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Ecco le prestazioni dei nuovi titolari e comprimari per i ruoli sostenuti nel rush finale del Festival 2019 |
Arena ultime quattro recite |
servizio di Simone Tomei |
| Pubblicato il 09 Settembre 2019 |
VERONA - Ebbene sì, anche il Festival Arena di Verona 2019 giunge al termine e la mia ennesima salita estiva nella città scaligera ha avuto come obiettivo quello di seguire le ultime quattro recite della stagione, con alcune interessanti novità per quello che riguarda gli interpreti che si sono succeduti sul palcoscenico.
Carmen – 4 settembre Tra nuove entrate e vecchie presenze, si conferma la farraginosità dello spettacolo firmato da Hugo de Ana, con coreografie di Leda Lojodice, luci di Paolo Mazzon e projection design di Sergio Metalli. Nel ruolo eponimo ancora Ksenia Dudnikova, egregia interprete che conquista nuovamente il pubblico con una vocalità brunita dal timbro seducente e malizioso, cui si mescola una scaltrezza scenica sempre più matura. La voce non fatica ad oltrepassare la buca orchestrale con una dizione molto curata e attenta. La vera novità della serata è la presenza del soprano Mariangela Sicilia, artista già nota al mio orecchio che si conferma una grande interprete ottimamente preparata. La sua vocalità cristallina tratteggia una Micaela nobile e fiera, senza mai perdere, al contempo, quella spensieratezza dell’innamoramento proprio del primo atto. Je dis que rien ne m’épouvante è una pagina di grande presenza scenica e vocale dove i pochi gesti, ben sottolineati dai mille colori della sua interpretazione, si sono fusi con le armonie bizetiane. Il tenore Murat Karahan, assiduo frequentatore dell’anfiteatro scaligero in questa stagione, si trova leggermente più a suo agio come Don José piuttosto che in altri ruoli uditi in Arena. L’aria La fleur que tu m’avais jetée è ben eseguita, ma la tendenza ad una piattezza interpretativa fa sempre capolino, culminando in accenti piuttosto sguaiati sul finale. Un quartetto di lusso quello dei fuorilegge: alla vocalità frizzante e argentina della Frasquita di Elisabetta Zizzo (che emerge con squillo e brillantezza) si unisce a quella più bronzea di Mariangela Marini (una Mercèdès dal fare scenico sicuro e brioso), affiancata da Gianfranco Montresor (Dancairo esuberante e al contempo signorile) e Francesco Pittari (Remendado squillante e ficcante). Complice un uso intelligente del proprio timbro e un’ottima presenza scenica, Alberto Gazale si conferma un Escamillo di gran lignaggio, sempre baldanzoso nella sua aria di sortita e alla ricerca di nuove sfumature interpretative.

Gianluca Breda è un corretto Zuniga. Merita una particolare attenzione Biagio Pizzuti (Moralès), la cui voce interessante e curata esibisce un’uniformità in tutta la gamma sonora, con acuti ben piazzati e sempre ben a fuoco. Piuttosto piatta la direzione del M° Daniel Oren: precisa musicalmente, ma povera di nuances che potevano arricchire la serata. Il primo sentore dell’aria settembrina avvolge il pubblico, che si dimostra caloroso verso tutti gli artisti.
La Traviata – 5 settembre Ultima data per il titolo di apertura della stagione, in cui Massimo Luconi (regista collaboratore), Carlo Centolavigna (scenografo collaboratore) fanno da spalla all’idea di Franco Zeffirelli, che figura come autore dello spettacolo. A completamento della parte visiva troviamo i costumi di Maurizio Millenotti (assistito da Edoardo Russo), le coreografie di Giuseppe Picone (in cui emerge la prima ballerina Eleana Andreoudi) e le luci di Paolo Mazzon. Nei panni di Violetta Valéry, Lana Kos coniuga una vocalità sublime a un’ars scenica impeccabile, dimostrando una padronanza del ruolo impressionante in ogni quadro del dramma. Chissà come sarebbe stata la “prima” con questa straordinaria artista che stupisce, affascina e commuove nel delineare la complessa figura della Dame aux camelias. Nel primo atto la sua voce frizzante irradia con facilità acuti svettanti concludendo con un Mi bemolle da paura (anche se, lo sappiamo, Violetta non è solo quella nota), mentre nel secondo l’ampia zona centrale è sostenuta da un’emissione sempre ben a fuoco con grandi doti di fraseggio. Infine la Kos conclude l’opera con un quadro vocale a tinte forti, in cui le emozioni sono ben veicolate da un canto appassionato e da suadente legato. Nel complesso, una delle migliori prove di questa stagione. Egregio anche l’Alfredo di Stephen Costello, il cui il timbro vocale è di buona fattura ed anche l’espressività del canto non delude nell’ascesa agli acuti e nel canto di conversazione. Manca però, a mio avviso, una cura più attenta alla pronuncia, inficiata da accenti errati che rendono talvolta poco piacevole l’ascolto. Giorgio Germont è il baritono Amartuvshin Enkbat, che nella correttezza formale della sua interpretazione ha tralasciato di emozionare il pubblico con il sentimento (seppur dettato dalla convenienza e dalle convenzioni sociali del tempo). Un canto corretto per una voce importante quale la sua, ma poco altro. Di valore tutti i comprimari: Clarissa Leonardi quale elegante e spigliata Flora, Marcello Nardis come Gastone, Gianfranco Montresor come Barone Douphol, Daniela Mazzucato come fedele Annina, Max René Cosotti come Giuseppe, Dario Giorgelè come Marchese d’Obigny, Alessandro Spina come Dottor Grenvil, Stefano Rinaldi Miliani come Domestico e Commissionario.

