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Pubblicato il 26 Aprile 2026
Nell'impegnativo concerto con musiche dei due compositori russi brilla soprattutto l'orchestra
Rachmaninov e Sostakovič, sė perō...
servizio di Simone Tomei
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GENOVA - Due partiture nate dalla frattura, due risposte alla crisi che hanno segnato, ciascuna a suo modo, il corso della musica del Novecento. Il programma proposto dal Teatro Carlo Felice nella serata del 24 aprile 2026 affida al M° Samuel Lee, giovane bacchetta sudcoreana impostasi all'attenzione internazionale con la vittoria alla Malko Competition 2024, il compito di attraversare questo doppio snodo del sinfonismo russo con il M° Alexander Gadjiev al pianoforte nella prima parte della serata. Il Concerto n. 2 in do minore op. 18 di Sergej Rachmaninov e la Sinfonia n. 5 in Re minore op. 47 di Dmitrij Šostakovič non si affiancano per semplice contiguità geografica o cronologica; il nesso è più profondo e riguarda il rapporto tra l'artista e le condizioni che ne determinano la voce: la depressione e il silenzio creativo nel caso di Rachmaninov che tra il 1900 e il 1901 ritrova nella scrittura del Concerto la via d'uscita da un'impasse che sembrava definitiva; la censura ideologica e la minaccia fisica nel caso di Šostakovič, costretto nel 1937 a ripensare il proprio linguaggio dopo la condanna della Lady Macbeth e a offrire quella che definì, con formula tanto celebre quanto enigmatica, “... la risposta pratica di un artista sovietico a critiche giuste”. In entrambi i casi la musica si fa atto di sopravvivenza, ma con esiti che non potrebbero essere più distanti: confessione lirica e ricomposizione interiore nel primo, ambiguità semantica irrisolta e tensione dialettica nel secondo.
 Un itinerario che dalla cantabilità avvolgente del tardo romanticismo pianistico alla durezza tragica del sinfonismo sovietico, chiede all'interprete non soltanto competenza tecnica, ma una visione capace di restituire la specificità espressiva di ciascun mondo sonoro. Quanto la serata genovese abbia corrisposto a questa esigenza è questione che merita una riflessione articolata. Il Concerto n. 2 in do minore op. 18 ha restituito un esito profondamente disomogeneo attraversato da uno scarto che si è fatto evidente sin dalle prime battute tra la qualità della prova solistica e la tenuta della concertazione orchestrale. Alexander Gadjiev al pianoforte ha affrontato la partitura con una coerenza di impianto che merita di essere riconosciuta. La sua lettura si è mossa lungo una linea interpretativa chiara, attenta alla complessa stratificazione della scrittura pianistica rachmaninoviana senza mai cedere alla tentazione dell'effetto isolato: il fraseggio controllato ha saputo mantenere una direzione anche nei passaggi di maggiore esposizione, restituendo al discorso musicale quella continuità quasi vocale che rappresenta uno dei tratti più caratteristici e più insidiosi di questa partitura. Una prova di solida intelligenza musicale che avrebbe meritato un contesto orchestrale all'altezza. Perché è proprio nella direzione di Samuel Lee che si è consumata la frattura più vistosa della serata. Non si è trattato di singoli incidenti o di momentanee défaillances, ma di un problema che investiva i presupposti stessi della concertazione: l'equilibrio tra i piani sonori, l'ascolto reciproco tra podio e tastiera, la gestione delle agogiche come elemento strutturale e non come semplice regolazione del traffico dinamico. La lettura si è configurata piuttosto come una successione affrettata di episodi, una corsa in cui il respiro del discorso musicale è stato il primo elemento a venir meno, trascinando con sé tensione espressiva, articolazione formale ed il pathos stesso della pagina. Il risultato è stato un generale appiattimento della dialettica tra solista e orchestra: non più un dialogo tra due voci che si cercano, si provocano, si rispondono, ma una coesistenza forzata in cui ciascuno sembrava procedere lungo un proprio binario.

