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Usi e costumi dalla Turandot alla Bohème al Teatro Comunale |
Incontro con Lorenzo Cutùli |
servizio di Edoardo Farina |
| Pubblicato il 15 Febbraio 2024 |
FERRARA - Il 100° anniversario dalla morte di Giacomo Puccini rappresenta un’occasione per commemorare e ripercorrere la vita e la carriera di uno dei più grandi musicisti italiani. Le sue Opere, ancora oggi, continuano a essere rappresentate sui palcoscenici più prestigiosi del mondo, celebrando lo straordinario valore artistico delle composizioni. Nasce a Lucca, patria di ricche tradizioni musicali, il 22 dicembre 1858 da una famiglia dalla lunga e prestigiosa storia legata alla musica nella provincia Toscana. Purtroppo, a soli sei anni, vede morire suo padre Michele, organista e maestro di coro del Duomo di San Martino, di conseguenza durante la prima giovinezza, viene istruito dallo zio Fortunato Magi nel suonare l’organo e nel canto come contralto. Nonostante ciò, Fortunato dichiara presto a sua sorella Albina, madre del piccolo Giacomo, che suo figlio non possiede alcuna inclinazione per la musica. Dopo questa brevissima cronistoria delle origini del Maestro, tralasciando tutto il resto deducendosi da sé, ci spostiamo verso la ricca stagione del Teatro Comunale “Claudio Abbado” di Ferrara, ove nell’ambito della programmazione “Opera Balletto” ha voluto rendere omaggio - come sta avvenendo nella maggior parte dei teatri più importanti d’Italia per tutto il 2024 - al celebre lucchese, presentando due tra i suoi innumerevoli capolavori, la Turandot ultima composta e lasciata incompiuta per la sopraggiunta morte avvenuta nel 1924, in scena all’ “Abbado” per la prima il 24 novembre 2023 con replica il 26 eseguita dall’ ’Orchestra Città di Ferrara” diretta da Marcello Mottadelli e la regia di Plamen Kartaloff e la seconda, Bohème in data rispettivamente il 26 e 28 gennaio, interpretata dall’ “Orchestra Giovanile Luigi Cherubini” sotto la bacchetta di Nicola Paszkowski. Quando osserviamo il cartellone di un’opera, la prima cosa che attira l’attenzione è la grafica, il titolo, l’autore, poi il direttore, l’orchestra, immediatamente dopo i protagonisti più importanti nelle rispettive parti, tenori, baritoni, soprani meglio se trattasi di una “primadonna” nota o meno nel cast dei nominativi appartenenti al mondo del teatro. A seguire, coro, comparse, infine allestimenti e realizzazione, dando sempre meno importanza a chi lavora dietro gli scenari e che molto spesso alla fine della rappresentazione non salirà quasi mai sul palco per ricevere le meritate ovazioni. Quindi tecnici, elettricisti, macchinisti, cameramen se prevista una ripresa televisiva, fotografi…e per ultimo ma non per ultimo, chi si è occupato della sceneggiatura, della scenografia, la scelta e realizzazione dei costumi che di solito catturano l’attenzione non appena si alza il sipario prima ancora che i cantanti inizino la recitazione scenica e vocale. Il Teatro Comunale di Ferrara "Claudio Abbado" ha dato la possibilità di visitare tramite l’iniziativa aperta al pubblico “Dietro le quinte dell’opera” i meccanismi del palcoscenico, montaggio delle luci, i riflettori e i proiettori, la struttura del teatro, i segreti dell’acustica, un po’ di storia e molte altre curiosità da scoprirsi di volta in volta, proposta costituita da tre appuntamenti riguardanti le stesse Turandot e Bohème e prossimamente l’Orlando Furioso il 6 aprile, in orari tra una replica e l’altra in modo da consentire la prenotazione sia a chi ha già assistito alla prima e sia a chi vorrà ricevere qualche anteprima. Attraverso la disponibilità di Lorenzo Cutùli, dalla impareggiabile professionalità ed esperienza nell’ambito teatrale, siamo stati accompagnati da lui stesso in questo magico percorso illustrandoci ampiamente quanto dal lato platea non è visibile, ma soprattutto dopo averci condotto nei camerini e fornito dotte spiegazioni riguardo tutti i costumi utilizzati in scena, si è soffermato per una breve intervista. Nato a Ferrara, nel campo teatrale numerose sono state le sue collaborazioni con artisti quali: C. Abbado, E.Luzzati, H. De Ana, P. L. Pizzi, L.Kemp, L. Ronconi, R. Petit, R. Wilson, P. Greenaway, J. Miller, L. Dodin, M. Martone, M. Scaparro e A. Brachetti, sia come scenografo collaboratore che come costumista, inoltre, come pittore e scultore, ha al suo attivo varie e importanti esposizioni personali sia in Italia che all’estero. È stato docente di Allestimento e Scenografia presso il corso di Comunicazione Pubblica delle Arti e dello Spettacolo, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Ferrara e nel dicembre 2014 ha vinto il premio International Opera Award-Oscar della Lirica come miglior scenografo del 2014, presso l'“Anfiteatro Katara” di Doha in Qatar.