La direzione del M° Fabio Mastrangelo (tendenzialmente deludente, povera di colori, discutibile nella scelta dei tempi e discontinua nell’intesa con Coro e solisti) denota scollamenti con il palcoscenico ed un atteggiamento poco consono sul podio. Il gesto talvolta infastidisce per un modus operandi quasi clownesco e più incentrato sull’ego personale che non sulla resa dell’opera. Grande successo comunque per tutti con ovazioni per il soprano Lana Kos, alla fine e in corso d’opera.
Tosca – 6 settembre Ancora la maestosa Tosca ossia “un’opera da ascoltare con gli occhi”, citando una bella definizione del capolavoro pucciniano che si adatta perfettamente al sontuoso allestimento areniano di Hugo De Ana (che dello spettacolo ha curato regia, scene, costumi e luci). Purtroppo la giornata (densa di pioggia, fulmini e vento) non permette il montaggio completo della scenografia, facendo temere fino all’ultimo che la rappresentazione stessa venga annullata. Ma le “magie” accadono e, alle 21.30 (con una temperatura di circa 16°) inizia l’opera. Nel ruolo eponimo, il soprano Saioa Hernández trova il coraggio di mettere in scena anche i sentimenti oltre la voce, delineando un personaggio veramente accattivante, completo, elegante e forte. Il timbro è bello, robusto e solido, e stasera (a differenza della "prima" a cui vi rimando per un confronto) non lascia orfani di un canto che sappia essere tanto consolatore, ammaliante e amorevole quanto veemente e vendicativo. Note poco soddisfacenti per il Mario Cavaradossi del tenore Murat Karahan. Sapere di avere una bellissima voce rappresenta senza dubbio un buon lasciapassare per il palcoscenico, ma non basta. La sua interpretazione lo vede prima proporsi come “librettista” (alterando a piacere il testo già scritto da Giacosa e Illica), poi palesare un atteggiamento interpretativo quasi rasente il dilettantismo. Credo ci sia molto da lavorare per entrare nel personaggio… o forse si lavora troppo e non si ha tempo di maturare a dovere i ruoli. La novità della serata è il ritorno sul palco areniano di Claudio Sgura, qui nei panni del barone Scarpia. Interpretazione davvero maiuscola quella del baritono pugliese, sorretta da una piena coscienza del personaggio. La grande dimestichezza nel rendere ogni sfaccettatura caratteriale passa da una vocalità sempre idonea e mai volgare, anzi adeguatamente sibillina e laida, con quella dose di sarcasmo che non è libidine da “vecchio porco”, ma sagace lussuria. Nulla da eccepire sul resto dell’egregio cast. Romano Dal Zovo è un eccellente interprete del fuggiasco Angelotti, complici una sicura baldanza scenica unita ad una vocalità molto ben a fuoco e a una nitida dizione.

Nei panni del Sagrestano Biagio Pizzuti conferma le impressioni già espresse: “…dismesse le facezie smodate con cui spesso viene affrontato il ruolo, l'esecuzione scenica è andata in parallelo con una vocalità tornita che ha reso un ottimo servizio alla parola scenica.” Aggiungo: un cantante da seguire con interesse per una carriera che spero sempre più rivolta verso ruoli di spicco. Sciarrone è Nicolò Ceriani, un interprete di lusso per questo ruolo di fianco. A completamento del cast, Un Carceriere per la voce sicura e tornita di Stefano Rinaldi Miliani ed Un Pastorello, interpretato dalla giovane Vittoria Pozzani. Accorta e attenta con dovizia di sfumature la direzione del M° Daniel Oren, nonostante l’incedere piuttosto spedito.
