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Pubblicato il 12 Luglio 2026
La 103.esima edizione del Festival areniano ha calato tre assi nel nome di Verdi e Puccini
La traviata Aida La bohčme
servizio di Nicola Barsanti
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VERONA – Come ricorda la sovrintendente Cecilia Gasdia, la 103ª edizione dell’Arena Opera Festival è un’edizione ricca di ricorrenze e celebrazioni. È innanzitutto il Festival più lungo della storia dell’anfiteatro veronese, con ben cinquantatré serate distribuite nell’arco di tre mesi, e coincide con i 150 anni dalla nascita del tenore veronese Giovanni Zenatello, ideatore di quel ciclo di rappresentazioni di Aida inaugurato nell’agosto del 1913 che avrebbe dato origine alla gloriosa tradizione areniana. Da allora il capolavoro verdiano è rimasto presenza imprescindibile del cartellone, divenendo il simbolo stesso del Festival.
LA TRAVIATA Nel contesto di questa importante stagione trova spazio la nuova produzione di La Traviata, firmata da Paul Curran con scene di Juan Guillermo Nova, che trasferisce l’azione nella Parigi dei primi del Novecento, immergendola nell’universo scintillante del Moulin Rouge e dei grandi teatri di rivista della Belle Époque.
 L’impianto scenico richiama con evidenza gli elementi iconici del celebre locale parigino: il caratteristico mulino a vento, il piccolo palcoscenico degli spettacoli e il monumentale elefante, simbolo della mondanità e della vita notturna della capitale francese. Proprio su quest’ultimo, all’inizio del primo atto, si consuma una scena volutamente provocatoria che ben traduce in immagini il clima dissoluto evocato dal libretto verdiano nelle battute «Che fate? – Si folleggiava! – Sta ben, restate», sottolineando fin dall’apertura il carattere effimero e decadente della società che l’opera intende rappresentare e denunciare. Le grandi scene corali di festa si ispirano inoltre alle spettacolari Follies che proprio in quegli anni iniziano ad affermarsi oltreoceano, conferendo allo spettacolo un gusto internazionale e fortemente teatrale. In perfetta sintonia si inseriscono i costumi di Stefano Ciammitti, audaci, sgargianti e ricchi di colore, efficaci nel delineare una società impegnata a celebrare sé stessa tra lusso, frivolezza e ostentazione. Completano con significativa efficacia le luci di Fabio Berettin, capaci di scolpire atmosfere di grande suggestione, e le coreografie di Kyle Lang, dinamiche e perfettamente integrate nell’impianto registico. Sul versante musicale, la giovane soprano livornese Martina Russomanno affronta il ruolo del titolo con personalità e notevoli qualità interpretative. La dizione è sempre nitida, la proiezione sonora efficace e gli accenti drammatici risultano misurati, intensi e mai sopra le righe. Particolarmente toccante il pianissimo con cui conclude il celeberrimo Addio del passato del terzo atto, momento di autentica emozione e raffinata sensibilità musicale. Se dal concertato del secondo atto in avanti la sua prova cresce sensibilmente, mostrando una progressione sorprendente sotto il profilo espressivo e vocale, qualche difficoltà emerge invece nella scrittura più virtuosistica del primo atto, dove colorature e agilità non sempre risultano perfettamente risolte. Nel Sempre libera degg'io affiora infatti qualche comprensibile incertezza che, pur senza compromettere il risultato complessivo, lascia intravedere margini di ulteriore maturazione. Rimane comunque una Violetta convincente, sostenuta da una presenza scenica di assoluto rilievo.

Serata decisamente meno favorevole per Francesco Meli nel ruolo di Alfredo Germont. Fin dalle prime battute il tenore genovese manifesta segni di affaticamento vocale che incidono sulla qualità della proiezione e sull’intonazione. Nella salita verso il registro acuto il suono appare talvolta eccessivamente spinto, mentre nel corso della recita non mancano alcune imprecisioni d’intonazione, che si avvertono in più momenti della serata. Di ben altro livello la prova di Ludovic Tézier, autore di un Giorgio Germont di straordinaria classe. L’eleganza del fraseggio, la nobiltà dell’accento e il timbro caldo e avvolgente conferiscono al personaggio un’autorevolezza naturale, trasformando ogni intervento in un autentico momento di grande canto. La sua vocalità si impone come un abbraccio sonoro di rara intensità, conquistando il pubblico per equilibrio stilistico e profondità interpretativa. Positiva anche la Flora Bervoix di Clarissa Leonardi. Completano degnamente il cast Francesca Maionchi, puntuale Annina, Carlo Bosi (Gastone), Nicolò Ceriani (Barone Douphol), Jan Antem (Marchese d’Obigny), Nicolò Dal Ben (Giuseppe), Carlo Bombieri (Un domestico) e Gabriele Sagona, autorevole Dottor Grenvil, al quale Giuseppe Verdi affida le ultime, struggenti parole dell’opera: «È spenta». L’Orchestra della Fondazione Arena di Verona è guidata con personalità dal maestro Michele Spotti, che propone una lettura interpretativa personale e coraggiosa della partitura verdiana. Gli equilibri dinamici, costruiti con grande attenzione, alternano tempi distesi, improvvisi crescendo e frequenti rubati che rileggono il capolavoro del Cigno di Busseto secondo una prospettiva insolita. Una visione che può suscitare opinioni differenti, ma che dimostra coerenza, fantasia e una precisa idea musicale, ottenendo nel complesso un risultato di forte impatto teatrale. Ottima infine la prova del Coro della Fondazione Arena di Verona, preparato con la consueta cura dal maestro Roberto Gabbiani, preciso negli interventi e compatto nel suono. Al termine della rappresentazione il pubblico tributa calorosi applausi a tutti gli interpreti, suggellando una serata di grande fascino sotto il cielo stellato dell’Arena di Verona, uno dei palcoscenici lirici più suggestivi e iconici del mondo.
