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Il Nabucco inaugurale della 102.esima edizione di Verona Opera Festival andrā in mondovisione |
Nabucco oltre l'essenziale |
intervento di Athos Tromboni |
| Pubblicato il 14 Giugno 2025 |
VERONA - Che Nabucco di Giuseppe Verdi, bandiera dell'irredentismo italiano, potesse essere un opera-ballo, non era scontato. Eppure centottantatré anni dopo si è dimostrato possibile: ci è riuscito il regista Stefano Poda, con un allestimento in Arena di Verona che ha sfidato ogni tradizione e ogni immaginaria previsione costruendo uno spettacolo sopra le righe... «Io sono un istrione, ma la genialità è nata insieme a me... » cantava Charles Aznavour nei mitici anni '60 del Novecento. Ecco, adattiamolo a Poda, il sillogismo. Egli, per questo allestimento che ha inaugurato ieri, 13 giugno 2025, la centoduesima edizione dell'Arena Opera Festival nel teatro all'aperto più grande del mondo in una serata da tutto esaurito (sold-out, spellingano i fichissimi...), si è sbarazzato di ogni possibile ed eventuale interferenza tecnica, storica, e/o filosofica di terzi, firmando da solo regia, scene, costumi, luci e coreografia ... io sono un istrione e la genialità è nata insieme a me ... punto. E ha costruito uno spettacolo da gran-gala areniano, visto che andrà in mondovisione sabato 21 giugno per la Giornata Mondiale della Musica. Quale la sintesi e le caratteristiche? Presto detto: esuberanza coreutica, meticolosità tecnica, magniloquenza scenica, abilità tecnologica, ritmo da tarantolati, trovate da coup-de-théâtre, trasgressione... e aggiungiamoci tutto ciò che possa essere in contrapposizione a consuetudine, insipienza, tradizione, semplicità, pertinenza, sciatteria, deja-vu, e persino... moda. Insomma, uno spettacolo certamente originale, costruito grazie a quattrocento addetti fra artisti, figuranti e tecnici, tremila costumi di fogge diverse a seconda delle etnie che la drammaturgia ideata da Temistocle Solera per Verdi prevedeva in scena; poi luci in scena, in cielo, in ogni spazio ove potesse arrivare la vista dello spettatore; luci, luci, luci, applicate persino sui costumi, in una fantasmagoria di gusto ultrabarocco, dove per barocco s'intenda non il significato musicale o artistico, ma il significato estensivo di stravagante e bizzarro. Uno spettacolo generato proprio dalle onnipresenti coreografie più che dal canto dei protagonisti.



In scena poche cose: una torre della "Vanità" e due semisfere luminose a indicare i due mondi etnicamente diversi e contrapposti, quello degli Assiri di Babilonia e quello degli Ebrei loro prigionieri discriminati e nemici. Due semisfere che al termine si uniranno in una sfera unica, simbolo della pacificazione fra le etnie (cioè metafora della pace raggiunta; e, nella realtà d'oggi, messaggio di controtendenza). E poi, via via durante lo spettacolo, alcune strutture montate direttamente a vista (cioè, in scena) dai figuranti, come per esempio le gabbie-prigione costruite dagli Assiri per segregare gli Ebrei in attesa della decretata decimazione razziale. È difficile riassumere in una cronaca musicale tutto il contenuto di questa moderna messa in scena del Nabucco in Arena. Ma non sarebbe - qui - l'essenziale il descrivere l'allestimento. Chi volesse documentarsi dell'essenziale può farlo la sera del 21 giugno prossimo su Rai Tre (mobilitati per i commenti pre e post, e per le interviste inter-act, i benemeriti attori Cristiana Capotondi e Alessandro Preziosi, che con tanto di "gobbo" a portata di naso visibile anche agli spettatori di platea e gradinate raccontavano rave e fave della serata).

