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Una grande prestazione delle masse musicali del Maggio Fiorentino per la Pétite Messe di Rossini

... e il Coro fa 90!

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 23 Dicembre 2023

20231223_Fi_00_PetiteMesseSolennelle_LorenzoFratini_phMicheleMonastaFIRENZE - Siamo a Passy e correva l’anno 1863: dopo aver finito di comporre il suo ultimo "péchés de veillesse" La Pétite Messe Solennelle, così il Gioachino Rossini infiorettava lo spartito musicale: «Bon Dieu - La voilà terminée cette pauvre petite Messe. Est-ce bien de la musique Sacrée que je viens de faire ou bien de la Sacrée Musique? J’etais né pour l’Opera Buffa, tu le sais bien! Peu de science, un peu de coeur tout est là. Sois donc beni, et accorde moi le Paradis» («Buon Dio, eccola terminata questa povera Messa. Ho fatto della musica sacra o della musica maledetta? Io ero nato per l'opera buffa, lo sai bene! Poca scienza, un po' di cuore, tutto qui. Sia Tu dunque benedetto e concedimi il Paradiso»).
Già dal titolo, si capisce la predilezione del compositore per il paradosso anche se la parola “solennelle” può essere inteso in senso liturgico quale termine indicante le parti fisse della messa. La parola “pétite” si riferisce invece all’esiguo organico vocale e strumentale che controbilancia così l’ambizione dell’Autore. Il lavoro è in effetti di ampie proporzioni e presenta un’architettura formale estremamente chiara. La Messa è simmetricamente strutturata in 14 numeri e in 2 parti la prima delle quali termina con la fine del Gloria mentre la seconda inizia con il Credo. Non solo riso e gioia di vivere sono usciti dalla sua creatività, ma l’interesse per la musica sacra è sempre stato tale e tanto che non si è fatto mancare nemmeno un’interessante corrispondenza con il Pontefice Pio IX.
Un passo indietro: siamo ancora a Passy e correva l’anno 1829 allorché si consumava il ritiro dal Teatro alla “tenera” età di 37 anni e da quel momento in poi le uniche opere di grande respiro che Rossini fece uscire dal suo “genio creator” furono sostanzialmente due grandi composizioni religiose: lo Stabat Mater scritto fra il 1831 e il 1842 e la “Pétite" del 1863; l’estrema composizione è una Messa Solenne che mette in musica tutte le parti ordinarie della liturgia, ma è anche una Messa “piccola”, poiché Rossini la destina per la prima esecuzione a «Dodici cantori dei tre sessi, uomini, donne e castrati: otto per il coro, quattro per soli, totale dodici Cherubini», con l’accompagnamento di due pianoforti e di un harmonium: dunque, piccola e solenne al tempo stesso, non senza un sorriso del vecchio Maestro che non rinuncia a ironizzare bonariamente sul suo lavoro. L’organico strumentale pensato da Rossini corrisponde alla destinazione del lavoro che vede la sua esecuzione in forma del tutto privata: la Messa fu eseguita infatti solo due volte (il 13 e il 14 marzo 1863) a Palazzo Pillet-Will, alla presenza del bel mondo parigino (c'erano tra i pochi banchieri, nobili e finanzieri musicisti del calibro di Meyerbeer, Auber, Thomas) e ripresa due anni dopo, nella stessa sede. La composizione sacra, numero dopo numero, ci emoziona sempre più per chiudere con il canto mite e struggente del contralto e del coro su Dona nobis pacem, senza alcun tono trionfalistico quasi a voler abbandonare questo mondo in silenzio, come in punta di piedi, con la consapevolezza di lasciare un profondo testamento morale e spirituale.
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Sono passati molti anni - siamo al 22 dicembre 2023 - e da Passy a Firenze il passo non è breve, ma nella sala dedicata a Zubin Mehta all’interno del Teatro del Maggio, si è “consumato” l’ascolto di questo capolavoro rossiniano.
L’occasione è ghiotta, ma direi anche “sacra” in quanto vengono spente le novanta candeline del Coro del Maggio Musicale Fiorentino che nasce nel 1933, lo stesso anno in cui Luigi Ridolfi Vay da Verrazzano e il grande Vittorio Gui istituirono il Festival omonimo.