AIDA Torna in Arena Aida nell’allestimento firmato da Stefano Poda, produzione ormai ben conosciuta dal pubblico areniano e già oggetto di approfondimento nelle precedenti edizioni del Festival consultabili e riassumibili qui. Pur mantenendo inalterata la propria cifra stilistica, lo spettacolo si presenta quest’anno con alcuni mirati aggiornamenti nelle coreografie, in parte dei costumi e nella concezione scenica del duetto conclusivo O terra, addio. Si tratta di interventi che non modificano l’impianto complessivo della produzione, ma ne affinano alcuni dettagli, contribuendo a rinnovarne la resa visiva.

La lettura di Poda continua a dividere per la sua distanza dalla tradizione figurativa che da sempre accompagna il capolavoro verdiano. L’astrazione simbolica, il predominio del bianco, le geometrie essenziali e la costante ricerca di un linguaggio metafisico restituiscono uno spettacolo certamente insolito, lontano dall’immaginario monumentale dell’Egitto faraonico. Eppure, proprio nell’immensità dell’anfiteatro veronese, questa concezione scenica riesce a trovare una propria ragion d’essere, trasformando lo spazio areniano in un luogo sospeso, quasi rituale, nel quale la componente visiva dialoga con la musica senza mai risultare soffocante. Una proposta che può non incontrare unanimemente il gusto del pubblico, ma che possiede una precisa identità artistica e dimostra una notevole coerenza estetica. Nel ruolo del titolo Maria José Siri conferma tutta l’esperienza maturata in un personaggio che frequenta ormai da anni. L’interprete uruguaiana domina la scena con autorevolezza, sostenuta da una presenza scenica naturale, una proiezione sonora sempre efficace e un fraseggio curato che restituisce con sensibilità il tormento della principessa etiope. La linea vocale rimane salda per tutta la rappresentazione e consente al soprano di condurre in porto una prova di notevole rilievo, convincente tanto nei momenti di maggiore slancio quanto in quelli più raccolti e intimi. Alisa Kolosova affronta Amneris con uno strumento vocale di indubbio valore, omogeneo e ben controllato. La sua interpretazione si distingue per correttezza musicale e solidità tecnica, senza incorrere in particolari imprecisioni. Se nei passaggi più gravi della tessitura il timbro perde talvolta parte della sua naturale incisività, rendendo alcuni accenti drammatici meno penetranti di quanto il personaggio sembrerebbe richiedere, la prestazione conserva comunque equilibrio e credibilità, delineando una principessa più misurata che impetuosa, ma sempre musicalmente apprezzabile. Gregory Kunde, "giovane" settantenne continua a sorprendere per integrità vocale e straordinaria professionalità: il suo Radamès si impone fin dalla sortita con Celeste Aida affrontata con intelligenza musicale, chiarezza di emissione e notevole sicurezza nella salita al registro acuto. Il canto si mantiene costantemente equilibrato, con rarissimi segni di affaticamento che non compromettono la qualità complessiva della prestazione. La nobiltà del fraseggio, l’eleganza del legato e la capacità di amministrare con sapienza le proprie risorse vocali confermano ancora una volta la statura di un artista che continua a dar prova di uno strumento ben conservato. Di grande livello anche l’ Amonasro di Amartuvshin Enkhbat, ormai presenza autorevole sui maggiori palcoscenici internazionali. Il baritono mongolo sfoggia una vocalità ampia, calda e naturalmente autorevole, perfettamente aderente alla figura del fiero sovrano etiope. Colpiscono in particolare la chiarezza della dizione, esemplare per nitidezza e comprensibilità, e la qualità del fraseggio, che valorizza ogni parola con rara efficacia espressiva. Momenti come «Suo padre!… Anch’io pugnai» e l’intero grande confronto con Aida sulle rive del Nilo trovano nell’interprete accenti di intensa partecipazione drammatica, sostenuti da un controllo vocale sempre impeccabile e da una presenza scenica di assoluto prestigio. Completano il cast Abramo Rosalen, Re d’Egitto corretto pur con qualche lieve irregolarità nella linea del canto, e Simon Lim, autorevole Ramfis, la cui prova risulta complessivamente convincente nonostante alcune marginali imprecisioni. Puntuali anche Riccardo Rados nel ruolo del Messaggero e Francesca Maionchi in quello della Gran Sacerdotessa. Sul podio il maestro Daniel Oren si conferma una garanzia per il repertorio verdiano e per il palcoscenico areniano. La sua è una direzione saldamente ancorata alla tradizione, sempre attenta a sostenere il respiro dei cantanti e a mantenere saldo il dialogo tra buca e palcoscenico. La concertazione procede con equilibrio, valorizzando la tavolozza orchestrale secondo uno stile interpretativo ormai pienamente riconoscibile che continua a trovare il favore di interpreti e pubblico. L’Orchestra della Fondazione Arena di Verona risponde con precisione e compattezza alle indicazioni del maestro, mentre il Coro sempre preparato dal bravo maestro Roberto Gabbiani offre ancora una volta una prova impeccabile, distinguendosi per omogeneità sonora, precisione ritmica e notevole impatto nelle grandi pagine corali che punteggiano la partitura. Al termine della rappresentazione il pubblico dell’Arena tributa calorosi applausi e convinte ovazioni a tutti gli interpreti, salutando con entusiasmo una serata che conferma ancora una volta il ruolo centrale di Aida nel Festival operistico veronese.
