teatro Filarmonico prima con Amleto di Franco Faccio e poi con il dittico pucciniano composto da Le Villi e Il tabarro. Per quanto riguarda l’estate... chissà che non ci si riveda in Arena!

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«Crollasse il mondo, voglio Turandot!» E voi cosa vorreste, a tutti costi, per il futuro?
Ventre – Tanta salute: cosa fondamentale per la vocalità tenorile e per poter continuare a esprimere col canto quello che più sento interiormente. Non avendo una voce “piccolina”, ho bisogno di avere la salute in ordine per poter donare tutto me stesso. E, siccome in questo momento a Parma siamo nel bel mezzo di un inverno freddo e cangiante, faccio di tutto per arrivare nel miglior modo possibile a questa Turandot… e incrocio le dita.
Simoncini – Vorrei continuare ad avere tanta salute e un po’ meno di solitudine affettiva.

In una lettera al librettista Adami (datata marzo 1924), Puccini scriveva: «Penso ora per ora, minuto per minuto a Turandot e tutta la mia musica scritta fino ad ora mi pare una burletta e non mi piace più. Sarà buon segno? Io credo di sì».
Insieme ai nostri gentili artisti, speriamo in aver suscitato in voi la curiosità di voler approfondire la conoscenza di questo capolavoro, capace di proiettare il melodramma verso lidi ove molti hanno provato a navigare, ma dove ancora nessuno (a nostro avviso) è riuscito ad approdare.

Crediti fotografici: fotografie fornite dagli Artisti intervistati
Nella miniatura in alto: Giacomo Puccini al tempo di
Turandot
Al centro: Carlo Ventre e Samuele Simoncini nei panni di Radames in due diversi allestimenti di Aida
Sotto: diverse sequenza con i due tenori impegnati nelle opere del loro repertorio





Pubblicato il 11 Ottobre 2019
Intervista alla Comparato, un mezzosoprano eccellente cresciuta in una famiglia di musicisti
Marina il canto e la laurea (nel cassetto) intervista di Simone Tomei

191011_Fi_00_MarinaComparatoFIRENZE - Manca poco affinché per la terza volta il mezzosoprano Marina Comparato interpreti il ruolo di Carmen nell’omonima composizione di George Bizet al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. Un personaggio che le è congeniale. L’occasione fa il ladro… ed ecco che ho “rubato” dallo scrigno della sua vita qualche sfaccettatura non solo dell’artista, ma anche della donna.

Chi era Marina prima della lirica?
Sono nata a Perugia, dove ho frequentato il liceo classico e ho anche studiato pianoforte al Conservatorio Morlacchi. A diciannove anni mi sono poi trasferita a Firenze per frequentare la Facoltà di Scienze Politiche, dove mi sono laureata in Diritto Costituzionale, italiano e…comparato.

Quando è nata la tua passione per la musica?
Da bambina, soprattutto grazie alla mia famiglia. Mia madre suonava il pianoforte e il mio nonno materno il violino, di conseguenza la passione per la musica classica e per l’opera erano molto radicate in casa. La mia grande passione infantile era il Coro degli zingari nel Trovatore. Anche mia nonna paterna suonava il pianoforte e l’organo: è stata proprio lei a regalare ai miei genitori il piano verticale, sul quale ho iniziato presto a mettere le mani. Quindi ho frequentato il Conservatorio a Perugia fino all’esame del quinto anno. Il Liceo mi impegnava molto, ma non è stato quello l’unico motivo per cui ho abbandonato lo studio del pianoforte: avevo avuto una “sbandata” per la break dance!
È stata la mamma a mantenere viva in me la passione per la lirica. Era la Presidente degli Amici della Lirica di Perugia ed organizzava dei torpedoni per andare a vedere le opere a Firenze o a Roma.

Che percorso di studi hai fatto per avvicinarti al canto?
Durante gli anni universitari, dato che volevo comunque continuare a fare musica, iniziai, un po’ per gioco, a cantare in vari cori: prima quello del Duomo di Firenze e successivamente quello della Scuola di Musica di Fiesole. Lì incontrai il mio primo insegnante di canto, il Maestro Elio Lippi, direttore del coro, che impostò la mia voce e mi accompagnò nello studio della tecnica con grandissima attenzione e professionalità. Tre anni dopo, nell’incertezza che accompagna sempre i neolaureati, il Maestro Lippi mi disse: “Visto che ti sei laureata e hai l’estate libera, perché non tenti da privatista l’esame intermedio di canto al Conservatorio Cherubini di Firenze?” Mi preparai con l’aiuto di Gianni Fabbrini, colui che sarebbe diventato il mio pianista di riferimento e con cui tuttora preparo ogni nuovo ruolo. All’esame di settembre ero emozionata, ma anche piuttosto scanzonata, perché alla fine era quasi un gioco.
Invece l’esito andò oltre le mie più rosee previsioni. La signora Renata Ongaro, decana delle insegnanti del Cherubini, decretò che dovevo assolutamente entrare come interna e ovviamente sotto la sua ala. Dissi a mamma e papà che mi avevano ammesso al Conservatorio e, alla domanda “Cosa faccio?”, trovai pieno sostegno, fiducia e incoraggiamento. Se non fosse andata come speravo, avevo pur sempre una laurea in tasca. Invece mi diplomai due anni dopo e iniziai subito a fare concorsi, il più importante dei quali (il Concorso del Teatro lirico Sperimentale di Spoleto “A. Belli”) mi aprì le porte della carriera lirica. E così la laurea rimase (ed è ancora) nel cassetto…

