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Salta il terzo atto per la pioggia ma il Festival Puccini rimedia facendolo cantare nel foyer |
Turandot il ritorno |
servizio di Simone Tomei |
| Pubblicato il 27 Luglio 2025 |
TORRE DEL LAGO PUCCINI (LU) - Era il 14 luglio del 2017 quando, da inviato del mio giornale, varcavo per l'ultima volta le soglie del Gran Teatro all'aperto di Torre del Lago. Ricordo bene quello spettacolo e, ancor più, la recensione che ne seguì: scritta con il cuore in mano e senza filtri, non si limitava a valutare la resa artistica, ma sollevava - con lucidità e senso di responsabilità - forti perplessità su una gestione del Festival che, a mio avviso, tradiva il prestigio e la vocazione profonda di una tradizione pucciniana che merita ben altro. Quella presa di posizione, troppo diretta forse per certi palati, mi costò l'esclusione dalla lista dei recensori accreditati (ospite non gradito, era la motivazione) . Non fu una scelta contro la mia Testata, ma contro la mia persona: una forma di ostracismo discreto, eppure eloquente, che puniva chi aveva osato dire ad alta voce ciò che molti pensavano solo a mezza voce. Chi lo desidera può ancora trovare quel pezzo negli archivi: resta lì, come testimonianza di un giornalismo che non ha mai avuto paura di chiamare le cose con il loro nome. Non ne feci una battaglia personale. Il tempo è passato, e con lui anche il peso di quell'episodio. Ma mentirei se dicessi che non ci fu ferita. Quando ami un luogo, una tradizione, un teatro - e chi mi legge sa quanto profondamente ami tutto questo - sentirti allontanato per aver espresso un pensiero magari opinabile ma sincero, lascia un segno che non si cancella facilmente. Per questo, il mio ritorno al Gran Teatro all'aperto di Torre del Lago ha un sapore particolare. Un ritorno inatteso, sì, ma carico di memoria, di emozione, e anche di quella cauta speranza che si prova quando si rientra in un luogo che un tempo ha fatto male. E con altrettanta onestà posso dire che, rispetto ad allora, qualcosa è cambiato. In meglio, secondo il mio giudizio. Ho trovato un clima professionale, cordiale, finalmente sereno. Un ufficio stampa efficiente, presente, umano, guidato con intelligenza e misura dalla dott.ssa Floriana Tessitore. E soprattutto, un'accoglienza all'altezza del luogo e della sua storia, che non si limita a tollerare chi scrive, ma lo ascolta, lo rispetta, lo considera parte di una conversazione culturale più ampia. Non sono cambiato io: è cambiato ciò che ho trovato. E non posso che esserne felice. Perché a volte, nella musica come nella vita, anche le note più dissonanti possono trovare una loro armonia. E ironia della sorte, proprio quell'ultima sera del 2017 fu segnata dalla mia recensione alla prima regia lirica di Alfonso Signorini, che debuttava con Turandot. Otto anni dopo, a segnare il mio ritorno su queste rive, il sipario si riapre sullo stesso allestimento, nella medesima veste scenica e con la stessa firma registica. È come se il tempo si fosse fermato, o meglio: come se Torre del Lago mi avesse trattenuto nel punto esatto in cui l'avevo lasciata, in attesa di una conferma o di una smentita. La Turandot, l'opera incompiuta di Puccini, nella versione completata da Franco Alfano, si ripropone dunque con la direzione musicale affidata a Renato Palumbo, le scene di Carla Tolomeo e i costumi di Fausto Puglisi.

Prima di addentrarmi nelle pieghe della messa in scena è doveroso spendere qualche parola sul contesto che ha accolto questo mio ritorno. Il pubblico che quest'anno approda a Torre del Lago non potrà non notare i significativi cambiamenti e l'accoglienza rinnovata, frutto di una visione lungimirante. Negli ultimi anni l'area del Gran Teatro all'aperto e l'intero contesto urbano di Torre del Lago hanno beneficiato di un imponente intervento di riqualificazione promosso dal sindaco di Viareggio, Giorgio Del Ghingaro. Il progetto ha interessato il decoro, la viabilità, l'illuminazione e gli spazi pubblici, con una particolare attenzione al Belvedere sul Lago di Massaciuccoli, oggi trasformato in uno spazio pedonale di grande suggestione, a ridosso del Teatro e del Parco della Musica e della Scultura. Interventi che restituiscono dignità paesaggistica e funzionalità a un luogo profondamente legato alla figura di Giacomo Puccini, valorizzandone la vocazione culturale e turistica, e restituendolo pienamente alla comunità e al pubblico del Festival.