LA BOHÈME Si conclude il nostro percorso attraverso tre serate del 103° Arena Opera Festival con La bohème di Giacomo Puccini, protagonista di una rappresentazione destinata a rimanere negli annali della manifestazione. Una serata in cui la natura diviene essa stessa parte dello spettacolo: fino alle ultime battute di Sì, mi chiamano Mimì il cielo veronese è attraversato da lampi e violenti tuoni che sembrano dialogare con la musica pucciniana, finché la pioggia costringe inevitabilmente all’interruzione della recita. L’attesa si prolunga per diverse ore e mentre le speranze di poter riprendere lo spettacolo sembrano ormai dissolversi, alle 1e10 della notte, il terzo gong risuona improvvisamente nell’anfiteatro, accolto dall’entusiasmo dei pochi spettatori rimasti fedeli al proprio posto. La rappresentazione riprende e giunge finalmente al termine alle 2e40 del mattino, tra applausi sinceri e il senso di aver condiviso un’esperienza irripetibile. Vi è qualcosa di profondamente suggestivo nell’assistere quasi all’intera vicenda di Mimì e Rodolfo davanti a un’Arena ormai quasi deserta, dove il silenzio della notte amplifica ogni frase musicale e ogni parola del libretto. È in momenti come questo che il teatro supera la semplice dimensione dello spettacolo e diventa esperienza collettiva, memoria destinata a rimanere impressa ben oltre il sipario finale. Una di quelle serate che soltanto l’Arena di Verona sa regalare. Sul piano scenico torna l’allestimento firmato da Alfonso Signorini, che sceglie una lettura rispettosa della tradizione e perfettamente coerente con le ambientazioni indicate dal libretto. La regia rinuncia a riletture concettuali per affidarsi a una narrazione lineare, lasciando che siano i personaggi e la forza della musica a guidare lo sviluppo drammaturgico. Nella medesima direzione si collocano le scene di Juan Guillermo Nova, dominate da grandi tele dipinte raffiguranti scorci della Parigi ottocentesca che incorniciano con eleganza la celebre soffitta dei giovani bohémiens e gli altri ambienti dell’opera. Pur nella complessiva fedeltà alla tradizione, permane tuttavia qualche perplessità nella gestione delle masse sceniche. In diversi momenti figuranti, mimi e comparse sembrano occupare lo spazio senza un disegno registico realmente definito, finendo talvolta per rappresentare un elemento decorativo più che una componente funzionale alla narrazione. Emblematico, in tal senso, il quadro della Barriera d’Enfer, dove durante il doloroso confronto tra Mimì e Rodolfo alcune giovani coppie giocano spensieratamente con la neve ai lati della scena. L’intenzione simbolica appare evidente: contrapporre la leggerezza dell’amore agli ultimi frammenti di una relazione ormai destinata a spezzarsi. L’effetto, tuttavia, non sempre raggiunge l’obiettivo prefissato, poiché l’occhio dello spettatore viene inevitabilmente attratto da un movimento scenico che rischia di sottrarre concentrazione a uno dei momenti più intimi e drammaticamente intensi dell’intera partitura pucciniana. In una pagina così delicata, il silenzio della scena avrebbe probabilmente amplificato con maggiore efficacia la forza emotiva del dialogo fra i due protagonisti.