Maestro Cutùli, come è allestita la scenografia della Bohème andata in scena al Teatro Abbado recentemente? La prima cosa che colpisce è la formula dalla tipologia moderna dei costumi, vediamo infatti dei personaggi sia vestiti nella moda degli anni ’80 del secolo scorso, poi tanti ragazzini in scena in abito d’epoca, ma in massima parte non in base alla versione tradizionale del 1830, anno ove originariamente è ambientata. Come viene percepito dal pubblico questo contrasto tra l’antico e il moderno, tra chi è più favorevole o contrario…? Abbiamo una diatriba che continua da anni tra i tradizionalisti e gli avanguardisti. I nuovi registi sono più portati nel creare un’opera contemporanea cercando di anteporre l’idea che oramai essa deve essere svecchiata, situazione non strettamente necessaria avendo sempre e comunque una sua attualità e un suo fascino secondo le forme originali. Importante è rispettare la stesura in modo costruttivo come hanno saputo realizzare i grandi del secolo scorso quali Visconti, Strehler, dotati di un senso di appartenenza molto forte alle tradizioni, forse meno Zeffirelli e Ronconi… però oggi si tende a volere modernizzare la storia, la vicenda, oppure astrarla anche secondo le idee di Damiano Michieletto, tra gli altri, che pur essendo rispettoso della musica, normalmente traspone l’azione in un’epoca “astorica”, abiti compresi.
Potrebbe essere stato tra i pionieri di questa evoluzione attuale già un importante costumista, scenografo e regista come Pier Luigi Pizzi, ancora attivissimo nonostante l’età? Tant’è che proprio a Lucca nel corso dell’anno, come sappiamo, sarà ingaggiato per tutte le manifestazioni pucciniane con cinque nuovi allestimenti. In tal senso lei è più favorevole a una ricostruzione classica con tutta la filologia dell’epoca oppure qualcosa di contemporaneo in netta contrapposizione? Pizzi ha sicuramente rivoluzionato l’opera mettendola in scena tra antico e futurismo inserendo schemi innovativi del tutto impensabili un tempo; personalmente penso che un allestimento possa avere una trasposizione in un’altra epoca più attuale non dovendo però essere fine a sé stesso ma richiesto dal concetto che si intende dare alla drammaturgia non essendo necessaria sempre una avanguardia. Se l’approntamento lo esige, piuttosto che creare una scenografia follemente azzardata, è sempre meno rischioso rimanere nella tipologia classica fatta con criterio, tralasciando le assurdità, basti pensare alla versione Bohème creata da Claus Guth andata in scena all’“Opéra National de Paris” nel 2017 e replicata più volte ambientata addirittura in una navicella spaziale con tanto di sbarco sulla Luna e attori in tuta da astronauti, tendendo in tal modo a creare un sensazionalismo dallo scalpore gigantesco, normalmente abituati a vederla a Parigi, nella soffitta, nel quartiere latino...

Cosa viene richiesto a un cantante d’opera quando deve e vuole immedesimarsi in un personaggio per quanto concerne la vestizione, rimanendo nello specifico del suo lavoro? Il costumista, lo scenografo, incontra di solito il cast solo quando si avvia la messa a punto finale, in pratica iniziano le prove di regia dopo avere svolto una riunione generale, sperando che anche gli artisti siano tutti disponibili, il che non è scontato, momento in cui viene letteralmente esposta e spiegata la forma dello spettacolo. Spesso il cantante è preoccupato per l’aspetto musicale mentre oggi si chiede moltissimo quello interpretativo, assolutamente importante. Interagendo con i propri colleghi, questi narra, esprime una storia, comunica attraverso le emozioni, atteggiamento molto meno richiesto secondo i vecchi canoni e tutto ciò anche se non sembra è vincolato da come si sente nel costume che indossato gli dà un certo confort o meno ritrovandosi in una determinata disinvoltura; però molto spesso non c’è il tempo per far sì che maturi l’idea della corretta immedesimazione - come può avvenire a un attore di prosa, più immediato - e dovendo comunque preparare il personaggio, qualche volta è inevitabile giungere necessariamente a dei compromessi.