Il segno più eloquente di questa disconnessione si è colto nella tenuta degli ingressi: in più punti Gadjiev è apparso costretto ad anticipare o ritardare le proprie entrate, adattandosi in tempo reale a una conduzione che non offriva appigli sicuri. Un solista che “insegue” il direttore o che deve compensarne le incertezze, è sempre sintomo di un difetto nel collante direttoriale in quella funzione di mediazione e di ascolto che rappresenta il cuore stesso del concertare. Il secondo movimento, l'Adagio sostenuto ha costituito forse il momento più critico. Questa pagina che nella sua concezione richiede una sospensione lirica di assoluta trasparenza, un tessuto orchestrale che si faccia velo sonoro attraverso cui il canto del pianoforte possa emergere con naturalezza, ha conosciuto un avvio relativamente delineato, per poi deteriorarsi rapidamente in una confusione di piani. Il finale ha accentuato ulteriormente le criticità trasformandosi in una lettura convulsa dove la spinta agogica, anziché sostenere e orientare la tensione narrativa, ha finito per comprometterne la leggibilità. Gli impasti sonori, indistinti e privi di profondità prospettica, hanno impedito l'emersione di quella traiettoria culminante che dovrebbe condurre l'ascoltatore, con slancio e insieme con inevitabilità, verso la perorazione conclusiva. Si è avvertita l'assenza di un disegno complessivo: non una narrazione che cresce e si compie, ma una serie di accelerazioni prive di meta. In questo quadro, il pianoforte di Gadjiev si è trovato ripetutamente coperto da una massa orchestrale incapace di modulare il proprio volume, di alleggerirsi, di creare quello spazio acustico entro cui il suono del solista possa respirare e proiettare le proprie sfumature timbriche. Ne è derivata una significativa perdita di finezza coloristica come se un pittore fosse costretto a lavorare su una tela già satura di colori altrui. Una concertazione che, per impostazione e realizzazione, si è rivelata inadeguata alla complessità e alla ricchezza della pagina rachmaninoviana lasciandomi la sensazione di un'occasione non colta. Terreno più congeniale, almeno nelle sue linee generali, si è rivelato il sinfonismo puro della Sinfonia n. 5 in re minore op. 47 di Šostakovič, partitura che pone all'interprete esigenze di natura profondamente diversa rispetto al concertismo rachmaninoviano. Qui non si tratta di mediare tra solista e orchestra, ma di governare dall'interno un organismo sinfonico unitario la cui complessità risiede nella stratificazione dei piani espressivi e nella costante ambiguità semantica del discorso. Dmitrij Šostakovič costruisce la Quinta su un impianto formale di ascendenza quasi beethoveniana, rigoroso e apparentemente lineare, ma lo abita con un materiale tematico percorso da un'inquietudine che ne mina continuamente la stabilità: il primo movimento alterna tragicità e frammentazione, il Largo sospende il tempo in una rarefazione elegiaca di intensità quasi insostenibile, mentre il finale, con il suo trionfalismo ostentato e problematico, resta uno dei nodi interpretativi più controversi dell'intero Novecento sinfonico. Una partitura che vive di tensioni irrisolte e che chiede al direttore non soltanto il controllo della massa sonora, ma la capacità di articolare quelle tensioni senza dissolverle. In questa seconda parte della serata la lettura di Samuel Lee ha trovato un assetto sensibilmente migliore, pur senza raggiungere una piena persuasività. Merito, in primo luogo, dell'Orchestra della Fondazione Carlo Felice, i cui singoli strumentisti hanno offerto interventi di notevole qualità nei numerosi passaggi solistici di cui la partitura è disseminata: momenti in cui il compositore affida a una voce isolata il compito di far emergere una sonorità particolare, un colore timbrico inatteso, una zona espressiva che il tutti non potrebbe restituire con la stessa evidenza. In queste pagine la compagine genovese ha mostrato un livello di preparazione e di sensibilità strumentale che va riconosciuto senza riserve. Più problematica, ancora una volta, la visione d'insieme. La direzione di Lee pur riuscendo a condurre il percorso sinfonico fino al suo compimento, ha conservato quell'affanno di fondo già emerso nel pezzo di Rachmaninov: una gestualità sovrabbondante e muscolare, più vicina all'enfasi atletica che alla misura del gesto direttoriale inteso come strumento di pensiero musicale. Ne è derivata una concertazione di impronta scopertamente bandistica in cui il volume ha spesso preso il sopravvento sulla costruzione del discorso. Le tensioni che Šostakovič accumula con pazienza quasi chirurgica, lavorando per stratificazione e per attrito progressivo tra i piani sonori, si sono trovate ripetutamente sciolte in esplosioni di pura rumorosità perdendo quella forza dialettica che nasce proprio dal controllo, dalla capacità di trattenere l'energia prima di liberarla. È un problema che si avverte con particolare evidenza nei passaggi in cui la scrittura si spinge verso zone di asprezza armonica e di sonorità ai confini dell'atonalità; pagine che richiedono all'interprete una cura speciale nella conduzione delle voci e nella calibratura dei piani dinamici, perché il rischio è di trasformare ciò che nel testo è tensione espressiva calcolata, in un ammasso sonoro respingente, tanto più per un orecchio non avvezzo alle “durezze” del linguaggio šostakovičiano. Costruire un percorso logico attraverso queste zone, farle percepire come necessarie e non come accidenti, è compito del direttore: e qui la lettura di Lee ha mostrato i propri limiti più evidenti rinunciando troppo spesso a quel lavoro di mediazione che avrebbe reso la partitura più leggibile senza tradirne la sostanza.