  
Eleonora Buratto conferma tutta la propria familiarità con il ruolo di Mimì, personaggio che affronta con maturità artistica e profonda sensibilità interpretativa. La vocalità, morbida e luminosa, conserva una naturale omogeneità lungo tutta la tessitura, mentre il fraseggio accurato e la raffinata ricerca del dettaglio espressivo restituiscono una protagonista di autentica umanità. La sua Mimì commuove senza indulgere in eccessivi sentimentalismi, sostenuta da una recitazione misurata e sincera che trova nei grandi momenti lirici dell’opera il terreno ideale per esprimersi. La voce si diffonde con facilità nell’immenso spazio areniano, raggiungendo il pubblico con naturalezza e intensa partecipazione emotiva. Yusif Eyvazov veste i panni di Rodolfo con il consueto slancio generoso che da sempre contraddistingue il suo modo di affrontare il palcoscenico. Il tenore azero mette in campo energia, temperamento e grande disponibilità vocale, qualità che gli consentono di sostenere senza risparmio un ruolo tanto impegnativo. L’esito interpretativo, tuttavia, appare discontinuo. Se nei momenti di maggiore impeto drammatico emerge una presenza scenica convincente, sul piano strettamente vocale il fraseggio potrebbe beneficiare di una maggiore varietà espressiva e di una linea di canto più morbida e rifinita. Anche il timbro, pur riconoscibile, non sempre riesce a restituire quella tavolozza di colori e sfumature che rende memorabili i grandi interpreti pucciniani. Ne scaturisce un Rodolfo generoso e appassionato, ma non sempre pienamente coinvolgente sotto il profilo interpretativo. Francesca Pia Vitale disegna una Musetta vivace e convincente, distinguendosi per brillante presenza scenica e per una vocalità ben proiettata che valorizza la natura brillante e seducente del personaggio. Ottima anche la prova di Mihai Damian, autore di un Marcello vocalmente solido, sostenuto da una linea di canto ben definita e da una proiezione sonora importante che gli permette di imporsi con autorevolezza nelle numerose pagine d’assieme. Qualche lieve imprecisione si avverte invece nello Schaunard di Jan Antem, la cui linea melodica non sempre risulta perfettamente rifinita. Si distingue invece Alexander Roslavets, che offre un Colline di notevole spessore vocale. Il basso affronta con autorevolezza la celebre Vecchia zimarra, restituendone tutta la malinconica intensità attraverso un’emissione ampia e ben sostenuta. Completano efficacemente il cast Nicolò Ceriani (Benoît), Gianfranco Montresor (Alcindoro), Carlo Bosi (Parpignol), Nicolò Rigano (Sergente dei doganieri) e Maurizio Pantò (Un doganiere). Nonostante la lunga sospensione e le difficili condizioni atmosferiche, l’Orchestra della Fondazione Arena di Verona, guidata dal maestro Francesco Lanzillotta, affronta la ripresa dello spettacolo con ammirevole concentrazione e professionalità. La direzione mantiene costante tensione narrativa e accompagna con attenzione il palcoscenico, senza che la stanchezza accumulata nel corso della notte lasci percepire cedimenti. Le pagine pucciniane continuano così a risuonare nell’anfiteatro con intensità e raffinatezza fino all’ultima nota, suggellando una serata fuori dell’ordinario. Impeccabile, come di consueto, il Coro della Fondazione Arena di Verona preparato dal maestro Roberto Gabbiani, cui si affianca con ottimi risultati il Coro di voci bianche A.Li.Ve., diretto da Paolo Facincani.

Al termine della rappresentazione i pochi spettatori rimasti fino all’epilogo tributano calorosi applausi a tutti gli interpreti, consapevoli di aver assistito non soltanto a una recita d’opera, ma a una notte destinata a entrare nella memoria del Festival areniano. (Le recensioni si riferiscono alle recite del 9,10 e 11 Luglio 2026)
Crediti fotografici: Ufficio stampa della Fondazione Arena di Verona Nella miniatura in alto: la sovrintendente Cecilia Gasdia Sotto, in sequenza: scene da La traviata, Aida e La bohème
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Pubblicato il 10 Maggio 2026
L'opera di Gounod e il dramma di Shakespeare in scena al Verdi di Trieste a serate alterne
Romeo e Giulietta ieri e oggi
servizio di Rossana Poletti
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TRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”. C’è un balcone a Verona sotto il quale i visitatori fanno la fila. Vi si recano per vedere il famoso luogo da cui Giulietta Capuleti dichiarava il suo amore a Romeo Montecchi. Si entra da via Cappello in un cortile dove un balconcino di epoca gotica fa bella mostra di sé sulla facciata di un palazzetto trecentesco. E’ un falso, perché le case dei Capuleti, famiglia che viveva una violenta faida con i Montecchi, sorgevano in un’area della città veneta che fu distrutta agli inizi del Novecento per rinforzare gli argini dell’Adige, onde evitare le frequenti esondazioni del fiume. Un balconcino fu salvato dalle demolizioni e posto nel luogo che oggi evoca l’amore tra i due giovani sfortunati. E’ un falso che comunque nella memoria collettiva evoca la potenza di un amore che sconfisse in una tenzone con la morte l’odio delle due famiglie, facendo arrivare in quel cortile migliaia e migliaia di persone. E’ un balcone che nell’ultimo allestimento di Roméo et Juliette di Charles Gounod in scena al Teatro Verdi di Trieste diventa un ponte. A dire il vero Fondazione del Teatro Lirico Giuseppe Verdi e Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia avevano deciso un anno fa di giocare una collaborazione su questo titolo, stabilendo che l’opera di Gounod si alternasse sullo stesso palco e stessa scena, con la prosa di Shakespeare, comunque ispiratore di entrambe le produzioni. E così è stato: e fino al 24 maggio prossimo i due spettacoli si avvicenderanno al Teatro Verdi di Trieste. Sotto quel ponte Romeo canta “O nuit divine”, dall’alto Juliette risponde “Un seul mot puis adieu!”; è un ponte ideale che divide gli austriaci (Giulietta) dagli italiani (Romeo) nella prima guerra mondiale a Trieste.


