Pubblicato il 30 Novembre 2025
Terzo appuntamento con il pianoforte contemporaneo proposto da Ferrara Musica nel Teatro Comunale
Alberti fra Vacchi e Dallapiccola servizio di Athos Tromboni

20251130_Fe_00_IlPianoforteContemporaneo_AlfonsoAlbertiFERRARA - La rassegna "Il Pianoforte Contemporaneo" di Ferrara Musica è proseguita domenica 30 novembre con il terzo appuntamento nel Ridotto del Teatro Comunale “Claudio Abbado”:  ospite il pianista Alfonso Alberti - figura di spicco nel panorama musicale italiano, la cui attività si divide equamente tra la tastiera, la scrittura di libri e poesie e la divulgazione - che ha presentato un recital che incrociava l'attualità di Fabio Vacchi (nato a Bologna nel 1949) con la storica grandezza di Luigi Dallapiccola (Pisino d'Istria, 1904 - Firenze 1975).
Il concerto ha assunto un significato particolare poiché ha ricordato il cinquantenario della scomparsa di Dallapiccola, figura cardine del Novecento musicale italiano.
Alberti ha reso omaggio al Maestro triestino con due opere pianistiche ritenute fondamentali: la Sonatina canonica in Mi bemolle maggiore su capricci di Niccolò Paganini (1942-43), che traduce il virtuosismo paganiniano in una rigorosa e al tempo stesso brillante arte del contrappunto; e a seguire, il brano che il programma di sala non esita a definire "il cuore della mattinata", cioè il Quaderno musicale di Annalibera, lavoro del 1952. Questo Quaderno è composto di undici brevi pezzi (Simbolo, Accenti, Contrapunctus primo, Linee, Contrapunctus secundus, Fregi, Contrapunctus tertius, Ritmi, Colore, Ombra e Quartina) è s'annovera fra i capolavori della dodecafonia, dove la tecnica seriale più severa si fa veicolo di una poesia riservata e di una tenera bellezza: il Quaderno venne composto dal musicista per la figlia come un intimo e prezioso diario.
A incorniciare la serialità lirica di Dallapiccola è stata eseguita la musica di Fabio Vacchi, tra i maggiori compositori italiani contemporanei.
Alberti - di Vacchi - ha proposto la Novelletta seconda (2023), brano dal carattere narrativo e intimo, che egli stesso ha avuto il privilegio di preparare a stretto contatto con l'autore.
A chiudere il recital è stata la Sonata n.4 (2024), tra le più recenti fatiche di Vacchi, ispirata e basata sul Sonetto 193 di Francesco Petrarca “Pasco la mente d’un sí nobil cibo”, in cui Vacchi coniuga la propria tensione espressiva alla profondità lirica del testo petrarchesco.
E partiamo, per la nostra cronaca, dal primo brano di Vacchi eseguito da Alberti: la Novelletta seconda è una pagina ricca di virtuosismo non fine a sé stesso, ma improntato all'espressione: quest'ultima si pone fra l'effervescenza liquida (in musica) di un brano che simula i Giochi d'acqua a la Villa d'Este di Franz Liszt (o del surrogato pianoforte di Ravel, se vogliamo) e le atmosfere timbriche celestiali del miglior Debussy.
La Novelletta non reca impronte immediate di contrappunto, perché le due mani si muovono sulla tastiera delineando temi che non sono responsoriali, ma diversi, pur se interdipendenti e miranti a costruire l'insieme. Sì, due linee melodiche riconoscibili e fluenti che convivono senza intersecarsi se non nel finale: qui il brano chiude con una scala consonante sui tasti gravi, come un ammonimento, un commiato che via via sfuma dal forte d'assieme al solitario silenzio.
Veramente molto bella l'interpretazione di Alberti.

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Anche il secondo brano di Vacchi, la Sonata n.4,  ha rivelato il gioco dell'indipendenza tematica e dell'interdipendenza contenutistica delle linee distribuite fra mano destra e mano sinistra; il tutto arricchito di armoniche originate da molta, molta pedalizzazione. Però - pur nella semplicità melodica, quasi tonale, dei temi - non si poteva non cogliere qualche puntatura verso una coerenza stilistica con la visione dodecafonica della precedente esecuzione della pagina di Dallapiccola: Quaderno musicale di Annalibera. E anche in questa prova, l'esecuzione da parte del pianista è risultata eccellente.
Ma veniamo a Dallapiccola, il dedicatario della giornata: pensando a lui, il reporter non può scacciare dal pensiero quel capolavoro che è Il Prigioniero, una delle poche opere liriche del secondo Novecento rimaste oggi in repertorio nei principali teatri d'Europa e d'America. E tutto il "ground" musicale «... ora forte e aspro, ora liricamente disteso e contemplativo, sidereo e dolcissimo» (come ebbe a dire e scrivere il musicologo Armando Gentilucci) del Prigioniero lo abbiamo ritrovato nell'esecuzione della Sonatina canonica in Mi bemolle maggiore su capricci di Niccolò Paganini. Fra i vari movimenti di questo lavoro vogliamo segnalare il Largo che si frappone a movimenti in allegro, vivacissimo, alla marcia, perché è il vero cuore della Sonatina: di struttura semplice e tonale (tutto il pezzo è "tonale") si sviluppa su una tranquilla linea melodica dove il dito sul tasto è più importante e sofisticato del pedale nel creare la continuità del suono oltre il tocco: oseremmo dire che proprio questo Largo e la sua esecuzione in tale modo, è il segno dell'identità stilistica del Dallapiccola della Sonatina: tanto quanto (per adoperare una parafrasi) La donna è mobile è il segno identitario (per contenuti drammaturgici e musicali) del Rigoletto di Verdi e Vissi d'arte è il segno identitario della Tosca di Puccini.
Diverso, perché non tonale ma dodecafonico, il Quaderno musicale di Annalibera eseguito subito dopo: al di là delle varie sezioni e dei contrappunti programmatici, vogliamo citare l'esecuzione del pezzo intitolato Ombra: appare qui, nell'interpretazione del pianista più che nella notazione (la dilatazione dei tempi, le fisicità del suono fra tasti gravi e scappamenti sul medio e medio-acuto) una descrizione veritiera e ambigua dell'ombra: perché l'ombra può essere ristoro e relax nella cappa del caldo afoso, ma può anche essere la causa delle angosce e delle paure che ciascuno ha nella proprie intime "zone d'ombra": l'esecuzione di Alberti ha proprio evidenziato quell'ambiguità, lasciando all'ascoltatore la licenza di scegliere fra l'una o l'altra interpretazione del segno, perché non c'è semeiotica che possa né confermare né smentire una delle due verità. L'ambiguità, appunto, che non è ambivalenza...
Fine del concerto con molti applausi di un pubblico non numeroso ma attentissimo e partecipe. Miracolo, a Ferrara, del "pianoforte contemporaneo".
(la recensione si riferisce al concerto di domenica 30 novembre 2025)

