Pubblicato il 20 Ottobre 2020
Il CollettivO CineticO ha presentato in prima mondiale i suoi 'Esercizi di pornografia vegetale'
Palpebra transustanziazione profana servizio di Athos Tromboni

201020_Fe_00_Palpebra-CollettivOCineticO_FrancescaPennini_phMarcoCaselliNirmalFERRARA - Tre giorni, sei spettacoli. Alla Sala della musica del Chiostro di San Paolo, il CollettivO CineticO ha presentato in anteprima mondiale il suo ultimo spettacolo di danza, Palpebra - site specific parte della ricerca «Esercizi di pornografia vegetale», secondo appuntamento del festival di danza contemporanea del Teatro Comunale "Claudio Abbado" di Ferrara. A partire dal 19 ottobre 2020, con due spettacoli giornalieri, la compagnia fondata e guidata da Francesca Pennini ha accolto una trentina di spettatori per ogni andata in scena, opportunamente distanziati e mascherinati (diciamo "mascherinati" che è neologismo nostro, ben distinto e diverso dalla parola "mascherati" e dal suo significato) nel rispetto delle norme anticovid.
Come negli altri lavori del CollettivO CineticO, il concept è della Pennini, mentre per la drammaturgia le si affianca l'inseparabile Angelo Pedroni, entrambi autori e anche danzatori di Palpebra; insieme a loro hanno danzato Carmine Parise, Teodora Grano, Simone Arganini, Riccardo Guidarini e Pietro Vicentini: questi ultimi due hanno compiuto una breve performance in scena, poi sono andati alle due batterie presenti a destra e a sinistra del praticabile che faceva da palcoscenico, per accompagnare con le percussioni la danza degli altri cinque.
Il praticabile aveva il pavimento bianco, il fondale era un grande schermo elettronico che trasmetteva in bianco/nero non immagini ma diagrammi, onde, oscillazioni luminose. L'inizio della Palpebra vede entrare i danzatori uno alla volta, assumendo un passo di marcia: ecco Parise, la Grano, Arganini, la Pennini, Pedroni e poi, insieme, Guidarini e Vicentini.
Ma (ci siamo chiesti) avranno importanza i nomi? Presumibilmente no, perché (dice il loro programma-manifesto) «La dimensione vegetale è criptata sotto la pelle degli abitanti della scena in uno slittamento di parametri, un radicale e silenzioso scivolamento del punto di vista, un fuori-fuoco dell'antropocentrismo ... Due poli percussivi leggono il movimento, creano il tempo con il suono. Musiche segrete traspirano da corpi silenziosi. Si fanno puro ritmo. Diventano enigma identitario.»
Senza richiamare l'antica filosofia di Aristotele tesa a ragionare sulla distinzione fra vita animale e vita vegetale, viene in mente il pensiero del filosofo Emanuele Coccia (vivente) che spiega come la vita vegetale sia caratterizzata innanzitutto dall’autotrofia, ovvero la capacità di vivere senza doversi cibare di altri esseri viventi, né di materia organica: «Le piante - dice Coccia - vivono di anidride carbonica, luce solare e acqua (oltre che dell’azoto che assimilano grazie alla simbiosi con le micorrize). È quello che la fotosintesi clorofilliana permette loro di fare: sfruttare l’energia proveniente dal sole per alimentare il proprio metabolismo e costruire il proprio corpo strappando carbonio all’aria che le circonda. Sono esseri letteralmente capaci di animare la materia non vivente, di trasformare il mondo inorganico in fonte e forma di vita potenziale.»