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Che ricordo porti nel cuore dei tuoi insegnanti?
Oltre al Maestro Lippi e alla signora Ongaro, ho un rapporto ventennale con il Maestro Fabbrini che ritengo un grandissimo preparatore, oltre che ottimo pianista. Con lui ho costruito passo passo tutti i ruoli della mia carriera e continuo tuttora a perfezionarli. Devo molto anche ad altre due figure, tanto importanti per la mia formazione, quanto carissime amiche nella vita: Susanna Rigacci (che mi ha seguita nei primi anni di carriera, guidandomi verso Cherubino) e la mia attuale insegnante Donatella Debolini, che, con un profondo lavoro di revisione della tecnica e di reimpostazione della voce, mi ha condotta a scoprire la Marina/Carmen e non solo…

Raccontaci le emozioni dei tuoi debutti a Londra come Rosina e al Maggio Musicale Fiorentino nell’Elektra diretta dal M° Claudio Abbado.
Se ripenso a quella sorta di incoscienza, mista a senso di scommessa, che accompagnò i miei primi passi nel mondo dell’opera, stento io stessa a crederci. Per dire, quando, dopo la prima audizione al Teatro del Maggio, mi telefonarono a casa chiedendo della Signora Comparato, passai loro la mamma, la quale si sentì proporre un contratto nella nuova produzione di Elektra, nel ruolo dell’ancella. Di quella produzione ricordo lo stupore di ritrovarmi sull’enorme palcoscenico, che tante volte avevo visto come spettatrice, e  soprattutto quell’uomo, asciutto e scattante, che dirigeva tutto a memoria e a cui bastava uno sguardo per guidare il palcoscenico.
Il debutto a Londra arrivò qualche mese dopo, in seguito a un’altra audizione fatte sempre un po’ per caso, un po’ per gioco. Insomma mi presero e partii alla volta dell’Inghilterra, sempre più incredula che stesse veramente succedendo a me... Invece Rosina divenne una delle mie parti chiave, in Italia e all’estero, da Parigi a Pechino, da Siviglia a Buenos Aires.

Il mezzosoprano spesso interpreta parti “en-travesti”. Come ti approcci a un ruolo maschile con mente e corpo femminili?
I ruoli “en travesti” hanno rappresentato uno dei capisaldi della mia carriera giovanile. Complici un fisico asciutto e minuto e una voce che all’inizio era piuttosto ibrida (a metà tra il soprano e il mezzo), mi spinsero subito verso i ruoli di paggio, ragazzo e giovane amante. Per molto tempo il mio cavallo di battaglia è stato Cherubino, maturato negli anni soprattutto grazie all’apporto di grandissimi registi, che mi hanno aiutato a scoprirlo e a farne vivere tutti gli aspetti più reconditi. Ne vorrei nominare tre, ognuno dei quali, a suo modo, ha aggiunto un tassello fondamentale al mio Cherubino: Graham Vick, Jonathan Miller e Mario Martone.
Per quanto mi riguarda, l’approccio ai ruoli maschili in quanto donna, è partito dalla ricerca del vissuto della mia adolescenza, dal ricordare i miei coetanei maschi al ritrovare quelle emozioni, quei turbamenti che sono di entrambi i sessi. Il lavoro con i registi (nel plasmare il modo di camminare, di guardare, i ritmi dei recitativi, le sfumature del canto, le screziature della voce) ha poi fatto il resto.

In che modo il canto ha cambiato il tuo modo di vedere, pensare e approcciarti alla vita?
Il canto è un allenamento quotidiano e una scoperta continua di se stessi, delle proprie possibilità, dei propri limiti. È una ricerca interiore e una disciplina che si impara con gli anni e che non finisce mai.

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Non canti solo opera, ma anche musica da camera.
Amo molto la musica da camera francese, anche quella del Novecento, a cui mi sento molto affine per vocalità e sensibilità artistica. Ho cantato spesso Ravel (dedicandogli anche un recital al Teatro San Carlo nel 2017) e ho frequentato abbastanza anche la cameristica tedesca, soprattutto Mahler e Brahms, senza scordare le composizioni del mio adorato Rossini, eseguite diverse volte in concerto. Ma un altro mio grande amore è la musica da camera in lingua spagnola, da De Falla a Granados, da Guastavino a Montsalvatge, per finire con le splendide canzoni popolari di Federico García Lorca alle quali ho appena dedicato il cd Preludios Y Canziones, con l’accompagnamento del chitarrista Marco Minà.

