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Pubblicato il 02 Aprile 2026
L'Orchestra Regionale della Toscana con Simon Zhu solista e Min Gyu Song sul podio
Mozart e Beethoven per un bel concerto
servizio di Nicola Barsanti
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PECCIOLI (PI) – Nella suggestiva cornice della Galleria dei Giganti si conclude, in prossimità della Pasqua, il ciclo di tre concerti organizzato dalla Fondazione Peccioli insieme al Comune, con il sostegno di Belvedere S.p.A., affidato all’Orchestra Regionale della Toscana. Un percorso pensato con intelligenza, che trova proprio in quest’ultimo appuntamento una sintesi riuscita tra grande repertorio e nuove generazioni di interpreti. Ancora una volta, infatti, l’ORT conferma la propria attenzione verso i giovani talenti emergenti: sul podio il direttore coreano Min Gyu Song, vincitore del Premio Cantelli 2024; e come solista il violinista tedesco Simon Zhu, primo premio al Concorso Paganini di Genova 2023. Due nomi già solidamente proiettati in una dimensione internazionale, ma ancora capaci di portare freschezza e spontaneità nell’approccio al repertorio. Il programma è di quelli che definiremmo “classici” per antonomasia: il Concerto per violino n. 5 in La maggiore K 219 “Turkish” di Wolfgang Amadeus Mozart e la Sinfonia n. 8 in Fa maggiore op. 93 di Ludwig Van Beethoven. Due opere che, pur appartenendo a epoche e linguaggi diversi, dialogano tra loro attraverso un sottile gioco di tradizione e innovazione.

Il Concerto K 219 rappresenta il vertice dei cinque concerti per violino composti da Mozart a Salisburgo nel 1775, un corpus che segna un punto di svolta nella scrittura violinistica: non più semplice veicolo virtuosistico, ma vero interlocutore dialogante con l’orchestra. In questo quinto concerto, in particolare, emerge una libertà formale e una fantasia espressiva che anticipano sviluppi futuri. Il celebre Rondò finale, con le sue improvvise incursioni “alla turca”, è uno degli elementi più affascinanti della partitura: queste “turquerie”, con i loro accenti marcati, le percussioni imitate dagli archi e i contrasti dinamici, creano una frattura stilistica sorprendente. Non a caso, alcuni studiosi hanno ravvisato in questi episodi non tanto un’esotica imitazione ottomana, quanto piuttosto una parentela con ritmi ungheresi, quasi una czarda ante litteram. L’Orchestra della Toscana affronta la partitura con grande precisione: gli archi si distinguono per i colpi d’archetto netti e perentori, per le accentuazioni incisive e per le brusche ma perfettamente controllate transizioni dinamiche, restituendo con chiarezza il carattere teatrale e contrastante del movimento finale. Al centro dell’esecuzione si impone però la prova solistica di Simon Zhu: il suo suono è compatto, perfettamente a fuoco, sostenuto da un controllo dell’arco che consente una varietà timbrica notevole: dalla cantabilità morbida e vellutata delle frasi liriche a una brillantezza più incisiva nei passaggi di agilità. La pulizia dell’articolazione, la precisione dell’intonazione e la naturalezza del fraseggio conferiscono al discorso musicale una grazia mai manierata, ma sempre sorretta da una chiara intenzione espressiva. Particolarmente riuscita la cadenza del primo movimento, eseguita con equilibrio tra virtuosismo e coerenza stilistica, evitando ogni eccesso retorico. Zhu mantiene sempre un controllo rigoroso del suono, anche nei passaggi più esposti, restituendo quella miscela di eleganza e decisione richiesta dalla scrittura mozartiana. Il pubblico viene infine conquistato dal bis: il Capriccio n. 24 di Niccolò Paganini, affrontato con assoluta padronanza tecnica. Doppie corde, salti di registro, variazioni virtuosistiche: tutto è eseguito con sicurezza e brillantezza, ma soprattutto con una musicalità che evita di ridurre il pezzo a puro esercizio tecnico. Con la Sinfonia n. 8, Ludwig van Beethoven sembra volutamente guardare indietro. Dopo le tensioni eroiche della Settima, questa sinfonia appare come un ritorno ironico e consapevole a modelli più classici, quasi un omaggio, non privo di sottile umorismo, a un linguaggio che il compositore stesso ha contribuito a superare. L’acustica della Galleria dei Giganti, sorprendentemente favorevole, non penalizza l’ensemble ma anzi valorizza la compattezza del suono orchestrale: i 44 elementi dell’Orchestra della Toscana restituiscono una tessitura chiara e ben bilanciata, in cui ogni sezione trova il proprio spazio senza perdere coesione. Sotto la guida di Min Gyu Song, l’orchestra si muove con tempi e proporzioni perfettamente calibrati sul repertorio. Il gesto del direttore è contenuto, essenziale, ma sempre leggibile e incisivo: non c’è mai dispersione, ma piuttosto una costante tensione a scolpire le dinamiche e a mantenere saldo il discorso formale. Nel terzo movimento spicca il contributo del primo violoncello, Augusto Gasbarri, autore di un intervento solido e ben proiettato, capace di emergere con autorevolezza all’interno della trama orchestrale. La sinfonia scorre con vivacità e chiarezza, mettendo in luce quel carattere “giocoso” e quasi sperimentale che la rende unica nel catalogo beethoveniano.

