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L'oratorio di un Nicola Porpora già musicalmente maturo messo in scena da Ravenna Festival |
La Divina Giustizia canta il monito |
sevizio di Athos Tromboni |
| Pubblicato il 15 Maggio 2024 |
RAVENNA - Entrando nella Basilica di San Giovanni Evangelista si resta colpiti dalla sobrietà e insieme solennità delle architetture. La chiesa fu eretta dall’imperatrice Galla Placidia negli anni successivi al 424 dopo Cristo, per sciogliere un voto espresso durante una rovinosa burrasca in mare in cui era incappata al ritorno da Costantinopoli: se fosse riuscita a salvarsi dal naufragio, avrebbe eretto una chiesa come segno di ringraziamento a Dio per lo scampato pericolo. E così fece una volta rientrata a Ravenna, come ricorda il testo del Liber Pontificalis di questa chiesa ravennate e la stessa iscrizione in marmo presente sul portale d’ingresso: «Galla Placidia, suo figlio Placido Valentiniano Augusto e sua figlia Giusta Grata Onoria hanno rispettato i voti presi per essere stati salvati dalle intemperie del mare.» Nel corso dei secoli, l’edifico ha subìto svariati interventi di ripristino e restauro, soprattutto all’indomani del 1944 quando la Basilica fu ampiamente danneggiata da bombardamenti aerei che causarono la distruzione non solo del ciclo di affreschi del XII-XIV secolo ma anche dei mosaici dell’abside. Nel suggestivo ambiente di questa Basilica, Ravenna Festival ha prodotto l'oratorio in due parti di Nicola Porpora, Il trionfo della Divina Giustizia ne’ tormenti e morte di Gesù Cristo. Per la Congregazione di Nostra Signora de’ Sette Dolori di Napoli, che commissionò nel 1716 a Porpora la partitura, si trattava di un lavoro da eseguirsi la settimana precedente quella di Pasqua, con la finalità di rievocare gli avvenimenti riguardanti la passione e la morte di Gesù, offrendo ai fedeli, com’era consuetudine, l’occasione di immergersi in considerazioni dottrinarie ed esegetiche, talora affidate a personaggi allegorici (in questo caso alla Divina Giustizia).


Il tutto, poi, culminava nel Compianto sul Cristo morto tra le braccia della Madonna, sua madre, immagine adatta a “muovere gli affetti”, a suscitare quella commozione che conteneva in sé il monito d'astenersi da ogni peccato, come ha ben spiegato il musicologo e revisore della partitura, Gaetano Pitarresi, nelle note del programma di sala. Ravenna Festival (per intervento e mano di Angelo Nicastro) ha scelto di unire, dunque, riflessione ed emozione realizzando una messa in scena minima, e in costume, anziché affidarsi alla forma del concerto oratoriale; per suscitare la pietà e la partecipazione degli ascoltatori. Nessuna trasgressione, né edonistica, né filologica, perché questo oratorio, anche all'epoca di Porpora, probabilmente non veniva eseguito nella statica e fredda forma di concerto, ma piuttosto era legato alla pratica delle sacre rappresentazioni, quindi dotato di una propria seppure semplice drammaturgia e di elementi rappresentativi, capaci di catturare l’attenzione e fissare i cardini della narrazione. Così a Ravenna, all'inizio della rappresentazione, entra in scena la Divina Giustizia (al secolo, il soprano Erica Alberini) mentre il direttore dell'Ensemble Dolce Concento, maestro Nicola Valentini, dà il La alla sinfonia iniziale. Erica Alberini incede lentamente, ha una candela la cui fiammella vibra passo dopo passo senza spegnersi, e si china su otto ceri accendendoli uno dopo l'altro. Dopo l'accensione dei ceri, la Divina Giustizia esce di scena per comparire dal fondo della basilica guidando la processione, con Maria, la madre di Gesù (il contralto Candida Guida), l'apostolo Giovanni (il tenore Angelo Testori) e l'immancabile Maddalena di Magdala (il soprano Chiara Nicastro). Portano ognuno un cero acceso che depositano in maniera sparsa fra gli altri otto ceri già precedentemente accesi: saranno 12 fiammelle tremolanti al soffio anche solo d'uno sternuto; ma il numero è simbolico ed evocativo (12 gli apostoli, 12 i mesi dell'anno, 12 i cicli lunari, 12 i segni dello zodiaco, 12 le costellazioni che percorre il sole durante l'anno, 12 le vertebre toraciche del nostro corpo, due volte 12 le nostre costole, 12 le stelle della bandiera europea indipendentemente dal numero delle nazioni aderenti all'Unione; e si potrebbe continuare nell'elenco...) Depositati i ceri, i personaggi si recano dietro l'altare da dove canteranno, come singoli e come coro, le proprie parti. Poi la Divina Giustizia si reca all'ambone e da lì canterà il suo monito e il significato del proprio intervento come "messaggera" di Dio. Ogni personaggio andrà a cantare le proprie parti anche davanti, schiena all'altare fronte all'orchestra, alternandole con frequenti ritorni dietro l'altare, soprattutto quando prevale la funzione di Coro.