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E allora (chiediamo) non è un po' come se «... La dimensione vegetale» fosse «criptata sotto la pelle degli abitanti della scena » inducendo i corpi a divenire «... esseri letteralmente capaci di animare la materia non vivente, di trasformare il mondo inorganico in fonte e forma di vita potenziale.»?
La domanda è retorica, ma pertinente. Il problema è che la risposta non c'è (o non c'è ancora, forse non ci sarà mai) e proprio Palpebra non riesce fino in fondo a dare risposte a chi assiste allo spettacolo, ma solo un abbozzo di risposta, per chi la sapesse cogliere senza arrendersi al facile disimpegno dell' "io non ho capito niente!"
E dunque, tolte le certezze e ammesse le transustanziazioni profane di corpi umani che assumono «la dimensione vegetale» diventa accettabile, verosimile, persino bello, bellissimo, quel che avviene davanti agli occhi, hic et nunc, on site specific.
Dunque i danzatori entrano in scena uno alla volta. Salvo i due danzatori-percussionisti, che entrano in scena assieme. Ma qui c'è un primo enigma che si pone e stimola una risposta interpretativa dello spettatore a proprio insindacabile giudizio e parere: perché tutti i danzatori salvo uno partono, per la loro marcia, con il piede destro, mentre invece quell'uno - a solo lui fra tutti - parte con il piede sinistro? Sarà che lui è mancino? Pare banale la risposta... O è perché quella diacronia della partenza, che si mantiene per tutta la marcia, deve assumere un significato? Quale? Non azzardiamo risposte.
Altri enigmi: perché la marcia non è coreografica né armonica ma disarmonica, zigzagante, ondivaga, dove ognuno percorre una propria traiettoria e nessuno si incontra mai, né si sfiora mai, né comunica mai neanche con i gesti? Non azzardiamo risposte.
Perché il movimento, quando è finita la marcia e tutti sono già in scena mentre i due percussionisti sono andati alle rispettive batterie, perché il movimento - dicevamo - si anima di gesti sgraziati e disassati per alcuni/alcune e di gesti aggraziati (quasi di danza classica) per altri/altre? Non azzardiamo risposte.
Mentre i danzatori si muovono sul praticabile bianco, le percussioni aumentano di intensità e subentrano anche effetti elettronici, il tutto videografato sullo schermo del fondale con forme che aumentano di intensità trasmutando dal filo sfrangiato (disegnato da una percussione sola, debole, con pause di silenzio) al muro compatto (disegnato dall'insieme di percussioni in forte o fortissimo, mixate a un suono elettronico che va in crescendo).
Lo spettacolo è indubbiamente metalinguistico, ma poi anche metaforico e metafisico, dipende dalla libera interpretazione di chi assiste cercando di razionalizzare ciò che non è razionalizzabile: la transustanziazione profana e quel che ne consegue (senza mai arrendersi al facile disimpegno dell' "io non ho capito niente!").
La parte danzata va avanti per una mezz'ora, in un crescendo di gestualità consono al crescendo delle percussioni e del suono elettronico... poi i corpi si immobilizzano improvvisamente, restando come pietrificati ognuno nella posa e nel gesto assunti durante l'attimo fuggente dell'ultima nota musicale.
Entrano in scena i due percussionisti che avvisano il pubblico, uno parlando in italiano e l'altro in inglese, che «... la danza è finita, ora comincia la performance. Ognuno dei danzatori resterà immobile nella propria posa finché riuscirà a resistere. Per cui non si sa a che ora terminerà questo spettacolo. Voi del pubblico potete restare o andarvene» (ma nessuno si è mosso dalla seggiola).

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Il primo dei cinque danzatori a cedere è stato quello che era entrato per primo e che per primo aveva cominciato a danzare; esattamente 7 minuti dopo l'attimo fuggente dell'ultima nota musicale; il quinto a cedere è stato chi aveva cominciato a danzare per ultimo, e ha ceduto esattamente 22 minuti dopo l'attimo fuggente. Durata dello spettacolo, dunque 52 minuti. Questo nel pomeriggio del 19 ottobre. La sera del 19 e gli altri due giorni di repliche, durata dello spettacolo... finché l'ultimo danzatore/danzatrice è riuscito a restare immobile.
Applausi. Meritati.

