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Pubblicato il 13 Dicembre 2025
La farsa buffa di Gioachino Rossini andata in scena con successo nel Teatro Sociale di Rovigo
La sempiterna freschezza dell'Occasione
servizio di Athos Tromboni
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ROVIGO - È stata una prima esecuzione assoluta per il Teatro Sociale, quella di L'occasione fa il ladro di Gioachino Rossini su libretto di Luigi Previdali; una prima esecuzione ben 213 anni dopo la prima mondiale del 1812 (avvenuta nel Teatro San Moisè di Venezia); e poi - nella stessa serata rodigina - anche un debutto per il vincitore del Concorso internazionale di Scenografia e Costume "Gabris Ferrari"; il vincitore del Concorso Ferrari era il designer Matteo Corsi, che nelle sue note sul libretto di sala ha confessato: «... per questo allestimento ho pensato ad un progetto dal gusto raffinato ma che risultasse fresco e moderno.» E in effetti la premessa progettuale di Corsi si è rivelata veritiera: se una cosa è da lodare sopra le altre, in questo nuovo allestimento coprodotto dal Teatro Sociale con il Conservatorio Francesco Venezze di Rovigo, sono proprio le scene e i costumi. È tuttora freschissima la farsa rossiniana, che non smette mai di divertire benché siano passati oltre due secoli. Ecco dunque il sunto della vicenda e gli interpreti: la scena si finge in Napoli dove in una notte di tempesta trovano riparo, nello stesso albergo di campagna, alla periferia della città partenopea, Don Parmenione (interpretato dal basso buffo Giuseppe De Luca) ed il Conte Alberto (Matteo Urbani). Il primo è sulle tracce della sorella di un suo amico, fuggita con un seduttore. Il secondo è in viaggio per Napoli, dove vedrà per la prima volta la sua promessa sposa. Nel riprendere la strada, il Conte Alberto porta via per errore la valigia di Don Parmenione. Rimasti soli, Parmenione e il suo servo Martino (interpretato da Alex Martini) si accorgono dello scambio avvenuto. Martino, convinto che si possa approfittare del caso, forza la valigia. Essa contiene tra le altre cose il passaporto del Conte Alberto ed il ritratto di una giovane donna, ritratto che incanta Don Parmenione. Ritenendo che si tratti della donna promessa ad Alberto, Don Parmenione decide di sostituirsi a lui per sposarla, esibendo il passaporto di Conte Alberto come fosse il suo passaporto.


Fervono intanto i preparativi in casa della sposa, la marchesina Berenice (Silvia Ghirardini). La giovane però non è serena: suo padre, prima di morire, l’ha destinata al Conte Alberto, ma lei non si risolverà a sposarlo se prima non sarà convinta dei propri sentimenti, e della sincerità del promesso sposo. Decide perciò di scambiare i propri panni con quelli di Ernestina (Anna Pieri), sua cameriera e confidente. Si vedrà così di chi è innamorato veramente il Conte, alias Don Parmenione nei panni del nobile Alberto. Lo zio e tutore di Berenice, Don Eusebio (Enrico Basso), asseconda il piano. Giunge Don Parmenione ed incontra la cameriera Ernestina nei panni della marchesina. Alla giovane cameriera piace immediatamente colui che crede il promesso della sua padrona; e lui sembra ricambiarla, anche se non somiglia al ritratto rinvenuta nella valigia di Conte Alberto. Arriva poi il vero Conte Alberto, che s’imbatte nella marchesina Berenice (vestita da cameriera). Anche loro due si innamorano a prima vista; nel prosiegui dell'intreccio, la marchesina esulta in cuor suo per lo sposo destinatole che si rivela "poco fedele" date le sue palesi attenzioni per Ernestina. E Conte Alberto si lagna tra sé che la sua sposa non sia quella "cameriera", che ha suscitato in lui un sentimento tanto immediato. Quando le due coppie si trovano in presenza di Don Eusebio, ne nasce una scena di gran confusione: non si sa chi dei due pretendenti dica il vero sulla propria identità, ma Don Parmenione è favorito dal possesso del passaporto di Conte Alberto. Così il cerchio inizia a stringersi. Conte Alberto dichiara alla cameriera Ernestina travestita da Berenice, che egli crede la sposa destinatagli, di essere disponibile a sciogliere ogni precendente vincolo se non c’è reciproco amore, e mostra così la propria sincerità d’animo.