A partire dai primi passi, mossi sotto la guida di Andrea Morosini, il Coro si qualifica presto come uno dei più prestigiosi complessi vocali italiani sia nell’ambito dell’attività lirica che di quella sinfonica; oltre a questo, l’attività del Coro si è sviluppata anche nel settore della vocalità da camera e della musica contemporanea, con importanti prime esecuzioni di compositori del nostro tempo quali Krzysztof Penderecki, Luciano Berio, Luigi Dallapiccola, Goffredo Petrassi, Luigi Nono e Sylvano Bussotti. Innumerevoli le collaborazioni con quelli che sono stati i direttori stabili, da Vittorio Gui a Daniele Gatti: Mario Rossi, Bruno Bartoletti, Riccardo Muti, Zubin Mehta e Fabio Luisi, alle quali si aggiungono le collaborazioni con i più grandi nomi della direzione del XX secolo come Carlos Kleiber, Herbert von Karajan, Claudio Abbado, Carlo Maria Giulini, Gianandrea Gavazzeni, Georges Prêtre, Myung-Whun Chung, Seiji Ozawa, Semyon Bychkov, Giuseppe Sinopoli e Lorin Maazel.
20231223_Fi_02_PetiteMesseSolennelle_facebook_phMicheleMonastaAlla guida del Coro, dopo Morosini subentrano Adolfo Fanfani, Roberto Gabbiani, Vittorio Sicuri, Marco Balderi, José Luis Basso, Piero Monti e, dal 2013, Lorenzo Fratini. Negli ultimi anni il Coro amplia il proprio repertorio alle maggiori composizioni sinfonico-corali classiche e moderne e partecipa a numerose tournée internazionali sia come complesso autonomo che con l’Orchestra del Maggio. La disponibilità e la capacità di interpretare lavori di epoche e stili diversi in lingua originale sono caratteristiche che hanno reso il Coro del Maggio fra le compagini più duttili e apprezzate dai direttori d’orchestra e dalla critica nel panorama internazionale, e fra i protagonisti anche di particolari ed importanti ricorrenze artistiche e civili.
La versione della Pétite messe solennelle eseguita a Firenze è la seconda versione - quella con orchestra - in merito alla quale il compositore fu pressato dalle molte istanze; è molto significativa, in merito a questa decisione, una lettera a Liszt del 1865 nella quale accenna a queste richieste: «... Si vorrebbe ch’io la strumentassi per eseguirla poscia in qualche grande Basilica Parigina: io ho ripugnanza ad intraprendere tal lavoro, avendo posto in questa composizione tutto il mio piccolo sapere musicale e lavorato con vero amore di religione. Esiste (per quanto mi si assicura) una fatale Bolla di un Pontefice passato che proibisce la promiscuità dei due sessi nelle Chiese. Potrei io mai acconsentire di sentir cantare le mie note da ragazzetti stuonatori di prima classe, piuttostoché da femmine che educate ad hoc per la musica sacra rappresenterebbero (musicalmente parlando) colle loro intonate voci bianche gli angeli celesti???
Fatto è che intorno all’inizio del 1867 Rossini termina la versione per orchestra. Si tratta di un’orchestrazione compatta, dal timbro pastoso, mirata ad aggiungere al canto una severa cornice di solennità il cui vero colore e tono sono dati dalla parte d’organo con pedali che accompagna tutta la partitura Tra le due versioni l’organo diventa quindi il punto di raccordo dove la prima propugnava un suo arcaismo col timbro pianistico di ascendenza clavicembalistica, mentre quella orchestrale lo rinviene in una veste e in un timbro che si può far risalire all’organo, alla cui organizzazione sonora e ai cui impasti Rossini sembra far continuamente riferimento, soprattutto nell’uso dei fiati.
Ecco quindi in scena una compagine artistica che ha fatto vibrare la sala fiorentina di emozioni quasi paradisiache.
Partirei parlando proprio dal Coro che si è distinto in maniera superlativa per un canto perfettamente attagliato alla partitura rossianiana; momenti mistici curati nel minimo dettaglio con pianissimi penetranti e affondi solenni sempre ben misurati e corposi; nitore nella dizione ed un’amalgama di suono che ha saputo esaltare appieno ogni sfumatura delle complesse dinamiche rossiniane.