Crediti fotografici: Fototeca gli Amici della Musica Uncalm





Pubblicato il 21 Novembre 2025
Sir Antonio Pappano sul podio della Chamber Orchestra of Europe nel Teatro Abbado
E María Dueņas incanta i ferraresi servizio di Edoardo Farina

20251121_Fe_00_AntonioPappano-ChamberOrchestraOfEuropeFERRARA - Continua la ricca programmazione del Teatro Comunale “Claudio Abbado” di Ferrara luogo simbolo della tradizione culturale locale, con in scena il 18 novembre nell’ambito della Stagione Ferrara Musica la Chamber Orchestra of Europe e Sir Antonio Pappano, uno dei più attesi concerti dal sold-out in programma attraverso anche la partecipazione della violinista spagnola María Dueñas, interprete solista della Symphonie Espagnole op. 21 in Re minore di Édouard Lalo (1823 -1892).
Prima orchestra residente di Ferrara Musica, fondata su impulso di Claudio Abbado, la COE è stata definita dalla BBC e dal Daily Telegraph come “la migliore orchestra da camera del mondo”, formata da musicisti provenienti da tutta Europa imponendosi sulle scene internazionali come uno dei più importanti e versatili ensemble contemporanei.
L’orchestra ha mantenuto uno stretto rapporto con la città estense, dove ritorna regolarmente facendo tappa nelle sue tournée internazionali, ma unica data italiana di una tournée europea che ha toccato finora Valencia, Madrid, Saragozza, Siviglia, per giungere dopo Ferrara, a Berlino e a Eisenstadt.
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Inglese di origini italiane, artista di grande carisma, Sir Antonio Pappano è tra le più celebri bacchette del panorama internazionale, direttore musicale della Royal Opera House (dal 2002) e dell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia di Roma (dal 2005). Dalla stagione 2024/2025 è diventato Direttore della London Symphony Orchestra. Recentemente è stato nominato membro onorario della COE, a fianco di Yannick Nézet-Séguin, Sir Simon Rattle, Sir András Schiff e Robin Ticciati.
La giovanissima violinista Maria Dueñas, nata nel 2002 a Granada, è stata notata a soli dodici anni da Marek Janowski, che nel 2014 la diresse in un concerto sul podio della San Francisco Symphony. Nel 2017, a 14 anni, Dueñas ha vinto il primo di numerosi concorsi internazionali e da allora, la sua fama non ha fatto che crescere. Nel febbraio di quest’anno è stato pubblicato il suo secondo album con Deutsche Grammophon, dedicato ai 24 Capricci di Paganini. Tra le pagine eseguite quando si aggiudicò il primo premio al Concorso Menuhin, a 18 anni, obbligatorio proprio il primo movimento della Sinfonia spagnola di Lalo, cartolina di una Spagna animata, colorita, ballabile e con una parte solistica tremendamente impegnativa, con cui il programma musicale del concerto ha aperto la serata. Composta tra il 1874 e ’75 valse a Lalo il suo più grande successo per via del carattere decisamente sanguigno: danzante e intrisa di elementi popolari iberici, ibrida tra sinfonia e concerto per violino, ricca di svariate alternanze, dal flamenco ai passi di tango emersi in diversi temi e battute della sinfonia, toccò a suo tempo il cuore del pubblico continuando tuttora a farlo. La Symphonie è un grandioso poema sinfonico, opera contaminata da stilemi folklorici nella sua irruenza, dagli esotismi romantici, ove definire l’Ottocento come il secolo dei pianisti non renderebbe giustizia ad altri virtuosi acrobatici e altrettanto influenti sulla vita dei compositori: i violinisti.
Dopo Paganini, un esercito di archetti “trascendentali” ha riempito le sale da concerto dettando legge su un pubblico assetato di meraviglia. Pablo de Sarasate di Pamplona (1844-1908) fu uno dei più sfolgoranti di questa generazione, assai noto per le variazioni Carmen Fantasy op. 25 per violino solo e orchestra sull’opera di Bizet. Il suo nome cominciò a circolare già alla fine degli anni Cinquanta per una tecnica esecutiva che univa delicatezza, pulizia del suono e intensità espressiva… come afferma anche il musicologo Luca Baccolini.
L’attenzione è stata indubbiamente focalizzata sui virtuosismi a dire poco “pirotecnici” bene espressi dalla Dueñas, complice una bella presenza e un dinamismo davvero ineguagliabile. Fenomeno oramai non raro soprattutto tra le nuove generazioni di giovani fortemente talentuosi in tutti gli strumenti, basti citare ad esempio Yiuja Wang, pianista cinese dotata di una velocità esecutiva pianistica forse unica al mondo e in molti casi resa anche discutibile basandosi su una tipologia di esposizione legata più al sorprendere lo spettatore con “tante note e poca musica”, come definita in quasi comune accordo con la stampa e critica mondiale, fenomeno dal carattere un po’ circense molto in uso nel secolo romanico, dal momento in cui musicalità e cantabilità difficilmente in tale modo possono coesistere. E a seconda di una filologia storicamente corretta, non sapremmo mai come realmente Lalo avesse potuto immaginare oggi a distanza esattamente di centocinquant’anni la sua composizione interpretata da solisti musicalmente cresciuti in modo esponenziale, rispetto al suo tempo.

