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Bella ripresa del titolo verdiano nella messinscena di Franco Zeffirelli e i costumi della Gaetani |
Un Trovatore... ritrovato |
servizio di Simone Tomei |
| Pubblicato il 29 Giugno 2019 |
VERONA - Correva l'anno 2001 quando, durante il Festival Areniano, andò in scena per la prima volta l'allestimento ideato da Franco Zeffirelli per Il Trovarore di Giuseppe Verdi. Da allora il pubblico veronese ha potuto godere di questa visione, che ritengo quasi "beatifica", per altre cinque stagioni (ben 6, se includiamo anche quella appena inizata). Lo spettacolo mi ha colpito sin dalla prima volta in cui lo vidi ed ogni ripresa continua a rappresentare un'emozione sempre forte. Entrare nella platea ed essere accolti da quel senso di imperiale decadenza evocato dalle scenografie zeffirelliane è già un catapultarsi nel libretto di Salvatore Cammarano e Leone Emanuele Bardare. Le suggestive atmosfere notturne, sapientemente illuminate, ci fanno percorrere il cammino del dramma in una simbiosi viscerale, mentre i costumi, talora vistosi e talaltra severi, di Raimonda Gaetani impreziosiscono il quadro di questa Spagna che da un lato profuma di religiosità mista a credenze popolari e dall'altro non esita a spingersi fino alla barbarie più cruenta. A proiettarci nella dimensione zingaresca, dove si mescolano folklore e superstizione, provvedono le coreografie di El Camborio (riprese in quest'occasione da Lucia Real), che ripartiscono creativamente le danze (accompagnate da alcuni ballabili provenienti dell'edizione francese del capolavoro verdiano) fra il secondo e il terzo quadro. Precisi ed efficaci anche gli insegnamenti del celebre Maestro d'Armi Renzo Musumeci Greco. Tutto è maestoso, imponente, ammaliante, ma non si perde mai di vista l'aspetto intimo dell'opera: le relazioni tra i protagonisti son ben chiare e, nell'immensità dello spazio areniano, le loro vicende trovano la cornice giusta per potersi esprimere con una credibilità e fascino senza pari. Uno spettacolo che ha quasi venti anni, ma non li dimostra affatto, anzi trova ogni volta un nuovo motivo per conquistare il pubblico, regalando forte coinvolgimento e pura emozione.
  
  
Questa è la visione... e adesso la musica. Ritengo opportuno iniziare dalla concertazione del M° Pier Giorgio Morandi, che, in una lettura attenta e precisa alla dinamiche, ha privilegiato l'aspetto più meditativo e introspetivo rispetto a quello burrascoso e nerboruto. Dal momento che l'azione è quasi sempre notturna, il colore e le tinte musicali non possono che andare in tale direzione. Gli strumenti trasmettono quella irrequieta pace che gli eventi sottendono, non ci sono sguaiature o schizofrenie, ma tutto il discorso musicale segue una linea ben definita che fin dalle prime note fa presagire l'infausto epilogo. La ricerca dell'intesa con le voci è certosina e, sebbene qualche emozione qua e là prevalga talvolta sulle buone intenzioni, nulla riesce a scalfire l'unitarietà del costrutto musicale, che risulta dotato di una solida spina dorsale. Questo grazie ad un gesto ampio e "coccolante" che sostiene ogni artista sul palcoscenico. Il Coro, privo in quest'opera di qualsiasi funzione drammaturgica, diventa elemento insdispensabile: una gemma che si inscastona in un anello di prezioso metallo illuminandolo di una luce accecante. Grazie agli straordinari artisti del coro che formano l'organico areniano, il M° Vito Lombardi ha saputo esaltare l'essenza più squisita dalle pagine verdiane. Egregia la compagnia di canto che, salvo alcuni distinguo, ha rapito il vasto pubblico del 29 giugno 2019.

