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Chiusa la stagione concertistica di Ferrara Musica nel Teatro Comunale |
Esa-Pekka Salonen e l'Orchestre de Paris |
servizio di Edoardo Farina |
| Pubblicato il 30 Aprile 2022 |
FERRARA - Il penultimo concerto del filone orchestrale-sinfonico ospitato nella programmazione invernale 2021-2022 di “Ferrara Musica”, ha offerto il podio a uno dei più importanti direttori d’orchestra sulla scena internazionale, Esa-Pekka Salonen alla guida della ”Orchestre de Paris” presso il Teatro Comunale di Ferrara “Claudio Abbado”, rappresentando la significativa tappa centrale italiana di un tour che ha toccato dapprima la città di Torino nell’ambito dei Concerti di “Lingotto Musica” e in seguito la data inserita nella Stagione del “Teatro alla Scala” di Milano. Direttore innovativo, rinomato intellettuale, curioso e convinto promotore della musica ove è difficile definirne la personalità poliedrica, “gigante della bacchetta” come è stato definito dalla critica internazionale, si tratta di un gradito ritorno dopo la presenza nel teatro estense già avvenuta nel 2010 al vertice della “Mahler Chamber Orchestra”, mentre per la celebre orchestra francese si è trattato di un debutto assoluto. 63enne nato a Helsinki, (Esa di origine medievale tradotto come Isaia, Pekka starebbe per Peter mentre Salonen è tra i cognomi più diffusi in Finlandia) ha studiato presso la “Sibelius Academy” della sua città corno, composizione e direzione d'orchestra con Jorma Panula, avendo come compagni di classe Jukka-Pekka Saraste e Osmo Vänskä. Si è dedicato in seguito alla scrittura perfezionandosi con Franco Donatoni, Niccolò Castiglioni e Einojuhani Rautavaara. Difficile sintetizzare l’enorme esperienza artistica: in breve, il primo esordio come direttore fu nell’ “Orchestra Sinfonica della Radio Finlandese” nel 1979 con la lirica Wozzeck di Berg eseguita alla “Royal Opera di Stoccolma”. Sebbene l’attività sia sempre stata quella di compositore, attualmente è direttore musicale della “San Francisco Symphony”, quindi direttore onorario della “Los Angeles Philharmonic” (avendola diretta dal 1992 al 2009), della londinese “Philharmonia Orchestra” e dell’”Orchestra Sinfonica della Radio Svedese”. Ricercatore instancabile di molteplici collocazioni per la musica classica nel nuovo millennio, interprete di riferimento del periodo novecentesco, ha avuto un ruolo fondamentale come revisore nella valorizzazione della musica di oggi applicata alle moderne tecnologie digitali emergenti, ricevendo importanti riconoscimenti tra cui il Premio Rostrum dell’UNESCO per l’opera Floof e il “Premio Siena” dell’”Accademia Musicale Chigiana”.
 Principale orchestra sinfonica francese, l’”Orchestre de Paris” svolge in ogni stagione circa un centinaio di concerti con in organico ben 119 musicisti, alla “Philharmonie de Paris” o in tournée internazionali. Erede della “Société des Concerts du Conservatoire” fondata nel 1828 su impulso di Luigi Cherubini e François-Antoine Habeneck, ha tenuto il debutto inaugurale nel 1967 sotto la direzione di Charles Munch, succeduto da Herbert von Karajan, Sir Georg Solti, Daniel Barenboim, Semyon Bychkov, Christoph von Dohnányi, Christoph Eschenbach, Paavo Järvi e Daniel Harding. La strategia preposta pone le attività nella linea diretta della discendenza della tradizione musicale nazionale compiendo un ruolo fondamentale al servizio sia dei repertori appartenenti dal periodo romantico in avanti così come della creazione contemporanea attraverso l’accoglienza di diversi musicisti in residenza, quindi le prime di numerose opere e la presentazione di cicli dedicati alle figure tutelari del secolo scorso. E proprio per il carattere peculiare che ha connotato l’esibizione a capo della compagine parigina, venendo all’appuntamento ferrarese del 28 aprile 2022, ove la densità sonora espressa ha trovato una risposta acustica efficace da parte di una sala per l’occasione totalmente gremita, il cui palcoscenico è stato interamente occupato dai componenti dell’orchestra in numero talmente elevato da dovere smontare la camera