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Il capolavoro tragico di Vincenzo Bellini esaltato da regia e concertazione eccellenti

Norma da manuale

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 18 Marzo 2025

20250318_Fi_00_Norma_JessicaPratt_phMicheleMonastaFIRENZE - Dopo oltre quarantacinque anni di assenza, Norma torna a Firenze in un allestimento che non si limita a celebrare il capolavoro di Vincenzo Bellini, ma lo reinterpreta con una chiave scenica e musicale di forte impatto. La regia di Andrea De Rosa e la direzione del M° Michele Spotti plasmano uno spettacolo che, pur rispettando la tradizione, osa con scelte teatrali e musicali capaci di sorprendere; ma andiamo con ordine.
Il sipario si alza su un mondo sospeso, lontano da qualsiasi ricostruzione storica rigorosa, ma denso di un’infelice universalità che trascende il tempo e lo spazio. Andrea De Rosa evita ogni lettura archeologica proponendo una Gallia oppressa dai Romani non come un luogo specifico, ma come un simbolo di terra martoriata dall'occupazione straniera. Questo spazio astratto, che potrebbe appartenere a qualsiasi epoca, diventa il teatro di un dramma senza tempo che parla di oppressione e resistenza, slegato da contesti particolari ma carico di un significato universale.
Le scenografie di Daniele Spanò, essenziali e mobili, sfruttano magistralmente il nuovo sistema di ponti della Sala Grande, creando un doppio livello narrativo che emerge con forza visiva. Da un lato il mondo esterno della dominazione romana, con i suoi riferimenti impliciti alle guerre moderne e alle brutalità militari; dall'altro la dimensione privata e sofferta di Norma, Pollione e Adalgisa, i cui drammi personali si intrecciano con le grandi tragedie della storia. Le scenografie sono un intreccio perfetto di forme e spazi vuoti, che si trasformano e si adattano alle necessità della narrazione, creando una fluidità visiva che accentua il dinamismo della trama.

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L'uso delle luci di Pasquale Mari è cruciale nell’accentuare la contrapposizione tra questi mondi. Le luci scolpiscono lo spazio, con tagli netti e significativi che non solo isolano i personaggi nei momenti chiave, ma amplificano le loro solitudini interiori. L’alternanza tra luci fredde e calde accentua il contrasto tra la durezza e la freddezza degli invasori romani e la passione irruente dei druidi, creando un’atmosfera visivamente potente e drammaticamente incisiva.
Andrea De Rosa, nella sua lettura, non si limita a far supportare il canto dalla recitazione, ma cerca una verità drammatica che dia vita ai personaggi, restituendo loro una tridimensionalità emozionale. La sua Norma non è solo un’eroina tragica, ma una donna in balia di un conflitto interiore devastante: il dovere verso la sua missione sacerdotale si scontra con l’impulso inarrestabile dell’amore, creando una tensione che non lascia respiro. La sua interpretazione non è solo quella di un personaggio eroico, ma quella di una donna lacerata da una scelta impossibile, dove ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio parlano di un dolore profondo e di una fatale inevitabilità.
Il canto, pur rimanendo al centro della narrazione, si intreccia con la recitazione in una fusione che rende ogni frase musicale parte di una confessione intima. La direzione vocale è tesa e intensa, con i cantanti che non solo interpretano ma vivono il loro ruolo, dando corpo a una tragicità che travalica i confini dell’opera per farsi esperienza universale.
La produzione si fa così portavoce di una riflessione sull’intensità del sacrificio umano e sull’irreparabilità delle scelte, mettendo in scena non solo la lotta di Norma e dei suoi compagni, ma anche una battaglia universale combattuta in ogni epoca tra il dovere e il desiderio, tra la forza delle circostanze e la fragilità dell’animo umano. Questo doppio binario emotivo, supportato dalla visione scenica che trascende il tempo e da una recitazione coinvolgente, lascia il pubblico con una sensazione di struggente verità, una riflessione sulla condizione umana che non si limita alla storia ma si estende alle esperienze quotidiane di ogni essere umano.