In definitiva una prova migliore di quella offerta nella prima parte della serata sorretta dalla qualità strumentale dell'orchestra e dalla forza intrinseca di una partitura che, anche in condizioni non ideali, conserva intatta la propria capacità di colpire. Ma il passo che separa il buono dal convincente è rimasto scoperto e con esso la sensazione di un potenziale espressivo non pienamente realizzato. Teatro pieno e pubblico in festa con sonori applausi per tutti. (La recensione si riferisce alla serata di venerdì 24 aprile 2026)
Crediti fotografici: Marcello Orselli per il Teatro Carlo Felice di Genova Nella miniatura in alto: il direttore Samuel Lee Al centro: Alexander Gadjiev e Samuel Lee Sotto: il pubblico del Teatro Carlo Felice
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Pubblicato il 02 Aprile 2026
L'Orchestra Regionale della Toscana con Simon Zhu solista e Min Gyu Song sul podio
Mozart e Beethoven per un bel concerto
servizio di Nicola Barsanti
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PECCIOLI (PI) – Nella suggestiva cornice della Galleria dei Giganti si conclude, in prossimità della Pasqua, il ciclo di tre concerti organizzato dalla Fondazione Peccioli insieme al Comune, con il sostegno di Belvedere S.p.A., affidato all’Orchestra Regionale della Toscana. Un percorso pensato con intelligenza, che trova proprio in quest’ultimo appuntamento una sintesi riuscita tra grande repertorio e nuove generazioni di interpreti. Ancora una volta, infatti, l’ORT conferma la propria attenzione verso i giovani talenti emergenti: sul podio il direttore coreano Min Gyu Song, vincitore del Premio Cantelli 2024; e come solista il violinista tedesco Simon Zhu, primo premio al Concorso Paganini di Genova 2023. Due nomi già solidamente proiettati in una dimensione internazionale, ma ancora capaci di portare freschezza e spontaneità nell’approccio al repertorio. Il programma è di quelli che definiremmo “classici” per antonomasia: il Concerto per violino n. 5 in La maggiore K 219 “Turkish” di Wolfgang Amadeus Mozart e la Sinfonia n. 8 in Fa maggiore op. 93 di Ludwig Van Beethoven. Due opere che, pur appartenendo a epoche e linguaggi diversi, dialogano tra loro attraverso un sottile gioco di tradizione e innovazione.

Il Concerto K 219 rappresenta il vertice dei cinque concerti per violino composti da Mozart a Salisburgo nel 1775, un corpus che segna un punto di svolta nella scrittura violinistica: non più semplice veicolo virtuosistico, ma vero interlocutore dialogante con l’orchestra. In questo quinto concerto, in particolare, emerge una libertà formale e una fantasia espressiva che anticipano sviluppi futuri. Il celebre Rondò finale, con le sue improvvise incursioni “alla turca”, è uno degli elementi più affascinanti della partitura: queste “turquerie”, con i loro accenti marcati, le percussioni imitate dagli archi e i contrasti dinamici, creano una frattura stilistica sorprendente. Non a caso, alcuni studiosi hanno ravvisato in questi episodi non tanto un’esotica imitazione ottomana, quanto piuttosto una parentela con ritmi ungheresi, quasi una czarda ante litteram. L’Orchestra della Toscana affronta la partitura con grande precisione: gli archi si distinguono per i colpi d’archetto netti e perentori, per le accentuazioni incisive e per le brusche ma perfettamente controllate transizioni dinamiche, restituendo con chiarezza il carattere teatrale e contrastante del movimento finale. Al centro dell’esecuzione si impone però la prova solistica di Simon Zhu: il suo suono è compatto, perfettamente a fuoco, sostenuto da un controllo dell’arco che consente una varietà timbrica notevole: dalla cantabilità morbida e vellutata delle frasi liriche a una brillantezza più incisiva nei passaggi di agilità. La pulizia dell’articolazione, la precisione dell’intonazione e la naturalezza del fraseggio conferiscono al discorso musicale una grazia mai manierata, ma sempre sorretta da una chiara intenzione espressiva. Particolarmente riuscita la cadenza del primo movimento, eseguita con equilibrio tra virtuosismo e coerenza stilistica, evitando ogni eccesso retorico. Zhu mantiene sempre un controllo rigoroso del suono, anche nei passaggi più esposti, restituendo quella miscela di eleganza e decisione richiesta dalla scrittura mozartiana. Il pubblico viene infine conquistato dal bis: il Capriccio n. 24 di Niccolò Paganini, affrontato con assoluta padronanza tecnica. Doppie corde, salti di registro, variazioni virtuosistiche: tutto è eseguito con sicurezza e brillantezza, ma soprattutto con una musicalità che evita di ridurre il pezzo a puro