Pubblicato il 29 Maggio 2026
Direttore e pianista protagonisti di un'ottimo concerto con l'Orchestra del Maggio Fiorentino
Jordan-Lisiecki accoppiata di valore servizio di Nicola Barsanti

20260529_Fi_00_ConcertoJordan-Lisiecki_JanLisieckiFIRENZE – Il concerto proposto dall’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino sotto la direzione di Philippe Jordan si sviluppa lungo un percorso che unisce due vertici del sinfonismo austro-tedesco, Beethoven e Bruckner, con al centro il Terzo Concerto per pianoforte op.37 affidato a Jan Lisiecki, interprete tra i più richiesti e celebrati della scena internazionale.
La serata si apre con Leonore n. 3 op. 72b, la più celebre tra le ouverture composte da Ludwig van Beethoven per il suo unico lavoro teatrale, Fidelio. Si tratta del terzo tentativo del compositore di individuare un’introduzione orchestrale adeguata all’opera, pagina successivamente accantonata in favore di un’ouverture più funzionale all’equilibrio drammaturgico dell’intero lavoro.
Pur concepita per il teatro, Leonore n. 3 ha ormai conquistato una piena autonomia concertistica grazie alla sua straordinaria forza narrativa e alla capacità di condensare in pochi minuti l’intero universo emotivo dell’opera.
Sin dalle prime battute Philippe Jordan mette in mostra una direzione di grande eleganza formale e chiarezza gestuale: il gesto, compatto e sempre leggibile, garantisce precisione negli attacchi e una costante coesione tra le sezioni orchestrali. La costruzione delle arcate dinamiche risulta particolarmente curata, così come la gestione delle tensioni armoniche che conducono ai grandi climax della partitura. Di notevole efficacia il lavoro sul colore orchestrale: gli archi si distinguono per compattezza e morbidezza di emissione, mentre la sezione dei fiati e degli ottoni offre interventi di notevole qualità timbrica, contribuendo a una lettura autorevole e ben calibrata nei rapporti sonori.
Il Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 in Do minore op. 37 vede protagonista Jan Lisiecki, artista che, nonostante la giovane età, vanta già una carriera internazionale di assoluto rilievo. Fin dall’esposizione dell’Allegro con brio emerge un dialogo esemplare tra solista e orchestra, costruito su un equilibrio sonoro raro per trasparenza e naturalezza.

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Dal podio, Jordan accompagna con sensibilità il pianista, lasciando respirare il fraseggio senza mai rinunciare alla solidità dell’impianto orchestrale.
Lisiecki conquista per la raffinatezza del tocco e per la straordinaria cura nella costruzione della frase musicale. La chiarezza dell’articolazione, la naturalezza del canto pianistico e la capacità di differenziare i piani sonori permettono di cogliere ogni dettaglio della scrittura beethoveniana. Colpisce in particolare il controllo delle dinamiche più raccolte: anche nei pianissimi del Largo il suono conserva una presenza nitida e perfettamente proiettata in sala. La risposta tra mano destra e mano sinistra appare costantemente equilibrata, dando vita a un dialogo interno di grande ricchezza espressiva che trova il suo naturale completamento nel confronto con l’orchestra.
Di altissimo livello la grande cadenza del primo movimento, affrontata con sicurezza tecnica, precisione ritmica e notevole controllo del discorso musicale anche nei passaggi più impervi.
Il Largo si distingue per intensità lirica e profondità poetica, mentre il Rondò conclusivo mette in evidenza brillantezza, leggerezza e una straordinaria padronanza virtuosistica. Ne emerge un’interpretazione matura, coinvolgente e musicalmente compiuta, tra i momenti più significativi dell’intera serata.
La seconda parte del programma è interamente dedicata alla Sinfonia n. 4 in Mi bemolle maggiore Romantica” di Anton Bruckner, una delle pagine più amate e frequentemente eseguite del compositore austriaco, accanto alla Settima Sinfonia. Qui Jordan affronta l’imponente architettura bruckneriana con una visione lucida e coerente, valorizzandone tanto la dimensione monumentale quanto quella intimamente contemplativa.
Nel corso dell’ora abbondante di musica il direttore costruisce un autentico viaggio introspettivo attraverso un continuo alternarsi di tensione e distensione. Le grandi progressioni orchestrali si sviluppano con naturalezza, senza mai perdere chiarezza strutturale, mentre il controllo delle masse sonore consente di apprezzare la complessa trama contrappuntistica della partitura. Particolarmente riuscita appare la ricerca timbrica: ogni sezione orchestrale contribuisce alla definizione di un quadro sonoro ricco di sfumature, nel quale le dinamiche, i colori e le armonie emergono con straordinaria evidenza.
Jordan modella il suono dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino come una tavolozza pittorica, facendo affiorare con sensibilità le molteplici gradazioni cromatiche della scrittura bruckneriana. I celebri richiami dei corni, gli episodi pastorali, le solenni espansioni corali degli ottoni e le ampie distese sonore degli archi trovano una realizzazione di notevole suggestione, sostenuta da una concertazione sempre attenta agli equilibri interni.