Nel 2017 hai debuttato a Venezia come Carmen. Quanta fatica e quanto impegno hai messo nella preparazione di questo ruolo?
Il debutto come Carmen è stato uno degli impegni più importanti della mia carriera. Quando ho saputo di aver ottenuto la scrittura, ho dedicato tutto il mio tempo alla preparazione del ruolo. Sono andata in Francia per perfezionare la pronuncia francese con un pianista preparatore e ho riservato moltissime ore all’approfondimento della vocalità del personaggio. Direi che, per quattro mesi consecutivi, non ho fatto altro che studiare Carmen. Ovviamente la prova mi spaventava un po’ perché provenivo da un repertorio molto diverso (solo pochi mesi prima avevo cantato Mozart) e la mia formazione molto “classica” era ben lontana dalla profonda visceralità della zingara. Ho avuto però la fortuna di debuttare questo ruolo sia in un teatro “giusto” (dal punto di vista dell’acustica e della direzione artistica), sia con un Maestro come Myung Whun-Chung. Lui da un lato ha assecondato la mia vocalità, sfruttando il rigore che proveniva dall’assidua frequentazione del belcanto, ma dall’altro mi ha spinto a trovare dentro di me una tragicità che non sapevo di avere.
È stato veramente uno degli esordi più belli della mia vita artistica e il riconoscimento di questi sforzi è arrivato con la scrittura a Firenze e con quelle per il 2020.

Si tratta della tua terza Carmen a Firenze, in un allestimento che, al debutto, creò molto chiacchiericcio per il suo finale “invertito”. Ce ne vuoi parlare?
Ho affrontato la prima edizione con una certa diffidenza, lo devo confessare. Temevo che cambiare il finale avrebbe tolto forza al mio personaggio e sminuito l’archetipo che Carmen rappresenta. Il regista Leo Muscato ci ha fatto però capire che la narrazione e la specificità dei personaggi restavano identiche, al pari della tragicità di Carmen e del suo desiderio di libertà. Allora ho pensato che il mio compito era quello di rendere al meglio delle mie possibilità interpretative le richieste registiche e che la musica avrebbe guidato la mia Carmen. Così è stato, a prescindere dal finale.

Cosa è cambiato in quasi tre anni nel tuo modo di vedere e sentire Carmen?
Quando l’anno scorso ho ripreso la produzione di Firenze, mi trovavo in una situazione diversa. Ero io la titolare del ruolo, conoscevo già molto bene la regia, non avevo più alcuna preoccupazione di tipo vocale ed ero abituata all’acustica del Teatro del Maggio. Nei mesi precedenti mi sono quindi dedicata ad approfondire il personaggio, sia dal punto di vista drammaturgico (con una persona che, nella sua discrezione, non desidera essere nominata), sia da quello prettamente fisico. Come nell’affrontare Cherubino, tanti anni prima, avevo dovuto lavorare sul mio fisico, così ora avevo bisogno di trovare in me il corpo di Carmen. In questo caso è stata di grande aiuto la presenza di una cara amica, la ballerina e attrice Jane Tayar, con cui ho lavorato a lungo sul movimento, il modo di camminare, di fermarsi, di sedersi, di guardare e di ballare, se necessario.
E ora? E ora sto tornando alle origini. Ho ripreso lo spartito e mi sono riletta, battuta per battuta, tutte le indicazioni, vocali, musicali, registiche, sceniche e drammaturgiche, che in questi anni si sono sovrapposte e incrociate. E spero di trovare una fusione ancora maggiore dei tanti stimoli ricevuti in questi tre anni.

Come donna, Carmen è vicina o distante dalla tua personalità e dal tuo carattere?
Occorre innanzi tutto capire chi è Carmen, un personaggio così frequentato che le stratificazioni sono innumerevoli. Devo dire che mi ritrovo molto nella sua ironia, nella sua sfacciataggine e nel suo desiderio di libertà. Mi è divenuto familiare anche il suo lato drammatico, dalla capacità di interiorizzare la consapevolezza della propria forza e del proprio destino (penso alla scena delle carte) alla sua determinazione nel duetto finale.

E dove ti porterà prossimamente questo ruolo?
Nel febbraio 2020 lo canterò nuovamente a Tokyo, per un ciclo di rappresentazioni in forma di concerto con la Tokyo Philharmonic Orchestra, diretta dal Maestro Chung, che mi ha invitata personalmente per questa produzione. Poi sarò nuovamente alla Fenice in marzo e aprile, per una ripresa della bellissima edizione con la regia di Calixto Bieito.

