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L'ultima opera della triade donizettiana affidata alla regia di Alfonso Antoniozzi č approdata a Genova

Questa Bolena continua a non convincere

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 21 Febbraio 2022

20220221_Ge_00_AnnaBolena_AngelaMeadeGENOVA - Al Teatro Carlo Felice dopo diversi anni dalla sua genesi in collaborazione con il Teatro Regio di Parma, è andata in scena l’ Anna Bolena di Gaetano Donizetti, opera che fa parte di un progetto nato nel 2016 - che ha visto la produzione delle tre regine donizettiane - a firma registica di Alfonso Antoniozzi, scene e videodesign di Monica Manganelli, costumi di Gianluca Falaschi, coreografie di Luisa Baldinetti e luci di Luciano Novelli.
Uno spettacolo che già ebbi modo di seguire in terra parmense nel 2017, di cui potete leggere qui e del quale oggi confermo l’opinione di un allestimento che non è riuscito a convincermi affatto… anzi.
Il restyling - voluto o imposto non so - per l’occasione genovese non ha sortito gli effetti sperati ed è il caso di dire che “la toppa è  risultata peggio del buco”.
La regia, già piuttosto latente allora, si è ridotta ad una sorta di passerella su e giù dalla pedana posta al centro del palco che assieme ai bellissimi, ma inadatti costumi, hanno reso impersonale e asettica tutta la drammaturgia. Proprio i costumi sembravano voler più esaltare l’ego dello “stilista” che non la funzionalità per l’opera. Una Seymur in stile diva anni ’40 del Novecento che somigliava più ad una Rita Hayworth che non ad una donna inglese del tempo; un Re dapprima in vestaglia viola e poi con soprabito di stile Attila condottiero degli Unni; per non parlare della protagonista incartata in un fastoso vestito che stonava completamente dal consesso. Anche le proiezioni sullo sfondo, seppur modificate da quello che io ricordo, davano la sensazione di improvvisazione e puro casuale riempimento.
Inutili e disturbanti le coreografie affidate a ballerine velate di nero che parevano più fare una danza sabbatica che non un accompagnamento alla sinfonia; e soprattutto quasi completamente assenti le interazioni tra i personaggi. In sintesi una somma di inutile e superfluo dove tutti gli accenni di movimenti scenici non hanno che sortito l’effetto di assomigliare niente più che un gran défilé di moda.

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La domanda sorge dunque spontanea: “... non era meglio eseguire l’opera in semplice forma di concerto?”...
Sul versante musicale le “note” sono decisamente migliori ed un cast di prim’ordine è riuscito ad obliare la farraginosa  e annoiante visione.

Recita del 19 febbraio 2022 (cast alternativo)
Nel ruolo eponimo il soprano Angela Meade, dopo aver cantato anche la sera prima, affronta nuovamente il cimento con grande bravura; sa infondere soavità e drammaticità agli spasimi amorosi della tormentata regina ed il suo canto gode del pregio di un legato soave, di lunghi fiati e di un perfetto servizio alla parola scenica senza mai cedere in intonazione e precisione ritmica. Ogni frase scolpisce l’animo funestato con grande sentimento e perfetta padronanza dello stile belcantista.
L’Enrico VIII di Alessio Cacciamani è vocalmente nerboruto grazie ad un timbro saldo e perentorio e trasforma le sue invettive in lame taglienti, seppur sempre ben curate nelle dinamiche e nel fraseggio. La voce corre nelle agilità e non fatica nelle impervie salite che spesso il compositore impone.
Raffaella Lupinacci chiamata in sostituzione pochi giorni prima del debutto è una superlativa Giovanna Seymour. Sono passati oltre due anni dall’ultima volta che ho avuto modo di ascoltarla dal vivo e se già prima la consideravo una grandissima interprete, adesso, oltre a confermare le mie impressioni, sento il dovere di impreziosirle ancor più. La voce già bella di suo è imperlata di grandissimo sentimento interpretativo traducendo in emozioni e sentimenti ogni frase; gli strazi del pentimento e del rimorso sembrano provenire dai meandri più reconditi dell’anima e l’appeal scenico completa un quadro di rara bellezza. La vocalità omogenea in tutti i registri vocali rende ancor più piacevole l’ascolto delle grandi melodie regalate dal compositore bergamasco.