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Gli applausi conclusivi testimoniano il successo di una serata di alto profilo artistico, nella quale la solidità interpretativa di Philippe Jordan, la qualità dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino e l’eccellenza pianistica di Jan Lisiecki convergono in un’esperienza musicale di grande intensità e valore.
(La recensione si riferisce al concerto di giovedì 28 maggio 2026)

Crediti fotografici: Nicola Barsanti
Nella miniatura in alto: il pianista Jan Lisiecki
Al centro: ancora Jan Lisiecki
Sotto: il direttore Philippe Jordan riceve a fine concerto le ovazioni del pubblico fiorentino





Pubblicato il 26 Aprile 2026
Nell'impegnativo concerto con musiche dei due compositori russi brilla soprattutto l'orchestra
Rachmaninov e Sostakovič, sė perō... servizio di Simone Tomei

20260426_00_Ge_ConcertoAlexanderGadjievSamuelLee_phMarcelloOrselliGENOVA - Due partiture nate dalla frattura, due risposte alla crisi che hanno segnato, ciascuna a suo modo, il corso della musica del Novecento. Il programma proposto dal Teatro Carlo Felice nella serata del 24 aprile 2026 affida al M° Samuel Lee, giovane bacchetta sudcoreana impostasi all'attenzione internazionale con la vittoria alla Malko Competition 2024, il compito di attraversare questo doppio snodo del sinfonismo russo con il M° Alexander Gadjiev al pianoforte nella prima parte della serata. Il Concerto n. 2 in do minore op. 18 di Sergej Rachmaninov e la Sinfonia n. 5 in Re minore op. 47 di Dmitrij Šostakovič non si affiancano per semplice contiguità geografica o cronologica; il nesso è più profondo e riguarda il rapporto tra l'artista e le condizioni che ne determinano la voce: la depressione e il silenzio creativo nel caso di Rachmaninov che tra il 1900 e il 1901 ritrova nella scrittura del Concerto la via d'uscita da un'impasse che sembrava definitiva; la censura ideologica e la minaccia fisica nel caso di Šostakovič, costretto nel 1937 a ripensare il proprio linguaggio dopo la condanna della Lady Macbeth e a offrire quella che definì, con formula tanto celebre quanto enigmatica, “... la risposta pratica di un artista sovietico a critiche giuste”.
In entrambi i casi la musica si fa atto di sopravvivenza, ma con esiti che non potrebbero essere più distanti: confessione lirica e ricomposizione interiore nel primo, ambiguità semantica irrisolta e tensione dialettica nel secondo.
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Un itinerario che dalla cantabilità avvolgente del tardo romanticismo pianistico alla durezza tragica del sinfonismo sovietico, chiede all'interprete non soltanto competenza tecnica, ma una visione capace di restituire la specificità espressiva di ciascun mondo sonoro.
Quanto la serata genovese abbia corrisposto a questa esigenza è questione che merita una riflessione articolata.
Il Concerto n. 2 in do minore op. 18 ha restituito un esito profondamente disomogeneo attraversato da uno scarto che si è fatto evidente sin dalle prime battute tra la qualità della prova solistica e la tenuta della concertazione orchestrale.
Alexander Gadjiev al pianoforte ha affrontato la partitura con una coerenza di impianto che merita di essere riconosciuta. La sua lettura si è mossa lungo una linea interpretativa chiara, attenta alla complessa stratificazione della scrittura pianistica rachmaninoviana senza mai cedere alla tentazione dell'effetto isolato: il fraseggio controllato ha saputo mantenere una direzione anche nei passaggi di maggiore esposizione, restituendo al discorso musicale quella continuità quasi vocale che rappresenta uno dei tratti più caratteristici e più insidiosi di questa partitura. Una prova di solida intelligenza musicale che avrebbe meritato un contesto orchestrale all'altezza.
Perché è proprio nella direzione di Samuel Lee che si è consumata la frattura più vistosa della serata. Non si è trattato di singoli incidenti o di momentanee défaillances, ma di un problema che investiva i presupposti stessi della concertazione: l'equilibrio tra i piani sonori, l'ascolto reciproco tra podio e tastiera, la gestione delle agogiche come elemento strutturale e non come semplice regolazione del traffico dinamico. La lettura si è configurata piuttosto come una successione affrettata di episodi, una corsa in cui il respiro del discorso musicale è stato il primo elemento a venir meno, trascinando con sé tensione espressiva, articolazione formale ed il pathos stesso della pagina. Il risultato è stato un generale appiattimento della dialettica tra solista e orchestra: non più un dialogo tra due voci che si cercano, si provocano, si rispondono, ma una coesistenza forzata in cui ciascuno sembrava procedere lungo un proprio binario.