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Ma senza apporre paragoni fuori luogo, pur essendo molto diversa per via anche di un’altra tipologia di programma da Giuseppe Gibboni e Ilya Gringolts, violinisti recentemente ospiti all’ ”Abbado” nella medesima stagione, la Dueñas qui è sembrata davvero instancabile esternalizzando una energia strepitosa non facendo mai distogliere il pubblico dallo sguardo attento per via della sua capacità di stupire; dopo l’Allegro non troppo, Scherzando: Allegro molto, Intermezzo: Allegretto non troppo, Andante e l’ultimo difficilissimo Rondò: Allegro, concede un fuori programma con l’orchestra ma senza la direzione del maestro, dall’archetto del violino con numerosi crini staccati e naturalmente ancora tutto a memoria, (a tale velocità, sarebbe quasi impossibile gestirne anche un leggio!), ove sino a quel momento simbiosi in sinergia ne hanno caratterizzato l’intesa espressiva unica e adatta per quella tipologia musicale.
Se le nove sinfonie occupano il primo posto nella copiosa produzione di Antonín Dvořák (1841-1904) certamente anche le numerose Danze Slave non sono opere di second’ordine avendo diritto a una collocazione preminente in quanto specchio della corrente nazionalista boema alla quale si sentì sempre legato nell’ispirazione musicale. Qualità sonore lussureggianti e vivide, elogia diche melodie, ritmi marcati e tumultuosi si riscontrano in questi balli pieni di retaggi etnici e culturali dei popoli slavi, qui esposte nella seconda parte con l’Opera 46 delle stesse, in netto contrasto con il repertorio classico, contribuirono al lancio della sua carriera internazionale, capaci come sono di catturare la gioia della musica popolare dell’antico Regno di Boemia. Furono scritte nel 1878, per pianoforte a quattro mani su ispirazione delle Danze ungheresi di Johannes Brahms, e articolate in due parti: Opera 46 e Opera 72, rispettivamente di otto pagine ciascuna. Orchestrate sotto la richiesta dell’editore di Dvořák subito dopo la loro composizione, dal carattere fortemente nazionalista, vennero ben accolte a quel tempo e oggi sono tra i pezzi più famosi del celebre compositore ceco. Si tratta di una raccolta di immagini: paesaggi e ricordi di un'altra epoca, basati su ritmo, colore e la giusta dose di dolce nostalgia di un' Europa idilliaca che stava per scomparire.

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E ancora Baccolini… a differenza di Smetana, Dvořak ricorre al materiale popolare solo per estrarne gli schemi ritmici, ma le melodie che produce sono frutto della sua fantasia. Il “popolare” prende quindi un’accezione nuova e diversa non è più operazione innesto a fini patriottici, ma rielaborazione contaminazione, ibridazione. La raccolta articolata dai temi Furiant in Do maggiore: Presto, Dumka in Mi minore: Allegretto scherzando - Allegro vivo, Polka in La bemolle maggiore: Poco allegro, Sousedská in Fa maggiore: Tempo di minuetto, Skocná in La maggiore: Allegro vivace, Sousedská in Re maggiore: Allegretto scherzando, Skocná in Do minore: Allegro assai, Furiant in Sol maggiore: Presto, si apre con una danza boema dal tempo rapido, in cui Dvořak gioca con l’alternanza e la sovrapposizione di diversi schemi ritmici comparendo inevitabilmente anche influssi della tradizione polacca, in particolare della mazur… nove eseguite in tutto compresa una in fuori programma a chiusura di sipario dopo una grandissima ovazione da parte del pubblico accorso numeroso, annunciata da Pappano semplicemente come la più sensuale e malinconica ovvero la celeberrima struggente n.2 in Mi minore dall’opera 72.
Ottima fusione, inoltre, tra fiati e archi dalle giuste proporzioni piani-forte in equilibrio e non solo, trattandosi di un’orchestra in massima parte giovanile ma da un livello professionale senza eguali, supportati da un maestro della notorietà di Antonio Pappano, comunicativo ed espressivo quasi come volesse trascinarci sul palco e dal gesto sempre molto netto e deciso, chiaro, scattante, ma al tempo stesso plastico e attento…ove ancora una volta è apparso perfettamente a proprio agio nel suo genere riuscendo a trasmettere all’orchestra la giusta enfasi in una nostalgica gioiosità prorompente, vivace, estrosa, come poi esprime anche molto evidentemente il suo carattere, confermato da un saluto veloce e amichevole a fine concerto, quasi come conoscersi da sempre...
(La recensione si riferisce al concerto di martedì 18 novembre 2025)

Crediti fotografici: Marco Caselli Nirmal per Ferrara Musica - Teatro Comunale "Claudio Abbado"
Nella miniatura in alto: il direttore Antonio Pappano
Al centro: la violinista María Dueñas
Sotto: altre immagini dal concerto





