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Il grande Maestro sul podio dell'Orchestra Cherubini solista il violoncellista Tamás Varga |
Ritorno a Ferrara di Riccardo Muti |
servizio di Edoardo Farina |
| Pubblicato il 21 Luglio 2023 |
FERRARA - Un’anteprima simbolica e una straordinaria inaugurazione estiva per la stagione di Ferrara Musica 2023/2024 ove venerdì 21 luglio al Teatro Comunale “Claudio Abbado” è tornato a Ferrara a tre anni dalla sua prima e unica esibizione in città, il grande direttore Riccardo Muti sul podio dell’Orchestra Giovanile “Luigi Cherubini” per un concerto che ha visto anche la partecipazione come solista del violoncellista ungherese Tamás Varga. Tra i celebri maestri d’Italia e all’estero, nella sua carriera Muti dal 1968 al 1980 è stato direttore principale del Maggio Musicale Fiorentino e dal 1986 al 2005 del Teatro alla Scala di Milano; ha diretto molte tra le più prestigiose orchestre: dai “Berliner Philharmoniker” alla “New York Philharmonic”, dall’ “Orchestre National de France” alla “Philharmonia” di Londra. La sua vasta produzione discografica spazia dal repertorio sinfonico e operistico classico al Novecento. Nel 2015 ha fondato la “Riccardo Muti Italian Opera Academy”, un'accademia internazionale con sede a Ravenna dove giovani allievi possono perfezionare le proprie conoscenze e tecniche. Dal settembre 2010 al giugno di quest’anno è stato Direttore Musicale della “Chicago Symphony Orchestra” e al termine di questo mandato l’Orchestra lo ha nominato Direttore Musicale Emerito a Vita.
Costituita nel 2004 da Muti con il nome di uno dei massimi compositori italiani di tutti i tempi, l’Orchestra Giovanile è affidata all’omonima Fondazione supportata dalle municipalità di Piacenza e Ravenna e da Ravenna Manifestazioni. Selezionati attraverso centinaia di audizioni da una commissione rilevante, presieduta dallo stesso maestro, ove l’età minima richiesta non deve essere inferiore ai diciotto e superare i trent’anni, mantenendosi inoltre saldi nel ricambio generazionale dalla durata massima di tre, i musicisti provengono da ogni regione italiana dall’attività molto intensa, alternando concerti e tournée in Europa e nel mondo, mantenendo sempre la residenza estiva al Ravenna Festival. Atteso appuntamento inevitabilmente dal tutto esaurito, sul palco gli oltre cento giovani prossimi a iniziare si accordano dandosi reciprocamente il LA del primo violino, per giungere da lì a poco improvvisamente a un silenzio irreale, anche da parte della platea che in ansia attende la presenza del direttore per il primo brano la Suite dalla colonna sonora del film Il padrino di Nino Rota (Giovanni Rota Rinaldi, Milano, 1911 – Roma, 1979). Il tempo è lunghissimo, un minuto interminabile, forse due o tre; Muti si attarda a uscire creando addirittura qualche preoccupazione. Eccolo, dal passo flemmatico e imperiale sale sul podio per dare luogo alla direzione con il suo inconfondibile gesto lento ma preciso e rassicurante. Esecuzione maestosa nella grandezza di una assai nota musica da film in cui si sono inseriti per l’occasione anche strumenti più insoliti e popolari dalle chitarre ai mandolini, dalla batteria alla fisarmonica, soprattutto per coloro che ricordano la celebre colonna sonora del 1972 che pur avendo avuto un grande successo non ottenne la candidatura all'Oscar in quanto non si trattava di pagine inedite (Rota aveva utilizzato temi da lui composti anni prima, come il principale Parla più piano, rielaborazione con ritmo più lento della musica per il film Fortunella di Eduardo De Filippo) portandolo all’attenzione del grande pubblico. Vincerà comunque l'ambito riconoscimento due anni più tardi per le musiche originali del film Il Padrino - Parte II, dividendolo con l'altro compositore del film Carmine Coppola, padre del regista Francis Ford Coppola e un guadagno allora di ben sette miliardi di vecchie Lire come ha affermato Adriano Cirillo, ultimo suo allievo del Conservatorio di Bari “Niccolò Piccinni” l’inverno scorso ospite presso la Sala del Ridotto dell’ “Abbado” in occasione di un concerto dedicato al compositore milanese per esecuzione di Marcello Corvino e Carlo Bergamasco, violino e pianoforte. “Muti si è gettato a capofitto nelle melodie voluttuose di tali pagine, ottenendo dall’orchestra suoni pastosi e fraseggi trascinanti di grande seduzione espressiva: qui come altrove, infatti, non s’intimidisce mai nel far risuonare in tutto il loro calore le melodie “strappacuore” di certo repertorio italiano, senza privarle del necessario pathos, ma restando pur sempre un passo indietro dall’eccesso, dalla caduta di gusto; e anche in questo caso le espansioni espressive sono state dosate con perizia estrema, per un piacere d’ascolto totale”, come sostiene anche il critico Marco Beghelli.