Paolo Valerio, regista dei due allestimenti, immagina nell’opera che in ogni famiglia della città giuliana nel 1915 ci siano persone al fronte nelle due diverse fazioni: la guerra tra Capuleti e Montecchi diventa così la guerra intestina all’interno di una città che appartiene culturalmente alla Mitteleuropa e che però allo stesso tempo esprime il suo fanatico irredentismo, il desiderio di appartenere al Regno d’Italia, che non le garantirà poi nella realtà un futuro migliore di quello asburgico. Le divise austriache dei Capuleti si scontrano con gli abiti borghesi, sebbene di gala, dei Montecchi. Altro ponte è quello dello spettacolo in prosa, nella Sarajevo dei cecchini, che uccideranno Admira Ismi (Giulietta) e Boško Brkić (Romeo). Due innamorati che, appartenenti alle diverse etnie della città assediata nella guerra dei Balcani, decidono di fuggire per costruirsi un futuro altrove, dove non ci siano le aspre divisioni della loro città, vengono uccisi appunto nell’attraversamento di un ponte da parte di quei ricchi borghesi che vanno a fare i safari umani, di cui le cronache ci hanno raccontato, passando proprio per Trieste nel viaggio che li condurrà a trasformare “la banalità del male, nell’indifferenza del male”. Una piccola compagine di elementi dell’orchestra del Verdi accompagnerà la prosa con le musiche del maestro Valter Sivilotti. L’allestimento scenico dell'opera di Gounod è imponente; un grande specchio si staglia inclinato sullo sfondo, riflette le immagini che scorrono sul parterre e sulle

quinte. Immagini di guerra, il mare di Trieste, i saloni della città asburgica, ricca, in cui ha luogo la grande festa quando Giulietta vedrà Romeo, infiltratosi assieme ai suoi amici grazie alla possibilità di mascherarsi. Gounod scrive l’opera pensando a quattro momenti: il ballo con l’incontro tra i due giovani, la scena del balcone e il loro dedicarsi amore eterno, la camera nuziale in cui si consuma l’atto, che non consentirà più alcun indietreggiamento, e la tragedia finale sulla tomba di Giulietta. Rispetto alla lirica shakespeariana ci sono riduzioni di luoghi, di personaggi, ci si concentra sui momenti topici della vicenda, affinché la musica possa sciogliersi nei duetti amorosi, scatenarsi nell’imminenza della tragedia, brillare nell’inno alla giovinezza che Juliette canta in “Je veux vivre”, divenire lugubre al cospetto della morte. I due protagonisti Nina Minasyan e Galeano Salas danno prova della loro straordinaria intesa nei duetti amorosi, nella scena del letto coniugale, nella tragedia finale. Il tenore Salas è il vero mattatore della serata, la sua voce brillante, calda e squillante negli acuti, si esprime con una tecnica ineccepibile. Il soprano Minasyan è piccola, giovane, perfetta nel ruolo adolescenziale di Juliette. Non delude il pubblico che applaude spesso a scena aperta i due cantanti, così come Nina Van Essen, mezzosoprano nella parte en travesti di Stéphano, che canta "Depuis hier je cherche Que fais-tu, blanche tourterelle". Buone le prove del baritono Christian Federici (Mercutio) e del tenore Gillen Munguía (Tybald), convincenti personaggi shakespeariani nel loro ardore partigiano, che li porterà a morte violenta. L’orchestra del Verdi, diretta mirabilmente da Leonardo Sini, regala momenti di grande emozione ed intensità, così come il coro, diretto da Paolo Longo, magistrale nell’ingresso del prologo, quando racconta, potente e presago, cosa succederà nella vicenda. Gli altri coprotagonisti sono Alessandro Abis, Luca Dall’Amico, Caterina Dellaere, Jorge Martinez, Enrico Iviglia, Nicolò Lauteri e Fulvio Valenti. I costumi sono di Stefano Nicolao, le scene di Francesca Tunno, le luci di Claudio Schmid, i video di Alessandro Papa e le coreografie di Daniela Schiavone. (la recensione all'opera si riferisce alla recita di venerdì 8 maggio 2026)
Crediti fotografici: Fabio Parenzan per il Teatro Verdi di Trieste Nella miniatura in alto: il direttore Leonardo Sini Sotto, in sequenza: panoramica su scene e costumi di Roméo et Julette di Gounod in scena a Trieste; il tenore Galeano Salas (Roméo) e il soprano Nina Minasyan (Juliette); ancora il direttore Leonardo Sini ripreso sul podio In fondo: una scena dal dramma in prosa Romeo e Giulietta di Shakespeare nella interpretazione registica ai tempi d'oggi del regista Paolo Valerio, che racconta la morte dei due giovani amanti veronesi non per veleno ma per fucilazione perché il dranna viene trasposto al periodo della guerra fratricida fra le etnie della ex Jugoslavia nel conflitto a cavallo fra Novecento e Terzo Millennio
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Pubblicato il 05 Aprile 2026
Successo per l'allestimento dell'opera giapponese di Illica e Giacosa musicata da Puccini
Ingenua Butterfly ma Pinkerton...