La serata di Peccioli si rivela un perfetto equilibrio tra tradizione e rinnovamento. Da un lato, due capolavori assoluti del repertorio; dall’altro, due giovani interpreti che dimostrano maturità, consapevolezza stilistica e una notevole capacità comunicativa. Simon Zhu conquista per raffinatezza tecnica ed espressiva, mentre Min Gyu Song guida l’orchestra con lucidità e senso della forma, ottenendo dall’Orchestra della Toscana una risposta compatta e brillante. Un concerto che non solo rende giustizia alle partiture eseguite, ma conferma anche la vitalità di una nuova generazione di musicisti, capace di affrontare il grande repertorio con rispetto, determinazione e grande passione. (La recensione si riferisce alla serata di martedì 31 marzo 2026)
Crediti fotografici: Luca Passerotti per la Fondazione Peccioli Nella miniatura in alto: il direttore Min Gyu Song Al centro: ancora Min Gyu Song e il violinista Simon Zhu Sotto: panoramica sull'Orchestra Regionale della Toscana
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Pubblicato il 29 Marzo 2026
Il pianista Carlo Bergamasco in un recital molto applaudito nel Teatro ''Claudio Abbado'' di Ferrara
L'indiscreto fascino dell'antico
servizio di Athos Tromboni
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FERRARA - Il pianista Carlo Bergamasco si dedica di preferenza al repertorio del Novecento e alla musica pianistica contemporanea. Per come lo conosciamo e per quanto l'abbiamo seguito nei suoi numerosi concerti tenuti nella città estense, le sue scelte vengono motivate oltre che dalle attitudini personali, anche dalla volontà di una funzione divulgativa rispetto a compositori e pagine pianistiche che raramente sono repertorio consolidato nel panorama cameristico italiano. Anche oggi, per i "Concerti al Ridotto" di Ferrara Musica nel Teatro Comunale "Claudio Abbado", l'impaginato di Begamasco non si discostava da quella preferenza che abbiamo enunciato: il Novecento. Infatti il concerto aveva come titolo "L'indiscreto fascino dell'antico" e come autori vedeva Ottorino Respighi, Sergej Rachmaninov e Maurice Ravel, praticamente coevi perché il più vecchio dei tre era Rachmaninov, classe 1873, seguito da Ravel (nato nel 1875) e Respighi (1879). Quindi due autori (Respighi e Rachmaninov) che nella loro produzione hanno trovato ispirazione anche dalla musica antica, essendone studiosi meritevoli, e un autore (Ravel) che rappresenta per definizione e storia l'innovazione novecentesca della musica pianistica apparsa immediatamente dopo Debussy. Prima di sedersi alla tastiera, Bergamasco ha spiegato al folto pubblico dei "Concerti al Ridotto" che il programma tesseva «... un fll-rouge tra epoche distanti, esplorando come il Novecento abbia guardato al passato non con nostalgia accademica, ma come ad una sorgente vitale di nuove forme e colori...»: forme e colori che si sono manifestate moderne, affini all'estetica della musica novecentesca, senza però tradire la loro fondamentale natura di musiche dei secoli passati. Il concerto è iniziato con le Antiche danze ed arie per liuto di Ottorino Respighi: sebbene concepite inizialmente per orchestra, Carlo Bergamasco ha spiegato che la versione per pianoforte curata dallo stesso autore «... ne ha esaltato la purezza melodica.»