acustica senza però perdere volume e presenza in alcun modo. Un dato che, oltre alla prerogativa rappresentata da una dimensione tendenzialmente raccolta e non dispersiva, avvalendosi del vantaggio di restituire in maniera immediata la trascinante reattività di una formazione strumentale estremamente coesa, sia dal punto di vista dinamico sia da quello timbrico-strumentale dovuto soprattutto alla compattezza orchestrale data dalla perfetta fusione tra archi e ottoni, contesto sempre difficile da abbinare nel giusto bilanciamento esaustivo. Tipologie emerse fin dalla prima parte dell’attrattiva serale, protagonisti di una scelta che comprende decenni di musica, sospesi tra Ottocento e Novecento inoltrato, aperto dall’esecuzione della Pavane pour une infante défunte di Maurice Ravel (1875-1937) brano dalla struttura molto semplice costruito sul modello di una danza rinascimentale di corte e soggetta a numerose trascrizioni destinate a svariati strumenti; composta nel 1899 nella versione per pianoforte dedicata al salotto di Winnaretta Singer (mecenate statunitense naturalizzata francese) Principessa di Polignac, poi rielaborata per piccola orchestra nel 1910, è segnata da una compostezza di accenti migrati dagli ottoni agli altri fiati fino ad arrivare agli archi seguendo quel caratteristico filo melodico che lega con misura dolce e un poco malinconica una solenne pagina dell’artista originario della città basca di Ciboure. La forma del brano, articolata in cinque brevi sezioni, ne segue il disegno coreografico attraverso un tema che ritorna ogni volta dopo l’inciso, rappresentante la spina dorsale del lavoro, come afferma anche nelle note di sala il musicologo Oreste Bossini. La voce nostalgica e romantica del corno, immerge sin dall’inizio la nobile melodia in una luce vespertina che conferisce al piccolo capolavoro il fascino misterioso di un’ironica elegia dal tono malinconico senza tempo. Una misura che ha trovato nel brano successivo un territorio sinfonico dal carattere decisamente differente, nel quale l’eloquente gestualità di Salonen si è inoltrata con passo risoluto restituendo quella sorta di progressione espressiva incardinata su una cifra virtuosistico-orchestrale con la Suite da concerto tratta dalla pantomima espressionista Un Mandarino meraviglioso basata su un racconto di Melchior Lengyel (o forse più correttamente Un Mandarino miracoloso) di Béla Bartók (1881-1945) straniante ritratto della malavita di una periferia metropolitana composta tra l’ottobre del 1918 e il maggio successivo nel drammatico immediato dopoguerra, concepito in origine in forma di pantomima. La musica aspra e violenta è scaldata da una profonda compassione che solo un autore di spessore artistico e spirituale quale era il pianista ed etnomusicologo ungherese poteva sentire in maniera così sconvolgente e al tempo stesso rigorosa dal punto di vista formale. Bartók, tra gli esponenti dell’Espressionismo e la seconda Scuola di Vienna dalle forme atonali, dissonanze e sperimentalismi, rimane fedele a quell’ossessiva esplorazione del proprio inconscio che aveva rappresentato il carattere peculiare delle più importanti composizioni di quegli anni ove le note ne ripercorrono la vicenda in una sequenza di scene di sconvolgente forza espressiva. Egli sfrutta le risorse della grande orchestra con abilità magistrale, traendo un impressionante repertorio di gesti ed effetti sonori dalle cavità degli strumenti in un efficace accavallarsi di timbri incisi e ritmi pulsanti ossessivamente ripetuti, qui bene espressi dalla dinamica e sonorità sapientemente regolate. L’insieme si chiude nella parossistica scena che costituisce il culmine drammatico della esposizione tramite un valzer quasi immobile che si carica gradualmente di inquieta e stravolta sensualità, fino a travolgere gli animi in una violenta tempesta di suono e bruciante energia ritmica. L’apice della parte conclusiva viene raggiunta attraverso i cinque tempi intrisi di ispirata suggestione, trovando proprio nell’intreccio serrato delle battute finali la restituzione cristallina assieme della coesione