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Dopo Carmen hai messo da parte i ruoli mozartiani per evolverti verso un repertorio diverso o li vedi ancora nel tuo futuro?
La voce mi sta portando verso un repertorio più lirico, ma assolutamente non ho messo da parte Mozart, anzi sarei felicissima di cantarlo ancora: è sempre un balsamo per la voce! Avrei una gran voglia di riprendere il ruolo di Sesto nella Clemenza di Tito, debuttato a Spoleto e poi ripreso qualche anno fa con la direzione del Maestro Gelmetti. Sono sicura che la maturazione vocale arricchirebbe questo personaggio.

Quale ruolo porti nel cuore e quale vorresti debuttare?
Beh il ruolo del cuore è ovviamente Cherubino, che fa parte del mio passato. Due parti per cui penso di essere ormai pronta sono Eboli nel Don Carlo e Amneris in Aida. Chissà…

Parlaci di Marina oltre la musica: hai facoltà di dire tutto quello che vuoi… e anche di più! Siamo curiosi.
Marina oltre la musica… Bella domanda!
Marina è viaggi e soprattutto è amore per la Sicilia: un amore sconfinato, inspiegabile, che condivido con mio marito Kaled. Siamo entrambi pazzi della Sicilia, ci andiamo pressoché ogni anno e l’abbiamo girata in lungo e in largo, senza mai stancarci di scoprirne ogni angolo. Ogni anno pensiamo di ritirarci lì, prendere una piccola casa in campagna, fuori dalle rotte balneari, assaporare appieno questa terra meravigliosa e goderci la pensione, se mai ci arriveremo…
Marina è anche una che ha studiato Scienze Politiche ed è sempre molto interessata alle vicende sociali, economiche e politiche dei nostri tempi. La frequentazione dei social network, che assorbono, ahimè, una grossa fetta del tempo, mi porta ad interessarmi molto del mondo contemporaneo, in particolare alle sorti dei poveretti che attraversano l’Africa e il Mediterraneo alla ricerca di una vita migliore. Mi sono ritrovata spesso a piangere, impotente, di fronte allo schermo. Cosa possiamo fare per aiutarli? Questa domanda mi rincorre sempre. So comunque di non essere sola: altri colleghi e amici si sentono come me.
Poi Marina è una gattara. Ho una gatta adoratissima, Charlotte, adottata a Palermo, che sino al mese scorso era la regina della casa finché… ho deciso che ce ne voleva un altro. Così sono andata in un gattile e ho preso il gatto più difficile e pauroso, quello rosso che non aveva voluto nessuno. È rimasto rintanato sotto il divano per giorni, finché, un nastrino di raso rosso non ha vinto le sue paure: “O caro, o bello, o fortunato nastro!” Non poteva che chiamarsi Cherubino! Ora è qui accanto a me, che ronfa felice.

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Domanda che ricorre sovente nelle mie interviste: che rapporto hai con la critica musicale?
Sono molto rispettosa della critica musicale, penso che per noi sia un’opportunità per guardarci da fuori, aggiustare il tiro, se necessario, o proseguire sulla strada intrapresa, se giusta. Certo, ritengo che, come in qualunque altra attività, la competenza su quello di cui si scrive e il rispetto per le persone recensite debba venire prima di tutto. Ma per noi musicisti è molto facile accorgerci se chi scrive è competente o meno e trarre le relative conclusioni.

Dato che la nostra chiacchierata sta per finire, vorrei chiederti prima quali saranno i tuoi prossimi impegni, oltre a quelli che ci hai già anticipato…
Dovrei riprendere l’anno prossimo il ruolo di Charlotte in Werther, ruolo che ho debuttato al Teatro Massimo di Palermo nel 2017, subito dopo Carmen. Altro ancora non posso dire…

… e poi di salutarci con un sogno nel cassetto e un desiderio per il futuro.
Un sogno nel cassetto: cantare al Metropolitan.
Un desiderio: una piccola casa, circondata da mandorli e aranci, da cui vedere tramontare il sole sul mare.

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Se andrai al Metropolitan spero di avere un invito speciale e nell’attesa della realizzazione di questo grande sogno aspetto con gioia di ascoltarti in questa ripresa fiorentina di Carmen. A presto e buona vita.
Ho condiviso qualcosa di me con immensa gioia; buona vita a te e a tutti i lettori che, a questo punto, avranno pazientemente letto qualcosa in più di Marina.

Crediti fotografici: Archivio personale di Marina Comparato





Pubblicato il 05 Ottobre 2019
Nostra intervista al baritono bulgaro figura di spicco del Festival Verdi 2019
Vladimir Stoyanov si racconta intervista di Simone Tomei e Angela Bosetto

191005_00_VladimirStoyanovPARMA - Da tempo avevo manifestato il desiderio di incontrare Vladimir Stoyanov e galeotto è stato il Festival Verdi 2019 a Parma, dove il baritono bulgaro è impegnato come Francesco Foscari ne I due Foscari (qui la recensione della “prima”). Assieme alla mia amica e collega Angela Bosetto, ho confezionato per voi questo “racconto” dell’artista, uomo, padre, fratello e amico, nella speranza di regalarvi una piacevole lettura.