Respighi, infatti, non si è limitato - in questo lavoro - a trascrivere brani dei secoli XVI e XVII, ma li ha rivestiti di una novecentesca eleganza timbrica. Così, nell'esecuzione di Bergamasco, si è colto pienamente che il pianoforte ha compiuto una traslitterazione più timbrica che melodica, perché la frase melodica spesso "cantava" come se fosse il liuto a fare le note, ma il colore evocato dal pianista ha fatto capire chiaramente che si trattava di Novecento ispirato al Cinquecento, in quanto la modernità "aggiunta" risiedeva proprio nella gamma dei colori che la tastiera ha saputo proporre. Soprattutto in sezioni come l'iniziale Conte Orlando o la frizzante Gagliarda, per non dire della tellurica Passacaglia, molto impegnativa dal punto di vista del virtuosismo richiesto all'esecutore. Carlo Bergamasco si è successivamente dedicato all'esecuzione che, a nostro parere, è stata la migliore del concerto: le Variazioni su un tema di Corelli op.42 di Sergej Rachmaninov: già il pianismo dell'autore russo è per sua natura una parete ripida e scoscesa da scalare, se non si ha il talento giusto: poi le "Variazioni" musicologicamente intese, sono un genere pianistico che esige sensibilità, cognizione di causa, acquisizione intellettuale, rispetto proprio al genere e alla sua funzione estetica: nel Novecento la "Variazione" - per la letteratura pianistica che ci è dato conoscere - si è perlopiù cimentata come esplorazione delle possibilità armoniche e dinamiche (piuttosto che timbriche) del tema originario. Così, con una scelta di coerenza, Bergamasco ha eseguito un Rachmaninov che ha trasformato la frase melodica ricorrente della "Follia" presente nella Sonata op.5 n.12 di Arcangelo Corelli, in una citazione pianistica continuamente modificata nella successione di accordi, arpeggi e trilli, ma depositata dentro a inquietudini espressive e armonie audaci che sono patrimonio d'elezione della musica neoromantica novecentesca. Bravissimo il pianista, nel dare significato ai diversi momenti della sua performance, con parti periodicamente altalenanti fra melodia di richiamo a Corelli e ripiegamenti nel lirismo malinconico affine allo spirito del neoromanticismo del primo Novecento e con reiterato ricorso - sul filo delle note e della dinamica - alla iconoclastica scelta di una rottura con la tradizione del passato. Tutto questo lo si è potuto rilevare (e comprendere) durante l'esecuzione di ottimo livello offerta da Bergamasco. Infine, per terminare il concerto, un brano novecentesco originale, senza riferimenti all'antico: le esoteriche musiche di Ravel per Le tombeau de Couperin: il musicista francese compose Le Tombeau tra il 1914 e il 1917, come omaggio agli amici francesi caduti nella Grande Guerra del 1914-1918. Presentando il brano, il pianista Bergamasco ha sottolineato come «... nonostante la tragicità del contesto ...» la musica sia pervasa da una trasparenza cristallina e una grazia quasi apollinea «... incarnando perfettamente l'ideale neoclassico di un'arte che, pur soffrendo, sceglie la perfezione formale.»

E il suo Ravel è stato, nell'esecuzione, nei suoni uditi, nel timbri cercati e nelle dinamiche scelte, più volitivo che sericeo, più realistico nei temi che trasognato nelle gamme delle colorature: insomma, un Ravel che Bergamasco ha fatto suo, assumendosi il rischio di apparire più un pianista concreto che un pianista fedele alle prassi esecutive che vanno per la maggiore. Molto apprezzato il concerto dal numeroso pubblico del Ridotto, che ha insistentemente chiamato il pianista alla ribalta, finché non ha ottenuto il richiesto bis, anzi un fuori programma in tutti i sensi: il Settecento, Mozart, la Fantasia in Re minore che è una cavallo di battaglia per tanti pianisti.

Per la soddisfazione di tutti i presenti, che sono usciti dal Ridotto del Teatro Comunale col sorriso sulle labbra. (la recensione si riferisce al concerto di sabato 29 marzo 2026)
Crediti fotografici: Fototeca gli Amici della Musica Uncalm Nella miniatura in alto e nella sequenza successiva: il pianista Carlo Bergamasco
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Pubblicato il 18 Febbraio 2026
Nel Teatro Goldoni di Livorno l'applaudito evento del weekend di San Valentino
Musica Amoris 2026
servizio di Nicola Barsanti