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Dal punto di vista musicale, Michele Spotti guida l’Orchestra e il Coro del Maggio con una lettura attenta e stratificata, mettendo in risalto la straordinaria architettura sonora dell’opera. Una partitura scolpita con precisione, con tempi serrati che non lasciano spazio a indulgenze, ma anche con momenti di sospensione e tensione drammatica che amplificano il pathos della vicenda. La sua visione si distacca da una lettura puramente lirica, mettendo in luce la forza drammatica della partitura belliniana e l’intreccio continuo tra orchestra e canto. L’attenzione alla dinamica, il gioco sapiente tra legato e staccato e la scelta di mantenere intatti quasi tutti i recitativi conferiscono all’opera un respiro narrativo di rara intensità. Il direttore ha scelto una lettura vibrante, in cui la tensione drammatica e la trasparenza orchestrale si fondono in una narrazione musicale avvincente. La sua bacchetta ha saputo esaltare la fluidità della scrittura belliniana, mantenendo una coesione esemplare tra palcoscenico e buca. L’equilibrio fra il respiro ampio delle frasi melodiche e l’energia ritmica ha permesso di evidenziare le strutture interne della partitura, senza mai cadere in rigidità o in eccessi di pathos.
L’elemento più riuscito di questo allestimento, a mio avviso, è la coerenza tra regia e direzione musicale; De Rosa e Spotti sembrano condividere la stessa idea di Norma: non solo un’opera monumentale del belcanto, ma un dramma umano di straordinaria modernità in cui amore, potere e tradimento si intrecciano in una spirale di passioni incontenibili. È una narrazione che emoziona e scuote, che non si accontenta di sedurre con la bellezza del canto, ma vuole far riflettere su cosa significhi oggi essere prigionieri di una società, di un amore, di un destino.
Jessica Pratt ha affrontato per la prima volta il ruolo eponimo con un'intensità e una padronanza tecnica che hanno confermato il suo status di interprete d’eccezione nel repertorio belcantista, mostrando una rara eleganza vocale e spessore drammatico. Il suo approccio si colloca nella grande tradizione delle interpreti belcantiste con in più una cifra personale che evita ogni manierismo, scolpendo il personaggio con una musicalità raffinata e una gestione del fiato impeccabile, privilegiando la linea di canto e la purezza dell’emissione. Il suo timbro luminoso e l’abilità negli slanci virtuosistici hanno trovato la massima espressione nella celeberrima "Casta diva", eseguita con una purezza cristallina e una cantabilità quasi eterea; l’acuto sfolgorante e il controllo dei fiati hanno reso l’aria di sortita un momento di assoluta magia, accolta da un’ovazione incontenibile. Ma se la dimensione lirica era prevedibilmente impeccabile, è stata la sua capacità di introspezione drammatica a sorprendere: Norma è una figura complessa, una donna dilaniata tra il ruolo di sacerdotessa e la sua umanità più fragile. Il soprano australiano ha saputo tradurre questa dicotomia con intelligenza espressiva, cesellando i recitativi con accenti scolpiti e sfumature dinamiche sapientemente calibrate; il finale ha racchiuso tutta la potenza emotiva della serata: la sacerdotessa, ormai consapevole del proprio destino, ha trovato un’espressione di straziante bellezza, culminando in un "Deh! Non volerli vittime" che ha lasciato il pubblico senza fiato.