Una scelta di repertorio non tanto di stampo profano, semmai “leggero” dedicato a un capolavoro per il grande schermo ove “I critici lo hanno spesso sottovalutato, sotto la sua cantabilità c'è qualcosa di inquietante, un assorto senso esistenziale, una tristezza mediterranea" – sostiene Muti difendendo la maestria compositiva di Rota, autore tra l’altro di quasi tutte le colonne sonore dei film di Fellini, ritenuto, soprattutto in vita, ingiustamente un autore "minore" e oggi secondo solo a Ennio Morricone, a causa unicamente della sua prematura scomparsa avvenuta a soli 68 anni. Volendo accostarne un altro suo brano ne è stato interpretato il Concerto per violoncello n. 2 in Si minore op. 104 scritto nel 1973 e qui magistralmente eseguito dal violoncellista Tamás Varga dall’interpretazione davvero sentita e ispirata; nato a Budapest, primo violoncello dei Wiener Philharmoniker per oltre venti anni esibendosi come solista con direttori come Christoph Eschenbach, Zubin Mehta, Andris Nelsons, Ádám Fischer, Seiji Ozawa, Giuseppe Sinopoli, Pinchas Steinberg e Michael Tilson Thomas, tiene oggi corsi di perfezionamento a livello mondiale, dall’Australia al Vietnam, dal Giappone agli Stati Uniti.

Fuori programma a chiusura della prima parte, ancora Varga in una pagina sola scritta dal figlio adolescente Konrád, dopo averne spiegata l’intenzione esprimendosi in un inglese un po’ stentato: “Eseguirò un Adagio, ove in questo andamento il mio impegno sarà costituito nel farlo ad agio cioè nel rigore esecutivo che più gli si addice, secondo la giusta etimologia del termine, avendone suscitato a suo tempo una interessante riflessione attraverso un confronto proprio con il Maestro Muti”. La prosecuzione ha rivestito un carattere nettamente impegnativo ed esuberante avente la danza come tema comune, con la Suite n. 2 dal Cappello a tre punte di Manuel De Falla (1876 - 1946) balletto in un atto su libretto di Gregorio Martínez Sierra, tratto dall'omonimo romanzo di Pedro Antonio de Alarcón in due scene. Composto su commissione di Sergej Diaghilev, fu rappresentato per la prima volta al teatro Alhambra di Londra il 22 luglio 1919 con coreografia di Léonide Massine e scenografie di Pablo Picasso. Opera di lunga consuetudine per Muti che ha trascinato la Cherubini in un'esecuzione intensa ed energica, calibrando ogni dettaglio in modo assolutamente appropriato per dare spazio anche alle singole parti solistiche; presenti le alternanze delle diverse sei percussioni in una partitura ricca di temi che riecheggiano la musica popolare andalusa ma con una orchestrazione raffinata e caratterizzata da una misura cameristica, o quasi.