Crediti fotografici: Marco Caselli Nirmal per il Teatro Comunale "Claudio Abbado" di Ferrara
Nella miniatura in alto: Francesca Pennini





Pubblicato il 10 Ottobre 2020
Don Juan prima assoluta dello svedese Johan Inger nel Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara
Aterballetto stavolta ha fatto centro servizio di Athos Tromboni

201010_Fe_00_AterballettoDonJuan_JohanIngerFERRARA - Aterballetto con Don Juan stavolta ha fatto centro. Questa lunga opera in danza, inventata dal coreografo ed ex ballerino Johan Inger sulla figura letteraria di Tirso de Molina, di Molière, di Bertold Brecht e dell’opera teatrale di Suzanne Lilar, è molto piaciuta al pubblico ferrarese e non c'è dubbio che essa rappresenta una coreografia che entrerà nel repertorio di tutte le compagnie in grado di allestirla: il sottotiolo è "creazione a serata intera per 16 danzatori" e dunque molta parte dello spettacolo è dedicata alla danza collettiva, con i principali interpreti in primo piano; e i duetti o i terzetti danzati fanno come da trait-d'union fra le varie parti dove esplode la fantastica abilità di tutti i danzatori di andare assieme, in una magica e coinvolgente sincronia: il che sarebbe normale per la danza classica, ma per questo Don Juan che è danza contemporanea (mischia i generi ma avendo alla base gli stili classici), non è affatto scontato. Non è scontato perché le figurazioni e il dinamismo di Johan Inger sono in gran parte nuove, del suo bagaglio ideale certo, ma nuove; e dunque di difficile combinazione sincronica. Servono degli eccellenti danzatori e danzatrici.
Grazie alla rinnovata compagnia di Aterballetto, l'allestimento del Don Juan ha mostrato - oltre alla suggestione della gestualità sincrona - anche la meraviglia per la gestualità innovativa.
Un buon contributo al successo complessivo dello spettacolo lo dà certamente la musica di Marc Álvarez (minimalismo intelligente, concentrato su violino, violoncello, chitarra elettrica e percussioni, ma con ampie citazioni anche da musiche settecentesche di Gluck, reinterpretate e fuse col minimalismo) che scandisce quella mutevole gestualità, a volte spigolosa, a volte ironica e irridente, a volte drammatica, a volte sensuale, di cui sono portatori i personaggi principali e anche tutta la compagnia di Aterballetto.
Hanno danzato i solisti Saul Daniele Ardillo (Don Juan), Philippe Kratz (Leo o Leporello, se si preferisce), Ina Lesnakowski (Madre di Don Juan), Estelle Bovay (Donna Elvira), Giulio Pighini (Masetto), Serena Vinzio (Zerlina), Ivana Mastroviti (Donna Anna), Adrien Delépine (Don Ottavio), Martina Forioso (Tisbea) e Arianna Kob (Inés). Meritano però citazione anche gli altri sei danzatori che assumevano la funzione del "coro", tutti bravissimi, e sono: Clément Haenen, Sandra Salietti Aguilera, Roberto Tedesco, Hélias Tur-Dorvault, Minouche van de Ven e Thomas van de Ven.
Detto del merito dello spettacolo e della danza, è necessario a questo punto riepilogare, desumendo dai programmi di sala dal librettone dello spettacolo consegnato alla stampa, i contenuti oggettivi di questa originale produzione, firmata come si è detto dal coreografo svedese Johan Inger: per Don Juan, infatti, lo stesso Inger e il drammaturgo Gregor Acuña-Pohl hanno consultato venticinque diversi testi ispirati al personaggio, oltre ai citati Tirso de Molina, Molière, Bertold Brecht e Suzanne Lilar. Le intenzioni erano che in questo Don Juan la danza diventasse la lente d’ingrandimento dei singoli caratteri, e svelasse in modo sottile – ma evidente – il mondo interiore degli uomini e delle donne in scena: obiettivo perfettamente centrato ("Aterballetto stavolta ha fatto centro").