L’orchestra del Maggio Fiorentino sotto l’esperta bacchetta del M° Lorenzo Fratini (direttore attuale del Coro) ha saputo assecondare il gesto e le intenzioni del concertatore che ha saputo trarre dalle note rossiniane tutte quelle particolarità che non è facile ascoltare, evidenziando, tra l’altro, alcune frasi violoncellistiche nel qui tollis che hanno infuso ancor più religiosità ed elegia al momento. Le pagine più roboanti non hanno virato verso suoni esorbitanti o sguaiati, ma nella loro misurata sontuosità hanno restituito appieno la sacralità che gli è propria.
Posso dire, senza se e senza ma, come già avevo esplicitato “a caldo” in altri lochi che questa è la più emozionate e bella “Pétite” - nella sua versione orchestrale - mai ascoltata nel mio lungo peregrinare.
Un grande plauso va inoltre ai quattro talenti dell’Accademia del Maggio. Il soprano Olha Smokolina, ha un emissione morbida e misurata che vanta un fraseggio molto curato; non essendo quella della “Pètite” una tessitura particolarmente impervia, ci potrebbe essere stato il rischio di perdere alcuni suoni, ma l’omogeneità in tutta l’estensione ha fatto sì che anche il Crucifixus - quasi in zona mezzosopranile - non abbia perso di consistenza, anzi, è stato eseguito in maniera impeccabile. Ottima anche l’intesa vocale del Qui tollis, con il mezzo Danbi Lee che ha concluso magistralmente la composizione con l’Agnus dei eseguito a regola d’arte in perfetta amalgama con coro ed orchestra.
Lorenzo Martelli, giovane tenore di Avezzano (AQ) si è distinto per nitore nell’emissione e timbro cristallino che ben ha valorizzato il difficile momento del Domine Deus per poi incastonarsi bene nei brani concertati.
Infine il basso Lodovico Filippo Ravizza, oltre ad un colore vocale di tutto rispetto non si è fatto fagocitare dalla complessità del Quoniam riuscendone a snocciolare ogni nota con precisa dizione e perfetta intonazione.
Di ciascuno ho potuto constatare inoltre la coerente vis interpretativa propria del repertorio sacro; si denota un lavoro certosino che ha dipinto un quadro di rara bellezza.

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Prima dell’inizio dell’esecuzione della “Pétite” la proiezione di un video ci ha fatto conoscere ancor più da vicino le “gesta” del Coro del Maggio intervallato da interventi registrati di cui ho il piacere riportarne il contenuto puntale.
Il commissario Onofrio Cutaia si è detto orgoglioso di poter essere presente per festeggiare questo traguardo: «... Nel lavoro quotidiano in teatro ho potuto constatare, da quando sono stato nominato Commissario, che il Coro del Maggio Musicale Fiorentino - per vastità di repertorio (dal Barocco alla musica novecentesca e contemporanea), duttilità e pertinenza stilistica, pur in presenza di linguaggi musicali assai lontani fra loro - deve essere considerato come una della compagini corali più prestigiose a livello non solo nazionale, ma anche internazionale, come testimoniato dai successi ottenuti in numerose tournées. Di questo va dato merito a Lorenzo Fratini, maestro del nostro Coro, per le grandi capacità artistiche e il costante impegno per migliorare ulteriormente il livello delle prestazioni, senza dimenticare ovviamente il maestro Daniele Gatti, il nostro direttore principale e il maestro Zubin Mehta il nostro direttore onorario a vita. Sono dunque felice e orgoglioso di festeggiare i 90 anni del Coro del Maggio Musicale Fiorentino, nella certezza che il futuro riserverà sempre nuove occasioni di crescita artistica e di conferme del suo altissimo valore
Il direttore principale Daniele Gatti ha sottolineato la sua grande gioia nel vedere da anni il Coro ai più alti livelli artistici internazionali: «... Un coro che mi ha sempre colpito per la sua estrema duttilità, abbiamo affrontato insieme diversi repertori e ho sempre notato da parte di tutti una partecipazione davvero sentita a quanto messo in scena in questi anni: oltre a cantare, deve muoversi e interagire sul palcoscenico e in questo non posso che sottolineare la grande capacità gestuale e la grande professionalità nel seguire sempre ciò che il regista richiede; insieme all’Orchestra è davvero una delle colonne portanti che fa di questo Teatro uno dei riferimenti del panorama internazionale