servizio di Rossana Poletti
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TRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”. Una Madama Butterfly pasqualina quella andata in scena al Teatro Verdi di Trieste e che concluderà le sue repliche il prossimo 12 aprile. L’opera di Giacomo Puccini, libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, basato sull’omonimo dramma di David Belasco è stata riproposta nell’allestimento della Fondazione lirica triestina del 2019. Cerchiamo di comprendere, per una volta, la vicenda vista dalla parte del secondo protagonista dell’opera, il tenente della marina statunitense Pinkerton. È un uomo scalpitante di giovinezza, che arriva in un paese strano, i cui costumi, tradizioni, lingua, sono profondamente diversi dal paese da cui proviene, gli Stati Uniti d'America, che velocemente stanno invece costruendo la loro fortuna in una dimensione sociale ed economica libera e proiettata verso il futuro. Il Giappone, agli inizi del '900, è ancora sostanzialmente nel medioevo feudale, anche se è da poco approdato ad una monarchia costituzionale e sta compiendo passi da gigante verso una modernizzazione, soprattutto industriale. Pinkerton però scopre quanto ci sia ancora di ingenuo ed arretrato nelle regole e nelle leggi di quel paese e ne approfitta. Grazie ad un sensale, Goro, conosce e sposa una giovanissima ragazza povera, ma sa già, dal contratto, che potrà abbandonarla senza alcuna conseguenza quando dovrà tornare a casa e prendere finalmente per consorte una donna americana.
  

Se si escludono quelle più emancipate che possono accedere all’istruzione superiore, le donne nipponiche non hanno ancora una dimensione indipendente, sono considerate per la loro funzione di mogli e madri da una cultura tradizionale e maschilista, dura a morire: una modalità che Cio-Cio-San abbraccia gioiosamente e con convinzione. Pinkerton è un giovane spregiudicato, non si cura delle conseguenze delle sue scelte, è abituato a comprare con i soldi tutto ciò che gli si offre, è un americano purosangue. E perché non comprare l’amore di una graziosa fanciulla, di una piccola mogliettina che profuma di verbena? Il dramma sta tutto lì nello scontro tra due visioni del mondo, tra due realtà profondamente diverse, ma soprattutto nella supposta superiorità che Pinkerton crede di poter vantare nei confronti del paese in cui è approdato, che considera ancora barbaro per come gli si presenta: i costumi, la famiglia, il bonzo che a gran voce accusa Cio-Cio-San di avere rinnegato tutti, avendo abbandonato il culto antico. Non è forse lo stesso modo che ancora usano gli americani nei confronti del mondo intero, che li porta a innegabili errori di valutazione, nel mentre sottovalutano dinamiche sociali e culturali degli altri, dall’alto di una esibita ricchezza che cancella sensibilità e cultura? In questa precisa ottica il Pinkerton di Antonio Poli è credibile, con la voce che sottolinea in qualche modo la sua personalità sfrontata, che si fa liricamente dolente nel finale, con “Addio, fiorito asil” quando, resosi conto del male causato, come un bambino scoperto con le mani nella marmellata, si lamenta di sé e del suo gesto avventato.