Don Parmenione intanto tratta con scostante sufficienza la finta cameriera Berenice; non sa poi se crederle quando la stessa Berenice dichiara d’essere la vera sposa; ed interrogato da lei cade più volte in errore mostrando di sapere ben poco sulla vita privata di Conte Alberto. Martino intanto, imbarazzato dalle domande di Don Eusebio ed Ernestina sulla reale identità del proprio padrone, cerca di barcamenarsi. In presenza di Berenice, i due pretendenti giungono ad un confronto. Il confronto rivela, se non le loro identità, almeno i loro veri sentimenti: Don Parmenione ha scelto Ernestina, e se Berenice ricambia l’amore di Conte Alberto, questi la sposerà che sia marchesa o meno. Malgrado ciò, Berenice è infuriata: vuol essere lei la padrona del suo destino e vuol sapere la verità. È invece lo stesso Don Parmenione che, di sua spontanea volontà, si presenta a Don Eusebio ed Ernestina col proprio vero nome: si scopre che proprio la cameriera Ernestina è la fanciulla sulle cui tracce Don Parmenione si era messo in viaggio. L’uomo con cui era fuggita l’aveva poi abbandonata non riuscendo a vincerne il «rigore››. Don Parmenione le si offre in sposo, ed Ernestina accetta. Tutto va così al suo posto: Conte Alberto può sposare la marchesina Berenice, e perdonare Don Parmenione. Si scopre inoltre che fu un equivoco a fare di Don Parmenione un ladro: il ritratto nella valigia effigiava in realtà la sorella di Conte Alberto, e questi stava portando il ritrattino della sorella proprio in dono alla futura sposa. L'allestimento rodigino vedeva in buca l'Orchestra del Conservatorio Venezze e sul podio la direttrice Elisabetta Maschio che ha condotto la recita con il braccio sinistro immobilizzato da un tutore che le bloccava la spalla: ha diretto senza bacchetta, con la mano destra libera... il che la esime da un giudizio di merito da parte del recensore, se non per lodarne il coraggio.


In scena i cantanti-attori erano mossi dalla regia della giovane Anna Cuocolo che ha curato anche coreografie e luci. Ben preparati i giovani cantanti (perfezionamento vocale affidato al grande basso belcantista Alessandro Corbelli), con elogi soprattutto per il mezzosoprano Anna Pieri e il basso buffo Giuseppe De Luca, risultati i migliori del cast. Pubblico non numeroso e comunque plaudente e soddisfatto al termine della recita. (la recensione si riferisce alla recita di venerdì 12 dicembre 2025)
Crediti fotografici: Ludovico Guglielmo per il Teatro Sociale di Rovigo Nella miniatura in alto: la direttrice d'orchestra Elisabetta Maschio Sotto, in sequenza: Enrico Basso (Don Eusebio), Anna Pieri (Ernestina) e Alex Martini (Martino); Matteo Urbani (Conte Alberto) e Giuseppe De Luca (Don Parmenione); Anna Pieri con Giuseppe De Luca; Alex Martini con Giuseppe De Luca Al centro: campolungo del fotografo Ludovico Guglielmo su scene e costumi Sotto, in sequenza: Giuseppe De Luca con Alex Martini; Anna Pieri con Silvia Ghirardini; scena con i quattro protagonisti principali; Matteo Urbani, Giuseppe De Luca e Silvia Ghirardini; la regista Anna Cuocolo (al centro) con i cantanti-attori da lei diretti; e i saluti del cast al termine dello spettacolo
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Pubblicato il 02 Dicembre 2025
A Trieste i capolavori di Mozart e Rossini fanno il punto sui personaggi Figaro, Almaviva e Rosina
Quando il Barbiere va alle Nozze
servizio di Simone Tomei
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TRIESTE - Riunire Il barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini e Le nozze di Figaro di W.A.Mozart all’interno di un unico progetto teatrale significa restituire alle due opere la continuità per la quale Beaumarchais le aveva pensate: un unico arco narrativo, sentimentale e politico in cui i personaggi della trilogia si sviluppano, si trasformano, maturano e rivelano, da un capitolo all’altro, la propria natura profonda. L’operazione del Teatro lirico di Trieste non si limita dunque ad affiancare due titoli di repertorio particolarmente amati, ma riporta alla luce la matrice comune che li fonda e lo fa restituendo allo spettatore il senso di un vero e proprio “romanzo teatrale” che procede per accumulo e sviluppo, non per frammenti indipendenti. La lettura offerta dei due capolavori rivela una sorprendente coerenza: i temi della tensione sociale, del ribaltamento dei ruoli, dell’identità e dell’autorità, che Beaumarchais aveva colto nella società prossima al crollo dell’Ancien Régime, emergono con forza rinnovata e attraversano tanto l’irruenza rossiniana quanto la profondità mozartiana, mostrando come la comicità buffa e la malinconia morale siano in realtà due modalità complementari di leggere lo stesso mondo. Sul piano musicale questa doppia proposta mette in luce due poetiche opposte e perfettamente complementari. Rossini, nel Barbiere, costruisce un teatro della brillantezza, dell’invenzione e dell’impulso: la sua scrittura ritmica, con i celebri crescendi e l’euforia melodica, produce una macchina scenica energica, imprevedibile, sempre in bilico tra astuzia e slancio. Tutto è movimento, rapidità mentale, arguzia: la musica sembra anticipare i personaggi, punzecchiarli, sospingerli verso il guizzo successivo. Mozart nelle Nozze, compie invece un passo verso la profondità: l’orchestra diventa un organismo che osserva e commenta, rivelando retroscena emotivi, fragilità, tensioni che i personaggi a volte cercano di dissimulare. Le geometrie contrappuntistiche sono specchio delle relazioni, le arie si fanno ritratto psicologico e ciò che era puro gioco nel Barbiere si trasforma in consapevolezza dolorosa. Messa in sequenza, questa coppia di linguaggi crea un dittico musicale che va dalla frenesia giovanile alla maturità analitica: un percorso dell’anima in cui Rossini dà voce alla forza vitale e Mozart alla capacità di vedere dentro di sé. La musica diventa così parte integrante della crescita dei personaggi che passano dall’ingenuità combattiva alla lucidità critica, dal sogno individuale al senso tragico delle relazioni e del potere.