Pubblicato il 17 Novembre 2025
Preludi e Fughe op.87 secondo step per il cinquantenario della scomparsa del compositore russo
Shostakovic per altri tre servizio di Athos Tromboni

20251117_Fe_00_PianoforteContemporaneo_DmitrjiShostakovicFERRARA - Dmitrji Shostakovic era nato a San Pietroburgo (seconda città della Russia per numero di abitanti, "ribattezzata" col nome di Leningrado sotto il regime staliniano) nel 1906 ed è deceduto a Mosca nel 1975: ha dunque attraversato come uomo e come musicista tutto il periodo sovietico e soprattutto il periodo più buio dell'oppressione comunista, il periodo di Josif Stalin (1878-1953) che regnò in URSS dal 1922 fino alla morte, avvenuta il 5 marzo 1953.
Shostakovic condivide oggi con Sergej Prokofiev (non russo, ma ucraino d'origine) la palma del compositore sovietico più importante del Novecento. Con quest'ultimo, Shostakovic ha condiviso anche la tensione creativa giovanile orientata all'avanguardia, ma mentre il compositore ucraino sotto Stalin si "rassegnò" a comporre musica secondo le direttive del regime sovietico, il compositore pietroburghese ha sempre sofferto per quella costrizione ideologica; fu la morte del dittatore sovietico avvenuta il 5 marzo 1953 alle ore 10 di sera a "liberare" dalla creatività repressa il compositore pietroburghese, che nella sua Decima Sinfonia e anche in lavori successivi ebbe un po' più di libertà espressiva, prontamente trasferita sulla pagina e nelle partiture.
Non così per Prokofiev, che non ebbe il privilegio di vivere il periodo della "destalinizzazione" perché anche egli, come Stalin, morì a Mosca lo stesso giorno, il 5 marzo 1953, un'ora prima del dittatore (della sua morte il regime diede notizia soltanto una settimana dopo; tanto che al funerale dello stesso Prokofiev - avvenuto il 7 marzo - parteciparono solo una quarantina di parenti e amici stretti).
E comunque ambedue, Shostakovic e Prokofiev, sono oggi meritoriamente collocati al vertice della letteratura musicale del primo Novecento.
Bene ha fatto, dunque, Ferrara Musica a programmare nel Teatro Comunale per la rassegna dei Concerti al Ridotto, nella sezione  dedicata al pianoforte contemporaneo, l'esecuzione integrale dei 24 Preludi e Fughe op.87 di Shostakovic, composti tra il 1950 e il 1951; un ripescaggio di belle pagine pianistiche è avvenuto anche in relazione al cinquantenario della morte del compositore russo.

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Sei pianisti, tre dei quali esibitisi il 9 novembre scorso (qui la recensione), e tre ieri mattina, hanno avuto il compito di proporre al pubblico del Ridotto, sempre molto numeroso fino all'esaurimento dei posti a sedere, l'integrale della citata op.87, ognuno secondo la propria sensibilità interpretativa.
Ai bravi Massimo Somenzi, Muriel Chemin e Maria Grazia Bellocchio sono subentrati Pietro Rigacci, Roberto Russo e Maria Perrotta che hanno portato a termine l'esecuzione dei 24 Preludi e Fughe.
Come la settimana precedente, è toccato a Russo (prima di mettersi alla tastiera) il compito di presentare brevemente i contenuti musicali e anche i salienti dettagli musicologici dei 12 brani finali dei 24 Preludi e Fughe.  Quindi è stato un "Shostakovic per altri tre"...
Interprete del primo step di questo secondo concerto è stato Pietro Rigacci con i quattro Preludi e Fughe contrassegnati dai numeri 13, 14, 15 e 16 (Fa diesis maggiore a cinque voci; Mi bemolle maggiore a tre voci; Re bemolle maggiore a quattro voci; Si bemolle minore a tre voci): lo ha fatto dimostrando la propria preferenza per le parti "scure" suonate sulla tastiera ("scuro" sia come antinomia di corrusco in riferimento ai colori del suono, ma anche in riferimento al climax delle tonalità di modo minore).
Rispetto al colore del suono abbiamo apprezzato il lavoro della mano sinistra sui tasti del grave e medio-grave, l'intensa pedalizzazione di quelle corde, quasi un leit-motiv sintomatico (non nel senso musicale, ma nel significato metaforico) delle preferenze del pianista; la sua analisi interpretativa dell'incombenza del destino che dimidia ogni leggerezza ironica.
E ci è sembrato stesse risolvendo lo "scuro" con il trasporto dell'anima, mentre nel virtuosismo shostakovicciano - luminoso e scintillante suonato in prevalenza con la mano destra - si stava concedendo al mestiere, più per onorare il dovere di suonarlo che per il piacere di farlo; per poi raggiungere il top, e quindi la sintesi felice fra linguaggio dell'anima e mestiere, nel seducente Adagio (la Fuga) del sedicesimo brano.
All'opposto (diametralmente opposto, ci viene da dire) la concezione interpretativa di Roberto Russo cui è toccato il secondo step dei Preludi e Fughe op.87: i numeri 17,18,19 e 20 (Le bemolle maggiore a quattro voci; Fa minore a quattro voci; Mi bemolle maggiore a tre voci; Do minore a quattro voci).
Russo ha messo in campo la sua personale predilezione per le atmosfere colloquiali che sono frequenti (soprattutto nelle Fughe) in queste pagine di Shostakovic: quindi un suono più tranquillo, più asciutto, quasi accademico, tendente a valorizzare le trame della mano destra: anche i suoi fortissimi non ci sono parsi mai marziali ed imperiosi (come fu a tratti per Rigacci prima e - nella settimana precedente - per Massimo Somenzi), facendo della pulizia del tocco la matrice dominante della propria esecuzione.
Infine, a chiusura dei 24 Preludi e Fughe op.87, forse i quattro più difficoltosi dell'intero libro, quelli contrassegnati con i numeri 21, 22, 23, 24 (Si bemolle maggiore a tre voci; Sol minore a quattro voci; Fa maggiore a tre voci; Re minore a quattro voci) affidati a Maria Perrotta: lei ha imposto la sua proverbiale concezione del fraseggio e del dinamismo sonoro, esplorandoli all'interno della notazione complessiva, frase dopo frase, e persino all'interno di ogni singola omogenea frase: lirica o contrappuntistica che fosse, mostrando un'assoluta padronanza del rapporto ritmo-tempo.
Ha scomposto i piani sonori mantenendoli omogenei: quasi l'immagine figurativa (passando dal suono al sogno) di un torrente che nell'inarrestabile scorrere dell'acqua da monte a valle ha momenti di rapide improvvise e di quiete, condizioni che caratterizzano incessantemente il flusso a seconda delle asperità, senza interromperlo.
La Perrotta - quando pone le mani sulla tastiera - non fa le note, bensì le vive. Dimostrando il proprio livello di grande concertista. E di donna sensibilissima.
Suoi gli applausi più prolungati e calorosi del pubblico, che comunque ha salutato tutti con commenti e giudizi positivi, meritatissimi.
Un'ultima notazione di merito, da parte del cronista: per l'esecuzione dei 24 Preludi e Fughe op.87 di Shostakovic si sono alternati 3 pianisti e 3 pianiste. E non c'è dubbio alcuno, sempre secondo il giudizio personale del cronista, che le tre donne sono uscite nettamente vincitrici dal confronto: uno specifico femminile che domina e va celebrato - sostanzialmente - come lo specchio dei tempi che stiamo vivendo. Evoluzione fenomenica irreversibile? Forse più sì che no.
(La recensione si riferisce al concerto di domenica 16 novembre 2025)

