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Tripudio di un pubblico di giovani e giovanissimi per lo spettacolo della coreografa statunitense

L'albero e i simboli della Carlson

servizio di Athos Tromboni

Pubblicato il 15 Ottobre 2022

20221015_Fe_00_TheTree-CarolynCarlsonFERRARA - Nella sua opera letteraria della maturità, il filosofo-poeta francese Gaston Bachelard sublima un suo credo con questa frase: «La nostra appartenenza al mondo delle immagini è più forte, più costitutiva del nostro essere che non l'appartenenza al mondo delle idee.»
È un invito all'uomo e alla donna di lasciarsi andare alle dolcezze del fantasticare (la "rêverie"), a farsi sedurre anche dalle cose che appaiono, piccole e fragili, cose che possono dare origine a fenomeni macroscopici, così come la fiamma di una candela può originare un grande incendio. Questo concetto ha trovato voce anche nell'opera di Bachelard pubblicata postuma Poetica del fuoco. Frammenti di un lavoro incompiuto: non so se il titolo sia suo o inventato dall'editore, ma tale è sulla copertina del libro negli scaffali delle librerie e delle biblioteche. Fatto sta che quella poetica del fuoco ha dato l'ispirazione a Carolyn Carlson di mettere in scena, con la propria compagnia, lo spettacolo The Tree (L'albero) coreografia per i paesaggi della fantasia e nove danzatori, andata in prima nazionale ieri sera sulle tavole del Teatro Comunale "Claudio Abbado" di Ferrara per il festival d'autunno di danza contemporanea. Teatro gremito soprattutto di giovani e giovanissimi, effetto anche del "mito Carlson", 75 minuti senza intervallo, con musiche di Aleksis Aubry-Carlson, René Aubry e Maria Nuut.
Il palcoscenico si scompone in due panorami: quello dell'immaginario, sul fondo reso flou da un velario trasparente, dove ogni tanto passano figure come in sogno, mosse a rallenty, evanescenti, sullo sfondo di una boscura o di una visione collinare che si estende all'orizzonte. E, sul davanti, il panorama della realtà dove si svolge l'azione danzata. In scena pochi oggetti fissi: un albero scheletrico e senza foglie, un ceppo che serve di volta in volta da sedile e punto d'appoggio, e poco altro.
Il primo quarto d'ora dell'azione danzata evoca la commistione fra l'ordine e il disordine, cioè l'aspetto vero della realtà: l'ordine sta nella gestualità coordinata delle figurazioni agite con precisione cronometrica e millimetrica, impostata; il disordine sta nei passaggi sulla diagonale di danzatori e danzatrici con incedere casuale e gestualità comune, come si vede osservando qualsiasi strada di qualsiasi città del mondo dove transitino pedoni indaffarati. E in fondo questo è il caos, aspetto inequivocabile della realtà, che assomma in contemporanea ordine e disordine, le due facce della stessa medaglia.

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Ma poi, procedendo la coreografia verso la mezz'ora di esecuzione e anche dopo la prima mezz'ora fino al termine, sarà l'ordine ad avere la prevalenza sulla scena (sarà cioè la sequela della figurazioni agite con precisione cronometrica e millimetrica, danza impostata) ma irrompono anche elementi fuorvianti l'ordine, non proprio elementi di disordine all'apparenza bandito dalla rappresentazione, ma il fuoco di una candela che metaforicamente incendia l'alberello, il seme che fa rinascere la vita sulla terra bruciata, il piccolo albero vivo e vegeto che viene donato da lui a lei o da lei a lui perché sia trapiantato da qualche parte quale inno alla ri-vi-vificazione; e qui il messaggio subliminale e criptico si palesa nella volontà (divina?) di fare ordine nel caos, diventando simbolo della "renaissance" secondo la Carlson.
C'è un altro elemento simbolico che è nascosto dietro e dentro la coreografia: nove corpi che danzano. Quattro uomini e cinque donne. Cioè l'impossibilità di una qualsiasi simmetria, perché la simmetria esige numeri pari e non numeri dispari. Allora la Carlson che fa per dare al caos, oltre l'ordine, anche la simmetria? Semplice: fa transitare una figura femminile (l'esubero rispetto alla parità di genere) oltre il velario, a rallenty, corpo evanescente, immaginario. E così nella dimensione del reale (cioè davanti al velario, sulle tavole del palcoscenico fino al proscenio) si possono realizzare le simmetrie degli opposti: uomo-donna (passi e figure a due), uomini-donne (assiemi), donne-donne vs uomini-uomini, eccetera.
Lo spettacolo regge, nonostante una certa ripetitività che giunge al crinale pericoloso della noia; il pubblico giovane e giovanissimo segue con attenzione, esplodendo alla fine in un applauso convinto e gratificante, fino all'ovazione quando Carolyn Carlson compare assieme ai suoi nove danzatori. Il miracolo s'è compiuto: al di là dei giudizi tecnici, delle valutazioni critiche positive o negative, il mito ha di nuovo incarnato sé stesso. Merito dell'intelligenza creativa e della fantasia della coreografa, ma - in questo caso - merito anche delle stupende luci di Rémi Nicolas e Guillaume Bonneau e delle proiezioni di Gao Xingjian, oltre che dei fantasiosi ed eleganti costumi di Elise Dulac. Restano da citare i nove protagonisti dell'azione danzata, bravissimi tutti: Alexis Ochin, Chinatsu Kosakatani, Juha Marsalo, Céline Maufroid, Riccardo Meneghini, Isida Micani, Yutaka Nakata, Sara Orselli e Sara Simeoni.
Prossimo appuntamento del festival di danza contemporanea al Teatro Abbado, il 22 ottobre ore 16,00 con "Instrument Jam" della Compagnia Zappalà Danza.
(la recensione si riferisce allo spettacolo di venerdì 14 ottobre 2022)

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Crediti fotografici: Frédéric Iovino e Marco Caselli Nirmal
Nella miniatura in alto: Carolyn Carlson
Sotto: scene d'assieme di The Tree e saluti finali della Carlson al pubblico ferrarese






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