È proprio l’evoluzione dei personaggi a mostrare meglio il senso profondo di questa scelta. Figaro, nel Barbiere, è l’emblema dell’ingegno, della libertà e della prontezza: factotum agile, barbiere-filosofo, mediatore dotato di un’energia quasi contagiosa. Nelle Nozze mantiene verve e intelligenza, ma la sua astuzia diventa strumento politico: non più solo motore di situazioni comiche, ma voce di una consapevolezza nuova di una classe che reclama dignità e smaschera i limiti del potere. Rosina attraversa una metamorfosi ancora più incisiva: da giovane donna brillante, assertiva, capace di muoversi con disinvoltura tra inganni e ostacoli, diventa Contessa segnata dalla disillusione amorosa e dall’esperienza della fragilità, figura di una malinconia che sa essere nobile senza perdere la fierezza. Il Conte Almaviva passa dalla freschezza innamorata a una figura che incarna la crisi dell’autorità aristocratica: un uomo che tenta di ricorrere a privilegi sempre più anacronistici, mentre chi gli sta attorno comprende i suoi difetti con precisione chirurgica. A emergere con potenza nuova è Susanna, cuore pulsante delle Nozze: donna lucida, pratica, intelligente, consapevole del proprio peso nella trama sociale e affettiva. In lei si compie la trasformazione del servo da comprimario brillante a protagonista morale, osservatrice acuta e motore reale della storia. Tutte queste metamorfosi non sono semplici variazioni di carattere, ma l’immagine viva di una società in trasformazione dove l’ironia e il gioco amoroso lasciano spazio alla critica sociale e alla maturità emotiva. In questo contesto, l’allestimento scenico unitario realizzato da Pier Luigi Pizzi dà forma visiva alla continuità drammaturgica del progetto. Il bianco dominante, cifra distintiva della sua poetica, non è un esercizio estetico ma un linguaggio: una scenografia che riflette e amplifica i gesti, i moti dell’animo, le relazioni tra i personaggi. È uno spazio essenziale e raffinatissimo, capace di esaltare la brillantezza rossiniana nel Barbiere, offrendo aria, respiro e leggerezza ai movimenti e alle trovate comiche, e di diventare allo stesso tempo specchio della tensione morale nelle Nozze, dove la stessa architettura assume una tonalità più severa e quasi “ingessata”, riflesso dell’incrinarsi dei rapporti e della fragilità dei sentimenti. Nulla è superfluo: la geometria scenica è nitida, la composizione dei piani studiata con rigore, le interazioni calibrate per restituire ordine e significato anche nei momenti di caos organizzato che caratterizzano entrambe le opere. I costumi, spesso in contrasto con la palette chiara della scena, definiscono con finezza i ruoli e la posizione sociale dei personaggi senza mai ostentare, e la luce ideata da Massimo Pizzi Gasparon Contarini, scolpisce volumi, scandisce passaggi emotivi, guida la percezione dello spettatore con una delicatezza che trasforma la semplicità in profondità. È un lavoro di complessa semplicità, una lezione di garbo e misura che non cerca il colpo a effetto ma l’armonia, la coerenza e quella rara capacità di raccontare attraverso il silenzio delle forme. Il risultato complessivo è un dittico che vive di equilibrio e intelligenza: un progetto che, senza forzature né sovraccarichi, permette di cogliere la distanza tra la scintilla rossiniana e la profondità mozartiana conservando una continuità narrativa che raramente si percepisce con tale chiarezza. Se talvolta la solenne sobrietà dell’allestimento può far desiderare un pizzico di irriverenza in più, questa stessa misura diventa la chiave della sua efficacia: permette alla musica e ai personaggi di emergere con limpidezza, privilegia le dinamiche relazionali rispetto al puro spettacolo e restituisce al teatro di Beaumarchais quella complessità umana e sociale che lo rende, ancora oggi, così sorprendentemente moderno. Assistere alla conduzione del M° Enrico Calesso in questo doppio viaggio mozartiano e rossiniano non è semplicemente ascoltare un’orchestra; è osservare il pensiero musicale farsi gesto, emozione, narrazione pura. La sua direzione si impone non per clamore, ma per un’autorità intrinseca, frutto di un’intelligenza musicale che sa esaltare l’anima diametralmente opposta delle due partiture rivelando nel contrasto una verità drammaturgica superiore. Con Le Nozze di Figaro, impugna la bacchetta del cesellatore di anime. La sua direzione si fa riflessiva, intima, profondamente narrativa. I tempi si dilatano per accogliere il respiro dei personaggi; la trama orchestrale, mirabilmente sfoltita, guadagna una trasparenza cristallina che permette a ogni strumento, a ogni motivo, di parlare con chiarezza testamentaria. È nella dinamica che compie il miracolo maggiore: i contrasti tra forte e piano non servono all’effetto comico, ma a mappare il paesaggio interiore. Il mezzoforte diventa il tono della confidenza amara, il pianissimo il brivido della solitudine o il fremito di una speranza. Quando l’orchestra esplode, non è per gioia, ma per lo scatto d’orgoglio della Contessa o per la rabbia compressa del Conte. Calesso dimostra di comprendere che in Mozart il dramma non è nelle note, ma negli spazi tra le note: nei silenzi che prepara, nelle risoluzioni che trattiene, in un fraseggio che canta prima ancora che suonare. Poi, nel fuoco rossiniano de Il Barbiere di Siviglia, il paradigma cambia radicalmente. Qui, ripone la bacchetta dell’analisi psicologica e libera quella del virtuosismo ritmico e dell’alchimia dinamica. Disvela l’essenza dell’opera: non è solo comicità, è energia cinetica pura, un meccanismo d’orologeria che deve scintillare. La sua bacchetta cattura questa essenza con una vitalità trascinante. I famosi crescendi rossiniani non sono semplicemente eseguiti; sono architettati. Li costruisce con pazienza certosina, partendo da un pianissimo vibrante di intenzioni, per poi aggiungere strati sonori come un pittore sovrappone velature, fino all’esplosione finale che giunge non come fragore scontato, ma come liberazione gioiosa e necessaria. La sua gestione dell’agogica è un capitolo a sé stante di intelligenza. I tempi rubati, i rallentandi sospesi e le subitanee riprese sono strumenti di caratterizzazione e umorismo. Quando l’orchestra trattiene il fiato in un repentino pianissimo, per poi slanciarsi in un’impennata precisa e vigorosa, è la stessa essenza della vis comica rossiniana che prende forma: l’equivoco, la sorpresa, la battuta fulminea. Ogni accelerato è un guizzo d’ingegno, ogni rallentando un’occhiata complice verso il palcoscenico. L’orchestra, sotto il suo comando, ride, sussurra, e sbeffeggia con la stessa disinvoltura dei personaggi in scena. Il vero prodigio, tuttavia, non è nella perfezione delle singole interpretazioni, ma nel filo emotivo che Calesso tesse tra di esse. Passando dalle Nozze al Barbiere, si percepisce non un cambio di direttore, ma l’espansione di un unico pensiero musicale. La stessa attenzione maniacale per il dettaglio che prima analizzava un sospiro, ora scolpisce una risata. La sua gioia nel dirigere, manifesta in uno sguardo partecipe e in gesti di invito mai invasivi, contagia i musicisti, creando un’unità di intenti che è la prima condizione per l’eccellenza. Si esce dal teatro con la netta sensazione di aver compiuto un viaggio completo. Non sono solo stati presentati due capolavori; ci ha guidati attraverso la vita stessa di quei personaggi, usando l’orchestra come una lente d’ingrandimento sulle loro ipocrisie, le loro sconfitte, le loro gioie sfrenate e le loro vittorie. La sua direzione è stata un atto di rivelazione, dimostrando che la grandezza di un direttore non si misura nella forza del gesto, ma nella capacità di farsi servo intelligente e appassionato del genio dei compositori, restituendolo al pubblico con una chiarezza e un coinvolgimento che sono il sigillo di un’artista al culmine della sua maturità espressiva. Un trionfo non di personalismo, ma di umiltà di fronte alla grandezza della musica, e di maestria nel renderla viva, pulsante, e indimenticabile.
Le Nozze di Figaro - Sabato 29 novembre 2025 L'incanto creato dalla bacchetta rivelatrice di Calesso non sarebbe stato possibile senza la compagine di voci e personalità che ne hanno popolato la scena, un ensemble dove il dettaglio individuale ha sempre servito l’architettura d’insieme. Al centro di questo microcosmo, Simone Alberghini ha vestito i panni di un Figaro di straordinaria consapevolezza. La sua padronanza scenica, naturale e mai forzata, è stata il fondamento su cui ha costruito una lettura musicale di precisione chirurgica, capace di colorare le tre grandi arie con le sfumature psicologiche più sottili. Il culmine è giunto nell’oscurità del quarto atto, con un Aprite un po’ quegl’occhi trasfigurato: non un semplice lamento, ma un caleidoscopio di risentimento, ironia e disincanto, irraggiato da una vocalità potente e controllata che ha squarciato le tenebre notturne con luminosa efficacia. Al suo fianco, Carolina Lippo è stata una Susanna di piacevole ascolto. La sua interpretazione ha colto l’essenza del personaggio: frizzante, spigliata e vivace nella sua leggerezza, ma sostenuta da una scaltrezza mai eccessiva. La voce, di un nitore cristallino, ha trovato il suo momento di perfetta sublimazione nel Deh vieni, non tardar, consegnando al pubblico una preghiera notturna di così accattivante intimità e così impeccabile bellezza vocale da strappare un entusiasmo palpabile.