Attraverso la voce di Anna Netrebko, Leonora si è vestita di un'umanità autentica e commovente. Nella sua generosità, il soprano siberiano non ha lesinato di mettere in luce le sfaccettature più particolari della propria vocalità e non si è risparmiata nel conferire a tratti un'interpretazione più marcata, portando così l'emissione in quell'area belcantista fatta di trilli, abbellimenti, acciaccature con messe di voce, suoni filati e tenuta di fiato da manuale. La prima aria, Tacea la notte placida, è stata un assaggio delle sue risapute capacità interpretative mentre D'amor sull'ali rosee ha suggellato una serata magica con un finale coinvolgente al limite della commozione. Il tutto eseguendo integralmente le riprese di solito tagliate dalla tradizione esecutiva. Accanto a lei, Yusif Eyvazov nei panni di Manrico, artista che ho imparato a conoscere e ad apprezzare sempre più e del quale non posso fare a meno di rimarcare la grande crescita ed evoluzione. Ogni volta lo trovo sempre più preparato e pienamente a fuoco (vocalmente e scenicamente) nel personaggio che interpreta. Anche in questa serata veronese e alle prese con un ruolo impervio per la corda tenorile, Eyvazov non ha mancato di colpire il bersaglio con tempra vocale ed accenti ficcanti all'interno di un canto misurato, ma non anonimo, elegante, ma non lezioso. Ho (ma posso dire... abbiamo; tutti concordi in tribuna stampa) ascoltato quello che rimane di Dolora Zajick. La sua Azucena non brilla per smalto e tempra vocale e nella sua gamma sonora possiamo cogliere sostanzialmente tre aspetti: i centri gonfiati, le note più gravi svuotate e qualche afflato nella zona acuta, che ricorda la passata grandezza di un'artista ormai sulla china discendente. La pronuncia non idilliaca, qualche incertezza musicale ed un fraseggio latitante, hanno inficiato il giudizio complessivo della serata. Note non molto positive anche per il baritono Luca Salsi, che, nonostante un timbro sempre gradevole, manca di nobiltà e fraseggio nel disegnare un Conte di Luna come sarebbe d'uopo. Alcune incertezze di intonazione e un approccio troppo irruento (quasi verista, a tratti più simile a un declamato che a una melodia) verso un canto che invece dovrebbe essere nobile, non permettono di annoverare la serata tra le sue migliori. Egregio il Ferrando di Riccardo Fassi, il quale ha saputo nobilitare una parte chiave del dramma attraverso un racconto in cui (salvo qualche momento di emozione) il fuoco e le intenzioni vocali sono state sempre presenti con un'emissione chiara, dizione precisa ed intonazione egregia; importante e signorile anche la prestanza scenica. Sempre elegante e precisa Elisabetta Zizzo nel ruolo di Ines. L'intelligenza vuole che ogni nota cantata goda di un'emissione naturale senza forzare (verrebbe naturale, vista la tessitura piuttosto concentrata nel rigo centrale) per un risultato di grande armonia sia con la musica, sia con la "sua signora".

Completavano il cast un puntuale Carlo Bosi nei panni di Ruiz, Dario Giorgelé (Un vecchio zingaro) e Antonello Ceron (Un messo). Una "prima" del Festival 2019 felicemente sold out quella del 29 giugno, in una serata dove, al calar del buio, la canicola estiva ha persino concesso la tregua necessaria a far sfoggiare sulle spalle femmili qualche scialle prezioso.
Crediti fotografici: Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona Nella miniatura in alto: il direttore Pier Giorgio Morandi Sotto in sequenza: Riccardo Fassi (Ferrando); Anna Netrebko (Leonora); Yusif Eyvazov (Manrico); Luca Salsi (Conte di Luna); Elisabetta Zizzo (Ines); e Dolora Zajick (Azucena) Al centro: ancora Eyvazov con Anna Netrebko In fondo: una bella panoramica di Foto Ennevi sull'allestimento zeffirelliano
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