Aida – 7 settembre Ultima serata in Arena con il titolo che per eccellenza caratterizza il Festival veronese: Aida di Giuseppe Verdi. Lo spettacolo porta la firma di Gianfranco De Bosio, con luci di Paolo Mazzon e coreografie di Susanna Egri in cui emergono elegantemente i primi ballerini Alessia Gelmetti, Mick Zeni e Alessandro Macario. Notizie poco edificanti per il ruolo eponimo, che questa sera è interpretato dal soprano Svetlana Kasyan. Si nota, innanzitutto, una disomogeneità nel registro vocale, dove le note più gravi sono spesso eseguite di petto a discapito di sonorità e proiezione. Anche il fraseggio è spesso discontinuo con fiati piuttosto corti e malgestiti. Il tutto va a sfavore di un’interpretazione approfondita del personaggio, che risulta anonimo e privo di fascino. Elegante e signorile, invece, Carlo Ventre nel ruolo di Radames. Qui abbiamo tutto: esperienza, teatralità, musicalità, fraseggio, intonazione, equilibrio e quella grande capacità di emozionare con accenti e con intensità sempre ben legate al momento drammaturgico. Se già in Celeste Aida si mostra precisissimo, è nei duetti del terzo e quarto atto che fa emergere ancor di più la sua natura di “animale da palcoscenico”, dominando la partitura in maniera eccelsa. Notevole interpretazione quella di Judit Kutasi nel ruolo di Amneris. La voce, ampia e ben proiettata, non fatica a dimostrare carattere nelle invettive, ma sa essere al contempo sensuale e ambrata nella scena ancillare del secondo atto. I miei positivi ricordi romani riguardanti il basso Alessio Cacciamani (nuovo in Arena) si confermano anche in questo contesto. Il suo Ramfis emerge per presenza scenica e per una vocalità rotonda, perfettamente intonata e fiera di una squillante proiezione. Anch’egli un artista da tenere d’occhio nel futuro. Un’ottima conferma gli altri componenti del cast. Altero, ma nobile l’Amonasro di Sebastian Catana, sicuro di una raffinata e salda vocalità nobilitata da un fraseggio morbido. Romano Dal Zovo affronta con sicurezza e perentorietà il ruolo del Re. Antonello Ceron è un irruente Messaggero e l’elegante vocalità di Yao Bo Hui interpreta molto bene Una Sacerdotessa. Il M° Jordi Bernacer (già presente al "Gala Domingo") dirige la sua prima e ultima Aida stagionale con esperienza e perizia. Garantisce con mano sicura il dialogo tra l’Orchestra dell’Arena di Verona e il palcoscenico, infondendo calore e colore alle pagine musicali senza perderne il senso narrativo, bensì legando le varie scene in un continuum di sfumature e agogiche degne delle migliori interpretazioni.

In queste quattro cronache ho lasciato volutamente “fuori” il Coro, diretto e preparato dal M° Vito Lombardi, per esaltare l’egregia professionalità con cui ha affrontato le quattro serate. Ha il dono dell’eclettismo nella diversità del repertorio eseguito, ma in ogni occasione sa essere quadro e cornice, passando senza apparente difficoltà dall’intimità di taluni passi ai fasti di talaltri. Le dinamiche, gli accenti, non sono mai casuali e il fulgido colore sonoro resta impresso nella mente: non potrebbe esistere il Festival Arena di Verona senza questo elemento fondamentale, che emana un’aura di dignità, sudore e fatica.
E quindi per l’ultima volta, lascio l’anfiteatro con un sentimento malinconico nel cuore, contento di aver vissuto in maniera intensa anche questa stagione. Consentitemi un’altra piccola recensione che vorrei dedicare, anche al nome del Direttore della Testata, a tutti i membri dell’Ufficio Stampa della Fondazione Arena: ci hanno offerto un grande esempio di professionalità e serietà, facilitando il nostro lavoro e rispondendo sempre in tempi celeri e con grande cortesia. Mi congedo dall'Arena di Verona e da una stagione di viaggi, di musica, di parole, di incontri, di amicizie, di sentimenti, di baci, di abbracci, di confronti, di caffè, di spritz, di cene, di dopocena, di selfie, di caldo, ma soprattutto di grande sintonia con le persone con cui ho condiviso tante serate e momenti. Ricordarli tutti nel mio cuore sarà il modo più bello per rendere ancor più veri e reali tutti gli attimi che mi hanno coinvolto fisicamente ed emozionalmente. Al prossimo anno con questa meravigliosa frase di Leopold Stokowsky, che dedico a tutti i musicisti che ho incontrato, ritrovato, conosciuto o ascoltato: «Il pittore dipinge su tela. I musicisti dipingono invece i loro quadri sul silenzio.»
Crediti fotografici: Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona Nella miniatura in alto: Nella prima miniatura in alto, l'ala svettante, caratteristica dell'anfiteatro romano Arena di Verona Nella seconda miniatura: Mariangela Sicilia nel ruolo di Micaela in "Carmen" Sotto: istantanea di Foto Ennevi sui costumi di "Carmen" disegnati da Hugo de Ana Nella terza miniatura: Lana Kos ottima Violetta per "La traviata" Sotto: una panoramica di Foto Ennevi sull'Arena per l'inaugurazione del Festival 2019 con "La traviata" Nella terza miniatura: Saioa Hernández in "Tosca" Sotto: ancora la Hernández (Tosca) con Murat Karahan (Cavaradossi) Nella quarta miniatura: Svetlana Kasyan in "Aida" Sotto in sequenza: Carlo Ventre (Radames) e Svetlana Kasyan (Aida)
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Rigoletto felice ritorno all'Opera House
servizio di Ramón Jacques FREE
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