A contrastare questa giovinezza spensierata, Ekaterina Bakanova ha offerto una Contessa di Almaviva di raffinata complessità. Se la sua presenza scenica è apparsa forse troppo composta, simile a una solenne eroina classica più che a una dama coinvolta in una “folle giornata”, il riscatto è stato interamente vocale. Con un canto morbido, pastoso e di perfetta intonazione, ha dipinto la sofferenza della donna tradita attraverso un fraseggio elegante e dinamiche sapienti, rendendo sia il lamento di Porgi, amor che la malinconica riflessione di Dove sono i bei momenti altrettanti gioielli di struggente pathos. Il Conte di Giorgio Caoduro ha completato il quadrante nobiliare con autorevolezza. Ha plasmato un nobile altezzoso e altero, ma non privo di una ridicola impacciatezza che ne umanizzava la figura. La voce salda e robusta, unita a una dizione nitida, ha fatto della grande aria del terzo atto Hai già vinta la causa un momento intenso di eleganza vocale e tensione drammatica. A smuovere gli animi con la sua tempesta ormonale, Paola Gardina è stata un Cherubino da manuale. Il suo aspetto dolce e quasi infantile si è perfettamente sposato a un’interpretazione in bilico costante tra innocenza e irruenza, grazie a mimiche facciali e scatti scenici di grande verità. Le sue arie sono state cesellate con un’attenzione alla parola e un gusto interpretativo che hanno reso il “bricconcello” più vivido e credibile. Anna Maria Chiuri, con la sua Marcellina, ha firmato una delle interpretazioni più memorabili della serata, offrendo una magistrale dimostrazione di come un artista di razza sappia ridisegnare i confini di un ruolo. Lasciando momentaneamente i suoi consueti personaggi di punta si è tuffata con intelligenza e generosità in una parte di carattere, trasformandola nel fulcro segreto della commedia. La sua è stata una performance di alchimia pura: ha distillato la verve comica più sfrenata senza mai cadere nella caricatura, e ha fondato questa esuberanza su una solida, palpabile verità umana. È in questo equilibrio che si è rivelato il suo genio interpretativo. La transizione da megera pettegola e vendicativa a madre commossa e tenera non è stata un semplice colpo di scena, ma un'autentica rivelazione emotiva, preparata con sapienza in ogni sua battuta e in ogni sguardo. In definitiva, ci ha ricordato con straordinaria efficacia che nel teatro musicale non esistono ruoli piccoli, ma solo interpretazioni grandi. La sua Marcellina è stata non solo brillante, ma strutturalmente essenziale: è stata il perno di verve comica e il cuore di verità umana che ha donato profondità, risonanza e un'anima in più all'intera, folle giornata. Un'autentica lezione di arte scenica e di amore per il palcoscenico. Proseguendo nella rassegna di un cast così omogeneo e composto, anche le voci dei comprimari hanno brillato di luce propria contribuendo a quell'ingranaggio perfetto che è la macchina mozartiana. Andrea Concetti ha donato al Dottor Bartolo una dimensione vocale di sorprendente generosità e nobiltà di fraseggio. La sua non è stata una semplice caratterizzazione comica, ma un ritratto a tutto tondo, dove un'emissione piena e rotonda ha conferito al personaggio un'autorevolezza burbera, rendendo la sua rabbia più credibile e, paradossalmente, ancor più esilarante. Andrea Galli è stato un ottimo Don Basilio. Ha colto l'essenza ipocrita e velenosa del personaggio con una vocalità squillante e una dizione affilata come un rasoio. Il suo canto “pettegolo” costellato di mezze tinte e sguardi obliqui, è stato un vero studio nella costruzione del personaggio attraverso il suono, incarnando con eleganza tossica il maestro di maldicenze. Nei ruoli minori, la precisione è stata altrettanto determinante. Veronica Prando, nei panni di Barbarina, ha portato una freschezza toccante e una vocalità a fuoco, cristallina e ben calibrata, che ha reso la sua breve ma cruciale uscita un momento di pura, semplice verità. William Corrò ha dato al giardiniere Antonio una presenza scenica vigorosa e puntuale, caratterizzando con pochi, efficaci tratti la sua rustica schiettezza. Pietro Picone, infine, ha vestito i panni di Don Curzio con un'attenzione maniacale al dettaglio rendendo il balbuziente notaio non una macchietta, ma un personaggio credibile e perfettamente integrato nel caos narrativo.
Il barbiere di Siviglia - Domenica 30 novembre 2025 Dopo le Nozze di Figaro, l’altra tappa memorabile del dittico con una recita folgorante de Il barbiere di Siviglia, dove la precisione del meccanismo comico e la finezza dell’intreccio musicale hanno raggiunto una brillantezza ancor più incisiva, sostenute da un cast perfettamente affiatato.