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Il segno più eloquente di questa disconnessione si è colto nella tenuta degli ingressi: in più punti Gadjiev è apparso costretto ad anticipare o ritardare le proprie entrate, adattandosi in tempo reale a una conduzione che non offriva appigli sicuri. Un solista che “insegue” il direttore o che deve compensarne le incertezze, è sempre sintomo di un difetto nel collante direttoriale in quella funzione di mediazione e di ascolto che rappresenta il cuore stesso del concertare.
Il secondo movimento, l'Adagio sostenuto ha costituito forse il momento più critico. Questa pagina che nella sua concezione richiede una sospensione lirica di assoluta trasparenza, un tessuto orchestrale che si faccia velo sonoro attraverso cui il canto del pianoforte possa emergere con naturalezza, ha conosciuto un avvio relativamente delineato, per poi deteriorarsi rapidamente in una confusione di piani. Il finale ha accentuato ulteriormente le criticità trasformandosi in una lettura convulsa dove la spinta agogica, anziché sostenere e orientare la tensione narrativa, ha finito per comprometterne la leggibilità. Gli impasti sonori, indistinti e privi di profondità prospettica, hanno impedito l'emersione di quella traiettoria culminante che dovrebbe condurre l'ascoltatore, con slancio e insieme con inevitabilità, verso la perorazione conclusiva. Si è avvertita l'assenza di un disegno complessivo: non una narrazione che cresce e si compie, ma una serie di accelerazioni prive di meta.
In questo quadro, il pianoforte di Gadjiev si è trovato ripetutamente coperto da una massa orchestrale incapace di modulare il proprio volume, di alleggerirsi, di creare quello spazio acustico entro cui il suono del solista possa respirare e proiettare le proprie sfumature timbriche. Ne è derivata una significativa perdita di finezza coloristica come se un pittore fosse costretto a lavorare su una tela già satura di colori altrui. Una concertazione che, per impostazione e realizzazione, si è rivelata inadeguata alla complessità e alla ricchezza della pagina rachmaninoviana lasciandomi la sensazione di un'occasione non colta.
Terreno più congeniale, almeno nelle sue linee generali, si è rivelato il sinfonismo puro della Sinfonia n. 5 in re minore op. 47 di Šostakovič, partitura che pone all'interprete esigenze di natura profondamente diversa rispetto al concertismo rachmaninoviano. Qui non si tratta di mediare tra solista e orchestra, ma di governare dall'interno un organismo sinfonico unitario la cui complessità risiede nella stratificazione dei piani espressivi e nella costante ambiguità semantica del discorso.
Dmitrij Šostakovič costruisce la Quinta su un impianto formale di ascendenza quasi beethoveniana, rigoroso e apparentemente lineare, ma lo abita con un materiale tematico percorso da un'inquietudine che ne mina continuamente la stabilità: il primo movimento alterna tragicità e frammentazione, il Largo sospende il tempo in una rarefazione elegiaca di intensità quasi insostenibile, mentre il finale, con il suo trionfalismo ostentato e problematico, resta uno dei nodi interpretativi più controversi dell'intero Novecento sinfonico. Una partitura che vive di tensioni irrisolte e che chiede al direttore non soltanto il controllo della massa sonora, ma la capacità di articolare quelle tensioni senza dissolverle.
In questa seconda parte della serata la lettura di Samuel Lee ha trovato un assetto sensibilmente migliore, pur senza raggiungere una piena persuasività. Merito, in primo luogo, dell'Orchestra della Fondazione Carlo Felice, i cui singoli strumentisti hanno offerto interventi di notevole qualità nei numerosi passaggi solistici di cui la partitura è disseminata: momenti in cui il compositore affida a una voce isolata il compito di far emergere una sonorità particolare, un colore timbrico inatteso, una zona espressiva che il tutti non potrebbe restituire con la stessa evidenza. In queste pagine la compagine genovese ha mostrato un livello di preparazione e di sensibilità strumentale che va riconosciuto senza riserve.
Più problematica, ancora una volta, la visione d'insieme. La direzione di Lee pur riuscendo a condurre il percorso sinfonico fino al suo compimento, ha conservato quell'affanno di fondo già emerso nel pezzo di Rachmaninov: una gestualità sovrabbondante e muscolare, più vicina all'enfasi atletica che alla misura del gesto direttoriale inteso come strumento di pensiero musicale. Ne è derivata una concertazione di impronta scopertamente bandistica in cui il volume ha spesso preso il sopravvento sulla costruzione del discorso. Le tensioni che Šostakovič accumula con pazienza quasi chirurgica, lavorando per stratificazione e per attrito progressivo tra i piani sonori, si sono trovate ripetutamente sciolte in esplosioni di pura rumorosità perdendo quella forza dialettica che nasce proprio dal controllo, dalla capacità di trattenere l'energia prima di liberarla.
È un problema che si avverte con particolare evidenza nei passaggi in cui la scrittura si spinge verso zone di asprezza armonica e di sonorità ai confini dell'atonalità; pagine che richiedono all'interprete una cura speciale nella conduzione delle voci e nella calibratura dei piani dinamici, perché il rischio è di trasformare ciò che nel testo è tensione espressiva calcolata, in un ammasso sonoro respingente, tanto più per un orecchio non avvezzo alle “durezze” del linguaggio šostakovičiano. Costruire un percorso logico attraverso queste zone, farle percepire come necessarie e non come accidenti, è compito del direttore: e qui la lettura di Lee ha mostrato i propri limiti più evidenti rinunciando troppo spesso a quel lavoro di mediazione che avrebbe reso la partitura più leggibile senza tradirne la sostanza.