È più semplice lavorare con musicisti ormai affermati appartenenti a una generazione dell’opera lirica precedente a oggi, o con i giovani pieni di entusiasmo presumendo siano più portati a essere guidati, forse timorosi e inesperti? Dipende; tra le mie esperienze posso citare quella con Ruggero Raimondi, personaggio di elevata statura anche umana, disposto a essere consigliato non avendo il benché minimo atteggiamento presuntuoso o insofferente. Ci sono altri interpreti più esigenti e come tale è opportuno essere a conoscenza riguardo quali difetti anche posturali intendono attenuare e coprire, come ricordo di Daniela Dessì, prematuramente scomparsa, che avendo una grande suggestione del proprio seno richiedeva un busto particolare in grado di darle una forma compatta, diversamente non avrebbe accettato di indossare un costume non idoneo a risolverle il problema. Oppure con María Siri, soprano sudamericana con la quale ho realizzato la Tosca, apparentemente gentile e tranquilla fino alla prova generale, ove se non le era fornita all’ultimo momento una parrucca o dei posticci per via di una pettinatura non di suo gradimento si sarebbe rifiutata di esibirsi, indispettendosi, condizione piuttosto rara in quanto la maggiore parte dei protagonisti preferiscono le acconciature naturali dei propri capelli. Poi ci sono giovani cantanti che pretendono di fare i costumisti e ciò può rappresentare per noi una seria complicazione gestionale, situazione avvenuta in passato creando delle controversie litigiose e spiacevoli, avendomi contestato capi di abbigliamento perfetti già cuciti e confezionati ma a loro non graditi non conoscendone nel modo più assoluto il taglio e l’esatto stile.
Quali sono i prossimi impegni professionali e quale è un’opera che sente particolarmente sua volendone fare la scenografia? Sono docente del Corso di diploma Accademico in Scenografia e Costume presso l’”Accademia di Belle Arti Venezia” e prossimamente abbiamo in preparazione il nuovo allestimento per la ricorrenza dei settecento anni della morte di Marco Polo in programma al Teatro Malibran, attraverso il contributo di un grande maestro ed esperto della moda quale lo stilista Roberto Capucci. Nel mese di settembre sarò ingaggiato, sempre con il medesimo incarico professionale, per la messa in scena della Cenerentola di Rossini diretta dal M° Alessandro Vitiello nell’ambito del Festival “Vicenza in Lirica” sede il “Teatro Olimpico”, avvalendoci dei giovani cantanti vincitori del Concorso lirico “Tullio Serafin” giunto alla sesta edizione. Infine, la realizzazione di un progetto totalmente mio, ovvero la ripresa del Thaïs di Massenet che andrà negli Stati Uniti a Salt Clay City, approntato dal “Minnesota Opera”, contesto a cui tengo particolarmente.
Quante opportunità di lavoro sussistono nell’ambiente teatrale e con quali eventuali antagonisti occorre competere? Abbiamo molta concorrenza e spesso pochi fondi finanziari disponibili, come tale ciò crea varie discordanze. Ottenuta una certa fama, un certo tipo di notorietà è più facile di norma mantenere un proprio standard con possibilità di collaborazioni anche importanti trattandosi però di eventi anche saltuari, alternando spesso pause a impegni. Di conseguenza molti preferiscono la didattica, l’insegnamento nelle scuole specializzate in quanto la carriera di uno scenografo costumista non è sempre costante; ascesa ove ci si arriva comunque con degli studi artistici mirati, molta gavetta come nel mio caso che ho iniziato frequentando e diplomandomi in Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, studiando inoltre Storia dell’Arte presso l’Università di Ferrara, così come alcuni anni di DAMS, acquisendo una preparazione solida di base; ma molto importate rimane ovviamente la parte pratica costituita da tanto lavoro in palcoscenico, assistendo nomi affermati e bravi come mi è capitato a fianco di Lele Luzzati ricordandomi sempre che prima o dopo i titoli accademici conseguiti, la sicurezza delle stesure si ottiene solo tramite la diretta esperienza dal vivo in grado di consentire risultati attendibili e convincenti.
Concludendo, cosa consiglierebbe ai giovani, o a chi è già un po’ esperto nel teatro, per intraprendere questa tipologia di attività, oggi? Siamo in presenta di diverse offerte lavorative che un tempo non esistevano, quali concorsi, affiancamenti, eccetera, inoltre prima di iniziare, all’interno delle accademie specializzate o presso la stessa Facoltà di Architettura della facoltà di Venezia, vi è la possibilità di frequentare corsi sull’arte performativa. Oppure volendo fare il registra, consiglio la “Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi” di Milano, tutti ottimi istituti in grado di formare sul piano didattico. Poi indispensabile rimane essere molto curiosi e cercare all’interno di sé una certa creatività, andare molto a teatro, non stancarsi di guardare, osservare, essere sempre attenti alle nuove tendenze…e avere molta umiltà, condizione fondamentale in un ambiente variegato, dinamico, ma al tempo stesso difficile, dove anche se appare superfluo ricordarlo, non si finisce mai di imparare.
Crediti fotografici: immagini fornite dell'Artista Nella miniatura in alto: un primo piano di Lorenzo Cutùli Al centro, in sequenza: istantanee dello scenografo in attività nella "sua" Ferrara Sotto: una fotografia del 2001 con Cutùli durante una presentazione a Ferrara del regista Carl Philip von Maldeghem
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