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In scena a Rovigo una nuova produzione del lavoro in un atto di Cocteau/Poulenc

Il telefono, la tua voce...

intervento di Athos Tromboni

Pubblicato il 21 Dicembre 2024

20241221_Ro_00_LaVoixHumaine_EkaterinaBakanova_phNicolaBoschettiROVIGO - La voix humaine. Testo intrigante, regia deludente. Pubblico sparuto in sala e nei palchi del Teatro Sociale; comunque plaudente, quindi soddisfatto. Grazie a Julia Cherrier Hoffmann, l'interprete. Si potrebbe liquidare così, la recensione: con un twett... ah... oggi non c'è più twitter, c'è X... allora come si dice? Si potrebbe liquidare così, la recensione: con una X. Però il pronunciamento del cronista deluso va spiegato, non si può liquidare con una X.
Dunque, cominciamo dal principio, partendo dalla fonte: Jean Cocteau ha scritto per il teatro di prosa La voix humaine nel 1930, poi Francis Poulenc ci ha messo la musica nel 1958. E il vero protagonista della pièce è il telefono. Il telefono a filo. Quello che non ti consente spostamenti oltre la lunghezza del cavo che collega la presa a muro all'apparecchio. Fosse anche (come hanno fatto alcuni registi in anni passati) un filo lunghissimo. Ma un filo. E una cornetta.
20241221_Ro_01_LaVoixHumaine_DavideCavalli_phNicolaBoschettiChe poesia si cela tuttora nella sagoma a barchetta della cornetta, rimasta immutata dai tempi di Cocteau e quelli di Poulenc e su su fino a che il filo non è stato sostituito dall'etere e i pali piantati lungo strade e fossi sostituiti dai satelliti orbitanti intorno a madre Terra.
Allora qual è l'idea scontata per una mise en éspace dei tempi nostri? Ovvio, il telefonino cellulare! Che poi sostituire nella mise en éspace il telefono con il telefonino è già di per sé diminutivo non solo dei volumi, ma anche dei contenuti. Rispetto a Cocteau, s'intende. Che invece, lui, in quel dialogo tra lo stralunato, il mendace e il disperato della protagonista al telefono, di contenuti ne ha messi, annodati a un filo e a delle interferenze sulla linea che originano l'angoscia della protagonista e alimentano i suoi disperati appelli alla centralinista che lasci libera la linea e non la faccia cadere. Altri tempi.
Oggi no, quel testo è persino banale e svuotato di contenuti se lo si attualizza. E mantiene tutti i contenuti, invece, se lo si storicizza. Perché quel testo è testimone non del fatto, ma del tempo. "Il telefono, la tua voce" era lo slogan pubblicitario di quando la Tim si chiamava Sip, un segno del tempo appunto.
Poi la scelta registica è stata quella di ambientare la telefonata della protagonista non in una casa o in un appartamento, ma in una saletta d'ospedale (l'idea non è nuova: rimarrà nei ricordi belli quella regia di Robert Carsen di anni fa a Bologna, quando La voix humaine fu interpretata da una stratosferica Anna Caterina Antonacci...) ci può anche stare; quel che convince di meno (nella mise en éspace del Teatro Sociale di Rovigo) è che la telefonata non è fatta a un uomo vivo, ma a un uomo morto: dunque immaginaria, non reale, allucinata e allampanata.
Anche in questa regia rodigina c'è un filo: è quello della fleboclisi applicata al polso della protagonista, filo che viene più volte strappato e altrettante volte riapplicato da una solerte e silente infermiera in camice verde; ma questo filo è il tramite di una cura fisiologica, non il tormentato oggetto d'una situazione psicologica, come fu (è) il filo del telefono con la cornetta fatta a barchetta.

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La protagonista si muove in scena trascinandosi il trespolo, così il suo gesticolare quale sottolineatura delle emozioni è deprivato del movimento delle mani, l'una impegnata a trascinare il trespolo, l'altra impegnata a reggere il telefonino. Le mani non raccontano, dunque, la tensione delle situazioni (come in altre rappresentazioni viste e apprezzate) ma l'impedimento fisico; e dunque non partecipano al conflitto psicologico.
L'allestimento rodigino non prevedeva l'orchestra, ma il pianoforte. Ai fini espressivi cambia quasi nulla: perché la musica di Poulenc è avara di note e ricca di accenti e accenni percussivi.

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20241221_Ro_03_LaVoixHumaine_IlMortoEkaterinaBakanova_facebook_phNicolaBoschetti 20241221_Ro_04_LaVoixHumaine_IlMortoEkaterinaBakanova_facebook_phNicolaBoschetti

Ottimo il pianista Davide Cavalli, attento e pulito nell'accompagnamento della Julia Cherrier Hoffman.
E lei, la Cherrier Hoffmann, è perfetta interprete d'una donna affetta da disturbo bipolare: brava, brava, brava.
Il colpo di teatro extratestuale è, però, riservato all'ultima scena, là dove il regista Gianmaria Aliverta (curatore anche di scene e costumi) sottolinea nelle note di sala che «... solo alla fine, il pubblico potrà intuire il peso della separazione che l'ha spinta sull'orlo dell'abisso, un abisso che si svelerà con un ultimo, tragico respiro»:  che succede? Semplice: discostandosi da Cocteau la protagonista non precipita nel mal d'amore che sa impietosire mandando in crisi le anime sensibili; né poteva farlo perché il suo uomo è voluto morto in questa mise en éspace; così lei si spara un colpo alla tempia. Una forzatura che nulla aggiunge alla drammatizzazione ben più struggente dell'abbandono. Perché vivere nel dolore ci vuole tanto coraggio, mentre spararsi un colpo è un arrendersi alla codardia.
Confortevole la reazione del pubblico. Tanti applausi, come s'è già detto. Replica domenica 22 dicembre ore 16,00.
(la recensione si riferisce alla recita di venerdì 20 dicembre 2024)

20241221_Ro_05_LaVoixHumaine_SalutiFinali_phNicolaBoschetti

Crediti fotografici: Nicola Boschetti per il Teatro Sociale di Rovigo
Nella miniatura in alto, al centro e sotto: Julia Cherrier Hoffmann
In alto a destra: il pianista Davide Cavalli
In fondo: i saluti del cast a fine recita






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