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In definitiva una prova migliore di quella offerta nella prima parte della serata sorretta dalla qualità strumentale dell'orchestra e dalla forza intrinseca di una partitura che, anche in condizioni non ideali, conserva intatta la propria capacità di colpire. Ma il passo che separa il buono dal convincente è rimasto scoperto e con esso la sensazione di un potenziale espressivo non pienamente realizzato.
Teatro pieno e pubblico in festa con sonori applausi per tutti.
(La recensione si riferisce alla serata di venerdì 24 aprile 2026)

Crediti fotografici: Marcello Orselli per il Teatro Carlo Felice di Genova
Nella miniatura in alto: il direttore Samuel Lee
Al centro: Alexander Gadjiev e Samuel Lee
Sotto: il pubblico del Teatro Carlo Felice





Pubblicato il 02 Aprile 2026
L'Orchestra Regionale della Toscana con Simon Zhu solista e Min Gyu Song sul podio
Mozart e Beethoven per un bel concerto servizio di Nicola Barsanti

20260402_Peccioli_00_ConcertoDiPasqua_MinGyuSongPECCIOLI (PI) – Nella suggestiva cornice della Galleria dei Giganti si conclude, in prossimità della Pasqua, il ciclo di tre concerti organizzato dalla Fondazione Peccioli insieme al Comune, con il sostegno di Belvedere S.p.A., affidato all’Orchestra Regionale della Toscana. Un percorso pensato con intelligenza, che trova proprio in quest’ultimo appuntamento una sintesi riuscita tra grande repertorio e nuove generazioni di interpreti. Ancora una volta, infatti, l’ORT conferma la propria attenzione verso i giovani talenti emergenti: sul podio il direttore coreano Min Gyu Song, vincitore del Premio Cantelli 2024; e come solista il violinista tedesco Simon Zhu, primo premio al Concorso Paganini di Genova 2023.
Due nomi già solidamente proiettati in una dimensione internazionale, ma ancora capaci di portare freschezza e spontaneità nell’approccio al repertorio.
Il programma è di quelli che definiremmo “classici” per antonomasia: il Concerto per violino n. 5 in La maggiore K 219 Turkish” di Wolfgang Amadeus Mozart e la Sinfonia n. 8 in Fa maggiore op. 93 di Ludwig Van Beethoven. Due opere che, pur appartenendo a epoche e linguaggi diversi, dialogano tra loro attraverso un sottile gioco di tradizione e innovazione.

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Il Concerto K 219 rappresenta il vertice dei cinque concerti per violino composti da Mozart a Salisburgo nel 1775, un corpus che segna un punto di svolta nella scrittura violinistica: non più semplice veicolo virtuosistico, ma vero interlocutore dialogante con l’orchestra. In questo quinto concerto, in particolare, emerge una libertà formale e una fantasia espressiva che anticipano sviluppi futuri. Il celebre Rondò finale, con le sue improvvise incursioni “alla turca”, è uno degli elementi più affascinanti della partitura: queste “turquerie”, con i loro accenti marcati, le percussioni imitate dagli archi e i contrasti dinamici, creano una frattura stilistica sorprendente. Non a caso, alcuni studiosi hanno ravvisato in questi episodi non tanto un’esotica imitazione ottomana, quanto piuttosto una parentela con ritmi ungheresi, quasi una czarda ante litteram.