esercizio tecnico. Con la Sinfonia n. 8, Ludwig van Beethoven sembra volutamente guardare indietro. Dopo le tensioni eroiche della Settima, questa sinfonia appare come un ritorno ironico e consapevole a modelli più classici, quasi un omaggio, non privo di sottile umorismo, a un linguaggio che il compositore stesso ha contribuito a superare. L’acustica della Galleria dei Giganti, sorprendentemente favorevole, non penalizza l’ensemble ma anzi valorizza la compattezza del suono orchestrale: i 44 elementi dell’Orchestra della Toscana restituiscono una tessitura chiara e ben bilanciata, in cui ogni sezione trova il proprio spazio senza perdere coesione. Sotto la guida di Min Gyu Song, l’orchestra si muove con tempi e proporzioni perfettamente calibrati sul repertorio. Il gesto del direttore è contenuto, essenziale, ma sempre leggibile e incisivo: non c’è mai dispersione, ma piuttosto una costante tensione a scolpire le dinamiche e a mantenere saldo il discorso formale. Nel terzo movimento spicca il contributo del primo violoncello, Augusto Gasbarri, autore di un intervento solido e ben proiettato, capace di emergere con autorevolezza all’interno della trama orchestrale. La sinfonia scorre con vivacità e chiarezza, mettendo in luce quel carattere “giocoso” e quasi sperimentale che la rende unica nel catalogo beethoveniano.

La serata di Peccioli si rivela un perfetto equilibrio tra tradizione e rinnovamento. Da un lato, due capolavori assoluti del repertorio; dall’altro, due giovani interpreti che dimostrano maturità, consapevolezza stilistica e una notevole capacità comunicativa. Simon Zhu conquista per raffinatezza tecnica ed espressiva, mentre Min Gyu Song guida l’orchestra con lucidità e senso della forma, ottenendo dall’Orchestra della Toscana una risposta compatta e brillante. Un concerto che non solo rende giustizia alle partiture eseguite, ma conferma anche la vitalità di una nuova generazione di musicisti, capace di affrontare il grande repertorio con rispetto, determinazione e grande passione. (La recensione si riferisce alla serata di martedì 31 marzo 2026)
Crediti fotografici: Luca Passerotti per la Fondazione Peccioli Nella miniatura in alto: il direttore Min Gyu Song Al centro: ancora Min Gyu Song e il violinista Simon Zhu Sotto: panoramica sull'Orchestra Regionale della Toscana
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Pubblicato il 29 Marzo 2026
Il pianista Carlo Bergamasco in un recital molto applaudito nel Teatro ''Claudio Abbado'' di Ferrara
L'indiscreto fascino dell'antico
servizio di Athos Tromboni
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FERRARA - Il pianista Carlo Bergamasco si dedica di preferenza al repertorio del Novecento e alla musica pianistica contemporanea. Per come lo conosciamo e per quanto l'abbiamo seguito nei suoi numerosi concerti tenuti nella città estense, le sue scelte vengono motivate oltre che dalle attitudini personali, anche dalla volontà di una funzione divulgativa rispetto a compositori e pagine pianistiche che raramente sono repertorio consolidato nel panorama cameristico italiano. Anche oggi, per i "Concerti al Ridotto" di Ferrara Musica nel Teatro Comunale "Claudio Abbado", l'impaginato di Begamasco non si discostava da quella preferenza che abbiamo enunciato: il Novecento. Infatti il concerto aveva come titolo "L'indiscreto fascino dell'antico" e come autori vedeva Ottorino Respighi, Sergej Rachmaninov e Maurice Ravel, praticamente coevi perché il più vecchio dei tre era Rachmaninov, classe 1873, seguito da Ravel (nato nel 1875) e Respighi (1879). Quindi due autori (Respighi e Rachmaninov) che nella loro produzione hanno trovato ispirazione anche dalla musica antica, essendone studiosi meritevoli, e un autore (Ravel) che rappresenta per definizione e storia l'innovazione novecentesca della musica pianistica apparsa immediatamente dopo Debussy. Prima di sedersi alla tastiera, Bergamasco ha spiegato al folto pubblico dei "Concerti al Ridotto" che il programma tesseva «... un fll-rouge tra epoche distanti, esplorando come il Novecento abbia guardato al passato non con nostalgia accademica, ma come ad una sorgente vitale di nuove forme e colori...»: forme e colori che si sono manifestate moderne, affini all'estetica della musica novecentesca, senza però tradire la loro fondamentale natura di musiche dei secoli passati. Il concerto è iniziato con le Antiche danze ed arie per liuto di Ottorino Respighi: sebbene concepite inizialmente per orchestra, Carlo Bergamasco ha spiegato che la versione per pianoforte curata dallo stesso autore «... ne ha esaltato la purezza melodica.»