La Butterfly di Olga Maslova è splendida nella parte in cui la giovane donna non vuole credere, contro ogni evidenza, di essere stata abbandonata. Commovente il suo “Duetto dei fiori” assieme alla bravissima Michela Guarrera, nei panni di Suzuki. Ottima la sua interpretazione, non solo vocale, rende con enfasi la consapevolezza dolorosa del destino tragico che colpirà la sua amata padrona. E poi Andrea Schifaudo, il sensale Goro, è eccellente nel rappresentare la figura di un uomo attaccato al vil denaro, che non si fa nessuno scrupolo a vendere, a chiunque gli offra di più, la giovane Butterfly, e che esprime quella doppiezza malvagia con la naturalezza della voce e del corpo. E ancora l’ottimo Ambrogio Maestri, il console Sharpless, esprime umanità ed empatia per il destino della donna, con un’interpretazione scenica ammirevole. Buona la presenza degli altri artisti in scena: Dario Giorgelè, Yongheng Dong, Irina Popova, Daniele Cusari, Teresa Ranieri, Elisa Serafini, Riccardo Corona. Nel complesso ottima la direzione musicale dell’Orchestra del Verdi del maestro Giulio Prandi, al debutto in quest’opera, e il risultato del coro sotto la guida di Paolo Longo. La regia di Alberto Triola punta sui personaggi, sulla loro espressività, con le scene essenziali di Emanuele Genuizzi e Stefano Zullo: semplici pannelli che si spostano a delimitare gli ambienti, giocando molto sul disegno delle luci e delle ombre, ad opera del light-designer Stefano Capra. (la recensione si riferisce alla recita del 2 aprile 2026)
Crediti fotografici: Fabio Parenzan per il Teatro Verdi di Trieste Nella miniatura in alto: il direttore Giulio Prandi Al centro, in sequenza: Olga Maslova (Cio-Cio-San); Ambrogio Maestri (Sharpless) con Olga Maslova; Antonio Poli (Pinkerton); ancora Olga Maslova con Andrea Schifaudo (Goro) e Antonio Poli Sotto: panoramica sull'allestimento di Madama Butterfly in scena a Trieste
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Gli Approdi da Figaro a San Francesco
redatto da Simone Tomei FREE
GENOVA, 27 giugno 2026 — Il Teatro Carlo Felice presenta la stagione artistica 2026–2027, un cartellone ampio e articolato che attraversa i grandi repertori dell’opera, della danza, del musical e della musica sinfonica, confermando la vocazione del teatro come centro propulsore della vita culturale cittadina e nazionale. La nuova stagione si
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MMF trecent'anni in un cartellone
redatto da Simone Tomei FREE
FIRENZE - Presentata il 19 giugno 2027, la nuova stagione del Maggio Musicale Fiorentino insieme all’89ª edizione del Festival si impone come uno dei progetti artistici più ampi e strutturati nel panorama europeo. Un cartellone che intreccia opera, concerti e danza in un percorso attraverso tre secoli di storia musicale,
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Eventi
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Pietro Mascagni a Livorno e altrove
redatto da Athos Tromboni FREE
LIVORNO - È on-line il programma completo della settima edizione del Mascagni Festival, la rassegna lirica e musicale dedicata alla valorizzazione e alla reinterpretazione dell’opera di Pietro Mascagni, promossa dalla Fondazione Teatro Goldoni. Dal 17 al 23 agosto la città di Livorno ospiterà un ricco programma di spettacoli, concerti
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Eventi
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La nuova stagione del Teatro Celebrazioni
servizio di Edoardo Farina FREE
BOLOGNA - Giovedì 11 giugno 2026 si è svolta la conferenza stampa relativa alla presentazione dei nuovi spettacoli del Teatro Celebrazioni di Via Saragozza, 234 - presso la Biblioteca San Genesio di Casa Lyda Borelli - alla presenza di Daniele Del Pozzo, Assessore alla Cultura del Comune di Bologna, Filippo Vernassa, Direttore artistico
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Classica
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Giovanni Bergamasco fa sold-out
servizio di Edoardo Farina FREE
FERRARA - La programmazione invernale 2025 – primaverile 2026 di “Ferrara Musica al Ridotto” - Giovani interpreti e rare occasioni d’ascolto attraverso l’organizzazione artistica di Dario Favretti autore anche delle varie ed esaustive note di sala allegate a ogni concerto e in parte qui riportate, presso la sala Stemma del Teatro Comunale “Claudio
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Opera dal Centro-Nord
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Un Ballo per due
servizi di Nicola Barsanti e Simone Tomei FREE
FIRENZE - (servizio di Nicola Barsanti) - Con il nuovo allestimento di Un ballo in maschera, il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino affida a Valentina Carrasco una lettura che abbandona ogni riferimento alla corte svedese e trasporta l’intera vicenda negli Stati Uniti d'America degli anni Sessanta, intrecciando la figura di Riccardo con quella di
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Classica
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Jordan-Lisiecki accoppiata di valore
servizio di Nicola Barsanti FREE
FIRENZE – Il concerto proposto dall’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino sotto la direzione di Philippe Jordan si sviluppa lungo un percorso che unisce due vertici del sinfonismo austro-tedesco, Beethoven e Bruckner, con al centro il Terzo Concerto per pianoforte op.37 affidato a Jan Lisiecki, interprete tra i più richiesti e celebrati della
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Opera dal Nord-Ovest
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Macbeth convince il Carlo Felice
servizio di Nicola Barsanti FREE
GENOVA - Il nuovo allestimento di Macbeth del Teatro Carlo Felice firmato da Fabio Ceresa, già visto e recensito al Teatro Goldoni di Livorno, (consultabile qui), continua a confermarsi uno spettacolo efficace e suggestivo, capace di restituire con immediatezza le atmosfere oscure, febbrili e visionarie del capolavoro shakespeariano