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Una delle piacevoli scoperte di questa produzione è stata l'arte di Maria Laura Iacobellis, che ha saputo incarnare il ruolo di Adalgisa con una sensibilità raffinata e una tecnica vocale impeccabile. La scelta, già lungimirante, di affidare a due soprano i ruoli femminili - tenendo conto della voce della Pratt -, ha dato vita a una fusione armoniosa nei duetti, capace di esaltare il dramma attraverso un intreccio sonoro di rara profondità. La Iacobellis si distingue per una voce solida, che si piega con naturalezza alle esigenze della partitura, rivelando una maturità artistica straordinaria. Il suo fraseggio amabile, unito a un'intonazione sicura e a una delicatezza nell'interpretazione, le consente di trasmettere emozioni autentiche, rendendo ogni frase musicale particolarmente intensa. Nel finale del primo atto, ad esempio, la sua interpretazione non si risparmia, affrontando le invettive verso Pollione con potenza emotiva, per poi infondere al duetto "Mira o Norma" un’oasi di bellezza sonora, rapendo l’ascoltatore con una delicatezza che sfiora l’incredibile.
Mert Süngü, nel ruolo di Pollione ha offerto una prestazione vocale di grande livello. La sua voce, calda e ricca, si distingue per un timbro avvolgente che, pur nella sua potenza, mantiene una straordinaria finezza. Tecnicamente ha un saldo controllo del respiro ed una buona proiezione con un’ottima distribuzione del suono tra il registro grave e quello acuto; affronta con sicumera le note più alte che sono eseguite con squillante naturalezza senza mai inficiare nella corposità del timbro. La voce poi riesce a modellarsi sulle diverse sfumature emotive del personaggio: nei momenti più drammatici esprime la lotta interiore del proconsole romano con grande intensità, alternando passaggi di forza a momenti più lirici e introspettivi. Questo contrasto, ben gestito, arricchisce l'interpretazione, dando un dinamismo che non si limita alla sola espressione vocale ma si riflette nella costruzione psicologica del personaggio.
Il basso Riccardo Zanellato si conferma ancora una volta un artista di grande valore offrendo un Oroveso di rara profondità e raffinatezza. Il suo canto è impeccabile, caratterizzato da una limpidezza straordinaria che consente a ogni nota di risuonare con precisione, senza mai perdere in ricchezza timbrica. La sua voce potente e avvolgente riesce a emergere con naturalezza anche nei momenti più intensi dei concertati, dove la sua capacità di sovrastare il coro senza mai risultare prepotente è la testimonianza di una tecnica vocale di altissimo livello. Egli sa come governare la scena con una padronanza assoluta, riuscendo a trasmettere la forza e la dignità del suo personaggio con ogni movimento e ogni parola; ogni suo intervento è misurato, ricco di significato e sa come calarsi nel personaggio con naturalezza. Nella scena di entrata ha saputo esprimere tutta la “gravitas” del personaggio, ma è nel secondo atto che la sua interpretazione raggiunge vette straordinarie, quando la sua drammaticità si fa più intensa e la sua voce, forte e incisiva, si fonde perfettamente con l’interpretazione psicologica e la trama musicale.
Elizaveta Shuvalova ha interpretato Clotilde con una voce interessante, caratterizzata da un timbro che ha attirato la mia attenzione seppur in un ruolo di fianco. Sarebbe interessante ascoltarla in una situazione più sviluppata dove potrebbe esprimere maggiormente il suo potenziale.
Anche Yaozhou Hou, nel ruolo di Flavio, ha offerto una performance solida; la sua voce ha ben sostenuto la parte adattandosi adeguatamente al contesto senza mai risultare fuori posto.

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Il coro come sempre, ottimamente istruito dal M° Lorenzo Fratini, ha corredato le scene d’insieme con grande professionalità.
Pubblico in delirio per tutti con punte per Jessica Pratt sia in corso d’opera che alla fine.
(La recensione si riferisce alla recita di domenica 16 marzo 2025)

Crediti fotografici: Michele Monasta per il Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella miniatura in alto: Jessica Pratt (Norma)
Sotto in sequenza: la Pratt con
Maria Laura Iacobellis (Adalgisa) e Mert S
üngü (Pollione); bella panoramica di Michele Monasta su costumi e allestimento con Riccardo Zanellato (Oroveso) in primo piano
Al centro e in fondo, in sequenza: scena della "Casta Diva"; Yaozhou Hou (Flavio) con
Mert S
üngü; Riccardo Zanellato (di spalle) con Elizaveta Shuvalova (Clotilde) e Jessica Pratt






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