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Il Teatro del Giglio di Lucca ha allungato il nome aggiungendo quello del compositore lucchese |
Tosca sancisce l'intestazione a Puccini |
servizio di Simone Tomei |
| Pubblicato il 30 Novembre 2024 |
LUCCA – Il 29 novembre 2024, il Teatro del Giglio di Lucca, ora ufficialmente "Teatro del Giglio Giacomo Puccini", ha celebrato il centenario della morte del Maestro con un allestimento di Tosca. La giornata, significativa per la città, ha coinciso con la nuova intitolazione del teatro, rafforzando il legame profondo con il compositore lucchese. Il nuovo allestimento dello spettacolo, con la regia di Luca Orsini, scene di Giacomo Andrico, costumi di Rosanna Monti e luci di Tiziano Panichelli, è stato realizzato in coproduzione con i teatri di Ravenna, Pisa, Livorno, Modena e Ferrara. Questo nuovo allestimento di Tosca vede il ritorno del team creativo che ventidue anni fa, sotto la direzione di Cristina Pezzoli, creò una delle produzioni più acclamate del Teatro del Giglio. Giacomo Andrico, lo scenografo, ci parla della concezione dello spettacolo: «Quando iniziai a lavorare a Tosca con Cristina Pezzoli, il mio primo bozzetto era esattamente quello che stiamo riprendendo ora. L'atmosfera della Tosca che vedremo in scena il 29 novembre richiama una Roma dai tratti piranesiani, archeologica e stratificata, simile al luogo di potere di Scarpia, oscuro e inestirpabile.» Questo allestimento di Tosca, a cui il teatro ha lavorato per mesi, è un omaggio al Maestro Puccini, realizzato con altissima competenza professionale e artigianale. Luca Orsini, il regista, sottolinea l'importanza di riscoprire la concretezza dell'arte teatrale: «In questo spettacolo si ritrova la concretezza di un’arte teatrale che, richiamandosi alla sua memoria, riscopre le sue doti di creazione di mondi attraverso la costruzione di elementi scenografici architettonici e la realizzazione di costumi in maniera artigianale. In un periodo di digitalizzazione sfrenata e intelligenza artificiale, non dobbiamo perdere la tradizione e la capacità di ‘fare a mano’ che il teatro, in particolare il Teatro di Lucca, patria di Puccini, aveva e possiede ancora.» Il lavoro registico è stato attento alle esigenze del melodramma ed il lavoro sugli artisti preciso e meticoloso, risultando una recitazione fluida e naturale sempre attenta alla parola scenica.


La bacchetta del M° Henry Kennedy dirige con buona cura e attenzione della partitura ma talvolta i tempi dilatano un po’ troppo l’interpretazione; si distingue per la cura nella coesione orchestrale e per l’equilibrio tra palco e buca, anche se non mancano piccole incertezze e qualche scollamento. La sua lettura della partitura è attenta ai colori e alla ricchezza timbrica che l’opera richiede, confermando una spiccata sensibilità interpretativa. L’orchestra Giovanile Luigi Cherubini risponde con gusto alla direzione di Kennedy, mostrando compattezza e una ricerca sonora che valorizza le innovazioni sonore dell’opera. Buona la prova del Coro Arché, preparato da Marco Bargagna, capace di lasciare un’impronta significativa nei due momenti topici dell’opera. Applausi anche per il Coro delle Voci Bianche Puccini 100, guidato da Angelica Ditaranto, che ha lavorato in sinergia con il Coro di Voci Bianche della Cappella di Santa Cecilia di Lucca e il Coro di Voci Bianche della Scuola di Musica “Giuseppe Bonamici” di Pisa, entrambi preparati con cura da Lorenzo Corsaro. Veniamo adesso agli interpreti: Clarissa Costanzo affronta il ruolo di Tosca con una voce ampia e timbricamente piacevole, soprattutto nella prima ottava. La giovane soprano alterna momenti di grande suggestione a passaggi più incerti. I registri medio-gravi risultano rotondi e pieni, mentre gli acuti sono discontinui: alcuni ben centrati, altri meno. L'approccio tecnico, caratterizzato da una posizione di canto piuttosto bassa, limita l'omogeneità dell'emissione, incidendo sull'intonazione nei punti più esposti. Tuttavia, in