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Ovazioni nel Teatro Regio di Parma per l'allestimento dell'ultima opera di Giacono Puccini |
Turandot, primo e secondo cast |
servizio di Simone Tomei |
| Pubblicato il 22 Gennaio 2020 |
PARMA - La città di Giuseppe Verdi, eletta Capitale Italiana della Cultura 2020, ha dao il via alla stagione lirica del Teatro Regio con la Turandot di Giacomo Puccini; l'ultimo capolavoro del genio lucchese prende vita con un allestimento nato a Modena nel 2003 e che porta la firma di Giuseppe Frigeni (regia, coreografia, scene e luci), coadiuvato dalla di lui figlia Marina, mentre i costumi sono di Amélie Haas. Uno spettacolo che brilla per la sua essenzialità, uno spettacolo che “rilegge” il finale (per molti lieto) in un’ottica più amara e cruda, ma non cruenta. Il dubbio se Giacomo Puccini pensasse ad un lieto fine o meno, ci porta a considerare con interesse questa lettura dalla quale emerge l’atteggiamento opportunistico e “maschilista” del giovane Calaf. Alcune frasi posso esser lette in un’ottica “diversa” da quella in cui mi sono spesso cullato. Una su tutte: Tu non sai nulla schiava, con cui Calaf si rivolge alla schiava Liù: può essere un rimprovero (di fraterna protezione), ma anche una minaccia (a non svelare il segreto del nome, Calaf, appunto) verso la giovane schiava di cui tutte le movenze e gli atteggiamenti mirano a mostrarla succube di un amore che non avrà seguito; amore del quale il Principe ignoto sembra (ma è più di un sembrare) servirsi per conquistare l’inarrivabile Turandot.
L’arduo cimento è per l’amore come enfatizza proprio Liù stessa, o porta in sé qualche altro fine? Sembra proprio di propendere per la seconda ipotesi e Frigeni ce lo mostra seguendo un fil rouge amabilmente tessuto intorno ai tre personaggi. Nella scena degli enigmi è Liù che con gesti eloquenti suggerisce proprio all’audace scopritore degli enigmi le soluzioni delle perfide domande; è la stessa Liù che con un gesto improvviso strappa dal vestito di Turandot il fermaglio rosso e appuntito che le cinge i fianchi per trafiggersi; Calaf spoglia quindi Turandot della veste candida (e non le serba il bacio che dà l’eternità) quasi a voler violare subdolamente il candore verginale; alla fine tale veste diventa il vessillo con cui egli, fiero della conquista, si dirige verso l’Imperatore simbolo di potenza (l’unica cosa a cui davvero ambiva). E Turandot? Ella chinandosi sulle ginocchia (proprio sopra quella che è diventata la tomba di Liù dalla cui bontà e dolcezza ha imparato ad amare e con la quale ora si sente solidale nel dolore) vede veramente la sua gloria tramontare per aver donato il cuore ad un uomo che ha usato il sentimento dell’amore per arrivare all’unico suo scopo: il potere. Ecco che nell’essenzialità e nella simbolicità delle scene, tutto questo emerge con movimenti rallentati, ma nobili che ci riportano alle stupende visioni di Bob Wilson (di cui lo stesso Frigeni è stato discepolo); la grande scena delle maschere del secondo atto si “gioca” interamente con le pedine di una dama: di colore bianco per le nozze e nere per il lutto; il gong diventa elemento mobile che si trasforma in una grande luna e l’essenzialità del fondale dona quella sensazione di immensità che simboleggia il regno principesco. L’arroganza maschile di cui leggiamo e con cui ci confrontiamo spesso è anch’essa pura violenza verso la donna; una violenza subdola e sorda che (in questo caso) induce l’una al suicidio e l’altra al declino ed all’annichilamento della propria identità: temi attuali e amari di cui la nostra società è ahimè pregna. Frigeni li porta in un contesto melodrammatico, ricordandoci che «Turandot non è una storia d’amore, ma lo scacco di un’illusione amorosa nel ribaltamento dei giochi di potere, delle leggi di un potere arcaico, attraversato dal cinismo maschilista, l’ambizione e l’arroganza di Calaf.» Una lettura che all’interno della scatola scenica in cui è avvolta la scalinata (su cui si regge tutto lo spettacolo dove i tagli di luci ed ombre risultano algidi ed essenziali), ci porta al profondo senso drammaturgico della lettura registica in cui «… le relazioni spaziali tra i personaggi sono già “psicologia” poiché lo spazio e la luce costruiscono una ritmica interna, e lo spettatore/uditore può percepire questa tensione spaziale come tensione drammaturgica , allo stesso modo con il quale legge le tensioni spaziali dei personaggi di un dipinto.»
Il M° Valerio Galli, sta a Giacomo Puccini, come “il cacio ai maccheroni”; a parte la similitudine un po’ “boccaccesca”, la lettura del direttore viareggino ha trovato pieno riscontro nella visione registica e scenica. Alla guida della Filarmonica dell’Opera italiana Bruno Bartoletti, si è manifestato con una lettura molto asciutta e direi essenziale senza nulla togliere alle corpose sonorità e allo stridore armonico di cui la partitura abbonda. Elegante nel gesto, ha sostenuto cantanti e coro con la saggezza che scaturisce dall’esperienza, trovando una solida intesa con il palcoscenico. Le note diventano quindi piccoli puntini che, come in una pittura impressionista, restituiscono la magia delle sfumature pucciniane.
Elegante, solido e sonoro anche il Coro del Teatro Regio di Parma preparato e diretto dal M° Martino Faggiani che ha cesellato una delle sue prove migliori; l’omogeneità delle voci e l’impasto con l’Orchestra hanno restituito pagine di sublime stupore; non da meno anche il Coro delle voci bianche Ars Canto Giuseppe Verdi sotto la guida del M° Eugenio Maria Digiacomi. Ed eccomi al cast vocale raccontato per le due recite da me seguite.