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LIVORNO - Il Teatro Goldoni accoglie nel weekend di San Valentino "Musica Amoris 2026" in un clima di attesa calorosa e partecipe. Il titolo scelto per il concerto non è casuale: l’amore, nelle sue molteplici declinazioni, è il filo rosso che unisce le due grandi pagine in programma, il Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 in Si bemolle minore op. 23 di Pëtr Il’ič Čajkovskij e la Sinfonia sopra una canzone d’amore, di Nino Rota, quest’ultima inevitabilmente legata all’immaginario cinematografico de Il Gattopardo di Luchino Visconti. Protagonista al pianoforte è Gabriele Baldocci, livornese di origine, artista dalla solida formazione internazionale, che studia anche con Martha Argerich e si afferma come uno dei pianisti italiani più interessanti della sua generazione. Accanto a lui l’Orchestra del Teatro Goldoni “Massimo de Bernart”, diretta dal maestro Nicola Colafelice. Il Concerto n. 1 di Čajkovskij, monumento del repertorio romantico, si impone fin dalle celebri battute iniziali come una sfida tanto spettacolare quanto insidiosa. Baldocci affronta la partitura con maturità e controllo sonoro: il tocco è pieno, il suono è rotondo e ben proiettato, la tavolozza timbrica è ricca di sfumature e colori. Nei passaggi più lirici emerge una cantabilità intensa, mai sdolcinata; nelle sezioni virtuosistiche la tecnica è solida, con un uso calibrato delle ottave e un fraseggio che ricerca sempre un senso musicale compiuto. La grande cadenza del primo movimento diventa un momento di autentica concentrazione espressiva, in cui il pianista costruisce un arco narrativo coerente e coinvolgente. Qualche imprecisione isolata non compromette l’insieme di un’interpretazione convincente, sostenuta da un’intelligenza musicale che sa anche compensare alcune fragilità dell’apparato orchestrale. Ed è proprio qui che emergono le principali criticità della serata. L’esecuzione “a parti reali” mette in evidenza uno squilibrio nell’organico degli archi: l’insufficienza numerica di primi e secondi violini, insieme ai soli due violoncelli e un contrabbasso (non sempre compatti), indebolisce la base sonora e rende meno omogeneo l’impasto timbrico. In questo contesto la sezione degli ottoni tende talvolta a predominare, risultando in alcuni punti eccessivamente esposta e non sempre perfettamente intonata. Anche sul piano ritmico si percepiscono sporadiche incertezze, che tuttavia Baldocci affronta con prontezza, mantenendo saldo il dialogo e contribuendo a ricondurre l’insieme a un equilibrio accettabile.

Diverso e più convincente appare il risultato nella seconda parte del programma con la Sinfonia sopra una canzone d’amore di Nino Rota. Qui il direttore Nicola Colafelice sembra trovare una misura più efficace, dosando con maggiore attenzione i pesi sonori e facendo emergere la raffinata tavolozza armonico-cromatica che la scrittura di Rota richiede. I richiami tematici che rimandano ai celebri titoli di testa de Il Gattopardo evocano un lirismo sospeso, intriso di malinconia e nobiltà, e l’orchestra risponde con un suono più coeso, capace di restituire quella miscela di eleganza e struggimento che è cifra distintiva del compositore. Il dialogo fra le sezioni appare più fluido, l’equilibrio interno più controllato, e l’interpretazione complessiva convince maggiormente rispetto alla prova su Čajkovskij, trovando un punto di sintesi tra slancio melodico e disciplina formale. Accolto da applausi calorosi, Baldocci concede due bis: dapprima la coda del terzo movimento del concerto di Čajkovskij, riproposta con brillantezza e vigore, quindi il Preludio n. 5 op. 23 di Sergej Rachmaninov, eseguito con intelligenza interpretativa. I ritenuti e i rallentandi sono dosati con sensibilità, contribuendo a un discorso musicale vivo, interrogativo, capace di mantenere alta la tensione espressiva fino all’ultima battuta. Un bis efficace, che suggella con coerenza l’estetica romantica della serata. Nel complesso “Musica Amoris 2026” si configura come un pomeriggio musicale significativo per la città, all’insegna di maestranze livornesi e di un pubblico partecipe ed entusiasta. Pur tra alcune ombre nell’equilibrio orchestrale, la qualità del solista e una seconda parte di maggiore compattezza artistica consegnano al Teatro Goldoni una serata che celebra l’amore, in tutte le sue forme. (La recensione si riferisce al concerto di domenica 15 febbraio 2026)
Crediti fotografici: Fototeca gli Amici della Musica Uncalm Nella miniatura in alto: il pianista Gabriele Baldocci Sotto: saluti fra gli applausi dopo il concerto n. 1 di Čajkovskij
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Pubblicato il 11 Febbraio 2026
L'Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino ha incantato il pubblico del Teatro del Giglio
Mehta e Mozart suprema bellezza
servizio di Simone Tomei