La Bulgaria è una terra di grandi voci operistiche, da Boris Christoff e Nicolaj Ghiaurov a Rajna Kabaivanska e Ghena Dimitrova. Sapevi fin da piccolo che la lirica sarebbe stata il tuo destino oppure no?
Di me bambino, posso dirti che sono nato a Pernik (città di minatori vicino a Sofia) in una famiglia umile, dove ci si guadagnava da vivere onestamente e con fatica. Papà era laureato in legge, mamma faceva l’infermiera e ho un fratello più piccolo. Ho avuto nonni meravigliosi  e sono stato un bimbo felice, cresciuto in un’atmosfera amorevole. Giocavo in strada a palla e a nascondino con gli amici del quartiere, correvamo tanto. A volte si litigava, facevamo a botte… e spesso anche le prendevo. Insomma un’infanzia semplice e spensierata, passata a contatto con la natura. Sognavamo! C’erano molta fiducia e speranza nel futuro.
La Bulgaria di quell’epoca aveva una scuola vocale molto importante, capeggiata dal baritono e insegnante Hristo Brumbarov. Molti furono i suoi allievi, dai già citati Ghiaurov e Dimitrova al mio maestro: Nikola Ghiuselev. In casa Stoyanov non c’erano musicisti professionisti, ma alla radio e in tv si sentivano spesso le opere italiane. Il regime era molto attento allo studio della musica classica e già alle elementari c’era una propedeutica musicale. Tutti i bambini, se non facevano sport, suonavano uno strumento, cantavano nei cori o ballavano.

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Quando hai incontrato la musica e quale è stato il tuo primo approccio con il canto? Un amore a prima vista oppure no?
Per me fu un colpo di fulmine, proprio quando ero ancora un bambino. In televisione trasmisero Ernani di Giuseppe Verdi con il grande Piero Cappuccilli nei panni di Carlo V: chi se lo dimentica più! Ricordo ancor oggi la grande scena in cui Cappuccilli è inginocchiato davanti alla statua di Carlo Magno a cavallo. Era magnifico!
Dal punto di vista pratico, invece, la prima esperienza vocale fu nel coro dei bambini della mia città natale. Cantare e fare musica mi piaceva sin da piccolo.

Sotto la guida del grande basso Ghiuselev, sei passato dall’Accademia Nazionale di Musica "Pancho Vladigerov" di Sofia all’Accademia Bulgara delle Arti “Boris Christoff” (Roma) e quindi all’Accademia della Scala.
Mi sono diplomato all’Accademia Nazionale di Sofia con un percorso di studi ordinario, proprio come tanti altri ragazzi. Un giorno, per puro caso, venni a sapere di un’audizione con il  M° Ghiuselev. All’epoca, devi sapere, che i cantanti del suo calibro (molto rispettati, se non venerati) erano praticamente inavvicinabili. Spesso nemmeno vivevano in Bulgaria perché erano molto richiesti dai teatri e sempre in giro per il mondo. Non esistevano i social network e non si potevano accorciare le distanze con una semplice chat.
Inizialmente non pensavo nemmeno di presentarmi all’audizione, ma dopo averne parlato a casa con i miei (soprattutto con mia madre, la mia prima fan) decisi di partecipare. In audizione portai la scena completa della “Morte di Rodrigo” dal Don Carlo di Verdi. Cantai davanti a una commissione di circa una decina membri e, alla fine dell’esecuzione, uno di loro mi chiese: “Ragazzo, cos’altro potresti cantare per noi?” A questa domanda, Ghiuselev si alzò e disse: “Dopo un quarto d’ora di musica cantata così bene e conoscendo le difficoltà che la parte richiede, non vedo di quali altre prove dovremmo aver bisogno da questo ragazzo. Per me è bravo.” Nessuno replicò.
Quel “bravo” mi risuonò nella testa a lungo. Tornai a casa senza conoscere il risultato dell’audizione, ma mi bastava quell’attestato di stima per essere felice! Volavo a un metro da terra. Poi, arrivò anche la telefonata che mi annunciava la vittoria della borsa di studio “Boris Christoff” a Roma.
Il lavoro con Ghiuselev fu costante e faticoso. Nikola era un perfezionista, un esteta e un grande uomo di teatro, ma soprattutto un grande conoscitore della voce. Passavamo tanto tempo studiando la tecnica vocale. In questa fase dello studio non mi era permesso interpretare il personaggio, ma si lavorava sul fiato, sulla produzione del suono, sul rilassamento dei muscoli della gola e del corpo. Poi, solo in un secondo momento, si poteva parlare dell’interpretazione del ruolo e del libretto. Il Maestro era un vero alchimista di belcanto.