  

La serata, tuttavia, ha riservato anche un momento di inaspettata e commovente resilienza, un vero inno allo spirito del teatro che, a dispetto di ogni avversità, trova sempre la sua strada. Durante l'intervallo tra il secondo e il terzo atto, la pioggia si è abbattuta con violenza sul pubblico e sul palcoscenico del Gran Teatro all'aperto. Dopo una lunga attesa, e quando ormai sembrava inevitabile la sospensione definitiva, molti spettatori, anche in considerazione del tono turistico e vacanziero che spesso caratterizza il pubblico estivo, iniziavano a manifestare una palpabile delusione per le avverse condizioni meteo. È in questo frangente che la Fondazione Festival Pucciniano, grazie allo spirito di collaborazione di tutto il cast e alla disponibilità della maestra collaboratrice Michi Tagasaki, ha preso una decisione lampo: l'intero terzo atto è stato eseguito, seppur in forma ridotta, nel foyer del teatro, con il solo accompagnamento pianistico. Una scelta che, pur dettata dalla necessità, è apparsa subito come un gesto concreto per soddisfare il pubblico, trasformando una serata compromessa in un momento di completezza inaspettata. È lì che Gregory Kunde ha cantato il celebre "Nessun dorma", che Carolina López Moreno ha interpretato "Tu che di gel sei cinta", e che Anna Pirozzi ha condiviso con Kunde il duetto finale. Non mi sono avvicinato a questa Turandot con aspettative particolarmente alte, bensì con la consapevolezza di assistere a un allestimento già visto. Le impressioni di allora - una messa in scena corretta ma priva di guizzi, senza infamia e senza lode - hanno trovato in questa riproposizione una conferma ancora più netta. Nulla è cambiato, e quel che è da mettere in evidenza, è che nulla è cresciuto. Nessuna invenzione memorabile, nessuna intuizione registica capace di imprimere profondità o nuova lettura al capolavoro pucciniano. Mancano del tutto quei segni distintivi che ci si aspetterebbe da una grande produzione, sostituiti da scelte non solo discutibili, ma in alcuni casi fuorvianti. Un esempio su tutti: l'idea che Liù suggerisca a Calaf le risposte agli enigmi. Una forzatura evidente, che contraddice il libretto e ne svuota il senso più autentico, snaturando sia il valore simbolico del sacrificio di Liù che la dimensione intellettuale della sfida imposta a Calaf. Forse si è creduto di introdurre un elemento di originalità, ma il risultato è stato esattamente l'opposto: un tradimento del testo, che riduce l'opera a una narrazione confusa e meno potente. A distanza di anni l'impressione si è ormai consolidata, aggravata dalla mancata visione del finale - che forse avrebbe potuto offrire un sussulto, un'intuizione, un segno. Ma anche quella possibilità, purtroppo, ci è stata negata dal maltempo. L'idea registica di Signorini può essere racchiusa, a mio avviso, in pochi aggettivi: ovvia, scontata, trasparente. La staticità è forse l?elemento più pregnante che attraversa tutta l'opera, un'immobilità che stride con la tensione drammatica della partitura pucciniana. Il palcoscenico è diviso da un grande separé, a creare la cesura tra il mondo popolare e quello regale, una soluzione che richiama vagamente la Turandot zeffirelliana dell'Arena di Verona, ma che qui appare pallida e priva di respiro, incapace di generare quel senso di grandezza o di oppressione che il dramma richiede. L'impianto scenico è sì visionario nelle sue intenzioni, ma si rivela manierato nell'esecuzione: una Cina immaginaria, sontuosa e carica di colori, tra ori e laccature rosse, motivi orientaleggianti e sculture imperiali. I costumi accentuano ulteriormente questa estetica da fiaba glamour. Ma il tutto, per quanto scenograficamente curato, non riesce mai a evocare un'autentica tensione teatrale o a dare profondità ai personaggi. Le sfere bianche che salgono sul palco durante l'invocazione alla luna, lungi dall'essere un tocco di genio, sembrano tentativi goffi di infondere una parvenza di originalità, finendo per appesantire la narrazione con inutili orpelli. I movimenti scenici sono ridotti al minimo, quasi coreografati con rigidità da passerella, privi di spontaneità e di vera interazione drammatica. La regia non si fa mai dramma, e quel gelo che dovrebbe avvolgere la figura di Turandot rimane solo una suggestione didascalica, mai incarnata davvero, lasciando lo spettatore in un limbo di indifferenza. La Turandot disegnata da Signorini appare come una regina-fantasma, sospesa tra crudeltà e seduzione, gelo e passione, ma questa visione, pur interessante sulla carta, non riesce a tradursi in un impianto scenico che sappia davvero mescolare esotismo e glamour in una Cina fastosa e simbolica, dominata da colori accesi, riflessi d'oro e rosso lacca, motivi orientaleggianti, pannelli mobili, sculture imperiali e scene notturne. Le intenzioni sono chiare, ma la realizzazione manca di quella scintilla che eleva la visione a vera arte, lasciando un senso di occasione mancata.