Respighi, infatti, non si è limitato - in questo lavoro - a trascrivere brani dei secoli XVI e XVII, ma li ha rivestiti di una novecentesca eleganza timbrica. Così, nell'esecuzione di Bergamasco, si è colto pienamente che il pianoforte ha compiuto una traslitterazione più timbrica che melodica, perché la frase melodica spesso "cantava" come se fosse il liuto a fare le note, ma il colore evocato dal pianista ha fatto capire chiaramente che si trattava di Novecento ispirato al Cinquecento, in quanto la modernità "aggiunta" risiedeva proprio nella gamma dei colori che la tastiera ha saputo proporre. Soprattutto in sezioni come l'iniziale Conte Orlando o la frizzante Gagliarda, per non dire della tellurica Passacaglia, molto impegnativa dal punto di vista del virtuosismo richiesto all'esecutore. Carlo Bergamasco si è successivamente dedicato all'esecuzione che, a nostro parere, è stata la migliore del concerto: le Variazioni su un tema di Corelli op.42 di Sergej Rachmaninov: già il pianismo dell'autore russo è per sua natura una parete ripida e scoscesa da scalare, se non si ha il talento giusto: poi le "Variazioni" musicologicamente intese, sono un genere pianistico che esige sensibilità, cognizione di causa, acquisizione intellettuale, rispetto proprio al genere e alla sua funzione estetica: nel Novecento la "Variazione" - per la letteratura pianistica che ci è dato conoscere - si è perlopiù cimentata come esplorazione delle possibilità armoniche e dinamiche (piuttosto che timbriche) del tema originario. Così, con una scelta di coerenza, Bergamasco ha eseguito un Rachmaninov che ha trasformato la frase melodica ricorrente della "Follia" presente nella Sonata op.5 n.12 di Arcangelo Corelli, in una citazione pianistica continuamente modificata nella successione di accordi, arpeggi e trilli, ma depositata dentro a inquietudini espressive e armonie audaci che sono patrimonio d'elezione della musica neoromantica novecentesca. Bravissimo il pianista, nel dare significato ai diversi momenti della sua performance, con parti periodicamente altalenanti fra melodia di richiamo a Corelli e ripiegamenti nel lirismo malinconico affine allo spirito del neoromanticismo del primo Novecento e con reiterato ricorso - sul filo delle note e della dinamica - alla iconoclastica scelta di una rottura con la tradizione del passato. Tutto questo lo si è potuto rilevare (e comprendere) durante l'esecuzione di ottimo livello offerta da Bergamasco. Infine, per terminare il concerto, un brano novecentesco originale, senza riferimenti all'antico: le esoteriche musiche di Ravel per Le tombeau de Couperin: il musicista francese compose Le Tombeau tra il 1914 e il 1917, come omaggio agli amici francesi caduti nella Grande Guerra del 1914-1918. Presentando il brano, il pianista Bergamasco ha sottolineato come «... nonostante la tragicità del contesto ...» la musica sia pervasa da una trasparenza cristallina e una grazia quasi apollinea «... incarnando perfettamente l'ideale neoclassico di un'arte che, pur soffrendo, sceglie la perfezione formale.»

E il suo Ravel è stato, nell'esecuzione, nei suoni uditi, nel timbri cercati e nelle dinamiche scelte, più volitivo che sericeo, più realistico nei temi che trasognato nelle gamme delle colorature: insomma, un Ravel che Bergamasco ha fatto suo, assumendosi il rischio di apparire più un pianista concreto che un pianista fedele alle prassi esecutive che vanno per la maggiore. Molto apprezzato il concerto dal numeroso pubblico del Ridotto, che ha insistentemente chiamato il pianista alla ribalta, finché non ha ottenuto il richiesto bis, anzi un fuori programma in tutti i sensi: il Settecento, Mozart, la Fantasia in Re minore che è una cavallo di battaglia per tanti pianisti.