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Timeless Vibes con Trio
servizio di Edoardo Farina FREE
FERRARA - La programmazione invernale 2025 – primaverile 2026 di “Ferrara Musica al Ridotto” - Giovani interpreti e rare occasioni d’ascolto tramite l’organizzazione artistica di Dario Favretti autore anche delle esaustive note di sala allegate a ogni concerto della domenica mattina e in parte riportate, presso la sala Stemma del Teatro Comunale
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Cronaca di una serata al Maggio
servizio di Nicola Barsanti FREE
FIRENZE – Il concerto del 16 maggio al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino subisce un importante cambiamento rispetto alla programmazione originaria: il maestro Myung-Whun Chung, inizialmente previsto sul podio, è costretto a rinunciare all’impegno e viene sostituito da Emmanuel Tjeknavorian, che accetta con disponibilità di assumere
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Eventi
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Fatale č il prossimo futuro
redatto da Simone Tomei FREE
TORINO - È stata presentata giovedì 7 maggio 2026, presso il Foyer del Toro, la nuova Stagione d'Opera e di Balletto 2026/2027 del Teatro Regio. Sono intervenuti il Sindaco della Città di Torino e Presidente della Fondazione Stefano Lo Russo, il Sovrintendente Mathieu Jouvin, il Direttore artistico Cristiano Sandri e il Direttore musicale
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Eventi
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Ferrara Musica nuova stagione
servizio di Athos Tromboni FREE
FERRARA - Venticinque concerti in cartellone con l'inserimento della novità Aperitivo in Musica (sono 5 concerti alle ore 18), più il consueto nugolo di altre iniziative musicali collaterali, che definire "minori" sarebbe non solo sbagliato ma assolutamente fuorviante: questo il cartellone di Ferrara Musica presentato oggi nel Teatro Comunale "Claudio
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Opera dal Nord-Est
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Romeo e Giulietta ieri e oggi
servizio di Rossana Poletti FREE
TRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”. C’è un balcone a Verona sotto il quale i visitatori fanno la fila. Vi si recano per vedere il famoso luogo da cui Giulietta Capuleti dichiarava il suo amore a Romeo Montecchi. Si entra da via Cappello in un cortile dove un balconcino di epoca gotica fa bella mostra di sé sulla facciata di un palazzetto trecentesco.
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Classica
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Antonio Rolfini e i Moments
servizio di Edoardo Farina FREE
FERRARA - La programmazione invernale 2025 – primaverile 2026 di “Ferrara Musica al Ridotto” - Giovani interpreti e rare occasioni d’ascolto attraverso l’organizzazione artistica di Dario Favretti autore anche delle varie ed esaustive note di sala allegate a ogni concerto della domenica mattina e in parte qui riportate, presso la sala Stemma
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Echi dal Territorio
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La Nona per un novantennale
servizio di Nicola Barsanti FREE
FIRENZE – C’è qualcosa di profondamente simbolico nel fatto che Zubin Mehta scelga di celebrare il proprio novantesimo compleanno sul podio del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, l’istituzione con la quale ha costruito un legame artistico e umano lungo oltre sessant’anni. La Sala Grande, gremita in ogni ordine di posti, accoglie il Maestro
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Echi dal Territorio
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Il mandolino nella storia della musica
servizio di Edoardo Farina FREE
FERRARA - La programmazione invernale 2025 – primaverile 2026 di “Ferrara Musica al Ridotto” - Giovani interpreti e rare occasioni d’ascolto attraverso l’organizzazione artistica di Dario Favretti autore anche delle varie ed esaustive note di sala allegate a ogni concerto presso la sala Stemma del Teatro Comunale “Claudio Abbado”, ha visto
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Opera dal Centro-Nord
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La Turandot della prima volta
servizio di Nicola Barsanti FREE
LUCCA - Nell’ambito delle celebrazioni per il centenario della prima rappresentazione di Turandot, il Teatro del Giglio, luogo profondamente legato alla memoria di Giacomo Puccini, nato a Lucca , rende omaggio a uno dei titoli più amati e complessi del repertorio pucciniano. La scelta di presentare proprio Turandot assume un valore che va oltre
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Classica
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Rachmaninov e Sostakovič, sė perō...
servizio di Simone Tomei FREE
GENOVA - Due partiture nate dalla frattura, due risposte alla crisi che hanno segnato, ciascuna a suo modo, il corso della musica del Novecento. Il programma proposto dal Teatro Carlo Felice nella serata del 24 aprile 2026 affida al M° Samuel Lee, giovane bacchetta sudcoreana impostasi all'attenzione internazionale con la vittoria alla Malko
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Opera dal Centro-Nord
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Morte di Klinghoffer confessione collettiva
servizio di Simone Tomei FREE
FIRENZE - C’è una linea di confine tutt’altro che neutra che ogni grande teatro è chiamato prima o poi ad attraversare: quella che separa la rassicurante continuità del repertorio dalla necessità di misurarsi con le fratture del presente. Non è una semplice scelta di programmazione, ma un gesto che definisce un’identità culturale. L’ 88º
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