Veniamo ora al cast, sul quale mi esprimerò in relazione a quanto visto sul palcoscenico del Gran Teatro all'aperto, lasciando all'avventura del foyer il solo aspetto della cronaca di un evento eccezionale. Sul palco del Gran Teatro, la principessa Turandot ha trovato in Anna Pirozzi un'interprete di grande caratura, capace di affrontare la complessità del ruolo con notevole maestria vocale. La sua voce, oltre a essere salda e sicura in tutta l'estensione richiesta dal ruolo, si dispiega con una ricchezza timbrica che le permette di navigare agilmente tra i registri più impervi. Le sue intenzioni interpretative sono sempre acute e precise, supportate da un legato curatissimo che cesella il fraseggio con eleganza e profondità. La voce corre, si libra nell'aria con una proiezione notevole, riempiendo lo spazio scenico e sciorinando con veemenza i terribili (da un punto di vista anche musicale) enigmi. La sua interpretazione non si limita alla mera esibizione virtuosistica ma si addentra nelle sfumature psicologiche del personaggio, rendendo la sua Turandot una figura complessa e sfaccettata, capace di trasmettere sia l'algida crudeltà iniziale che la progressiva vulnerabilità. Al suo fianco, l'imperatore Altoum è stato reso con autorevolezza da Massimiliano Pisapia, mentre il Timur di Michele Pertusi ha offerto una prova di profonda sensibilità e spessore: la sua voce è salda, le intenzioni sempre ben dosate e il fraseggio accurato. Il principe ignoto, Calaf, ha visto in Gregory Kunde una voce che ormai non riesce a nascondere qualche usura, pur mantenendo buona proiezione e sicuri accenti. Gli acuti, a volte allungati a dismisura, mettono in evidenza le mende suddette, ma siamo comunque di fronte a un artista che conosce bene il ruolo e sa gestirlo in maniera accorta e matura. La Liù di Carolina López Moreno ha commosso per la sua delicatezza e intensità interpretativa, e il piccolo incidente su una nota di un'aria non vanifica una prestazione di tutto rispetto. Completano il cast Sergio Vitale (Ping), Andrea Tanzillo (Pang) e Tiziano Barontini (Pong), che hanno saputo dare vita a personaggi vivaci e ben caratterizzati. Non meno importanti le prove di Luca Dall'Amico come Un mandarino, di Andrea Volpini nel ruolo del Principino di Persia, e delle due Ancelle, Irene Celle e Maria Salvini, che hanno contribuito a un quadro musicale complessivamente valido. Non del tutto convincente la prova del Coro del Festival Puccini, diretto dal M° Marco Faelli, la cui performance è apparsa nel complesso debole e priva di incisività. A mancare è stata quella densità sonora e quella forza espressiva che dovrebbero caratterizzare i grandi momenti corali di Turandot, specialmente laddove la partitura pucciniana esige un magma sonoro compatto, travolgente, pulsante. Le voci, invece, sono sembrate spesso scollegate, con un amalgama fragile e una resa dinamica poco articolata. Le entrate, in particolare, hanno evidenziato problemi di coesione: sfasate, imprecise, talvolta quasi incerte, non riuscendo a restituire l'impatto scenico e musicale atteso in una produzione di questo livello. Di tutt'altro segno, invece, la prestazione del Coro di voci bianche del Festival, preparato e diretto con cura dal M° Viviana Apicella. I giovani cantori hanno offerto un contributo misurato, preciso e luminoso, dimostrando una sorprendente padronanza della parte e un equilibrio timbrico particolarmente efficace. Il loro intervento, seppur limitato nella durata, si è distinto per nitidezza, intonazione accurata e coesione, confermando quanto la formazione delle voci giovanili rappresenti oggi una risorsa preziosa per l'architettura sonora dell'opera. Meglio l'Orchestra del Festival Puccini che ha saputo offrire una lettura musicale solida, vibrante e teatralmente ispirata, rivelandosi uno degli elementi portanti di questa produzione. Sotto la direzione del M° Renato Palumbo, l'organico orchestrale ha restituito con rigore e partecipazione la sontuosità della scrittura pucciniana, fatta di contrasti dinamici, colori cangianti e una tensione drammatica sempre sottesa, anche nei momenti liricamente più sospesi. Palumbo affronta Turandot con intelligenza analitica e sensibilità teatrale, cesellando con cura ogni frase musicale, ogni transizione timbrica, ogni cesura espressiva. Il suo gesto sa tenere insieme la monumentalità e la raffinatezza della partitura, muovendosi con padronanza fra il gelo algido che circonda la principessa e il calore umano dei personaggi secondari. L'equilibrio tra buca e palcoscenico, tra orchestra, coro e solisti, risulta generalmente ben calibrato - almeno in termini di intenzione artistica.


