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Accolta bene dal pubblico l'opera d'apertura della stagione lirica autunno-vernina del Teatro Abbado

Butterfly molto ispirata al Teatro Noh

servizio di Athos Tromboni

Pubblicato il 30 Ottobre 2021

20211029_Fe_00_MadamaButterfly_MatteoMazzonini_phFERRARA - Una Madama Butterfly urlata. L’estrema sintesi dell’opera d’apertura della stagione lirica autunno-invernale del Teatro Comunale “Claudio Abbado” può essere questa. La ragione una sola: l’orchestra col suo suono vigoroso copriva spesso le voci soliste, tanto che ci siamo chiesti: se invece di una compagine da camera (le disposizioni di prevenzione Covid-19 consentono l’accesso ad un numero di orchestrali minore di quanto solitamente previsto per le opere otto-novecentesche) ci fosse stata l’orchestra voluta da Giacomo Puccini con tutti i fiati e gli archi di prassi, sarebbe andata meglio o peggio, dal punto di vista dell’equilibrio dinamico fra buca e palcoscenico? Forse poteva andare meglio, perché un maggior numero di “voci” strumentali avrebbe consentito sfumature diverse, anche nei pianissimo o nei piano, là dove un minor numero di strumenti è stato sollecitato invece a spingere. O forse poteva andare anche peggio.
Il vostro cronista, cari lettori, oltre che seguire l’opera dal palco della stampa, si è anche recato per più di mezz’ora in loggione a seguire il finale del primo atto, per non essere tratto in inganno dalla troppa vicinanza alla buca. Ma il risultato, anche dal loggione, non è cambiato. L’orchestra suonava forte e i cantanti urlavano, con tutto ciò che ne consegue dal punto di vista dell’intonazione adamantina e della melodizzazione del canto.
In tale contesto la voce tenorile di Francesco Fortes nel ruolo di F.B. Pinkerton è parsa troppo leggera per il ruolo, lo squillo si perdeva dentro la massa del suono e appariva forzato, gutturale; per contro e non di rado la sua emissione soprattutto nelle note basse del registro, era debole e obnubilata dalla veemenza orchestrale. Eppure nei momenti in cui Fortes ha potuto farsi udire al di sopra del suono proveniente dalla buca, l’intonazione è parsa eccellente e il colore chiaro della sua voce non ha mancato di farsi apprezzare per la bella musicalità.

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20211029_Fe_02_MadamaButterfly_ClaudioZazzaro_ph 20211029_Fe_03_MadamaButterfly_FrancescoFortesSilviaPantani_ph

20211029_Fe_04_MadamaButterfly_SilviaPantaniIlariaRibezziAndreaBussotto_ph 20211029_Fe_05_MadamaButterfly_IlariaRibezziSilviaPantaniItaloProferisce_ph

 

Non diverso il nostro personalissimo giudizio sulla prestazione della protagonista Silvia Pantani nel ruolo di Cio Cio San: coperta spesso, ma con la differenza, rispetto al tenore, che quando a lei era dato cantare da sola (e non impegnata in duetti o in ricami sul tessuto del canto del coro) ha eseguito sfoggiando un bagaglio tecnico di assoluto valore, sia nel canto a fior di labbra, sia nel canto in zona acuta in forte o fortissimo, incurante della veemenza orchestrale. Ha cantato la “sua” Madama Butterfly. Brava, molto brava: s’è dimostrata una cantante che sa disimpegnarsi anche nelle difficoltà d’ambiente (difficoltà d’ambiente, si sottolinea, non di spartito…) e pazienza se non è stata valorizzata dal podio.