Al centro dell’azione Alessandro Luongo ha plasmato un Figaro di carisma trascinante e di intelligenza scenica pronta, facendo della celebre cavatina non solo uno sfoggio di potenza vocale, ma un saggio di dosaggio dinamico e di caratterizzazione. La sua presenza costantemente elettrica, ha trovato un picco di ilarità nel duetto All’idea di quel metallo, condotto con un tempismo e una brillantezza che gli hanno valso un’ovazione spontanea e unanime. Al suo fianco Annalisa Stroppa ha offerto una Rosina di notevole spessore psicologico e agilità virtuosistica. Il suo timbro caldo si è rivelato uno strumento duttile nell’affrontare le agilità rossiniane, trasformate da semplice virtuosismo in espressione di un carattere volitivo e ricco di sfumature. Da Una voce poco fa, resa con vezzosa fluidità, ai passaggi di più vibrante determinazione, il mezzosoprano ha dimostrato una padronanza assoluta della scrittura coniugando sicurezza tecnica a un gusto espressivo sempre curato. Il Conte d’Almaviva ha trovato in Marco Ciaponi un interprete di temperamento e finezza. La sua presenza scenica si è sposata a una crescita vocale di grande pregio, particolarmente evidente nell’aria finale Cessa di più resistere nella quale ha messo in evidenza una tenuta ammirevole, un’omogeneità di registro e un controllo del fiato che hanno trasformato le agilità in slanci di pura esultanza. La scelta di proporre l’opera integrale ha permesso di apprezzare appieno il suo percorso interpretativo, dalla morbida emissione di Ecco ridente in cielo alla piena maturità del finale. La sfera comica è stata sorretta da due pilastri d’eccezione. Marco Filippo Romano ha tratteggiato un Don Bartolo irresistibile, costruito su una comicità raffinata fatta di piccoli gesti, inflessioni vocali calibrate e un fraseggio sempre morbido ed elegante, che ha evitato con intelligenza ogni facile caricatura. Abramo Rosalen è stato un Basilio di solida prestanza vocale, la cui emissione corposa e nobile ha dato spessore a La calunnia è un venticello, eseguita con acuti pieni e note gravi rotonde in una dimostrazione di autorevole presenza scenica. In un ruolo apparentemente minore come Berta, Anna Maria Chiuri ha confermato ancora una volta la sua statura di interprete intelligente e versatile. Pur in una parte che ne potrebbe limitare le corde vocali, ha saputo ritagliarsi uno spazio di assoluto rilievo, prima scenicamente, con una partecipazione vivacissima, e poi vocalmente nell’arietta Il vecchiotto cerca moglie, dove ha trovato accenti umoristici e sonorità suadenti, regalando un momento di puro godimento e dimostrando come un’artista completa sappia rendere indimenticabile ogni frammento del palcoscenico. William Corrò (Fiorello), Armando De Ceccon nel ruolo muto di Ambrogio e Armando Badia (Ufficiale) hanno completato il quadro con contributi di precisione e caratterizzazione puntuale, tessendo con garbo quella trama di dettagli che rende viva e credibile l’intera folle giornata sivigliana. Un elemento unificante e di costante eccellenza in entrambe le produzioni è stato il Coro, preparato con meticolosa cura e diretto dal M° Paolo Longo. La sua prova è stata, a tutti gli effetti, una colonna portante degli allestimenti, contribuendo in modo decisivo all’equilibrio e alla vitalità dello spettacolo. Ne Le Nozze di Figaro, ha dispiegato una presenza scenica e sonora e duttile; non semplice commento, ma parte attiva del dramma, ha saputo alternare i colori più sottili: dalla maliziosa complicità dei servi all’aura di solenne formalità nelle scene del Conte, sempre con un’intonazione cristallina e una dizione esemplare che ha restituito ogni parola con chiarezza testamentaria. Nel Barbiere di Siviglia, ha invece liberato un’energia travolgente e un senso del ritmo impeccabile, diventando il motore collettivo della folle giornata sivigliana. La precisione negli attacchi, la potenza controllata nei celebri crescendi e la capacità di caratterizzare, hanno dimostrato una preparazione tecnica salda. Il pubblico, numeroso e festante in entrambe le recite, ha suggellato un successo unanime, senza se e senza ma. (Le recensioni si riferiscono alle recita del 29 e del 30 novembre 2025)
Crediti fotografici: Fabio Parenzan per il Teatro Verdi di Trieste Nella miniatura in alto: il direttore Enrico Calesso Sotto, in sequenza: fotoservizi di Fabio Parenzan su Le nozze di Figaro di Mozart e Il barbiere di Siviglia di Rossini andati in scena nel Teatro Verdi di Trieste
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Pubblicato il 18 Ottobre 2025
Il Teatro Sociale di Rovigo ha inaugurato la stagione lirica con una bella edizione dell'opera di Mozart
Cosė fan tutte di successo
servizio di Athos Tromboni
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ROVIGO - Zeus e le sue metamorfosi alla caccia delle femmine: così lo scenografo e costumista Milo Manara (al suo debutto sulle scene dell'opera) ha illustrato Così fa tutte di Wolfgang Amadeus Mozart per l'inaugurazione della 210.ma stagione lirica del Teatro Sociale di Rovigo, venerdì 17 ottobre 2025. L'allestimento si è rivelato giocoso, colorato e vagamente licenzioso, sulla falsariga della grammatica “antica” delle scene dipinte: boccascena armato, quinte e fondali coloratissimi, porte a scomparsa e piccoli ingegni di macchineria hanno caratterizzato il lavoro di Manara.