Crediti fotografici: Fototeca gli Amici della Musica Uncalm
Nella miniatura in alto: il compositore russo Dmitrji Shostakovic
Al centro, in sequenza, e sotto: Pietro Rigacci, Roberto Russo e Maria Perrotta





Pubblicato il 10 Novembre 2025
Preludi e Fughe op.87 primo step a celebrare il cinquantenario della scomparsa del compositore russo
Shostakovic per tre servizio di Athos Tromboni

20251110_Fe_00_PianoforteContemporaneo_RobertoRussoFERRARA - Si chiama "Il pianoforte contemporaneo" la rassegna della domenica mattina dedicata al pianoforte del Novecento e primi anni del Terzo Millennio, inserita nel calendario 2025/2026 del Concerti al Ridotto programmati da Ferrara Musica nel Teatro Comunale "Claudio Abbado" con la collaborazione del Conservatorio Girolamo Frescobaldi. Non mancheranno, però, musiche di grandi autori del passato secondo impaginati che stimoleranno il confronto fra l'antico e il moderno.
La rassegna si articola in 6 recital incentrati su grandi compositori e sulla loro musica in "bianco/nero" a cominciare da Dmitrij Shostakovic (concerti del 9 e 16 novembre 2025), proseguendo poi con Luigi Dallapiccola e Fabio Vacchi (concerto del 30 novembre 2025), Franz Joseph Haydn e Frederic Rzewski (concerto del 25 gennaio 2026), Bèla Bartòk e György Kurtàg (concerto 15 marzo 2026) e infine Henry Purcell, Johann Sebastian Bach, Jean-Philippe Rameau, Maurice Ravel, George Benjamin (concerto conclusivo del 13 maggio 2026).
Ad apertura del ciclo è stato posto un evento di grande risonanza artistica e commemorativa, dedicato a Shostakovic (1906-1975), nel cinquantenario della scomparsa. Per rendere omaggio al genio del compositore russo, l'iniziativa si è concentrata sull'esecuzione integrale dei 24 Preludi e Fughe op. 87 dei quali i primi 12 la domenica 9 novembre e gli altri 12 saranno in programma domenica prossima, 16 novembre, sempre alle ore 10,30.
I tre pianisti del primo step sono stati Massimo Somenzi, Muriel Chemin e Maria Grazia Bellocchio, introdotti dal pianista Roberto Russo, coordinatore del progetto, che si è assunto il compito di una breve guida all'ascolto a beneficio del numeroso pubblico presente (Russo suonerà poi il 16 novembre, nel secondo step dedicato a Shostakovic).
I Ventiquattro Preludi e Fughe op.87, composti dal'autore russo tra il 1950 e il 1951, rappresentano un ciclo monumentale per pianoforte solo, ciclo che si erge come un omaggio e una rielaborazione moderna del Clavicembalo ben temperato di Bach.
Shostakovic aveva dedicato il ciclo alla pianista Tatiana Nikolayeva, che ne diede la prima esecuzione pubblica a Leningrado (oggi San Pietroburgo) nel dicembre del 1952. Stilisticamente, il ciclo è una straordinaria fusione tra il rigore contrappuntistico barocco e il linguaggio armonico e tematico di Shostakovic tipico invece del XX secolo, spesso intriso di un profondo senso di dramma, ironia e malinconia.