L’Orchestra della Toscana affronta la partitura con grande precisione: gli archi si distinguono per i colpi d’archetto netti e perentori, per le accentuazioni incisive e per le brusche ma perfettamente controllate transizioni dinamiche, restituendo con chiarezza il carattere teatrale e contrastante del movimento finale.
Al centro dell’esecuzione si impone però la prova solistica di Simon Zhu: il suo suono è compatto, perfettamente a fuoco, sostenuto da un controllo dell’arco che consente una varietà timbrica notevole: dalla cantabilità morbida e vellutata delle frasi liriche a una brillantezza più incisiva nei passaggi di agilità. La pulizia dell’articolazione, la precisione dell’intonazione e la naturalezza del fraseggio conferiscono al discorso musicale una grazia mai manierata, ma sempre sorretta da una chiara intenzione espressiva.
Particolarmente riuscita la cadenza del primo movimento, eseguita con equilibrio tra virtuosismo e coerenza stilistica, evitando ogni eccesso retorico. Zhu mantiene sempre un controllo rigoroso del suono, anche nei passaggi più esposti, restituendo quella miscela di eleganza e decisione richiesta dalla scrittura mozartiana.
Il pubblico viene infine conquistato dal bis: il Capriccio n. 24 di Niccolò Paganini, affrontato con assoluta padronanza tecnica. Doppie corde, salti di registro, variazioni virtuosistiche: tutto è eseguito con sicurezza e brillantezza, ma soprattutto con una musicalità che evita di ridurre il pezzo a puro esercizio tecnico.
Con la Sinfonia n. 8, Ludwig van Beethoven sembra volutamente guardare indietro. Dopo le tensioni eroiche della Settima, questa sinfonia appare come un ritorno ironico e consapevole a modelli più classici, quasi un omaggio, non privo di sottile umorismo, a un linguaggio che il compositore stesso ha contribuito a superare.
L’acustica della Galleria dei Giganti, sorprendentemente favorevole, non penalizza l’ensemble ma anzi valorizza la compattezza del suono orchestrale: i 44 elementi dell’Orchestra della Toscana restituiscono una tessitura chiara e ben bilanciata, in cui ogni sezione trova il proprio spazio senza perdere coesione.
Sotto la guida di Min Gyu Song, l’orchestra si muove con tempi e proporzioni perfettamente calibrati sul repertorio. Il gesto del direttore è contenuto, essenziale, ma sempre leggibile e incisivo: non c’è mai dispersione, ma piuttosto una costante tensione a scolpire le dinamiche e a mantenere saldo il discorso formale.
Nel terzo movimento spicca il contributo del primo violoncello, Augusto Gasbarri, autore di un intervento solido e ben proiettato, capace di emergere con autorevolezza all’interno della trama orchestrale. La sinfonia scorre con vivacità e chiarezza, mettendo in luce quel carattere “giocoso” e quasi sperimentale che la rende unica nel catalogo beethoveniano.