Sulla stessa linea di pensiero il maestro Zubin Mehta, direttore onorario a vita del Maggio: «... La prima collaborazione con il Coro del Maggio risale ai miei primi impegni fiorentini e precisamente al luglio 1964 per La traviata. Da allora fino ad oggi, innumerevoli sono state le occasioni di lavoro comune e, negli anni, ho potuto apprezzare la costante crescita artistica del Coro del Maggio, di cui sono fiero e felice, che grazie al lavoro di Lorenzo Fratini col quale mi congratulo, è oggi ai vertici in Italia e nel mondo, come testimoniano i successi delle numerose tournées internazionali che abbiamo effettuato insieme
«... Essere qui a festeggiare, da Direttore, i 90 anni di questo splendido Coro è davvero un grande orgoglio e una grande responsabilità...» ha invece affermato, parlando del ‘suo’ Coro, il maestro Lorenzo Fratini «... è come avere un vero e proprio ‘monumento’ fra le mani, di cui si ha l’onore e l’onere di portarne avanti il nome e la tradizione; ma lavorare - come facciamo tutti i giorni - in modo così appassionato ha fatto sì che la qualità di questa istituzione non venisse mai meno, e di questo sono davvero molto orgoglioso.»
Il maestro Roberto Gabbiani, che ha guidato il Coro del Maggio dal 1974 al 1990, ha fatto eco a quanto affermato dal maestro Fratini, rimarcando la grandissima qualità artistica che lo ha sempre definito: «... Il Coro del Maggio, che ho sentito ‘mio’ per sedici anni, è sicuramente un complesso di enorme prestigio e di altissima professionalità, guidato da grandi maestri in passato che avevano sempre chiare in mente le partiture che eseguivano e il loro peso; sentivano la necessità che le voci fossero tali da poter essere degne delle musiche eseguite. Questo fu evidente anche per la bellezza delle voci coinvolte nel Coro, una bellezza che ho faticato a ritrovare successivamente nella mia carriera. Mi piace pensare che insieme abbiamo creato un ricordo di quella che è la storia della musica corale nel nostro mondo, anche lavorando su opere in lingue straniere, dal russo al francese sino al tedesco.»
Molto emozionante alla fine del concerto il saluto di ex coristi presenti in sala a festeggiare quell’istituzione di cui sono stati membri ed il saluto ad un artista che l’indomani sarebbe andato in pensione ha quasi concluso la serata musicale non prima di averci regalato un rutilante bis composto da una miscellanea di musiche natalizie sapientemente armonizzate.
Grande successo, entusiasmanti applausi con l’augurio di altri mille anni di successi per il Coro del Maggio Musicale Fiorentino.
Voglio concludere con un pensiero “dedicato” che scrissi anni fa: «... Caro Gioachino, mi voglio rivolgere a te con la consapevolezza che attraverso la tua musica ho vissuto le emozioni più intense; mi hai fatto ridere, mi hai fatto piangere, mi hai fatto riflettere, ma con questo tuo ultimo peccato, come lo hai chiamato tu, mi hai toccato veramente nella parte più profonda dell'animo e mi hai donato la gioia dell’emozione in una serata veronese; ti ringrazio mio caro Cigno di Pesaro e spero che la tua musica mi possa accompagnare sempre nel mio personale percorso di crescita umana e spirituale per farmi palpare sempre più le vette dell’emozione e del bello che scaturiscono dalle tue sublimi pagine.» Ad maiora!
(la recensione è riferita al concerto del 22 dicembre 2023)

Crediti fotografici: Michele Monasta per il Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella miniatura in alto: il maestro Lorenzo Fratini
Sotto, in sequenza: alcuni momenti della serata dedicata al 90° del Coro del Maggio Musicale Fiorentino






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