Tuttavia l'acustica del Gran Teatro all'aperto non sempre si dimostra alleata di questa cura esecutiva: le sonorità orchestrali, pur ricche e stratificate, vengono talvolta disperse o schiacciate da una propagazione sonora poco uniforme, che penalizza soprattutto le dinamiche più sfumate e le voci nei momenti di maggiore densità strumentale. Ne risente la percezione complessiva del disegno musicale, che in più occasioni perde nitidezza e profondità, tradendo - per così dire - l'ottimo lavoro di concertazione. Un limite tecnico strutturale, dunque, che non offusca la qualità dell'interpretazione, ma che ricorda quanto la resa acustica resti una delle grandi sfide di questo teatro. Palumbo e l'Orchestra, dal canto loro, vincono comunque la partita sul piano espressivo, regalando al pubblico una lettura appassionata, rigorosa e coerente con la natura ambiziosa dell'opera. In conclusione, questa Turandot si è imposta come un evento di forte richiamo, capace di mobilitare un pubblico ampio e partecipe. La serata ha fatto registrare un successo significativo in termini di affluenza e di incasso, confermando ancora una volta la vitalità del Festival Puccini e la sua forza attrattiva, che travalica le singole valutazioni artistiche e si radica in un patrimonio culturale e affettivo profondamente condiviso. Eppure, è impossibile non registrare le ombre che hanno attraversato la serata: una regia che, riproposta a distanza di otto anni, conferma limiti già evidenziati e mai realmente superati; una tenuta scenica che alterna intuizioni visive a soluzioni stanche e ornamentali; un'acustica ancora deficitaria, che mortifica il lavoro dell'orchestra e penalizza i cantanti proprio nei momenti più delicati. E poi la pioggia. Quella pioggia che, improvvisa e ostinata, sembrava voler chiudere il sipario in anticipo, ma che invece ha finito per spalancare un'altra porta: quella della verità teatrale, dell'incontro ravvicinato tra artista e spettatore, senza filtri né artifici. È stato lì, nel foyer del teatro, tra sedie spostate, luci di fortuna e accompagnamento pianistico, che la musica di Puccini ha trovato un altro luogo autentico: lontana dalla macchina spettacolare, vicina al battito del cuore. E così, a dispetto di tutto - del tempo passato, delle polemiche, della pioggia e delle convenzioni - Puccini ha ripreso a parlare. A chi voleva ascoltarlo, a chi sapeva accoglierlo. Oggi come allora. (La recensione si riferisce alla "prima" del 25 luglio 2025)

Crediti fotografici: Marilena Imbrescia e Giorgio Andreuccetti per il Festival Puccini 2025 Nella miniatura in alto: il soprano Anna Pirozzi (Turandot) Sotto: panoramica sul terzo atto eseguito al pianoforte nel foyer; da sinistra, Gregory Kunde (Calaf), Carolina López Moreno (Liù), Anna Pirozzi e (in primo piano) il direttore artistico del Festival, Angelo Taddeo Al centro, in sequenza: Gregory Kunde; Michele Pertusi (Timur) con Carolina López Moreno; Anna Pirozzi; le tre maschere, Sergio Vitale (Ping), Andrea Tanzillo (Pang) e Tiziano Barontini (Pong) con Gregory Kunde Sotto, in sequenza: Luca Dall'Amico (Un Mandarino); Carolina López Moreno con Michele Pertusi e Gregory Kunde; Carolina López Moreno (Liù torturata da Putin Pao); Anna Pirozzi; panoramica sull'allestimento In fondo, in sequenza: due belle istantanee su Michele Partusi (Timur) e Carolina López Moreno (Liù); ancora Anna Pirozzi e Gregory Kunde
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