  
Allora preferiamo scrivere - per dovere di cronaca e per si parva licet componere magnis - sul sostanziale inessenziale della serata. Ecco l'inessenziale: i commenti della gente ma anche di una parte della critica accreditata, durante l'intervallo; commenti che a caldo si manifestavano come i più disparati, da quelli favorevoli (bello! suggestivo! originale!), a quelli cauti e sospensivi del giudizio sul Nabucco firmato da Poda (boh!? aspettiamo.... vedremo...), a quelli addirittura derisori o censori (che trionfo della vanità! che patchwork! che obbrobrio! che ridicolaggine!). Era un giudizio su Poda, quel che veniva espresso nei commenti a caldo dal "popolo" dell'Arena, non un giudizio sul Nabucco che era e rimane un capolavoro onusto nei secoli. Ma, si sa, quel regista factotum ha estimatori e detrattori negli angoli del mondo: fra gli estimatori, pensiamo di elencare primus inter pares la sovrintendente Cecilia (Gasdia) che nelle dichiarazioni pubbliche e nelle scelte ha dimostrato il coraggio tigresco di affidarsi a lui, a Poda, per lo spettacolo più atteso e importante del Festival 2025. Fra i detrattori... non ci compete citarli, si possono individuare nelle pagine di riviste e giornali a stampa e on-line. Leggendone giudizi e cronache che immaginiamo copiose, trattandosi dell'Arena di Verona. E il vostro cronista di questa piccola, esclusiva e importante testata che state leggendo, voce dei circoli lirici e musicali? Non è difficile capirlo: io mi schiero fra gli estimatori, perché la genialità non può essere dimidiata, né derisa, né ignorata. Giudizio favorevole, senza puzze sotto il naso. È vero, nella messa in scena c'è stata qualche esagerazione (il fulmine che colpisce e fa impazzire Nabucco quando si proclama Dio che, esplodendo in un gran botto improvviso, ha fatto sobbalzare tutti perché era il boato d'una bomba atomica e non un fulmine; le luci poste sui costumi di tutti - coro ballerini e figuranti - nel terzo e quarto atto che facevano sembrare il tutto un presepe popolare di cattivo gusto; altre manifestazioni ultrabarocche nelle scene d'insieme...) ma il positivo giudizio d'insieme non si può ritenere invalidante per eccesso di trovate, in uno spettacolo votato proprio all'eccesso per impostazione programmatica. Dunque - come si diceva più sopra - un Nabucco traslitterato da opera lirica a opera-ballo. Dentro gli effetti di grande suggestione, va rilevata la straordinaria bravura del corpo di ballo, dei figuranti e del coro (istruito da Roberto Gabbiani), va lodata l'eccellenza stilistica delle masse protagoniste senza sbavature durante l'intera messa in scena (o comunque con qualche sbavatura trascurabile, quindi labile graffio alla perfezione, ma non elemento pregiudicabile della godibilità). Ultima nota di cronaca: la serata è stata introdotta dall'inno nazionale (oggi non si chiama più - secondo i perfezionisti della filologia patriottarda - "Inno di Mameli" ma è titolato come altisonante - altisonante? - "Canto degli italiani"), eseguito dal coro che, come negli anni passati, indossava mantelle verdi bianche e rosse.


E veniamo alla sostanza dell'esecuzione musicale: il ritorno del maestro Pinchas Steinberg sul podio dell'Orchestra della Fondazione Arena di Verona ha avuto esiti alterni: a volte sublimi (come nell'esecuzione di S'appressan gli istanti e di Immenso Jehova chi non ti sente?) a volte assolutamente routinari (come nell'esecuzione del Va pensiero accolto tiepidamente dal pubblico e per la prima volta a nostra memoria terminato senza la richiesta di bis): per esternare il giudizio complessivo del vostro cronista si espongono qui le lapidarie note degli appunti della serata relative alla prestazione del direttore: "molta infatuazione paracameristica", "ricerca di suoni estranei a Verdi"; "lentezza esasperante nello stacco dei tempi"; "sostanzialmente noioso"... insomma, una conduzione non proprio coinvolgente. Sui cantanti, pensati dalla regia come solisti programmaticamente dispersi dentro il frenetico dinamismo dei movimenti delle masse, e rivelatisi sostanzialmente protagonisti quasi occulti per il canto e per il protagonismo scenico, osiamo dire (al di là degli effetti della discreta amplificazione) che Amartuvshin Enkhbat (Nabucco) si è confermato un grandissimo baritono verdiano, Anna Pirozzi (Abigaille) ha fatto quel che ha potuto finendo per non brillare in quel bailamme scenico che è stato sì spettacolo ma non realizzato per il canto, Roberto Tagliavini è emerso più degli altri colleghi del cast sia per la parte essenzialmente mistico-eroica del personaggio e sia per i pregi indubitabili della sua vocalità, Francesco Meli (Ismaele) e Vasilisa Berzhanskaya (Fenena) hanno onorato il ruolo senza slanci e senza mende ma con un fare di routine affidato alla professionalità, Gabriele Sagona (Gran sacerdote di Belo) giovane basso emergente ha confermato il suo innato talento che lo porterà a essere una luminosa stella dell'opera dei nostri tempi. Completavano dignitosamente il cast Carlo Bosi nel ruolo di Abdallo e Daniela Cappiello in quello di Anna. Citiamo (non per dovere di cronaca, ma per meriti) anche il coordinatore del ballo Gaetano Bouy Petrosino e il direttore degli allestimenti Michele Olcese senza le cui preziose collaborazioni lo spettacolo di questo Nabucco in un altrove ideato da Stefano Poda non sarebbe stato tanto efficace e tanto ben realizzato. Pubblico alla fine diviso, tra chi applaudiva e chi fischiava il proprio dissenso verso la regia. (la recensione si riferisce alla recita di venerdì 13 giugno 2025)

Crediti fotografici: Ennevi Foto per la Fondazione Arena di Verona Nella miniatura in alto: il regista Stefano Poda Sotto: il coro della Fondazione Arena con i mantelli del tricolore durante l'inno nazionale d'Italia Al centro in sequenza: panoramica in controcampo di Ennevi Foto durante l'esecuzione dell'inno nazionale d'Italia; Anna Pirozzi (Abigaille); Roberto Tagliavini (Zaccaria); Gabriele Sagona (Gran sacerdote di Belo) con Anna Pirozzi; la stessa Pirozzi nell'ultima scena dello spettacolo Sotto, in sequenza: panoramica sulla torre della "Vanità"; Francesco Meli (Ismaele); Vasilisa Berzhanskaya (Fenena); il direttore Pinchas Steinberg In fondo, in sequenza: Amartuvshin Enkhbat (Nabucco) durante la cattura voluta da Abigaille; le gabbie dove sono segregati gli Ebrei prigionieri degli Assiri; panoramica su altra scena d'insieme
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