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LUCCA - C’è un istante nella vita di ogni istituzione culturale in cui la programmazione cessa di essere mero esercizio di organizzazione e diventa atto interpretativo della storia. Quando il Teatro del Giglio "Giacomo Puccini" ha dovuto rinunciare momentaneamente all’Otello verdiano inizialmente previsto, il vuoto lasciato in cartellone avrebbe potuto tradursi in un segno di cesura, in una ferita del calendario. E invece la Direzione lucchese ha compiuto una scelta che trascende la semplice sostituzione: ha trasformato l’imprevisto in destino, chiamando il M° Zubin Mehta e l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino a misurarsi con le ultime tre sinfonie di Wolfgang Amadeus Mozart. Non un Tutto Mozart di circostanza, sia chiaro; non il ripiego accademico né il programma di maniera. La scelta è caduta sul trittico dell’estate 1788 (numeri di catalogo K. 543, K. 550, K. 551) e già questo dice quanto la proposta non fosse di semplice intrattenimento, ma di vertiginosa concentrazione speculativa. Perché quelle tre sinfonie nate nell’arco di poche settimane da un medesimo tormento creativo, non sono tre opere distinte: sono un unico grandioso affresco in tre pannelli, il testamento spirituale di un genio che alle soglie del baratro economico e dell’oblio viennese, risponde con la più alta affermazione di sovranità intellettuale che la storia della musica ricordi. La Sinfonia n. 39 in mi bemolle maggiore K. 543 si apre come un portale. Quell’Adagio iniziale di gravità quasi liturgica non è un’introduzione: è una soglia. Mozart vi deposita tutto il peso della tradizione cerimoniale settecentesca per poi dissolverla nell’Allegro dove la luce non è semplicemente serena ma “pensosa”. È qui, in questa pagina, che avviene una rivoluzione silenziosa: l’adozione dei clarinetti al posto degli oboi non è aggiornamento timbrico ma dichiarazione estetica. Il suono si fa vellutato, ombroso, capace di fondere le sezioni in un impasto che prefigura il romanticismo senza tradire l’equilibrio classico. L’Andante, lungi dall’essere l’oasi di distensione che si potrebbe credere è percorso da brividi armonici che ne increspano la superficie; e il Minuetto con quel passo quasi imperioso, trasforma la danza in affermazione. Ma è con la Sinfonia n. 40 in sol minore K. 550 che Mozart scava la ferita. L’assenza dell’introduzione lenta è già un sintomo: siamo gettati direttamente nel Molto Allegro, in quel tema degli archi che non è soltanto malinconico, ma inquieto, vibrante di un’urgenza che non trova requie. Non è dramma dichiarato, è dramma interiorizzato e forse è proprio questa la più grande conquista della maturità mozartiana. L’Andante si muove nobile ed elegiaco, ma il respiro è trattenuto; il Minuetto oscilla tra severità arcaica e movenze leggere come in un conflitto irrisolto. E poi il finale, quell’Allegro assai che incalza senza concedere tregua, con un moto inesorabile che già appartiene al Beethoven del quinto destino. Qui Mozart non è più il fanciullo prodigio della leggenda: è un uomo che conosce l’oscurità e la trasfigura in pensiero sonoro.

La Sinfonia n. 41 in do maggiore K. 551, la Jupiter, è il compimento. L’attacco dell’Allegro sulla triade luminosa di do maggiore sembra voler ricomporre ogni frattura in una solarità quasi cosmica. Ma è nel finale che Mozart compie il miracolo: l’intreccio di cinque temi distinti in una costruzione che fonde forma-sonata e scrittura fugata non è esercizio di erudizione contrappuntistica né omaggio archeologico a Bach e Händel. È invece l’atto di nascita di una nuova classicità, capace di assimilare il passato e proiettarlo nel futuro con la naturalezza del respiro. Il contrappunto diventa eloquenza, la complessità diventa chiarezza, la tradizione diventa libertà. Tre Sinfonie, dunque, che non si succedono ma si accumulano: la solennità elegante della K. 543, la tensione ombrosa della K. 550, l’architettura trionfante della Jupiter. Su questo crinale vertiginoso si è innestata la presenza del M° Zubin Mehta. E qui la cronaca concertistica deve cedere il passo a qualcosa che somiglia più a una lezione di vita che a una recensione. La serata lucchese ha assunto, sin dal momento in cui il Maestro è apparso in scena, un valore che travalicava la pura dimensione concertistica. L'ingresso di Mehta, accompagnato con discrezione da due assistenti, sorretto dalla sedia a rotelle, non ha suscitato nel pubblico alcun sentimento di pietà, ma un moto spontaneo di rispetto profondo, la qualità di rispetto che si riserva a ciò che è grande. Colpiva l'umiltà composta con cui si è lasciato condurre al centro del palcoscenico, lo sguardo vigile e concentrato, già interiormente immerso nella partitura prima ancora di raggiungere il podio. Claudicante nel passo, sì; ma solo nel passo. Perché nel momento stesso in cui ha preso contatto con l'orchestra ogni fragilità fisica sembrava dissolversi in un'energia raccolta e sorda, pronta a farsi suono. C'è qualcosa di profondamente edificante - e al tempo stesso illuminante, capace di ridefinire le priorità - nel vedere come la debolezza del corpo non scalfisca la lucidità della mente, né attenui la forza di un pensiero musicale maturato in settant'anni e più di frequentazione con i grandi repertori del mondo. Mehta ha diretto a memoria per un'ora e mezzo di musica densissima, con un gesto che si potrebbe definire semplice soltanto a patto di intendere questa parola nel senso più esigente e più nobile del termine: essenziale, privo di compiacimenti, alieno da ogni teatralità superflua.