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L'esperienza pianistica precedente del compositore, quella dei 24 Preludi op.34, composti una ventina di anni prima, lo aveva portato a sperimentare musica ancor più ricca di ironia e distacco dalla tradizione, attraverso un linguaggio che traguardava le avanguardie europee che - pur partendo Shostakovic dichiaratamente da Chopin - si articolava e accentuava in deformazioni satiriche e caricaturali del pianismo e del pianista, musiche invise peraltro al regime staliniano:
Adeguandosi ai ranghi imposti dal regime, i 24 Preludi e Fughe del 1950/51 hanno consentito comunque al compositore di "sperimentare senza indispettire" oscillando dentro a momenti espressivi che alternano la sua personale sensibilità compositiva rivolta al futuro con la necessità di non discostarsi iconoclasticamente dal contrappunto di sapore bachiano. E nel comporre la musica, fra teneri e suggestivi tempi in Adagio e Moderato e irruenti Allegro, Shostakovic non ha trascurato di inserire pagine di puro virtuosismo (egli è stato anche un grande pianista, oltre che grande compositore).
I primo quattro Preludi e Fughe del concerto (Do maggiore a quattro voci; La minore a tre voci; Sol maggiore a tre voci; Mi minore a quattro voci) sono stati eseguiti da Massimo Somenzi: il suo pianismo, possente, imperioso e risoluto ha espresso una lettura più incline al marziale e volitivo che al riflessivo (anche nei tempi lenti). Potente il suo tocco, e di indubbio effetto sul pubblico.
I secondi quattro Preludi e Fughe (Re maggiore a tre voci; Si minore a quattro voci; La maggiore a tre voci; Fa diesis minore a tre voci) hanno portato in scena la delicata sensibilità di Muriel Chemin: la sua è stata una continua e fruttuosa rincorsa al significato poetico del suono, grazie a un tocco leggero e pulitissimo, mai esuberante, votato alla valorizzazione del cantabile dove possibile e del guizzo cristallino dove i grappoli di note e le scale glielo consentivano.
Infine gli ultimi quattro Preludi e Fughe del concerto (Mi maggiore a due voci; Do diesis minore a quattro voci; Si maggiore a tre voci; Sol diesis minore a quattro voci) hanno consentito a Maria Grazia Bellocchio di far ascoltare la sua vocazione toccatistica: un cambio di paradigma interpretativo rispetto ai due colleghi/e che l'hanno preceduta, rivolto alla realizzazione del nitore e del suono limpido e staccato piuttosto che allo sfruttamento del legato della pedalizzazione; lo sguardo e la sensibilità interpretativa della Bellocchio ci è parsa rivolta più a Bach, Domenico Scarlatti e Mozart che alle estetiche posteriori.
Successo pieno del primo concerto dedicato al pianoforte contemporaneo e pubblico molto soddisfatto al termine delle tre performance.
Il matinée del 16 novembre prossimo a completamento dei 24 Preludi e Fughe op.87 di Shostakovic vedrà in pedana i pianisti Pietro Rigacci, Roberto Russo e Maria Perrotta.
(la recensione si riferisce al concerto di domenica 9 novembre 2025)

Crediti fotografici: Fototeca gli Amici della Musica Uncalm
Nella miniatura in alto: Roberto Russo durante la breve presentazione del concerto in scaletta
Al centro, in sequenza: Massimo Somenzi, Muriel Chemin, Maria Grazia Bellocchio
Sotto: il saluto finale al pubblico di Somenzi, Chemin e Bellocchio





Pubblicato il 31 Ottobre 2025
Il giovane violoncellista e il navigato direttore hanno entusiasmato il pubblico della concertistica
Lü Jia perfetta intesa con Pagano servizio di Simone Tomei

20251031_Ge_00_ConcertoEttorePaganoLuJia_PaganoGENOVA - La sera del 30 ottobre 2025 il Teatro Carlo Felice ha inaugurato la Stagione Sinfonica 2025/26 con un concerto interamente dedicato alla musica francese fra Ottocento e primo Novecento, affidato alla direzione di Lü Jia e alla partecipazione del giovane violoncellista Ettore Pagano, accompagnato dall’Orchestra della Fondazione.
Il programma ha proposto la Petite Suite L 71 di Claude Debussy, il Concerto n. 1 in La minore op. 33 per violoncello e orchestra di Camille Saint-Saëns, e la Sinfonia in Re minore di César Franck. Un trittico che, per concezione e scrittura, rappresenta un itinerario coerente attraverso l’evoluzione della musica francese: dalla leggerezza impressionista di Debussy, attraverso il virtuosismo lirico di Saint-Saëns, fino alla monumentalità sinfonica di Franck.
La Petite Suite ha aperto la serata con un tono di luminosità e trasparenza. Pur appartenendo al periodo giovanile di Debussy, l’opera contiene già quella sensibilità timbrica che in seguito caratterizzerà la sua scrittura orchestrale. Nella versione orchestrata da Henri Büsser, i quattro brani – En bateau, Cortège, Menuet e Ballet – si sono susseguiti come miniature sonore di delicata poesia.
Lü Jia ha impostato tempi distesi e morbide transizioni dinamiche, permettendo alle sezioni di legni e archi di emergere con nitidezza. I flauti, protagonisti in più punti, hanno offerto un suono pulito, rotondo e brillante, evocando il riflesso dell’acqua e la leggerezza della brezza marina.
L’orchestra si è distinta per precisione e omogeneità: gli archi hanno mantenuto un fraseggio di rara eleganza, i legni hanno dialogato con sensibilità cameristica, e i fiati bassi hanno dato profondità alla tessitura orchestrale. L’esecuzione ha trasmesso l’impressione di un organismo sonoro disciplinato e flessibile, guidato da un direttore capace di equilibrare chiarezza e spontaneità.
Nel Concerto n. 1 in La minore op. 33 di Saint-Saëns, scritto nel 1872 per Auguste Tolbecque, l’attenzione si è concentrata sul rapporto tra solista e orchestra: Ettore Pagano, con il suo violoncello Ignazio Ongaro (Venezia 1777), ha mostrato fin dai primi attacchi una padronanza assoluta della parte. La sua interpretazione è stata segnata da un suono pieno e controllato, da una tavolozza di colori ampia e da una tecnica che consente di far respirare ogni frase.
Nel primo tempo il dialogo con l’orchestra è apparso serrato ma sempre naturale; nella sezione centrale il violoncello ha assunto un carattere quasi vocale, sorretto da archi morbidi e legni luminosi; nella parte finale l’articolazione impeccabile e la chiarezza ritmica di Pagano hanno dato rilievo alla scrittura brillante di Saint-Saëns senza mai indulgere all’effetto.
Al termine dell’esecuzione, gli applausi prolungati hanno richiamato Pagano sul palco, che ha concesso tre bis accolti con entusiasmo. Il primo, il Kol Nidrei op. 47 di Max Bruch, eseguito con orchestra e arpa, ha rappresentato un momento di altissima poesia: nel suo Adagio ma non troppo, costruito su melodie ebraiche, il violoncello ha assunto un tono meditativo e profondo, trasformando la sala in uno spazio di raccoglimento e sospensione. I due bis successivi, eseguiti in solo, hanno invece rivelato la curiosità e la libertà dell’interprete: brani moderni, di scrittura più sperimentale, che hanno messo in risalto le potenzialità timbriche e percussive dello strumento, tra colpi d’arco, risonanze e armonici.