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«Ancor più importante è la connessione con la contemporaneità. Il personaggio - si legge nella pubblicistica dello spettacolo - attraversa il percorso della propria solitudine senza sfuggire alla superficialità, la stessa che sembra caratterizzare anche i nostri giorni. Sullo sfondo s’illuminano temi rilevanti, tra i quali la complessità del dialogo tra generi.»
Attraverso una lettura innovativa psicanalitica, viene riscritta la relazione del Don Juan con la figura del Commendatore, quest’ultima sostituita dall’introduzione della “Madre”. E Don Juan diviene un essere umano che probabilmente ha subìto il grande trauma dell’abbandono materno. Quella la figura che incombe sul protagonista. In ogni incontro con l’altro, il seduttore seriale cerca la madre, per questo non può impegnarsi in nessuna relazione o situazione.
Sulla partitura originale di Marc Álvarez, creata come già detto per l’occasione, i sedici danzatori di Aterballetto raccontano il Don Juan in un atto unico, immersi in uno spazio scenico, curato da Curt Allen Wilmer, senza connotazioni definite dal punto di vista geografico o storico: un labirinto di strutture mosse a vista dai danzatori. I bei costumi che sono invece molto connotati, grazie all'invenzione visiva di Bregje van Balen. Lo spettacolo, dopo il debutto assoluto di Ferrara – che ha avuto un’anteprima il 6 ottobre scorso a Reggio Emilia – si sposterà a Parigi, al Théâtre de Chaillot dal 14 al 18 ottobre. E poi in altre località italiane e straniere che sarebbe lungo citare.

Crediti fotografici: Nadir Bonazzi per l'Ufficio stampa del Teatro Comunale "Claudio Abbado" di Ferrara
Nella miniatura in alto: il coreografo svedese Johan Inger
Sotto: scene dal Don Juan allestito da Aterballetto





Pubblicato il 20 Settembre 2020
Presentato il Festival di Danza Contemporanea 2020 del Teatro Comunale 'Claudio Abbado'
Tredici danze sul mutamento

200920_Fe_00_FestivalDanzaContemporanea2020_MarinoPedroniFERRARA - Mutevolmente in atto. Incertezze, perdita di punti di riferimento, nuovi modi di comunicare e di connettersi al mondo. Il 2020 è l’anno in cui tutto è cambiato. Come recepisce questo mutamento il mondo della danza contemporanea? La nuova Stagione di danza si apre, come di consueto, con il Festival di Danza Contemporanea, a cura del direttore della Fondazione Teatro Comunale di Ferrara, Marino Pedroni. Il Festival è realizzato con il sostegno e la collaborazione di Mibact, Regione Emilia Romagna e Comune di Ferrara. Fino al 19 dicembre 2020, saranno 13 gli appuntamenti all’interno dello storico Festival, apprezzato da critica e pubblico in tutta Italia (e non solo) e punto di riferimento per i coreografi internazionali. Il filo che più di altri sembra connettere le singole date in cartellone, quest’anno, è quello della metamorfosi.
L'intervento di Marino Pedroni, Direttore della Fondazione Teatro Comunale di Ferrara: «La danza contemporanea ha sempre respirato e vissuto le esperienze dei soggetti e le relazioni che si stabiliscono e mutano all’interno di una comunità e tra le generazioni, facendo saltare i confini tra linguaggi e forme. Al centro di tale assunto sta il corpo inteso anatomicamente, ma anche nel suo pregnante segno sociale. La condizione che si è determinata con la pandemia da coronavirus ha evidenziato ancor di più questa posizione. Nel periodo di lockdown, infatti, coreografi, dramaturg e danzatori si sono interrogati circa il senso e il futuro dell’arte coreografica e questa riflessione ‘artistica’ è ben presente nel progetto del Festival di Danza Contemporanea 2020.»
L'intervento di Mario Resca, Presidente della Fondazione Teatro Comunale di Ferrara: «In tempi record il Teatro Comunale Claudio Abbado è stato tra i primi in Italia a riaprire, già il 15 giugno. È rimasto attivo anche d’estate, proponendo molte attività fuori dal Teatro. Ora, inauguriamo le Stagioni 2020/21 di Danza, Prosa e Lirica con il Festival di Danza Contemporanea, con modalità diverse dagli anni precedenti, dettate dall’emergenza sanitaria e dalle conseguenti disposizioni normative vigenti nel nostro Paese. Non ci sarà, infatti, la disponibilità di tutti i posti presenti in sala (attualmente circa 350 su 946). Per questo non sarà possibile strutturare le Stagioni con i tradizionali turni di abbonamento. Abbiamo però voluto premiare chi da tempo segue il Teatro, riservando per gli abbonati della precedente Stagione una scontistica agevolata, in un periodo di prelazione, con l’apertura della biglietteria per l'acquisto di biglietti dei singoli spettacoli di Danza. Lo stesso sarà per gli spettacoli di Prosa e Lirica.»
L'intervento di Marco Gulinelli, Assessore alla Cultura del Comune di Ferrara: «Trattasi del corpo, ovvero il primo strumento che impariamo ad usare nella vita. All’inizio è una scoperta individuale, ma poi diventa un esperienza sociale e di partecipazione collettiva esattamente come la Danza. Un modello di espressione e di comunicazione attraverso il corpo, quindi di pensiero e sentimenti. Il Teatro Comunale di Ferrara “Claudio Abbado” ha da sempre legato nel nome della danza Stagioni spettacolari di altissimo livello qualitativo documentati, nei decenni, dagli scatti del fotografo Marco Caselli Nirmal detentore dell’Archivio documentale più importante del nostro Teatro. Così sarà per la stagione 2020/2021, una stagione particolare ancora caratterizzata dall’emergenza epidemica. Sarà una sfida in più attraverso un’arte bellissima, avremo così modo, come diceva Pina Bausch, di scoprire anche qualcosa in più di noi stessi.»