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La Bulgaria come appoggia e/o sostiene i propri artisti?
In questo senso posso dire di conoscere più l’Italia che la Bulgaria, perché, subito dopo il percorso di studi compiuti con Ghiuselev, passai all’Accademia della Scala, dove il corso ere tenuto dalla Signora Magda Olivero, di cui nutro una stima immensa. Anche in questo caso parliamo di un’Artista e una donna elegantissima, sensibile e sobria, che ha lasciato un segno indelebile nella storia della lirica.
In seguito ho iniziato a fare audizioni e a lavorare anche all’estero.

Raccontaci le emozioni dei tuoi debutti in patria (Don Carlos a Sofia, 1996) e in Italia (Macbeth al San Carlo di Napoli, 1998).
È difficile per me spiegare a parole le emozioni vissute in queste occasioni. Il Marchese di Posa è un personaggio che mi affascina e commuove sempre. È stata la prima opera che ho cantato per intero di fronte ad un pubblico, in teatro. Certamente mi sono sentito molto incoraggiato dall’esito positivo di questo debutto (studiato minuziosamente e preparato a lungo), ma non ho “abbassato la guardia” ed ho continuato a studiare col mio maestro.
Macbeth a Napoli, invece, giunse inaspettato, in sostituzione di un collega. Sarò per sempre grato a Francesco Canessa (ex Sovrintendente del San Carlo di Napoli), che mi sentì in un’audizione ed ebbe fiducia in me, permettendomi di farmi conoscere dal pubblico napoletano.

Qual è il ruolo che ami di più?
Tra Rigoletto e Macbeth la lotta è dura….

E quello che ti fa più timore?
Penso che i timori debbano essere dissipati nella fase di studio della parte, altrimenti significa che non si è riusciti a dominare tecnicamente quel determinato ruolo e, di conseguenza, sarebbe meglio non metterlo in repertorio.

Nella tua lunga carriera quale esperienza porterai sempre nel cuore e perché?
Caro Simone, i momenti magici sono tantissimi. Nel baule dei ricordi metto sicuramente certe serate al Teatro Regio di Parma. Ad esempio, quella dell’anno scorso in cui sono stato insignito del premio “Tatiana Pavlova” dopo la prima di Attila: per me è stato un grande onore. Oppure, sempre al Festival Verdi, il Ballo in maschera del 2011, il Macbeth del 2018 o le Traviate del 2003 e del 2007. Ma potrei dire anche l’inaugurazione del Festival Lirico 2011 all’Arena di Verona sempre con La traviata, il recente Iago al festival di Baden Baden con Zubin Mehta, il debutto in Rigoletto con Bruno Bartoletti, Lucia di Lammermoor al Metropolitan, Macbeth a Berlino, La traviata al San Carlo… Come vedi, sono tante le esperienze indimenticabili.

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Finalmente è giunto per te il tanto atteso Francesco Foscari. Come ti sei approcciato al personaggio e, più in generale, come affronti lo studio di un nuovo ruolo?
Posso dire di averlo desiderato a lungo. Francesco Foscari è un ruolo complesso: fa parte del primo Verdi e la tessitura è acuta. Diciamo che è un’opera difficile per tutti i protagonisti dal punto di vista vocale.
Sul personaggio ho letto molto: Francesco Foscari è stato il Doge più longevo nella storia di Venezia, ma il destino gli strappò tutti i figli. Ne aveva quattro e, quando anche il penultimo, Domenico, morì di peste, riversò tutto il suo affetto su Jacopo, il più giovane. Purtroppo il ragazzo venne processato dal Consiglio dei Dieci per gravissime accuse (tra cui collusione con principi stranieri e frode), che non solo lo avrebbero portato all’esilio e alla morte, ma avrebbero fatto morire di crepacuore anche il padre. Una storia terribile per qualsiasi genitore: una catastrofe famigliare.
Per quanto concerne lo studio di un ruolo nuovo, in linea di massima suddivido il processo in due fasi. La prima è “solitaria”, ossia, mi metto da solo al pianoforte, cercando di mettere in gola tutta la tessitura che la parte richiede. Poi, in un secondo momento, mi dedico allo studio con il pianista. Prima di prendere un impegno bisogna provare a cantare il ruolo diverse volte per avere le idee molto chiare.

Cosa ti accomuna a Francesco Foscari e cosa ti differenzia dal personaggio?
Mi accomuna sicuramente l’essere un papà! Vedere soffrire i propri figli è straziante: non lo augurerei a nessuno. Da Francesco Foscari mi differenzia il fatto di non essere un uomo di potere, né di politica.

