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Il Teatro Comunale 'Claudio Abbado' ha mandato in scena un capolavoro di Vivaldi vietato

Il Farnace debutta dopo 283 anni

servizio di Athos Tromboni

Pubblicato il 31 Dicembre 2021

20211231_Fe_00_IlFarnace_RaffaelePe_phMarcoCaselliNirmalFERRARA - Nella storia della musica può capitare che un capolavoro sepolto nel dimenticatoio possa essere riscoperto e riproposto. Succede con molte opere fuori repertorio, che poi generalmente rientrano come "minori" nel repertorio e in tempi moderni (quelli nostri) vengono di tanto in tanto riprese da qualche direttore artistico di buona volontà e maggiore intelligenza.
Ma non succede mai che un'opera del passato, scritta appositamente per un teatro, non venga mai rappresentata perché vittima di censura o divieto; invece a Ferrara è successo, con la messa in scena per la prima volta in assoluto della versione 1739 di Il Farnace uscito dalla penna di don Antonio Vivaldi, Prete Rosso.
Raccontiamo brevemente la storia del Farnace ferrarese, facendo riferimento al programma di sala: Il Farnace è uno dei drammi musicali - su libretto di Antonio Maria Lucchini - più evocativi del compositore e tra i più rappresentativi del periodo musicale barocco. Andato in scena per la prima volta al Teatro Sant’Angelo di Venezia nel 1727, fu ripetutamente ripreso dal Prete Rosso e profondamente riveduto negli anni successivi, prima di cadere nell’oblio. A Ferrara, quell’opera di Vivaldi non debuttò mai, per un divieto ecclesiastico che bandì il compositore dalla città.

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Si tratta della versione scritta dal compositore nel 1738 (versione RV 711-G), che Vivaldi approntò espressamente per il Teatro Bonacossi in occasione del Carnevale di Ferrara del 1739. Quella edizione, però, non andò mai in scena, per la censura del Cardinale Ruffo, legato pontificio nella città estense, che ne vietò la rappresentazione a causa del presunto legame illecito tra il Prete Rosso e la sua cantante prediletta, Anna Girò. La messa in scena saltò e Vivaldi morì pochi anni dopo, nel 1741, indebitato, senza vedere rappresentata questa sua sofferta versione ferrarese. Originariamente era in tre atti, ma il terzo atto è andato perduto, per cui a Ferrara, la prima assoluta del Farnace si fermerà al termine del secondo atto.
Il direttore d'orchestra Federico Maria Sardelli e il regista Marco Bellussi adducono motivazioni più che condivisibili: «Abbiamo optato una soluzione assolutamente rigorosa della versione giunta a noi.

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Cioè abbiamo scelto di presentare il frammento nella sua integrità, senza arbitrii, ricostruzioni o integrazioni, consci che sia il miglior servizio che si possa rendere alla musica di don Antonio Vivaldi.
Ci siamo impegnati per un’operazione-verità: non solo perché si sta riportando l’opera a Ferrara riparando un torto subìto da Vivaldi per mano del legato pontificio Cardinale Ruffo, ma perché finora coloro che hanno eseguito il Farnace hanno sempre pensato di integrarlo col terzo atto della versione del 1727. Ma il maturo Antonio Vivaldi del 1738 avrebbe scritto sicuramente altre cose. Quindi presentare il frammento - i due soli atti nudi, crudi, integrali - è un gesto nuovo, coraggioso e rispettoso.»
Adesso raccontiamo brevemente la trama dell'opera: l’azione si svolge a Eraclea, durante la conquista romana dell’Anatolia. Farnace, re del Ponto, è il figlio e successore di Mitridate. Sconfitto dai Romani, è assediato nella sua ultima roccaforte. Per evitare di cader vivi nelle mani dei romani, ordina alla moglie, Tamiri, di uccidere il figlio, poi di suicidarsi. La madre di Tamiri, Berenice, regina di Cappadocia, nutre sentimenti d’odio verso Farnace e si accorda con il vincitore romano Pompeo per ucciderlo. L’arrivo delle truppe di Pompeo aggrava la situazione: Selinda, sorella di Farnace, viene fatta prigioniera dal romano Aquilio che è innamorato di lei, così come Gilade, uno dei capitani dell'esercito di Cappadocia fedele a Berenice. Nel tentativo di salvare il fratello Farnace, Selinda mette l'uno contro l'altro Aquilio e Gilade. Il re del Ponto, Farnace, sta per suicidarsi, credendo che sua moglie e suo figlio siano già morti, ma Tamiri appare e gli impedisce di compiere il gesto fatale. Praticamente un lieto fine senza la fine dell'opera.