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QUATTRO PRIME ASSOLUTE. Quattro saranno le prime assolute, tra cui il 9 ottobre “Don Juan” di Aterballetto, con la coreografia di Johan Inger che ritorna a Ferrara dopo alcuni anni con i danzatori di Aterballetto. Questa anteprima internazionale – per la quale un ringraziamento particolare va a Maria Luisa ‘Lisi’ Vaccari – è anche il primo spettacolo della Stagione in cartellone dopo l’anteprima di settembre del Collettivo Cinetico. Altra prima assoluta è quella che il 30 ottobre riporta a Ferrara il grande coreografo e danzatore fiammingo Wim Vandekeybus con “Hands don’t touch your precious Me. A dialogue between the universes of Wim Vandekeybus, Olivier de Sagazan and Charo Calvo”. Vandekeybus torna a Ferrara, dopo aver lasciato una traccia assai significativa negli anni novanta e nei primi anni del nuovo secolo. Il coreografo, tra quelli che più hanno segnato la danza di questi ultimi decenni, propone un colloquio denso con il performer e artista visivo Olivier de Sagazan e la compositrice Charo Calvo.
Un altro incontro molto atteso del Festival di Danza Contemporanea 2020 è quello del 4 novembre, con il coreografo Emio Greco che insieme a Pieter C. Scholten ha creato “Blasphemy Rhapsody”, maturato proprio durante il lockdown vissuto dal mondo quest’anno, e ne riporta in scena tutti i segni. Un altro elemento di novità sarà l’anteprima di “Manifesto cannibale” dal titolo “PALPEBRA”, messo in scena dal Collettivo Cinetico, compagnia residente nel nostro teatro. Palpebra (in programma il 2 dicembre) è lo sviluppo di un lavoro presentato nell’edizione 2019 del Festival, in cui la compagnia si intrattiene sul mondo vegetale e sulle musiche di Franz Schubert.
IL PROGRAMMA CONTINUA... Il Festival si compone altresì del lavoro di Giorgio Barberio Corsetti, “La Gaia Scienza. La rivolta degli oggetti”, tratto da Vladimir Majakovskij, spettacolo del 1976 riallestito all’interno del Progetto RIC.CI. curato da Marinella Guatterini, con tutta la sua abituale carica di vitalità e intelligenza formidabile (il 14 ottobre). In programma anche Cenerentola in cui per la prima volta il Nuovo Balletto di Toscana si lascia guidare al capolavoro di Prokof’ev dal coreografo praghese Jiri Bubenicek (14 novembre) e “Metamorphosis” di Virgilio Sieni (28 novembre) in cui l’artista si nutre della poesia e del pensiero di autori che si sono interrogati sul mutare delle cose secondo un’idea originale di spazio tattile. Di quest’ultimo autore si presenta anche “Danza cieca”, una produzione in cui Virgilio Sieni e il danzatore non vedente Giuseppe Comuniello sono protagonisti di un duetto sulla tattilità (26 novembre).