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La serata di Peccioli si rivela un perfetto equilibrio tra tradizione e rinnovamento. Da un lato, due capolavori assoluti del repertorio; dall’altro, due giovani interpreti che dimostrano maturità, consapevolezza stilistica e una notevole capacità comunicativa.
Simon Zhu conquista per raffinatezza tecnica ed espressiva, mentre Min Gyu Song guida l’orchestra con lucidità e senso della forma, ottenendo dall’Orchestra della Toscana una risposta compatta e brillante.
Un concerto che non solo rende giustizia alle partiture eseguite, ma conferma anche la vitalità di una nuova generazione di musicisti, capace di affrontare il grande repertorio con rispetto, determinazione e grande passione.
(La recensione si riferisce alla serata di martedì 31 marzo 2026)

Crediti fotografici: Luca Passerotti per la Fondazione Peccioli
Nella miniatura in alto: il direttore
Min Gyu Song

Al centro: ancora
Min Gyu Song e il violinista Simon Zhu
Sotto: panoramica sull'Orchestra Regionale della Toscana





Pubblicato il 29 Marzo 2026
Il pianista Carlo Bergamasco in un recital molto applaudito nel Teatro ''Claudio Abbado'' di Ferrara
L'indiscreto fascino dell'antico servizio di Athos Tromboni

20260330_Fe_00_CarloBergamasco_IndiscretoFascinoDellAnticoFERRARA - Il pianista Carlo Bergamasco si dedica di preferenza al repertorio del Novecento e alla musica pianistica contemporanea. Per come lo conosciamo e per quanto l'abbiamo seguito nei suoi numerosi concerti tenuti nella città estense, le sue scelte vengono motivate oltre che dalle attitudini personali, anche dalla volontà di una funzione divulgativa rispetto a compositori e pagine pianistiche che raramente sono repertorio consolidato nel panorama cameristico italiano.
Anche oggi, per i "Concerti al Ridotto" di Ferrara Musica nel Teatro Comunale "Claudio Abbado", l'impaginato di Begamasco non si discostava da quella preferenza che abbiamo enunciato: il Novecento.
Infatti il concerto aveva come titolo "L'indiscreto fascino dell'antico" e come autori vedeva Ottorino Respighi, Sergej Rachmaninov e Maurice Ravel, praticamente coevi perché il più vecchio dei tre era Rachmaninov, classe 1873, seguito da Ravel (nato nel 1875) e Respighi (1879).
Quindi due autori (Respighi e Rachmaninov) che nella loro produzione hanno trovato ispirazione anche dalla musica antica, essendone studiosi meritevoli, e un autore (Ravel) che rappresenta per definizione e storia l'innovazione novecentesca della musica pianistica apparsa immediatamente dopo Debussy.
Prima di sedersi alla tastiera, Bergamasco ha spiegato al folto pubblico dei "Concerti al Ridotto" che il programma tesseva «... un fll-rouge tra epoche distanti, esplorando come il Novecento abbia guardato al passato non con nostalgia accademica, ma come ad una sorgente vitale di nuove forme e colori...»: forme e colori che si sono manifestate moderne, affini all'estetica della musica novecentesca, senza però tradire la loro fondamentale natura di musiche dei secoli passati.
Il concerto è iniziato con le Antiche danze ed arie per liuto di Ottorino Respighi: sebbene concepite inizialmente per orchestra, Carlo Bergamasco ha spiegato che la versione per pianoforte curata dallo stesso autore «... ne ha esaltato la purezza melodica.»