Per la soddisfazione di tutti i presenti, che sono usciti dal Ridotto del Teatro Comunale col sorriso sulle labbra. (la recensione si riferisce al concerto di sabato 29 marzo 2026)
Crediti fotografici: Fototeca gli Amici della Musica Uncalm Nella miniatura in alto e nella sequenza successiva: il pianista Carlo Bergamasco
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Pubblicato il 18 Febbraio 2026
Nel Teatro Goldoni di Livorno l'applaudito evento del weekend di San Valentino
Musica Amoris 2026
servizio di Nicola Barsanti
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LIVORNO - Il Teatro Goldoni accoglie nel weekend di San Valentino "Musica Amoris 2026" in un clima di attesa calorosa e partecipe. Il titolo scelto per il concerto non è casuale: l’amore, nelle sue molteplici declinazioni, è il filo rosso che unisce le due grandi pagine in programma, il Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 in Si bemolle minore op. 23 di Pëtr Il’ič Čajkovskij e la Sinfonia sopra una canzone d’amore, di Nino Rota, quest’ultima inevitabilmente legata all’immaginario cinematografico de Il Gattopardo di Luchino Visconti. Protagonista al pianoforte è Gabriele Baldocci, livornese di origine, artista dalla solida formazione internazionale, che studia anche con Martha Argerich e si afferma come uno dei pianisti italiani più interessanti della sua generazione. Accanto a lui l’Orchestra del Teatro Goldoni “Massimo de Bernart”, diretta dal maestro Nicola Colafelice. Il Concerto n. 1 di Čajkovskij, monumento del repertorio romantico, si impone fin dalle celebri battute iniziali come una sfida tanto spettacolare quanto insidiosa. Baldocci affronta la partitura con maturità e controllo sonoro: il tocco è pieno, il suono è rotondo e ben proiettato, la tavolozza timbrica è ricca di sfumature e colori. Nei passaggi più lirici emerge una cantabilità intensa, mai sdolcinata; nelle sezioni virtuosistiche la tecnica è solida, con un uso calibrato delle ottave e un fraseggio che ricerca sempre un senso musicale compiuto. La grande cadenza del primo movimento diventa un momento di autentica concentrazione espressiva, in cui il pianista costruisce un arco narrativo coerente e coinvolgente. Qualche imprecisione isolata non compromette l’insieme di un’interpretazione convincente, sostenuta da un’intelligenza musicale che sa anche compensare alcune fragilità dell’apparato orchestrale. Ed è proprio qui che emergono le principali criticità della serata. L’esecuzione “a parti reali” mette in evidenza uno squilibrio nell’organico degli archi: l’insufficienza numerica di primi e secondi violini, insieme ai soli due violoncelli e un contrabbasso (non sempre compatti), indebolisce la base sonora e rende meno omogeneo l’impasto timbrico. In questo contesto la sezione degli ottoni tende talvolta a predominare, risultando in alcuni punti eccessivamente esposta e non sempre perfettamente intonata. Anche sul piano ritmico si percepiscono sporadiche incertezze, che tuttavia Baldocci affronta con prontezza, mantenendo saldo il dialogo e contribuendo a ricondurre l’insieme a un equilibrio accettabile.