Non un gesto debole, si badi: ma un gesto concentrato e saldo capace di dare ogni attacco con chiarezza cristallina, di modellare le dinamiche con una finezza millimetrica, di scolpire le grandi arcate formali con una sicurezza che non nasce da una tecnica residua, ma dall’interiorizzazione assoluta del testo. Non vi era nulla di eclatante, nulla che cercasse l'effetto immediato o la reazione del pubblico. Nessuna ricerca di protagonismo, nessuna volontà di imporsi sul suono, nessuno dei gesti retorici che troppo spesso scambiano l'intensità per eccesso. Al contrario, si percepiva un atteggiamento di servizio assoluto verso la musica: quello del custode verso un patrimonio che non gli appartiene ma di cui è responsabile, quello del traduttore fedele verso un testo che non può essere tradito senza perdersi. Mehta non sembrava voler “interpretare” Mozart nel senso di sovrapporvi un'idea personale, di piegarne il linguaggio a una propria visione. Pareva piuttosto farsi tramite, garante di un equilibrio già inscritto nella scrittura: il direttore come medium trasparente tra la partitura e il suono, tra il passato e il presente. Eppure, sotto questa apparente sobrietà, il suono dell'Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino si è fatto vivo, pulsante, talvolta persino magmatico nelle sue tensioni interne. La grinta non risiedeva nel gesto ampio o spettacolare, ma nella tensione interna con cui il Maestro teneva unita la compagine, nella fermezza non negoziabile con cui sosteneva i crescendo, nella dignità con cui lasciava respirare i momenti più lirici senza indulgere in sentimentalismi facili. Era una forza raccolta, un'energia che nasce dall'esperienza sedimentata e dalla consapevolezza acquisita, non dall'esibizione. Una forza che non si vedeva, ma si ascoltava. Si avvertiva in quella direzione, un senso profondo di responsabilità: verso la partitura, verso l'orchestra, verso il pubblico presente. La musica non era occasione di affermazione personale né strumento di visibilità; era, nel senso più autentico del termine, un dono. E questo dono, tanto più prezioso perché offerto in una condizione di evidente fatica fisica, tanto più commovente perché non celata ma assunta con dignità, assumeva una qualità che trascendeva la semplice eccellenza esecutiva. Non vi era enfasi, non vi era retorica: solo il desiderio autentico di condividere bellezza, di rendere piena giustizia a quelle pagine supreme che la storia ha consegnato ai posteri. In tempi in cui si confonde troppo spesso l'intensità con l'eccesso, la personalità artistica con l'egocentrismo scenico e la grandezza con il clamore, la lezione silenziosa di Zubin Mehta ha avuto il tono inconfondibile della dignità. La grandezza non ha bisogno di clamore per affermarsi; la lucidità non viene meno con l'età quando la mente è stata nutrita e disciplinata per tutta una vita; il pensiero musicale, quando è radicato nella conoscenza autentica, resta sovrano anche se il corpo che lo abita vacilla. E in questa fedeltà paziente, appassionata, incrollabile alla partitura si è colto, forse, il senso più alto della serata: la musica come spazio in cui la fragilità umana non viene negata né nascosta, ma trasfigurata in qualcosa che assomiglia alla bellezza assoluta. Una lezione che va oltre Mozart, oltre Mehta, oltre Lucca.