Da genitore, come vivi il terribile conflitto di un protagonista che è “prence e padre”?
Pur essendo un Doge, Francesco si sente impotente di fronte alla decisione del Consiglio dei Dieci: nel corso dell’opera combatte con questa frustrazione e soffre terribilmente. Lo si capisce molto bene già nel duetto iniziale con Lucrezia, quando lei lo accusa di non aver fatto nulla per difendere il figlio: “Oltre ogni umano credere è questo cor’ piagato…ogni mio ben darei, perché innocente e libero fosse mio figlio ancor!” Questo per citare solo uno dei vari momenti strazianti che mostrano il dramma interiore di Francesco.

Cosa ti piace fare nel tempo libero?
Stare con mio figlio, dedicarmi a cose semplici, studiare e magari fare dei vocalizzi, che servono a “ripulire” la tecnica vocale. Mi piace inoltre leggere testi di filosofia e storia: mi incuriosiscono le antiche civiltà come quelle di Greci, Traci, Sumeri e Romani. Credo che dal passato si possa imparare molto.

Che rapporto hai con la critica musicale?
Parto dal presupposto che ognuno di noi cantanti si impegna al massimo nel momento in cui si trova ad interpretare un ruolo in uno spettacolo dal vivo. Voler piacere agli altri è normale e fa parte della natura umana, ma non si può piacere a tutti e ne sono consapevole.

E con i colleghi?
Mi piace stare in teatro. Fra colleghi condividiamo la stessa sorte, nel bene e nel male.

A livello teatrale hai mai avuto qualche esperienza “particolare” con un allestimento altrettanto “particolare”?
Sinora, la più particolare per me resta senz’ombra di dubbio La dama di picche di Pëtr Čajkovskij, allestita per la prima volta ad Amsterdam nel 2016. Interpretavo il principe Eleckij, ma, per volontà del regista Stefan Herheim, da coprotagonista divenni il personaggio principale dell’opera, che, praticamente, era una specie di attore del cinema muto.

Dove potremo ascoltarti in futuro?
Dopo Parma, sarò Papà Germont nella Traviata alla Fenice di Venezia, poi Ernesto nel Pirata di Vincenzo Bellini al Teatro Real di Madrid. Inizierò il 2020 nei panni di Ford al Teatro Municipale di Piacenza grazie a una nuova produzione di Falstaff che andrà in scena anche a Modena e a Reggio Emilia.

Il pubblico conosce bene il baritono Stoyanov, ma chi è Vladimir l’uomo?
Vladimir è figlio, marito, padre, fratello e amico. Mi piace trascorrere una vita semplice e tranquilla, per quanto possibile. Ho delle ansie per il futuro dell’umanità, soprattutto per quello di mio figlio e dei giovani in generale. Queste paure riguardano i cambiamenti climatici, lo sfruttamento delle risorse naturali e l’inquinamento, ma mi preoccupa anche il calo demografico in Europa, benché speri tanto di diventare nonno un giorno!
Penso che l’Occidente stia vivendo una forte crisi etica e di valori e anche il mondo dell’opera ne sta risentendo. Mi è capitato di conoscere persone alle quali raccontavo di essere un cantante lirico, ma che, dopo circa un quarto d’ora di conversazione, mi chiedevano incuriosite: “Si, ma in concreto di cosa si occupa?”
Per quanto mi riguarda, non penso di avere nulla di eclatante da raccontare: non sono un influencer, non ho milioni di followers e nemmeno ci tengo. Provo piuttosto una profonda ammirazione per chi svolge mestieri in cui ogni giorno si salvano decine di vite umane (come il medico, il chirurgo o l’infermiere) o si rischia la morte (ad esempio il pompiere o il pilota).
È stata la musica a scegliermi in un certo senso. Ho avuto un percorso normale, con le rinunce e i sacrifici che penso siano necessari per la buona riuscita di ogni mestiere. Riguardo al canto, non ho mai pensato e non penso di avere la verità in mano. Si studia e si lavora quotidianamente, poi si vedrà. Se credi di sapere tutto, puoi compromettere la tua crescita spirituale ed artistica. Per non parlare del fatto che, nel canto, basta un banale raffreddore per metterti k.o… Sono grato a Dio per mantenermi in buona salute (la base di tutto perché se viene a mancare sono guai!) e prego sempre per quella dei miei cari.
Alla fine sono soddisfatto della persona che ho scelto di essere.

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Anche noi siamo appagati da questo incontro, che ci ha permesso di conoscere più da vicino uno dei baritoni più acclamati nei Teatri di tutto il mondo, e lo concludiamo augurando a Vladimir Stoyanov le migliori soddisfazioni umane e artistiche.