Ne è scaturito un gioco scenografico che ha intrecciato con naturalezza la comicità con la tragedia, la malinconia con l'erotismo, la filosofia con le passioni umane. Tutto affidato ai colori pastello di scene e costumi che riportano alle tendenze pittoriche di un Settecento immaginato. «Se c’è un’opera che si presta ad una scenografia tutta dipinta è proprio questa - ha detto Milo Manara - dove, come nelle Metamorfosi di Ovidio, spopolano e trionfano i travestimenti a scopo di seduzione; e proprio in Così fan tutte, alla fine, i personaggi a furia di travestirsi, perdono la percezione della propria identità.» Buon gioco dello scenografo, che ha ispirato anche la regia, bella, spumeggiante, ironica "anzi che no", ma anche malinconica e crepuscolare di Stefano Vizioli: «... il finale dell'opera non ha nulla di consolatorio - scrive Vizioli nelle sue note di regia - e i personaggi sono poveri esseri umani lasciati alla deriva, ognuno chiuso nella propria solitudine e frustrazione; un finale dove nessuno è vincitore ma sono tutti sconfitti, compreso Don Alfonso, il filosofo che tiene le fila delle marionette.» Belle le luci di Nevio Cavina. Questo Così fan tutte ha riunito in una coproduzione i teatri di Rovigo, Treviso e Padova, ed ha usufruito dell'allestimento della Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi, già in scena nelle passate stagioni del Teatro Verdi di Pisa, del Comunale di Modena e dell' Opéra-Théâtre de l’Eurométropole di Metz. La recita di Rovigo, della durata di 2 ore e 50 minuti, ha attuato i consueti tagli del duetto del primo atto fra Ferrando e Guglielmo ("Non farmi anima mia questi infausti presagi") e l'aria di Ferrando del secondo atto ("Ah! lo vedo quell'anima bella al mio pianto resister non sa"): una scelta che conferma il travaglio di quest'opera di Mozart, la più bistrattata nel tempo, perché soltanto dopo il primo trentennio del Novecento si cominciò a ripulire Così fan tutte dalle spurie manipolazioni ottocentesche, e ciò partendo dal lavoro fatto dal compositore Richard Strauss e dal direttore d'orchestra Karl Böhm che avviarono quella che diventerà una vera e propria riscoperta filologica dell'originale.
  Un'ultima considerazione prima di passare alla cronaca della serata: soltanto dopo la riappropriazione della partitura originale di Mozart da parte del mondo musicale del secondo Novecento si pose la giusta attenzione al troppo dimenticato sottotitolo dato dal Da Ponte all'opera, O sia, la scuola degli amanti: in quel sottotitolo sta la natura drammaturgica della vicenda narrata; in un periodo storico che vede l'affermarsi dell'illuminismo in tutta Europa, con l'espandersi delle idee socialisteggianti di Liberté, Égalité, Fraternité indotte dalla rivoluzione francese del 1789 (anno di composizione dell'opera), elementi come il cinismo di Don Alfonso, la spregiudicatezza di Despina, la disponibilità dei due cavalieri a prestarsi all'imbroglio del "filosofo" e le sostanziali ingenuità e arrendevolezze delle due dame ferraresi, fanno apparire l'opera come una grandiosa commedia della menzogna. E la menzogna può albergare in ogni censo: nella nobiltà, nella emergente borghesia e nelle classi subalterne. E può fare scuola in ogni tempo, grazie al cinismo, alle scelte spregiudicate, alle ingenuità con cui si accolgono come vere anche le cose false qualora insistite e reiterate più e più volte. Passando all'analisi della parte musicale, molto bella la concertazione di Jordi Bernàcer sul podio dell'Orchestra di Padova e del Veneto: il direttore ha restituito un Mozart trasparente e peculiare, eccellente nelle parti d'assieme, dove ha adottato tempi congrui con l'azione scenica e con le delizie del finissimo contrappunto mozartiano, mentre nelle arie e nei duetti ha saputo rispettare le voci grazie ad un equilibrio dei volumi che ha messo d'accordo il palco con la buca d'orchestra. Proprio bravo, Bernàcer. Bravi anche i giovani coristi di A.Li.Ve. preparati da Paolo Facincani, che si sono esibiti non nei costumi di scena, ma in abito da concerto cantando nei pressi del proscenio, posizionati sul primo e secondo ordine di palchi. Buono, quando non eccellente, il cast vocale: primo fra tutti e sopra a tutti il Don Alfonso di Maurizio Muraro, un basso di comprovata esperienza nel repertorio classico e belcantista: chiarezza di dizione, bella intonazione, gesto scenico convincente e fraseggio coinvolgente hanno caratterizzato la sua prestazione.



Anche le altre due voci maschili hanno reso grazia a Mozart: il tenore Andrew Kim (Ferrando) ha cantato con voce morbida, legato eccellente, passaggi di registro molto buoni. Ottima anche la prestazione di Biagio Pizzuti (Guglielmo), un baritono dal colore chiaro della voce, con felici approfondimenti anche nel registro del basso cantante, e buona musicalità del fraseggio. Irina Lungu, tornando a Mozart dopo esperienze di soprano lirico e drammatico, ha interpretato una Fiordiligi autorevole e sicura vocalmente: la sua grande aria "Come scoglio immoto resta" è stata il clou della serata dove salti d'ottava e legato suadente hanno consentito alla cantante di farsi meritatamente onore. Meno favorevoli le considerazioni del vostro cronista verso il mezzosoprano Francesca Di Sauro: bello il timbro, ma ha mostrato difficoltà nei passaggi di registro e poca propensione a cantare legato; ottima come attrice, questa giovane professionista è già (e lo sarà presumibilmente ancor più in carriera) una bravissima interprete delle figure di carattere; e vista la naturalezza con cui sa recitare, potrebbe imporsi anche nei ruoli seri e drammatici del melodramma. Infine la vivacissima e bravissima Paola Gardina nelle vesti di un'indiavolata Despina: è stato uno spasso vederla in scena. Probabilmente il regista, conoscendo le qualità attoriali di questa straordinaria mezzosoprano, ha spinto la caratterizzazione fino allo stremo: ne è uscita una serva delle due padroncine ferraresi - e sodale del "filosofo" Don Alfonso - caricata di una comicità ai limiti della farsa. Vocalmente perfetta per la parte, ha riscosso i più calorosi applausi della serata, proprio dal suo pubblico di Rovigo e del Polesine.