20251031_Ge_01_ConcertoEttorePaganoLuJia 20251031_Ge_02_ConcertoEttorePaganoLuJia

Pagano ha mostrato di possedere non solo una tecnica impeccabile ma anche una mente aperta alla ricerca, capace di coniugare virtuosismo e riflessione.
La Sinfonia in Re minore di César Franck ha portato in sala un respiro più ampio e una densità sonora imponente. Il M° Lü Jia ne ha offerto una lettura salda e meditata, curando con scrupolo il rapporto tra architettura formale e tensione drammatica. Il primo movimento, Lento – Allegro non troppo, ha rivelato un equilibrio perfetto fra impeto e controllo: gli archi hanno sostenuto il tessuto con calore e compattezza, mentre gli ottoni, sempre presenti ma mai invadenti, hanno dato corpo alla costruzione armonica. L’Allegretto, con il celebre tema del corno inglese, è stato condotto con un fraseggio di grande intensità poetica, e l’intera orchestra ha mostrato una chiarezza di intonazione esemplare. Nel Finale la direzione ha tenuto insieme energia e lucidità, restituendo il senso di un percorso che dalla penombra iniziale conduce alla piena affermazione luminosa del Re maggiore conclusivo.
La lettura del direttore cinese ha confermato ancora una volta le qualità che lo rendono interprete e musicista di livello superiore: gusto raffinato, eleganza, classe e naturale affabilità. Il gesto, morbido ma incisivo, trasmette un senso di concertazione che valorizza ogni sezione orchestrale senza mai sacrificare la coerenza complessiva del suono.
Nel Concerto per violoncello aveva già saputo assecondare con delicatezza il virtuosismo di Pagano, evidenziandone la brillantezza e regalando al solista uno spazio di esecuzione incorniciato in una lettura del brano sinfonico sorprendentemente chiara e articolata.
Nella Sinfonia di Franck, queste stesse qualità hanno permesso di rendere percepibile ogni dettaglio della complessa tessitura orchestrale, creando un dialogo continuo tra forma e fraseggio, energia e respiro poetico.
La direzione di Lü Jia ha trasformato la serata in un esempio di come tecnica, sensibilità e gusto possano coniugarsi per dare vita a una musica che emoziona senza mai cedere alla spettacolarità fine a se stessa.
Al termine dell’esecuzione, il direttore artistico del Teatro Carlo Felice ha voluto rivolgere un sentito saluto a un contrabbassista dell’orchestra giunto al pensionamento, ricordandone l’impegno e la lunga dedizione alla vita musicale del teatro. Il momento, accolto da un applauso caloroso, ha restituito l’immagine di un’orchestra che non è soltanto un corpo sonoro, ma una comunità di persone unite da una stessa vocazione.
Il pubblico, numeroso e partecipe, ha seguito con attenzione l’intera esecuzione, dimostrando un entusiasmo genuino e maturo. Si è notata una presenza significativa di spettatori giovani, segno incoraggiante della vitalità del pubblico sinfonico genovese.
L’inaugurazione della stagione sinfonica si è così trasformata in un atto di fiducia nella musica come spazio di ascolto condiviso, di precisione e di emozioni.

20251031_Ge_03_ConcertoEttorePaganoLuJia_Facebook

 

Crediti fotografici: Ufficio stampa del Teatro Carlo Felice di Genova
Nella miniatura in alto: il giovane violoncellista Ettore Pagano
al centro: ancora Ettore Pagano e il direttore Lü Jia
Sotto: una bella istantanea sul concerto dove è stata protagonista l'Orchestra della Fondazione Teatro Carlo Felice





Pubblicato il 28 Ottobre 2025
L'integrale dei concerti per pianoforte e orchestra in un'unica serata nel Teatro Abbado
Taverna per Prokofiev servizio di Athos Tromboni