Sabato 18 gennaio 2020 - Secondo cast Il tenore Samuele Simoncini ha vinto il cimento di questo suo debutto delineando un Calaf potente e poderoso nel quale non ha riversato solo nerbo, ma ha saputo trovare una sapiente intesa con le esigenze di un’emissione volta a valorizzare le numerose sfumature richieste in partitura. Un artista che, impegno dopo impegno, mostra una progressiva maturazione artistica che si esplicita in una vocalità sempre più attenta al fraseggio ed alla cura introspettiva del personaggio interpretato. La Liù di Marta Torbidoni non teme la dolcezza e la soavità del personaggio affrontando il rigo musicale con un legato sempre presente e con intonazione ineccepibile. Da manuale le tre maschere Ping, Pong e Pang in cui si sono cimentati rispettivamente Fabio Previati, Roberto Covatta e Matteo Mezzaro; è inutile dire che nel fascino alchemico di questo allestimento i loro interventi sono state perle di musicalità e di colori, pennellate soavi perfettamente incastonate nel rigore delle note. Un quadro di rara bellezza.
 
France Dariz ha dimostrato di essere una grande musicista ed un’ottima interprete che svicola un po’ dalla tradizione cui siamo abituati per il ruolo di Turandot, ma grazie ad una musicalità stupefacente ed una grande tenacia scenica non ha faticato a trarre la parte più nobile e meno altera della principessa di gelo.
Gelo che non è mancato proprio per intenzioni e per lo scolpire della parola scenica sempre ben marcata con il fuoco dell’ottima dizione. Da dimenticare il Timur di George Andguladze che ha saputo scarabocchiare sul foglio immacolato della partitura note sgraziate quanto a precisione musicale (leggasi intonazione) e proiezione (leggasi sonorità e luminosità del timbro) con un risultato complessivo pessimo. Una certezza l’Altoum di Paolo Antognetti elegante nel fraseggio e ficcante negli accenti. A completamento del cast encomio per i ruoli di fianco: Benjamin Cho (Un Mandarino), Dongmin Shin (Il Principe di Persia), Alessandra Maniccia e Giulia Zaniboni (Le due Ancelle di Turandot).
Domenica 19 gennaio 2020 - Primo cast Si imperla di gelo la Principessa Turandot grazie alla radiosità e alla corposità del timbro di Rebeka Lokar; la sua voce oltre ad essere salda e sicura in tutta l’estensione richiesta dal ruolo, trova ottime intenzioni interpretative grazie ad un legato curatissimo. La voce corre, si libra nell’aria e sciorina con veemenza i terribili (da un punto di vista anche musicale) enigmi. Nel finale sa trovare quella giusta contrapposizione all’alterigia che le sarebbe propria dipanando le note con un canto fluido, mai incline a forzature e quindi elegantemente morbido per imprimere quel carattere suadente da donna ormai rapita dall’amore dell’ignoto. Sono fermamente convinto che il vero vincitore della serata (sotto ogni punto di vista) sia stato il tenore Carlo Ventre nei panni di uno strepitoso Calaf. In quel pomeriggio musicale sulle tavole del Regio di Parma ha saputo infiammare la platea con un canto sublime; in ogni pagina ha profuso la grande esperienza di un artista navigato nel ruolo, cercando di cesellare ogni nota con il profondo significato che il contesto drammaturgico richiede. Il finale dell’aria Non piangere Liù è stato degno di commozione in cui i rallentati, le messa di voce e le intenzioni più intime, si sono trasformate in uno squarcio di grandissimo Teatro in musica. Nessun dorma, poi, ha sigillato con la ceralacca una prova di lusso premiata da un applauso fragoroso a scena aperta. Ottima anche la Liù di Vittoria Yeo che ha saputo ben miscelare l’ars scenica con quella vocale regalando sublimi filati e costellando la pagina finale (da tanto amor segreto in poi, per intenderci) di struggente pathos; il legato è un suo punto di forza che trova nel timbro perlaceo un comodo letto su cui scorrere. Timur è stato egregiamente interpretato dal basso Giacomo Prestia della cui maturità artistica ci siamo felicemente beati; ha infatti regalato un personaggio vocalmente potente e autorevole, ma ha saputo cesellare i momenti paterni e dolci con ecletticità vocale non comune.
   
Cambio per alcuni ruoli di fianco ottimi anche in questo pomeriggio: Marco Gaspari (Il Principe di Persia), Lorena Campari e Marianna Petrecca (Le due Ancelle di Turandot). Per entrambe le recite un Teatro Regio ai limiti dell’esaurito e grandi ovazioni per tutti.
Crediti fotografici: Roberto Ricci per il Teatro Regio di Parma Nella miniatura in alto: il regista Giuseppe Frigeni Sotto: il direttore Valerio Galli Al centro: due panoramiche sull'allestimento andato in scena al Regio di Parma Nella miniatura al centro: il soprano France Dariz nel ruolo di Turandot (recita del 18 gennaio 2020) Sotto in sequenza: George Andguladze (Timur); Samuele Simoncini (Calaf); ancora France Dariz; e Marta Torbidoni (Liù) Nella miniatura in fondo: il soprano Rebeka Lokar nel ruolo di Turandot (recita del 19 gennaio 2020) Sotto in sequenza: Vittoria Yeo (Liù); Giacomo Prestia (Timur); Carlo Ventre (Calaf); Matteo Mezzaro (Pong), Fabio Previati (Ping), Roberto Covatta (Pang); e ancora Rebeka Lokar
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