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Meraviglioso senza se e senza ma il tenore Antonino Siragusa nei panni di Lord Riccardo Percy anch’egli subentrato in corsa per sostituzione di altro collega; la voce è salda e fresca, gli acuti e sovracuti appaiono nitidi e cristallini e gli accenti sanno infondere quel carattere ribelle e battagliero di chi crede nei propri sentimenti. Le sue due grandi arie intrecciano “verbo” e “note” con fraseggio paradisiaco e intonazione perfetta.
Ottimo anche lo Smeton di Sofia Koberidze come pure Roberto Maietta nei panni di Lord Rochefort e Manuel Pierattelli in quelli di Sir Hervey.
Precisa e puntuale anche la prova del Coro - seppur declinato a sfilare avanti e indietro e su e giù alla stregua di meri indossatori - diretto e preparato dal M° Francesco Aliberti.
Un quadro da ammirare che viene incorniciato in maniera preziosa dalla mano direttoriale del M° Sesto Quatrini. Tutti i sensi sono appagati dalla musica proveniente dalla buca; musica che ha saputo essere “primadonna” ed umile serva del palcoscenico; mani, occhi, sguardi, accenti, sembrano proprio essere rivolti a cercare l’unità di intenti con i cantanti che non si sentono mai orfani di un comodo cuscino su cui far atterrare le proprie note. Il piglio è deciso e le dinamiche sanno sempre ben planare dove la musica chiede e conduce. La sinfonia è un tripudio di fierezza e la cura del suono da parte dei professori d’orchestra coadiuva appieno le intenzioni del concertatore.
Pubblico numeroso ed in visibilio per tutti durante l’esecuzione e ai saluti finali.

Recita del 20 febbraio 2022 (primo cast)
Una tripletta per il soprano Angela Meade nel title role che si conferma anche in questo pomeriggio domenicale una strepitosa interprete con una nota di cronaca per una caduta in scena durante il terzetto del secondo atto dovuto ad un cedimento strutturale della scenografia. Episodio che ha creato una certa apprensione in teatro, poi risoltosi senza danno per il soprano.
Nicola Ulivieri è un perentorio Enrico VIII con voce tonante e salda che ha ben calibrato ogni suono con un'emissione sontuosa e sempre a fuoco.
Note meno piacevoli per il mezzosoprano Sonia Ganassi bei panni di Giovanna di Seymour che ha dimostrato non poche difficoltà di intonazione e di tenuta del fiato; spesso il canto era stentoreo e quasi forzato nella zona più acuta per poi perdersi in un'eccessiva emissione di petto in quella più grave, sì da perdere eleganza ed omogeneità.
John Osborn (Lord Riccardo Percy) gioca d'astuzia e ne esce vincitore; non ha “rischiato” negli acuti e sovracuti a piena voce, preferendo un approccio più morbido con elegante falsettone accompagnato da un suadente fraseggio ed intonazione ineccepibili.
Di pregio anche lo Smeton di Marina Comparato che sa ben destreggiarsi nella parte con eccellente musicalità e ottima ars scenica.
Anche in questo pomeriggio non è mancato un numeroso e caloroso pubblico che ha tributato consensi favorevoli per tutti.

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Crediti fotografici: Ufficio stampa del Teatro Carlo Felice di Genova
Nella miniatura in alto: Angela Meade grande interprete di Anna Bolena
Sotto: foto panoramica sull'allestimento
Al centro in sequenza: Angela Meade con John Osborn (Lord Riccardo Percy); ancora la Meade con Nicola Ulivieri (Enrico VIII); Marina Comparato (Smeton); Sonia Ganassi (Giovanna di Seymour) con Nicola Ulivieri
Sotto: Marina Comparato e Sonia Ganassi con figuranti e coro
In fondo: tutto il cast durante i saluti finali






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