Vissi d'arte, emergono scelte raffinate e un controllo maggiore, con un ultimo atto più convincente rispetto a un inizio incerto. La sua espressività scenica e la musicalità non mancano, ma il percorso tecnico necessita ancora di maturazione, soprattutto per quanto riguarda la dizione. Potremmo definire Azer Zada, un Cavaradossi in crescita, ma senza slancio; egli infatti affronta il ruolo con una prestazione che guadagna un po’ di spessore atto dopo atto, pur senza mai decollare del tutto. Il primo risulta il più problematico, con un’interpretazione di “Recondita armonia” segnata da suoni secchi e una vocalità spigolosa. Nel secondo atto si avverte una maggiore sicurezza: Zada si muove con discreta padronanza, pur senza slanci di particolare intensità. È nel terzo atto che l’artista sembra finalmente trovare una più consona dimensione, interpretando una “E lucevan le stelle” di discreto livello, con un’emissione più morbida e un timbro che si fa apprezzare per maggiore calore e uniformità. Nonostante questo miglioramento progressivo, la resa scenica rimane piuttosto modesta con interazioni che non riescono mai a tradursi in tensione emotiva-sentimentale che il ruolo richiederebbe. In definitiva, una prova al bordo della sufficienza che non riesce a superare i limiti di un’interpretazione funzionale, priva del carisma necessario per rendere davvero memorabile il personaggio. Massimo Cavalletti domina la scena nei panni di Scarpia con una presenza vocale che si impone fin dalle prime battute. La sua voce, ampia e naturalmente potente, si distingue per una bellezza timbrica che spicca nettamente sul resto del cast. Il baritono toscano non è solo voce: la sua interpretazione si arricchisce di accenti incisivi e un fraseggio curato, impreziosito da smorzature raffinate che rivelano un’attenzione al dettaglio espressivo. Resta più problematico come già evidenziato in altri ascolti, il registro acuto dove il suono risulta piuttosto “legnoso” a causa di una spinta eccessiva che restituisce suoni fissi e talvolta poco gradevoli. L’ambiente non troppo grande del teatro lucchese tende a sottolineare ancor di più queste mende, mettendo in risalto i limiti ad un’interpretazione che, per quanto potente, non riesce sempre a mantenere omogeneità ed eleganza.

Nicolò Ceriani offre un’interpretazione del Sagrestano che spicca per presenza scenica e una vocalità autorevole, capace di dare rilievo anche ai passaggi più marginali. La sua è una lettura brillante, mai sopra le righe, in cui ogni gesto e inflessione contribuisce a delineare con precisione il personaggio. La voce, potente e ben proiettata, trova nell’acustica generosa del Teatro un alleato, amplificandone la ricchezza timbrica senza mai risultare eccessiva. Riesci così a catalizzare l’attenzione in ogni intervento, ritagliandosi uno spazio significativo grazie a una performance solida e coinvolgente. La capacità di modulare il suono e l’abilità nell’accentare con esattezza ogni battuta conferiscono profondità e vivacità al personaggio, elevandolo a un livello che va oltre la semplice spalla comica. Convincenti le parti di fianco. Omar Cepparolli si distingue per un Cesare Angelotti sonoro ed incisivo, mentre Alfonso Zambuto offre una prova corretta nei panni di Spoletta. Buono lo Sciarrone di Eugenio Maria Degiacomi, puntuale Paolo Breda Bulgherini negli interventi del Carceriere. Infine, precisa e convincente Dalia Spinelli nel ruolo del Pastorello. La sala gremita in ogni ordine e grado elargisce ovazioni convinte per tutti. (La recensione si riferisce alla recita di venerdì 29 novembre 2024)
Crediti fotografici: Gaia Capone per il Teatro del Giglio "Giacomo Puccini" di Lucca Nella miniatura in alto: il soprano Clarissa Costanzo (Tosca) Al centro in sequenza: il tenore Azer Zada (Cavaradossi); Clarissa Costanzo con Massimo Cavalletti (Scarpia); la scena del "Te Deum" che chiude il primo atto Sotto: ancora Clarissa Costanzo con Massimo Cavalletti
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