Una lezione sull'arte, sul tempo, su ciò che resta quando tutto il resto cede. Il pubblico lucchese ha compreso la pienezza di chi riconosce un’esperienza rara. L’applauso non è stato rito né omaggio formale, bensì gratitudine autentica scaturita da qualcosa che aveva superato il semplice piacere estetico. In quelle ovazioni reiterate si avvertiva il bisogno di restituire ciò che era stato donato con fatica e dedizione. Mehta, con sobria compostezza, ha rimandato il merito all’orchestra, ma la sala sapeva di aver assistito ad un momento irripetibile. Non solo un grande concerto, ma una testimonianza di servizio alla musica, lucido e appassionato fino in fondo. All’accensione delle luci, restava nei volti una commozione quieta: la percezione nitida di aver condiviso una forma suprema della bellezza. (La recensione si riferisce al concerto di martedì 10 febbraio 2026)
Crediti fotografici: Beatrice Speranza per il Teatro del Giglio di Lucca Nella miniatura in alto e sotto: il Maestro Zubin Mehta e l'Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino
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La musica di Roberto Manuzzi
intervento di Athos Tromboni FREE
FERRARA - Una piccola antologia di significative composizioni a-jazz, il lancio di un crowdfunding per favorire la produzione d'un prossimo compact-disc del gruppo Ars Antiqua World Jazz Ensemble, una coinvolgente prima esecuzione assoluta d'una sonata per flauto e pianoforte: questo il succo del concerto "Paesaggi sonori - La musica di Roberto Manuzzi" che si è svolto nella Sala Stefano Tassinari dell'Associazione Musicisti di Ferrara (Scuola di Musica Moderna) di via Darsena, ieri pomeriggio. Pubblico strabocchevole, tanto che dentro la Sala Tassinari molti spettatori hanno trovato posto a sedere... solo sul pavimento. Ma si sa, i frequentatori della musica jazz (e anche quelli della musica a-jazz) non hanno problemi ad accovacciarsi ovunque sia possibile, l'importante è essere presenti al concerto, condividere le pulsioni che la musica,
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Mozart e Beethoven per un bel concerto
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VERONA - Esiste un tipo di perfezione che si riconosce solo a posteriori, quando ci si accorge che non avrebbe potuto essere altrimenti. Il Falstaff verdiano appartiene a questa specie rara: opera nata quasi per gioco, confessava il compositore in una lettera del dicembre 1890, e tuttavia così necessaria da sembrare l’unico approdo possibile di
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Macbeth da manuale
servizio di Simone Tomei FREE
LIVORNO - Vi sono opere che il tempo non consuma, ma affina. Il Macbeth di Giuseppe Verdi è tra queste: ogni nuova produzione che ne rimetta in scena la sostanza drammatica sembra interrogarlo da capo, come se il dramma non avesse ancora esaurito ciò che ha da dire su di noi, sul potere, sull’oscura geometria del destino. E quando
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Classica
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Musica Amoris 2026
servizio di Nicola Barsanti FREE
LIVORNO - Il Teatro Goldoni accoglie nel weekend di San Valentino "Musica Amoris 2026" in un clima di attesa calorosa e partecipe. Il titolo scelto per il concerto non è casuale: l’amore, nelle sue molteplici declinazioni, è il filo rosso che unisce le due grandi pagine in programma, il Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 in Si bemolle minore
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Jazz Pop Rock Etno
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Tutte le direzioni riparte
servizio di Francesco Franchella FREE
FERRARA - Girovagando tra le etrusche valli padane, alla ricerca di una nuova casa (vista la chiusura dello "Spirito" di Vigarano Mainarda), la carovana del Gruppo dei 10 ha trovato due importanti collaborazioni per una sosta prolungata all’insegna della musica e del divertimento. Saranno infatti la Scuola di Musica Moderna
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Opera dal Nord-Ovest
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Tristan un Isolde viaggio nell'amore
servizio di Nicola Barsanti FREE
GENOVA - Applausi lunghi e calorosi accolgono, venerdì 13 febbraio 2026, il debutto del titolo più atteso e impegnativo della stagione 2025-2026 del Teatro Carlo Felice di Genova: Tristan und Isolde di Richard Wagner. Quasi cinque ore di musica e vertigine emotiva che scorrono come un unico respiro, dissolvendo il tempo e lasciando lo spettatore
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Classica
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Mehta e Mozart suprema bellezza
servizio di Simone Tomei FREE
LUCCA - C’è un istante nella vita di ogni istituzione culturale in cui la programmazione cessa di essere mero esercizio di organizzazione e diventa atto interpretativo della storia. Quando il Teatro del Giglio "Giacomo Puccini" ha dovuto rinunciare momentaneamente all’Otello verdiano inizialmente previsto, il vuoto lasciato in cartellone avrebbe
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Opera dal Centro-Nord
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Rigoletto rinnovato senza tradimenti
servizio di Simone Tomei FREE
AREZZO - Nel cuore del Teatro Petrarca di Arezzo la produzione di Rigoletto di Giuseppe Verdi si conferma un evento che va oltre la pura rappresentazione lirica, trasformandosi in un manifesto culturale vivo e consapevole. L’edizione nasce dall’incontro virtuoso tra formazione d’eccellenza, identità territoriale e audace innovazione
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Jazz Pop Rock Etno
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Campus dei Campioni la cultura diventa comunitā