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Il più sicuro di sé e dunque il migliore dal punto di vista della prestazione canora è stato il baritono Italo Proferisce (nel ruolo del console Sharpless) la cui vocalità non ha temuto l’insidia della buca e si è espressa ad un livello eccellente.
Anche la Suzuki del mezzosoprano Ilaria Ribezzi ha patito meno la situazione d’ambiente rispetto alle voci chiare protagoniste dell’opera; ed ha portato a casa una prestazione lodevole senza se e senza ma.
Completavano il cast l’ottimo Goro di Claudio Zazzaro e l’ottimo Zio Bonzo di Andrea Tabili; apprezzamenti da riconoscere anche a Dielli Hoxha (Principe Yamadori e Commissario Imperiale), Luca Giorgini (Yakuside), Margherita Hibel (Kate Pinkerton), Andrea Cutrini (Ufficiale del registro), Eleonora Nota (La zia), Yue Wu (La cugina), So Hyun Lee (La madre) e il piccolo e bravo Andrea Bussotto (Dolore).
Letta la prima parte di questa cronaca, potrebbe sembrare che l’Orchestra Città di Ferrara impegnata in buca sia andata oltre i limiti della precisione e del saggio fare… cioè, che abbia suonato non bene.  Però non è stato così: l’Ocf (come la chiamano i ferraresi) invece ha suonato bene, precisa e pronta alle sollecitazioni del podio, molto molto professionale. Solo che a noi ha fatto venire in mente un disco che abbiamo fatto suonare fino alla noia negli anni ’80 del Novecento, quello della Cincinnati Pop Orchestra che aveva arrangiato le melodie delle opere pucciniane e le aveva incise in chiave pop: amplificando i fortissimi e contrabbandando l’idea che la melodia fluente in Puccini è la principale componente del suono, se non l’unica. Godibile, ma falso…
A Ferrara, sul podio della Ocf, era il maestro David Crescenzi, che ha diretto a memoria, dedicando molte attenzioni all’orchestra e molte meno ai cantanti.
La regia di Matteo Mazzoni ha avuto il pregio di offrire alla vista un Giappone tradizionale, sia nei costumi (curati da Patricia Toffolutti), sia nella gestualità, sia nell’uso delle maschere per tutti salvo i ruoli protagonisti (molta ispirazione - in questo - al Teatro Noh della tradizione nipponica), mentre le scene di Benito Leonori sono parse solamente essenziali e forse anonime se non fossero servite anche da fondale per le pregevoli proiezioni del video-designer Mario Spinaci; senza gloria né infamia le luci di Ludovico Gobbi. Bene il Coro Lirico Marchigiano "V. Bellini" diretto da Davide Dellisanti.
Condotta con mano sicura la recita, dentro l’atmosfera del Teatro Noh come si diceva, abbiamo una serie di appunti sul taccuino riguardanti la regia: il primo è che abbiamo trovato meravigliosa l’idea della “casa a soffietto” d’inizio dell’opera che viene innalzata a scena aperta come se fosse  creata all’istante dentro un sogno; il secondo appunto è che quella “casa a soffietto” è diventata il centro attrattivo della recita perché quasi tutti i momenti topici e sicuramente quelli maggiormente intimistici si svolgevano al suo interno, a volte dietro il velo di una tenda trasparente; il terzo appunto è che quella “casa a soffietto” pur essendo il centro dell’azione drammaturgica era posta all’estrema sinistra del fronte-palcoscenico, e quello che vi si svolgeva dentro non era completamente visibile al pubblico che era seduto nei palchi posti all’estrema sinistra della sala. Tenuto conto che oltre la metà del palcoscenico (quello a destra della sala) era spesso vuoto di personaggi e pieno di proiezioni del video-designer, noi abbiamo pensato che fosse un errore soprattutto concettuale porre in modo defilato e un po’ fuori scena il centro drammaturgico della scena…
Tralasciamo il resto dei nostri appunti e diciamo del pubblico: un po’ freddo all’inizio della recita si è poi riavuto diventando caloroso a fine recita, ma non ha chiesto bis neanche alla buona esecuzione di Un bel dì vedremo della Pantani, e non ha buato perché a Ferrara non è costume farlo anche quando i giudizi nel foyer durante l’intervallo sono tranchant. Infine, il cronista non può non rilevare che fra il pubblico era presente e attiva una claque fastidiosa (due o tre spettatori, non di più) che ha “sollecitato” gli applausi in più circostanze al di là dei meriti.
Questo è il mondo dell’opera da che mondo è mondo. Ed è bello che sia così. Prosit!
(La recensione si riferisce alla recita di venerdì 28 ottobre 2021) 

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Crediti fotografici: Stefano Binci / Fondazione Pergolesi Spontini
Nella miniatura in alto: il regista Matteo Mazzoni
Sotto: panoramica sull’allestimento
Al centro in sequenza: Claudio Zazzaro (Goro); Francesco Fortes (Pinkerton) e Silvia Pantani (Cio Cio San); ancora la Pantani con Ilaria Ribezzi (Suzuki) e il piccolo Andrea Bussotto (Dolore): la Ribezzi e la Pantani con Italo Proferisce (Sharpless)
Sotto: un’altra panoramica sull’allestimento
In fondo: l’intensa espressione di Silvia Pantani al momento dell’harakiri di Cio Cio San






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