20251028_Fe_00_ConcertoOPV-AngiusTaverna_Orchestra PadovaEVenetoFERRARA - Il corpus dei cinque concerti per pianoforte e orchestra e delle nove sonate per pianoforte, oltre a vari pezzi minori, testimonia l'impegno di Sergej Prokofiev per i tasti bianconeri. Tutti i più grandi pianisti si sono cimentati (e continuano a cimentarsi) nei concerti per pianoforte di Prokofiev, con assoluta predominanza - almeno nelle incisioni in disco e in video - per il terzo, quello in Do maggiore op.26 e il quinto, quello in Sol maggiore op.55.
Presentarli al pubblico tutti e cinque in un'unica serata (oltre ai due citati, anche il primo, in Re bemolle maggiore op.10; il secondo, in Sol minore op.16; e il quarto in Si bemolle maggiore op.53) è da temerari: non solo per l'impegno richiesto al pianista esecutore, ma anche per la "soglia di resistenza" di chi li sta ascoltando, perché trattasi complessivamente di 140-145 minuti di musica dove sono sperimentate, dal compositore, delle situazioni ritmiche quanto mai azzardate per l'epoca in cui vennero composti i concerti; e pochissime atmosfere liriche come sarebbero piaciute nei salotti e nelle sale del periodo romantico e tardoromantico.
A Ferrara, nel Teatro Abbado, l'azzardo se l'è sono assunto il pianista Alessandro Taverna insieme al direttore Marco Angius sul podio dell'Orchestra di Padova e del Veneto.
L'impaginato della serata ha mostrato la volontà di Angius e Taverna di progredire in crescendo d'intensità ed emozione, perché la sequenza non è stata cronologica come si è abituati per ogni "integrale" ma l'esecuzione è avvenuta in quest'ordine: Concerto n. 1; Concerto n. 4 (quello per la mano sinistra); Concerto n. 2; Concerto n. 5; e Concerto n.3.

20251028_Fe_01_ConcertoOPV-AngiusTaverna_Prokofiev 20251028_Fe_02_ConcertoOPV-AngiusTaverna_Facebook

20251028_Fe_03_ConcertoOPV-AngiusTaverna_Orchestra PadovaEVeneto_phMicheleCrosera


E vediamo la storia succinta di questi lavori, prima di un giudizio sulla serata.
Prokof’iev presentò il Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 (1911) suscitando attorno al suo nome un eccezionale interesse, nel bene e nel male, perché si tradusse in critiche che parlavano di “grossolanità”; e a proposito del compositore fu formulato un giudizio lapidario: «... musicista che pare abbia perso il senso della realtà.»
Il Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 (1913-1923) è una delle sue pagine più straordinarie e ardite. Composto inizialmente nel 1913, il manoscritto originale fu distrutto durante la Rivoluzione sovietica, e il compositore lo riscrisse nel 1923, trasformandolo in un'opera ancora più virtuosistica. La nuova versione fu eseguita per la prima volta a Parigi nello stesso anno, suscitando scalpore per la complessità tecnica e per il linguaggio innovativo.
Il Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 (1911-1921) è caratterizzato da un sottile equilibrio tra fantasia e poesia, fra una scrittura pianistica che si svolge in una zona di alto virtuosismo e un accompagnamento orchestrale pieno di vivacità e colore.
Il Concerto per pianoforte e orchestra n. 4 (1931) fu composto su commissione del pianista austriaco Paul Wittgenstein, che poi si rifiutò di eseguirlo per la complessità dell'ordito: si tratta infatti di un'opera singolare, essendo stato scritto per la sola mano sinistra. Il lavoro rimase quindi inedito fino alla sua prima esecuzione postuma, avvenuta nel 1956 con Siegfried Rapp alla tastiera. Nonostante il suo scarso successo iniziale, è oggi riconosciuto come un lavoro di grande valore.
Il Concerto per pianoforte e orchestra n. 5 (1932) rappresenta un'opera di straordinaria varietà stilistica, capace di fondere il rigore formale con un’esuberanza ritmica e timbrica di grande impatto.
L'esecuzione ferrarese dell'integrale dei concerti per pianoforte e orchestra di Prokofiev ha richiamato a teatro un buon numero di spettatori, senza registrare comunque il tutto esaurito; nell'intervallo, dopo l'esecuzione di tre concerti, una parte di spettatori ha "abbandonato" e si sono creati visibili vuoti in platea e palchi: decisione poco saggia dei "fuggitivi", perché il clou si è raggiunto proprio nella seconda parte della serata, con il Quinto e il Terzo, eseguiti in successione.
L'intesa fra Marco Angius e Alessandro Taverna era risaputa (li lega una forte amicizia) e non c'è dubbio che il "conductor in pectore" sia stato il pianista, ben assecondato da un Angius in buona forma; e da un Orchestra di Padova e del Veneto veramente brava, ben sicura sotto la bacchetta (e sotto le mani, nei radi momenti lirici delle partiture) del direttore.
Così la serata si è conclusa con quattro o cinque chiamate al proscenio per Alessandro Taverna, da parte di un pubblico che non smetteva di applaudire fino ad ottenere un bis, una Toccata funambolica sciorinata lì senza annunciarne il titolo. E comunque... tutti contenti i "resistenti".
(la recensione si riferisce al concerto di lunedì 27 ottobre 2025)

Crediti fotografici: Ufficio stampa di Ferrara Musica - Teatro Comunale "Claudio Abbado"
Nella miniatura in alto: il direttore Marco Angius
Al centro, in sequenza: una fotografia storica di Sergej Prokofiev scattata a New York nel 1918; e Alessandro Taverna in una suggestiva immagine frontale
Sotto: l'Orchestra di Padova e del Veneto (foto di repertorio)






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Pubblico soddisfatto: quindi tutto bene?
L'orecchio del cronista non può che registrare il successo di pubblico.
L'occhio del critico - invece - ha il compito di esprimere qualcosa nel merito.
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La Euyo prende residenza a Ferrara e Roma

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