dinamico-strumentale della formazione parigina. Un dato poi ribadito in maniera più distesa e dilatata, abitata dalle diverse declinazioni connesse dalle sezioni che compongono la Symphonie fantastique op. 14 (Episodio della vita di un artista) di Hector Berlioz (1803-1869). Una sorta di affresco sinfonico la cui riconosciuta varietà di accenti ha preso forma in una materia sinfonica che l’Orchestre de Paris ha tratteggiato con una misura al tempo stesso sofisticata e pregnante, plasmata dallo stesso Salonen attraverso una lettura caratterizzata da una agogica misurata ma sinuosa e da una densità timbrica policroma ma lucida, sostiene il critico Alessandro Rigolli. Per lo scrittore Stefano Jacini, invece, il direttore “ha proposto una coerente interpretazione lucidissima, asciutta, i passaggi sognanti sempre trattenuti, con precisione assoluta ed effetti sonori di raro ascolto. L'impressione che se n'è ricavata è però di una quasi totale mancanza di irrazionalità, fondamentale alla carica visionaria di Berlioz. Tutto è risultato logico, sistematico, coerente, equilibratissimo, come un raffinato esercizio di stile. L'orchestra ha risposto mirabilmente a questa impostazione di raro ascolto, ma alla fine è rimasta la sensazione di aver visitato una interessante mostra di pittura cubista, della quale si sono apprezzati gli accostamenti delle forme, ma sempre con qualche difficoltà a poter cogliere la figura intera”. Terminata nell’arco di tre mesi all’inizio del 1830, il più importante lavoro sinfonico apparso dopo la Nona Sinfonia di Beethoven, detta fantastica, ossia di fantasia in quanto la partitura è legata a un programma narrativo scritto dallo stesso autore, fu eseguita la prima nella sala del Conservatorio di Parigi il 5 dicembre del medesimo anno riscuotendo un clamoroso successo anche se all’epoca suscitò parallelamente diverse reazioni controverse. Vita e letteratura si mescolano in maniera indissolubile in quest’opera, la forma e il linguaggio in realtà non si discostano dal modello beethoveniano, ove egli riversa in maniera geniale la massa di esperienze e impressioni stratificate nella sua coscienza, conferendo nella partitura una serie di materiali musicali provenienti da lavori precedenti e di suggestioni letterarie disparate creandone il carattere bizzarro, eccessivo, anticonformista e visionario della musica, concentrandosi soprattutto nella sfera sonora esprimendone un’acuta sensibilità emotiva, sempre secondo Bossini.


Ne troviamo risonanze tipiche del teatro d’opera, persino delle chiese parigine dove era ancora viva la tradizione del canto gregoriano, delle parate militari, soprattutto nell’esecuzione del penultimo tempo della Marcia dove le trombe, i rimanenti fiati poi i timpani, appaiono in un unisono trionfale perfetto, in grado di raggiungere spettacolari sontuosità dall’impatto coinvolgente. L’interpretazione offerta da Salonen (non avendo lanciato in aria la bacchetta su un finale fortissimo come sorprendentemente usava fare in passato) è stata indubbiamente caratterizzata da una sorta di luminosa essenzialità, gesto plastico, sicurezza negli attacchi dotati di grande precisione; assecondata con reattiva densità espressiva da l’Orchestre de Paris, la formazione è apparsa compatta ed efficace nonostante il numero elevato dei componenti anche alla luce dei due bis da lui stesso annunciati in un discreto italiano proposti fuori programma e rappresentati da Le jardin féerique tratto da Ma mère l’oye di Ravel e Vorspiel dall’atto III° del Lohengrin di Wagner, pagine che hanno confermato la lucida e trascinante vivacità di lettura del direttore finlandese, salutato assieme alla compagine orchestrale parigina da un bel successo suffragato dai calorosi, ribaditi e convinti applausi del pubblico presente – associandomi di nuovo e in parte alle parole di Rigolli.
Crediti fotografici: Marco Caselli Nirmal per Ferrara Musica Nella miniatura in alto: il direttore Esa-Pekka Salonen Sotto: Esa-Pekka Salonen e l'Orchestre de Paris nel Teatro Comunale "Claudio Abbado" di Ferrara
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