Esempi di questo patrimonio folklorico rivisitato nel balletto sono il fandango nella trama della prima esposizione e per le folate di Aragona della jota nella Danza finale. La chiusura della prestigiosa performance è stata affidata al celeberrimo Boléro di Maurice Ravel (1875 - 1937) scritto nel 1928 come musica da balletto divenuto ormai e forse impropriamente un singolo brano da concerto. Sicuramente il bolero più famoso mai composto, nonché la sua opera più popolare, andò in scena all'Opéra National de Paris il 22 novembre dello stesso anno diretto da Walther Straram con la coreografia di Bronislava Nijinska; Ravel non fu presente alla prima; un contratto impegnativo lo aveva costretto a partire per una tournée in Spagna di ben nove concerti; rientrò a Parigi in tempo per assistere all'ultima rappresentazione. Il balletto pur molto innovativo, ottenne una buona accoglienza, non prevedibile vista l'audacia richiesta nel corretto svolgimento di una musicalità anche insolita e innovativa per lo stile dell’epoca basata su un accompagnamento armonico, spesso proposto in maniera accordale. Moltissimi da allora furono i direttori che vollero cimentarsi con la partitura, non sempre con risultati degni di nota. L'autore diede indicazioni precise sulle modalità di esecuzione del suo lavoro: "Mi auguro vivamente che nei riguardi di quest'opera non ci siano malintesi. Essa rappresenta un esperimento di una direzione particolarissima e limitata... Dopo la prima esecuzione ho fatto preparare un avviso in cui si avvertiva che il brano da me composto durava diciassette minuti." La gestualità di Muti qui è rimasta quasi impassibile, distaccata, concedendo unicamente gli attacchi ai vari solisti in univoca interpretazione che come ben sappiamo ne ripetono la parte tematica decine di volte alternandola ai vari strumenti a fiato, non essendo sfuggite alcune imprecisioni e incertezze sulle tenute dei lunghi suoni soprattutto da parte degli ottoni bassi. Tema ipnotico ed enfatico dal crescendo dinamico ed emozionante giunge a un coinvolgimento totale per via di tutta la ricchissima orchestrazione presente in un grandioso concerto replicatosi la sera prima presso il Pala De André di Ravenna Festival a termine di una delle manifestazioni estive più importanti d’Italia. Dall’acustica imparagonabile rispetto all’”Abbado”, trattandosi sostanzialmente di un palazzetto dello sport anche se perfettamente adibito agli eventi musicali, non sono state riscontrate sostanziali differenze esecutive, fatta la diversa qualità sonora delle due sale preferendo ovviamente la struttura data di tipo architettonico tradizionale di Ferrara. E in entrambi i casi un plauso meritatissimo è andato a Tommaso Scopsi, che ha saputo tenere con ritmo incessante per tutto il tempo necessario una ostinata e precisa scansione sul tamburello, sostegno su cui si basa tutta la stesura, autentico e inequivocabile solista dalla bravura ineccepibile. Non concedendo alcun fuori programma, immancabile e atteso discorso finale di Muti dalla voce quasi sussurrata senza usare microfono e riuscendo a sentirlo appena; accennando a una punta di polemica e ironia facendo spesso anche sorridere con simpatia e umorismo, ha voluto esaltare una volta di più il valore dei suoi giovani orchestrali, ricordando che nel 2024 cadrà il ventennale dell’Orchestra Giovanile “Luigi Cherubini”: un traguardo importantissimo, che non trova però adeguato riscontro in un paese troppo povero di orchestre e sempre più sordo alle opere del passato accusando le istituzioni che siano o no di qualsiasi colore e posizione politica di non fare mai abbastanza per la cultura, ove tralasciando l’arte costituita dai beni immobili e statici, l’importante è concedere lo spazio artistico e lavorativo alle nuove generazioni, a quei e questi ragazzi che della musica ne stanno facendo una autentica ragione di vita, non devono restare delusi dalle loro difficili scelte...”Sono orgoglioso di essere italiano, anzi napoletano - ha concluso - spesso assistiamo a una sorta di divismo immotivato verso chi porta musica dall’estero mentre la cultura può e deve partire proprio da parte nostra tenendo conto delle grandi potenzialità in nostro possesso non seconde certamente a nessuno…” «La commissione ti ha dato 10 e lode, non per come hai suonato oggi, ma per come potrai suonare domani»: vede lontano Nino Rota, quando a capo dell’allora liceo musicale di Bari apostrofa il giovane pianista Riccardo Muti.

Dopo quel primo incontro, il legame tra loro non si spezzerà più, tramutandosi in un’amicizia profonda nutrita di stima e reciproca ammirazione. Per questo, Muti ancora una volta interpreta le sue opere: quelle dall’amplissimo catalogo di musica “assoluta”, come il Concerto affidato al talento di Tamas Varga, primo violoncello dei Wiener; e quelle per il cinema – la colonna sonora del film di Francis Ford Coppola è tra le più celebri. Partiture nate per “raccontare”, come pensate per la narrazione coreografica furono gli echi andalusi della suite di De Falla e l’ipnotica, misteriosa malia del capolavoro di Ravel. (da Ravenna Festival 2023)
Crediti fotografici: Marco Caselli Nirmal per Ferrara Musica Nella miniatura in alto e a destra: il direttore Riccardo Muti Sotto: belle istantanne di Marco Caselli Nirmal sul teatro che ha fatto egistrare il tutto esaurito
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Se l'Idillio diventa arte dei suoni
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