Platea e palchi gremiti per questa apertura di stagione del Teatro Sociale, con pubblico lungamente plaudente all'indirizzo di tutto il cast. (la recensione si riferisce alla recita di venerdì 17 ottobre 2025)
Crediti fotografici: Federico Guglielmo per il Teatro Sociale di Rovigo Nella miniatura in alto: lo scenografo e costumista Milo Manara Sotto, a destra: due pannelli dipinti da Manara per Così fan tutte Sotto, a sinistra: il direttore Jordi Bernàcer e il basso Maurizio Muraro (Don Alfonso) Al centro, in sequenza: Irina Lungu (Fiordiligi) e Francesca Di Sauro (Dorabella); ancora la Di Sauro e la Lungu con Paola Gardina (Despina); la duplice coppia Andrew Kim (Ferrando) con Francesca Di Sauro e Irina Lungu con Biagio Pizzuti (Guglielmo); ancora Paola Gardina in un atteggiamento molto espressivo; foto panoramica di Federico Guglielmo per la scena del pranzo nuziale Sotto: scatto istantaneo sui ringraziamenti del cast per gli interminabili applausi del pubblico
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BERGAMO - Quella che qui presentiamo è la prima edizione del Donizetti Opera 2025 firmata dal direttore d'orchestra Riccardo Frizza, nella doppia veste di direttore artistico e musicale. È un festival da tempo riconosciuto a livello internazionale come irrinunciabille appuntamento annuale dedicato al celebre compositore bergamasco Gaetano
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BUSSETO (PR) – «Penso che l’attrazione di Verdi per Shakespeare fosse legata più alla sua convinzione di poter trasformare in musica la grande letteratura che non ad affinità personali. Sicuramente aveva un istinto formidabile per l’Arte con la a maiuscola. Ma se oggi, come allora, nessuno sa nulla della vita di Shakespeare, è innegabile che Verdi
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Bologna va 'Verso Itaca'
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ROMA - La stagione di Opera, Danza e Concerti 2006 firmata dalla nuova sovrintendente del Teatro Comunale di Bologna, Elisabetta Riva e dal direttore artistico Pierangelo Conte si chiama “Verso Itaca”: è un appellativo che racconta metaforicamente l’ultima tappa del viaggio della fondazione lirico-sinfonica felsinea verso il rientro
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TORINO - C’è un destino che sembra non conoscere oblio: quello di Francesca da Rimini, eroina sospesa tra colpa e innocenza, tra desiderio e condanna, che continua a esercitare il suo fascino attraverso i secoli e i linguaggi. Quando il sipario del Teatro Regio di Torino si alza sull’opera di Riccardo Zandonai, aprendo la stagione lirica 2025/2026, non
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Cosė fan tutte di successo
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Cosė fan tutte commedia della menzogna
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ROVIGO - In una lettera senza data, inviata prima del 17 giugno 1788, Mozart scriveva a Michael Puchberg, facoltoso commerciante di stoffe e fratello massone appartenente alla sua loggia, la seguente lettera: «Venerabile fratello, carissimo, amatissimo amico! La convinzione che lei mi sia veramente amico e che mi conosca come uomo d'onore
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Disco che celebra un grande Autore
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Ennio Porrino I Canti dell'esilio (Songs of Exile) Angela Nisi soprano - Enrica Ruggiero pianoforte Brilliant Classics 2025 Il compositore sardo Ennio Porrino (1910-1959) appare oggi come un autore al tempo stesso elegante e complesso, il cui percorso creativo è segnato dalla tensione fra la ricerca delle radici identitarie
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FERRARA - Brahms presentato (le sue Sinfonie), Brahms eseguito (la Sinfonia n.4): così si è aperta lunedì 6 ottobre la stagione 2025/2026 di Ferrara Musica nel Teatro Comunale "Claudio Abbado", dopo l'anteprima del 14 settembre scorso dell'Ensemble Nova Ars Cantandi presso la Pinacoteca Nazionale di Palazzo Diamanti. Per approfondire la
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Jazz Pop Rock Etno
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Ferrara in Jazz primo week-end
servizio di Athos Tromboni FREE
FERRARA - Il 3 ottobre scorso il Jazz Club Ferrara ha dato avvio alla prima parte dei concerti della nuova stagione "Ferrara in Jazz" che si svolgerà ogni fine settimana (il venerdì, il sabato e la domenica) fino al 21 dicembre 2025. L'appuntamento d'apertura, nel Torrione San Giovanni, ha visto in pedana il sassofonista Piero Bittolo Bon con Alessandro
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Partenza con le canzoni di Guccini
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FERRARA - Alla volta dei primi freddi (o freschi) settembrini, il mondo si divide: chi si dà già ai pranzi autunnali vestendosi come se fosse il 1° di gennaio; chi ogni weekend, nostalgico del caldo, chiede al coniuge di fare “l’ultima” gita al mare; chi guarda in continuazione le mail, per sapere quando inizieranno le prime serate della stagione
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