Il Compianto prende via via forma e sostanza, anche se le lamentazioni di Maria, di Giovanni, di Maddalena, vengono consolate dalle parole ispirate della Divina Provvidenza, tese a dimostrare che l'immanente è logico anche se tragico; e la fede nella volontà di Dio è dovuta, La prima parte dell'oratorio si conclude con un contrappunto fugato a 4 voci di superba scrittura (Porpora) e di magnifica concertazione (Valentini), una bella esecuzione musicale e vocale che ha saputo "muovere gli affetti" oltre lo zenit delle più alte emozioni. Encomiabile Nicola Valentini sul podio e bravissimi i musici (Lucrezia Nappini e Stefano Gullo, violini; Alice Bisanti, viola, Paolo Ballanti, violoncello; Sebastiano Barbieri, contrabbasso; Filippo Pantieri, clavicembalo); perfetti i cantori. Nella seconda parte dell'oratorio è intervenuta, ponendosi all'ambone, anche la tromba barocca (Simone Amelli) e la musica d'accompagnamento ha assunto quella solennità e gravità che preludevano alla crocifissione di Gesù e all'adorazione della croce come simbolo di salvezza, non solo dunque strumento di agonia e morte infame. I ceri vengono spostati, sempre dalla Divina Giustizia, per formare una croce di fiammelle. È la croce ai piedi della quale si accascia Maria, affranta dalla pietà di madre per il figlio inchiodato ai legni; e subito il personaggio esce dalla ieraticità dottrinale per divenire donna e madre dalla sofferenza palpabile, dolore condivisibile, singulto e pianto della fragilità umana di fronte alla ferocia umana: «... Ma già che legge eterna / morte d'amara croce a un Dio prefisse / perché lungi non è dal suo morire / d'acuti chiodi il barbaro martìre? ...» Il testo dell'oratorio musicato da Nicola Porpora è di un poeta rimasto anonimo. Nella Basilica di San Giovanni Evangelista non abbiamo assistito a una edizione integrale, alcuni tagli (peraltro non inficianti il valore drammaturgico dell'opera) sono stati fatti, preventivamente dichiarati anche nelle pubblicazioni del Festival ravennate. E comunque è stata una eccellente esecuzione, quella cui abbiamo assistito. Nicola Valentini è studioso ed esperto del barocco (ma non solo) come egregiamente ha saputo dimostrare dirigendo con le mani senza bacchetta, dando le indicazioni necessarie ai cantanti a tempo giusto, mimando a loro guida gli incipit di ogni versetto; le giovani voci in scena si sono dimostrate all'altezza del canto barocco più specialistico: Erica Alberini nel personaggio della Divina Giustizia ha messo in mostra musicalità, buona intonazione, mimica e gesto espressivi; Candida Guida (Maria) ha quel colore brunito e rotondo che fa del suo timbro contraltile una vera delizia all'ascolto; Angelo Testori (Giovanni) ha emissione morbida, ottima nel medium, e fraseggio vario e sfumato adatto per il barocco; Chiara Nicastro (Maddalena) oltre alla bella vocalità di soprano leggero ha una gestualità corporale e una mimica facciale da attrice drammatica. Pubblico non numeroso alla "prima" rappresentazione cui abbiamo assistito a Ravenna Festival, ma molto molto caloroso al termine, dopo aver seguito tutto l'oratorio in silenzio e concentrazione. Ma chi non ha assistito alla "prima" può recuperare: repliche ogni giorno alle ore 19 fino al prossimo 19 maggio. (La recensione si riferisce alla recita di martedì 14 maggio 2024)
Crediti fotografici: Zani-Casadio per il Ravenna Festival Nella miniatura in alto: il direttore Nicola Valentini Al centro in sequenza: Candida Guida (Maria), Chiara Nicastro (Maddalena) e Angelo Testori (Giovanni); ancora Chiara Nicastro e Candida Guida; Erica Alberini (Divina Giustizia); ancora il direttore Nicola Valentini Sotto: panoramica sulla seconda parte dell'oratorio; e a seguire due suggestive forografie di Zani-Casadio sulla prima e sulla seconda parte dell'oratorio
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