Diverso e più convincente appare il risultato nella seconda parte del programma con la Sinfonia sopra una canzone d’amore di Nino Rota. Qui il direttore Nicola Colafelice sembra trovare una misura più efficace, dosando con maggiore attenzione i pesi sonori e facendo emergere la raffinata tavolozza armonico-cromatica che la scrittura di Rota richiede. I richiami tematici che rimandano ai celebri titoli di testa de Il Gattopardo evocano un lirismo sospeso, intriso di malinconia e nobiltà, e l’orchestra risponde con un suono più coeso, capace di restituire quella miscela di eleganza e struggimento che è cifra distintiva del compositore. Il dialogo fra le sezioni appare più fluido, l’equilibrio interno più controllato, e l’interpretazione complessiva convince maggiormente rispetto alla prova su Čajkovskij, trovando un punto di sintesi tra slancio melodico e disciplina formale. Accolto da applausi calorosi, Baldocci concede due bis: dapprima la coda del terzo movimento del concerto di Čajkovskij, riproposta con brillantezza e vigore, quindi il Preludio n. 5 op. 23 di Sergej Rachmaninov, eseguito con intelligenza interpretativa. I ritenuti e i rallentandi sono dosati con sensibilità, contribuendo a un discorso musicale vivo, interrogativo, capace di mantenere alta la tensione espressiva fino all’ultima battuta. Un bis efficace, che suggella con coerenza l’estetica romantica della serata. Nel complesso “Musica Amoris 2026” si configura come un pomeriggio musicale significativo per la città, all’insegna di maestranze livornesi e di un pubblico partecipe ed entusiasta. Pur tra alcune ombre nell’equilibrio orchestrale, la qualità del solista e una seconda parte di maggiore compattezza artistica consegnano al Teatro Goldoni una serata che celebra l’amore, in tutte le sue forme. (La recensione si riferisce al concerto di domenica 15 febbraio 2026)
Crediti fotografici: Fototeca gli Amici della Musica Uncalm Nella miniatura in alto: il pianista Gabriele Baldocci Sotto: saluti fra gli applausi dopo il concerto n. 1 di Čajkovskij
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Ecco una Tosca classica
intervento di Simone Tomei FREE
GENOVA - C’è una Tosca che nasce dalla tradizione ma rifiuta di restare confinata in una dimensione museale, scegliendo piuttosto di interrogare il presente attraverso gli strumenti del passato. È in questo spazio intermedio che colloco l’allestimento approdato al Teatro Carlo Felice di Genova, proveniente dal Teatro dell’Opera di Roma: una ricostruzione filologica solo in apparenza, che ambisce invece a restituire vitalità contemporanea a un impianto storico. L’origine romana dell’allestimento non è un dettaglio accessorio, ma un elemento strutturale: il lavoro dei laboratori capitolini, che circa un decennio fa hanno ricostruito scene e costumi sulla base dei materiali originali di Adolf Hohenstein, si traduce in un dispositivo visivo di notevole coerenza stilistica. Scenografie dipinte, architetture prospettiche, cura minuziosa dei dettagli restituiscono il teatro all’italiana nella sua forma più riconoscibile
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Falstaff rivive in Marco Filippo Romano
servizio di Simone Tomei FREE
VERONA - Esiste un tipo di perfezione che si riconosce solo a posteriori, quando ci si accorge che non avrebbe potuto essere altrimenti. Il Falstaff verdiano appartiene a questa specie rara: opera nata quasi per gioco, confessava il compositore in una lettera del dicembre 1890, e tuttavia così necessaria da sembrare l’unico approdo possibile di
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Classica
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L'indiscreto fascino dell'antico
servizio di Athos Tromboni FREE
FERRARA - Il pianista Carlo Bergamasco si dedica di preferenza al repertorio del Novecento e alla musica pianistica contemporanea. Per come lo conosciamo e per quanto l'abbiamo seguito nei suoi numerosi concerti tenuti nella città estense, le sue scelte vengono motivate oltre che dalle attitudini personali, anche dalla volontà di una funzione
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Opera dal Centro-Nord
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Elisir d'amore disarticolato
servizio di Simone Tomei FREE
PISA - Il Teatro Verdi chiude la stagione lirica 2025/2026 con L'elisir d'amore di Gaetano Donizetti. Ci sono opere che nascono in fretta, quasi controvoglia, eppure restano. L’Elisir d’amore appartiene a questa famiglia paradossale: composto da Donizetti in poco più di due settimane nel 1832, su un libretto che Felice Romani ricavò altrettanto
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Operetta and Musical
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Il rock sconfigge la distopia
servizio di Athos Tromboni FREE
FERRARA - Che cos'è la distopia? È l'esatto contrario dell'utopia: se quest'ultima rappresenta il modello di vita ideale che potrebbe rendere libera e felice la vita di uomini e donne, la distopia invece narra di una straniante realtà immaginaria del futuro; un futuro prevedibile sulla base di tendenze del presente, percepite come altamente
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Opera dal Centro-Nord
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C'č un Castello dove la Voix humaine...