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Il Teatro Comunale "Claudio Abbado" la sera del 30 dicembre 2021 (replica prevista per il pomeriggio di oggi, 31 dicembre) non ha fatto registrare il tutto esaurito, comunque il pubblico era numeroso, molto più che nelle precedenti opere della stagione lirica (Madama Butterfly di Puccini; Werther  di Massenet; Maria di Buenos Aires di Astor Piazzolla); ed è uscito soddisfattissimo dal teatro a fine serata, perché l'esecuzione dell'opera è stata veramente pregevole (l'allestimento è una coproduzione con il Teatro Municipale di Piacenza, dove andrà in scena fra qualche mese).
Il punto di forza di questa produzione è indubbiamente il gran lavoro di Federico Maria Sardelli, sia come direttore d'orchestra, sia come musicologo: a lui ha risposto con dovizia l'intero cast, così come l'orchestra Accademia dello Spirito Santo e il coro diretto da Francesco Pinamonti.
Sardelli sa come richiedere agli strumentisti sia la musicalità, sia l'afflato proprio dell'orchestra barocca, essendo egli uno specialista di quel repertorio; sa come armonizzare (non solo armonicamente, ma anche dinamicamente) il suono strumentale con le voci. Così la sua lettura diventa di una nitidezza e di una trasparenza meravigliose. E se parliamo di trasparenza non intendiamo con questa descrivere la rarefazione dei volumi (richiesti per esempio nelle arie o nei duetti di furore) quanto piuttosto le loro consistenze che - in rubato - consentono comunque al canto di non essere mai coperto dalla musica strumentale. Ma il rubato bisogna saperlo fare, altrimenti l'insieme diventa un pasticcio: e Sardelli ha dimostrato di saperlo fare, saperlo gestire, saperlo sfruttare al meglio per i propri fini espressivi e comunicativi.
Fedele partner del direttore è stato, in questa produzione del Farnace, il regista Marco Bellussi, da noi già elogiato in occasione di precedenti lavori operistici da lui realizzati proprio a Ferrara: la sua concezione dell'opera tende a valorizzare l'essenzialità perché, come dice lui, la drammaturgia e anche la scenografia stanno già dentro la musica: per cui la messa in scena ha da essere essenziale, evocativa, non imitatoria del libretto ma, casomai, esaltatoria dello stesso. Il Farnace disegnato per Ferrara è il più rappresentativo esempio di questa concezione estetica del regista: semplicità, pulizia, essenzialità, de-esibizionismo (il de- è deprivativo, qui) registico: le poche suppellettili di scena le belle luci di Marco Cazzola e i magnifici costumi di Carlos Tieppo altro non hanno fatto che fondersi con equilibrio sobrio e raffinato dentro le didascaliche scene di Matteo Paoletti Franzato. Ma soprattutto la recitazione e la plasticità gestuale dei cantanti-attori hanno più volte richiamato nella memoria collettiva figurazioni che vanno dal levigato nitore canoviano all'espressività di gruppi statuari come ad esempio il Compianto su Cristo morto di Guido Mazzoni (1483-1485), conservato nella bellissima Chiesa del Gesù proprio a Ferrara.
Di alto livello in cast, che ha potuto contare sulle belle intonazioni in falsetto del contratenore Raffaele Pe senz'altro uno dei maggiori interpreti oggi del repertorio che fu appannaggio dei grandi castrati della storia dell'opera: ottimo fraseggio e morbidezza d'emissione (mai stridula o povera di armonici, o gutturale) lo hanno eletto a maggior protagonista della serata.
Ma non da meno si è rivelata Francesca Lombardi Mazzullo nel ruolo en-travesti di Gilade, stratosferiche le sue agilità nel canto fiorito, passionale la sua mimica, spontanea e senza forzature la sue emissione; e per questo si è meritata i più lunghi applausi del pubblico a scena aperta e alla fine della rappresentazione.
Altre due voci "monstre" ("monstre" per l'indovinato rapporto fra espressione e musicalità, non dunque nel senso melomaniaco di "potenza" che si suole dare al termine) sono state quelle di Elena Biscuola (Berenice) e di Leonardo Cortellazzi (Pompeo) perfettamente a loro agio nel ruolo dei "cattivi" della messinscena.
Plaudiamo infine alle belle prove di Chiara Brunello (Tamiri), Silvia Alice Gianolla (Selinda) e Mauro Borgioni (Aquilio), nonché al contributo essenziale dei mimi Elisabetta Galli e del giovanissimo Davide Craglietto.

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E in fatto di mimica, come non lodare gli uomini del coro dell'Accademia dello Spirito Santo che oltre a cantare (ottimamente) tutto quanto toccava loro, hanno prestato la loro imponenza e delicatezza al servizio, come mimi, di quel nitore canoviano e di quell'espressività di gruppi statuari rinascimentali che si ricordava poc'anzi.
Operazione mirabilmente riuscita, dunque, l'andata in scena di Il Farnace di Antonio Vivaldi 283 anni dopo la bocciatura ecclesiastica del 1739.

Crediti fotografici: Marco Caselli Nirmal per il Teatro Comunale "Claudio Abbado" di Ferrara
Nella miniatura in alto: il contratenore Raffaele Pe (Farnace)
Sotto: panoramica su allestimento e costumi di Il Farnace di Vivaldi
Al centro in sequenza: Chiara Brunello (Tamiri) insieme a Raffaele Pe; Francesca Lombardi Mazzulli (Gilade); Silvia Alice Gianolla (Selinda); Elena Biscuola (Berenice); Raffaele Pe (Farnace); Leonardo Cortellazzi (Pompeo)
Sotto: Mauro Borgioni (Aquilio) con Silvia Alice Gianola
In fondo: il direttore Federico Maria Sardelli sul podio dell'orchestra dell'Accademia dello Spirito Santo






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