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Il Festival si è aperto (8 e 9 settembre) e si chiuderà (17 e 19 dicembre) con quattro puntate di “Cinetico Voodoo”, un dispositivo live streaming, una sorta di ‘gioco di società digitale’, che permetterà di seguire e intervenire a distanza su eventi performativi che accadono negli spazi del teatro a cura della compagnia Collettivo Cinetico, guidata da Francesca Pennini. Questi ultimi appuntamenti costituiscono un’originale restituzione delle riflessioni che in questi ultimi mesi di pandemia si sono fatte all’interno del mondo della danza rimettendo in questione il ruolo del coreografo, del danzatore, dello spettatore rispetto alla presenza dal vivo o in remoto e alla possibilità di intervenire sull’accadimento artistico.
FUORI DAL TEATRO: in un palazzo storico e in relazione attiva con lo spazio cittadino, il 18, 20 e 21 novembre verrà presentato “Dialogo terzo: IN A LANDSCAPE” della compagnia Collettivo Cinetico con la coreografia di Alessandro Sciarroni (Leone d’Oro per la Danza 2019).
FUORISTRADA: come accade da molti anni, non mancherà nemmeno Fuoristrada, la rassegna dedicata alle compagnie emergenti, con due appuntamenti sul palcoscenico del Teatro con pubblico in gradinata. Sabato 5 dicembre ore 21 con “Beat” della Compagnia Igor x Moreno e con la direzione di Igor Urzelai & Moreno Solinas, interprete Margherita Elliot, e domenica 6 dicembre ore 21 con un altro spettacolo in via di definizione.

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ATTIVITÀ COLLATERALI: il Festival presenterà una ricca proposta di attività collaterali di approfondimento: incontri con gli artisti condotti da critici ed esperti del settore, proiezione di film, presentazione di libri a cura dell’Associazione Amici della Biblioteca Ariostea, workshop fotografici e coreografici.
DUE NOVITÀ. Agli abbonati della scorsa Stagione è riservata una scontistica particolare valida il 19, 21, 22 e 23 settembre 2020. L’acquisto agevolato può essere effettuato esclusivamente in biglietteria nei consueti giorni e orari di apertura, mentre la prenotazione può essere effettuata sia telefonicamente al numero 0532.202675, che via email all’indirizzo biglietteria.teatro@comune.fe.it. Da giovedì 24 settembre avrà inizio la vendita dei biglietti per tutti gli spettacoli. Inoltre, da quest’anno saranno presenti in sala Posti PRIME in platea e nei palchi centrali.
CONTATTI e ORARI BIGLIETTERIA
Telefono 0532.202675 / Mail: biglietteria.teatro@comune.fe.it
lunedì-venerdì
15.30-19 / sabato 10-12.30 / 15.30-19 / domenica e festivi riposo
Info e acquisto biglietti online www.teatrocomunaleferrara.it
PREZZI e RIDUZIONI: la fascia di prezzo varia a seconda degli spettacoli in programma. Info in biglietteria e sul sito.
Altre riduzioni sui biglietti per under 30 anni, over 65 anni e gruppi.
IL PROGETTO GRAFICO DELLA NUOVA STAGIONE: per la Stagione di Danza, il progetto grafico gioca sul concetto di acqua e aria, elementi che raccontano mondi liquidi, in trasformazione. Proposto da Creativite, la nuova scelta grafica del Teatro Comunale di Ferrara interpreta i tempi, mai come quest’anno entrati in contatto con il cambiamento, il mutamento. Per mutare, però, bisogna conoscere le proprie origini, la nostra natura essenziale. Parte da qui il coinvolgimento degli elementi naturali, associati alle nuove Stagioni del Teatro, che verranno declinati su tutti i canali comunicativi. La volontà è quella di utilizzare e reinterpretare il logo, che richiama la Rotonda Foschini simbolo della Fondazione, ma anche sinonimo di evoluzione e trasformazione. (a.t.)

Crediti fotografici: Nadir Bonazzi, Paolo Porto e Fototeca gli Amici della Musica.Net
Nella miniatura in alto: il direttore del Teatro Abbado, Marino Pedroni
Sotto in sequenza: foto di scerna da Don Juan (Aterballetto), Hands do not touch precious me (Vim Vandekeybus), Danza cieca (Virgilio Sieni) e Blasphemy rhapsody (Emio Greco)






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Quell'autunno 1989 e il decennio successivo videro lievitare l'interesse dei ferraresi
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