servizio di Simone Tomei FREE
FIRENZE – Ci sono accostamenti che rivelano più di quanto promettano. Il dittico che il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino ha portato in scena non è semplicemente una scelta di repertorio felice: è una tesi interpretativa, quasi un saggio scenico sul tema dell’impossibilità del dialogo tra un uomo e una donna. Béla Bartók e Francis Poulenc si
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Opera dal Nord-Ovest
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Un campiello veneziano a Genova
servizio di Simone Tomei FREE
GENOVA - Ci sono opere che il repertorio ha trattato con una certa ingratitudine, relegate in quella zona grigia tra il raramente eseguito e il mai del tutto dimenticato. Il Campiello di Ermanno Wolf-Ferrari appartiene a questa categoria e ogni sua ripresa diventa perciò un’occasione preziosa: per rimisurare la qualità di una partitura che non ha
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Echi dal Territorio
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Uto Ughi fa il pienone
servizio di Edoardo Farina FREE
FERRARA - Dopo il clamoroso successo di Angelo Branduardi, ancora un atteso concerto domenica 15 marzo 2026 nell’ambito della stagione di Ferrara Musica del Teatro Comunale “Claudio Abbado”, con il primo dei tre “Family Concert” alle ore 17,00 anziché le consuete 20,30, ove Uto Ughi, figura leggendaria del violinismo internazionale,
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Opera dal Nord-Est
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Un Trovatore in nero
servizio di Rossana Poletti FREE
TRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”. In scena al Teatro Verdi di Trieste l’allestimento de Il Trovatore, che è frutto della coproduzione con l’Opéra de Saint-Étienne/Città di Marsiglia-Opera, si veste di un cast stellare. Partendo dal principale protagonista Yusif Eyvazov che, folgorato da una diretta televisiva di Montserrat Caballé dal Bol'šoj,
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Opera dal Centro-Nord
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Pagliacci e Cavalleria dittico riprogettato
servizio di Simone Tomei FREE
FIRENZE - Ci sono serate in cui esci dal teatro e senti che qualcosa dentro di te si è spostato. Non necessariamente tutto ha funzionato, non necessariamente sei d’accordo con ogni scelta che ti è stata proposta, ma qualcuno ti ha parlato davvero. Quella con il regista Robert Carsen è una di
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Opera dal Centro-Nord
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Macbeth da manuale
servizio di Simone Tomei FREE
LIVORNO - Vi sono opere che il tempo non consuma, ma affina. Il Macbeth di Giuseppe Verdi è tra queste: ogni nuova produzione che ne rimetta in scena la sostanza drammatica sembra interrogarlo da capo, come se il dramma non avesse ancora esaurito ciò che ha da dire su di noi, sul potere, sull’oscura geometria del destino. E quando
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Classica
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Musica Amoris 2026
servizio di Nicola Barsanti FREE
LIVORNO - Il Teatro Goldoni accoglie nel weekend di San Valentino "Musica Amoris 2026" in un clima di attesa calorosa e partecipe. Il titolo scelto per il concerto non è casuale: l’amore, nelle sue molteplici declinazioni, è il filo rosso che unisce le due grandi pagine in programma, il Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 in Si bemolle minore
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Jazz Pop Rock Etno
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Tutte le direzioni riparte
servizio di Francesco Franchella FREE
FERRARA - Girovagando tra le etrusche valli padane, alla ricerca di una nuova casa (vista la chiusura dello "Spirito" di Vigarano Mainarda), la carovana del Gruppo dei 10 ha trovato due importanti collaborazioni per una sosta prolungata all’insegna della musica e del divertimento. Saranno infatti la Scuola di Musica Moderna
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Opera dal Nord-Ovest
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Tristan un Isolde viaggio nell'amore
servizio di Nicola Barsanti FREE
GENOVA - Applausi lunghi e calorosi accolgono, venerdì 13 febbraio 2026, il debutto del titolo più atteso e impegnativo della stagione 2025-2026 del Teatro Carlo Felice di Genova: Tristan und Isolde di Richard Wagner. Quasi cinque ore di musica e vertigine emotiva che scorrono come un unico respiro, dissolvendo il tempo e lasciando lo spettatore
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Classica
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Mehta e Mozart suprema bellezza
servizio di Simone Tomei FREE
LUCCA - C’è un istante nella vita di ogni istituzione culturale in cui la programmazione cessa di essere mero esercizio di organizzazione e diventa atto interpretativo della storia. Quando il Teatro del Giglio "Giacomo Puccini" ha dovuto rinunciare momentaneamente all’Otello verdiano inizialmente previsto, il vuoto lasciato in cartellone avrebbe
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Opera dal Centro-Nord
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Rigoletto rinnovato senza tradimenti
servizio di Simone Tomei FREE
AREZZO - Nel cuore del Teatro Petrarca di Arezzo la produzione di Rigoletto di Giuseppe Verdi si conferma un evento che va oltre la pura rappresentazione lirica, trasformandosi in un manifesto culturale vivo e consapevole. L’edizione nasce dall’incontro virtuoso tra formazione d’eccellenza, identità territoriale e audace innovazione
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