Credit fotografici: Archivio personale di Vladimir Stoyanov






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200127_Libri_00_LaBambinaSottoIlPianoforte_MicaelaMagieraMicaela Magiera
La bambina sotto il pianoforte
Edizioni Artestampa, Modena, pagg. 230, euro 18
Il sottotitolo di questo libro è indicativo come un sommarietto: «Storie d'amore e di musica nella Modena di Mirella Freni, Leone Magiera e Luciano Pavarotti»; sì perché l'autrice, Micaela Magiera,
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Ottimo Boris Godunov
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Personaggi
Ventre e Simoncini i due Calaf
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Echi dal Territorio
La Delfrate e i giovani talenti
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200102_Mn_00_ConcertoDiCapodanno_CarlaDelfrateMANTOVA - A pochi giorni dal successo, in un Duomo gremitissimo, del Concerto di Natale diretto autorevolmente dal M° Luca Bertazzi, titolare della cattedra di Musica d’insieme, l’Orchestra Sinfonica del Conservatorio “L. Campiani” si è presentata al Teatro Sociale mercoledì 1° gennaio 2020 per il tradizionale “Concerto di Capodanno”.
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Turandot e Aida un'apertura kolossal
servizio di Rossana Poletti FREE

191215_Ts_00_KatiaRicciarelliTRIESTE - Teatro Verdi. E' stata una straordinaria doppia apertura della stagione lirica al Verdi di Trieste, quella che ha visto in scena in alternaza la Turandot di Giacomo Puccini e l'Aida di Giuseppe Verdi. Un teatro, che non ha grandi spazi e tecnologie sul palcoscenico, ha dovuto operare su una scena in gran parte comune per i due allestimenti,
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Opera dal Centro-Nord
L' Ernani che traballa
servizio di Simone Tomei FREE

191215_Pi_00_Ernani_AlexandraZabala _phFinottiPISA - Al Teatro Verdi nell’attuale stagione lirica, un allestimento del 1999 incornicia la vicenda dell’Ernani di Giuseppe Verdi; l’autore originario della messinscena è Beppe de Tomasi che propose questa regia per il Teatro Massimo di Palermo ed è qui ripresa da Pier Francesco Maestrini; alle luci Bruno Ciulli mentre le scene ed i costumi sono di Francesco Zito.
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Dischi in Redazione
Sentire l'amore secondo Mirael
recensione di Athos Tromboni FREE

191214_Dischi_00_MiraelCD audio "Sentire l'amore"
MIRAEL
Produzione: Studio Suonamidite (Empoli)
Reperibilità:
www.mirael.it
Ha scelto un nome d'arte - Mirael - che significa «guarda Lui» dove «Lui» è sinonimo di Amore. Così la giovane cantautrice ferrarese Pia Pisciotta si presenta al pubblico con il proprio nuovo (e primo) CD
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Operetta and Musical
My Fair Lady chiude la stagione
servizio di Salvatore Aiello FREE

191209_Pa_00_MyFairLady_NancySullivanPALERMO - Il Teatro Massimo, introducendo al clima delle festività natalizie, ha scelto di concludere la Stagione d’Opera (sarà il prossimo Schiaccianoci a concludere quella del Balletto) col riproporre, dopo lunghi anni, il musical. E’ andato quindi scena My Fair Lady su libretto e testi di Alan Jay Lerner e musica di Frederick Loewe, tratto dal
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Vocale
Figure del femminino al Giglio
servizio di Nicola Barsanti FREE

191201_Lu_00_FigureDelFemminino_RosellaIsola_phAndreaSimiLUCCA - La serata inaugurale della sesta edizione dei Lucca Puccini Days svoltasi presso il Teatro del Giglio di lucca sabato 30 novembre 2019, ha proposto al pubblico un significativo viaggio musicale tutto al femminile. Come già anticipato dal titolo Figure del femminino nel melodramma ottocentesco: un viaggio alla scoperta delle donne nell’opera
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Echi dal Territorio
Concerto di imponente vocalitā
servizio di Attilia Tartagni FREE

191130_Lugo_00_Concerto24Novembre_MarialuceMonariLUGO DI ROMAGNA (RA) - Come da tradizione, il Circolo Lirico Giuseppe Verdi di Lugo si apprestava ad allestire a fine anno un’opera lirica ma la chiusura per lavori del Teatro Rossini lo ha fatto optare per il “Grande concerto lirico” di domenica 24 novembre nella Sala polivalente del Circolo “Gli amici del Tondo” di Lugo, che per inciso è anche sede
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Opera dal Centro-Nord
Belle Nozze disegnate da Gasparon
servizio di Simone Tomei FREE

191126_Li_00_NozzeDiFigaro_JacopoSibariDiPescasseroli_phAugustoBizziLIVORNO - «Questo ritorno dopo quasi due secoli della commedia per musica mozartiana, costituisce il primo capitolo di un progetto tutto toscano, ideato in coproduzione con il Teatro Verdi di Pisa e il Teatro del Giglio di Lucca, dedicato alla riproposta nei nostri Teatri di tradizione della storica Trilogia mozartiana sui libretti di Lorenzo
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