servizio di Francesca De Giovanni FREE
SAN LAZZARO DI SAVENA (BO) - Sold out dal mattino. Sala gremita. Energia viva. Pensiero in movimento. L’aperitivo filosofico-musicale andato in scena sabato sera al Campus dei Campioni, nell’ambito delle attività della Scuola dei Concetti, si è aperto con un dato simbolico prima ancora che numerico: evento
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Opera dal Nord-Est
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Mahagonny vicenda tortuosa
servizio di Rossana Poletti FREE
TRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”. Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny è in scena al Teatro Lirico Giuseppe Verdi: in italiano Ascesa e caduta della città di Mahagonny presenta più di altre opere la necessità di analizzare sia il compositore che l’autore del libretto. Bertold Brecht fu indubbiamente uno dei grandi innovatori del teatro del
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Opera dal Nord-Est
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Una Carmen molto bella
servizio di Athos Tromboni FREE
ROVIGO - Abbiamo assistito a una Carmen di Bizet con una regia molto bella. Per questo è utile cominciare il racconto dell'opera andata in scena nel Teatro Sociale di Rovigo dalle note del regista Filippo Tonon: «Proprio nell’anno del 150° anniversario della prima esecuzione di Carmen (la prima rappresentazione avvenne all’Opéra-Comique di
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Opera dal Nord-Ovest
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Trovatore opera di passioni estreme
servizio di Simone Tomei FREE
GENOVA - All'interno della stagione lirica 2025-2026 del Teatro Carlo Felice Il trovatore di Giuseppe Verdi torna in scena come uno dei titoli più emblematici e, al tempo stesso, più problematici del repertorio ottocentesco. Opera di passioni estreme, di memorie che divorano il presente e di un destino che si compie attraverso il sangue e il fuoco
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Opera dal Centro-Nord
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Ecco a voi la Tosca di Scarpia...
servizio di Simone Tomei FREE
FIRENZE - Con Tosca Giacomo Puccini realizza una delle sintesi più lucide del proprio teatro musicale: un’opera senza vere pause, costruita come un flusso drammatico continuo in cui la musica coincide con l’azione. Viene meno la tradizionale alternanza fra numeri chiusi e raccordi, sostituita da una trama serrata di motivi brevi e ricorrenti che
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Personaggi
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Ho la sensazione di far parte d'una storia pių grande
intervista a cura di Ramón Jacques FREE
TORINO - Carlo Vistoli è al momento il controtenore italiano più richiesto all'estero (considerato un interprete di riferimento di Händel) e sta avendo una carriera in grandissima ascesa: ha vinto il Premio "Abbiati" 2024 della critica musicale italiana come miglior cantante per Tolomeo nel Giulio Cesare di Händel all’Opera
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Opera dal Centro-Nord
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La perdurante attualitā di Nabucco
servizio di Simone Tomei FREE
LUCCA - Dopo un’assenza che si protraeva da quasi un quarto di secolo, Nabucco di Giuseppe Verdi torna al Teatro del Giglio Giacomo Puccini, inaugurando il 2026 con due recite che riportano in scena uno dei titoli fondativi del teatro verdiano. L’opera che nel 1842 segnò la definitiva affermazione del compositore continua a imporsi come
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Vocale
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Le Concert d'Astrée d'alto livello
servizio di Ramón Jacques FREE
BARCELLONA (ES) - Palau de la Musica Catalana, Catalogna. Nell'ambito di una lunga tournée che ha toccato diverse città della Francia e della Spagna, il rinomato e celebre ensemble strumentale e vocale francese specializzato nell'interpretazione della musica barocca Le Concert d'Astrée ha offerto un memorabile concerto nella pittoresca sala
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Vocale
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Concerto del primo dell'anno
servizio di Simone Tomei FREE
GENOVA - Inaugurare l’anno nuovo a teatro condividendo il rito collettivo del Concerto di Capodanno, non è soltanto una consuetudine mondana o un appuntamento rituale del calendario musicale: è un gesto culturale carico di valore simbolico, un augurio affidato al suono capace di dare forma e senso al tempo che comincia. Giovedì 1° gennaio
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Jazz Pop Rock Etno
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Branduardi Futuro Antico IX
servizio di Edoardo Farina FREE
FERRARA - Attesissimo concerto del celebre cantautore milanese ma genovese di adozione, Angelo Branduardi, al di fuori della programmazione concertistica invernale del Teatro Comunale “Claudio Abbado” di Ferrara luogo simbolo della tradizione culturale locale, in scena l’11 dicembre 2025 nell’ambito di un evento promosso dal Comune di
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Opera dall Estero
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Rigoletto felice ritorno all'Opera House
servizio di Ramón Jacques FREE
SAN FRANCISCO (California, USA) - War Memorial Opera House. Con Rigoletto, opera in tre atti con musica di Giuseppe e libretto in italiano di Francesco Maria Piave (1810-1876), è iniziata una nuova stagione dell'Opera di San Francisco, la numero 103 della sua storia. Sebbene l'opera sia entrata formalmente nel repertorio di
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