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Respighi, infatti, non si è limitato - in questo lavoro - a trascrivere brani dei secoli XVI e XVII, ma li ha rivestiti di una novecentesca eleganza timbrica. Così, nell'esecuzione di Bergamasco, si è colto pienamente che il pianoforte ha compiuto una traslitterazione più timbrica che melodica, perché la frase melodica spesso "cantava" come se fosse il liuto a fare le note, ma il colore evocato dal pianista ha fatto capire chiaramente che si trattava di Novecento ispirato al Cinquecento, in quanto la modernità "aggiunta" risiedeva proprio nella gamma dei colori che la tastiera ha saputo proporre. Soprattutto in sezioni come l'iniziale Conte Orlando o la frizzante Gagliarda, per non dire della tellurica Passacaglia, molto impegnativa dal punto di vista del virtuosismo richiesto all'esecutore.
Carlo Bergamasco si è successivamente dedicato all'esecuzione che, a nostro parere, è stata la migliore del concerto: le Variazioni su un tema di Corelli op.42 di Sergej Rachmaninov: già il pianismo dell'autore russo è per sua natura una parete ripida e scoscesa da scalare, se non si ha il talento giusto: poi le "Variazioni" musicologicamente intese, sono un genere pianistico che esige sensibilità, cognizione di causa, acquisizione intellettuale, rispetto proprio al genere e alla sua funzione estetica: nel Novecento la "Variazione" - per la letteratura pianistica che ci è dato conoscere - si è perlopiù cimentata come esplorazione delle possibilità armoniche e dinamiche (piuttosto che timbriche) del tema originario.
Così, con una scelta di coerenza, Bergamasco ha eseguito un Rachmaninov che ha trasformato la frase melodica ricorrente della "Follia" presente  nella Sonata op.5 n.12 di Arcangelo Corelli, in una citazione pianistica continuamente modificata nella successione di accordi, arpeggi e trilli, ma depositata dentro a inquietudini espressive e armonie audaci che sono patrimonio d'elezione della musica neoromantica novecentesca.
Bravissimo il pianista, nel dare significato ai diversi momenti della sua performance, con parti periodicamente altalenanti fra melodia di richiamo a Corelli e ripiegamenti nel lirismo malinconico affine allo spirito del neoromanticismo del primo Novecento e con reiterato ricorso - sul filo delle note e della dinamica - alla iconoclastica scelta di una rottura con la tradizione del passato.
Tutto questo lo si è potuto rilevare (e comprendere) durante l'esecuzione di ottimo livello offerta da Bergamasco.
Infine, per terminare il concerto, un brano novecentesco originale, senza riferimenti all'antico: le esoteriche musiche di Ravel per Le tombeau de Couperin: il musicista francese compose Le Tombeau tra il 1914 e il 1917, come omaggio agli amici francesi caduti nella Grande Guerra del 1914-1918.
Presentando il brano, il pianista Bergamasco ha sottolineato come «... nonostante la tragicità del contesto ...» la musica sia pervasa da una trasparenza cristallina e una grazia quasi apollinea «... incarnando perfettamente l'ideale neoclassico di un'arte che, pur soffrendo, sceglie la perfezione formale.»

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E il suo Ravel è stato, nell'esecuzione, nei suoni uditi, nel timbri cercati e nelle dinamiche scelte, più volitivo che sericeo, più realistico nei temi che trasognato nelle gamme delle colorature: insomma, un Ravel che Bergamasco ha fatto suo, assumendosi il rischio di apparire più un pianista concreto che un pianista fedele alle prassi esecutive che vanno per la maggiore.
Molto apprezzato il concerto dal numeroso pubblico del Ridotto, che ha insistentemente chiamato il pianista alla ribalta, finché non ha ottenuto il richiesto bis, anzi un fuori programma in tutti i sensi: il Settecento, Mozart, la Fantasia in Re minore che è una cavallo di battaglia per tanti pianisti.

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Per la soddisfazione di tutti i presenti, che sono usciti dal Ridotto del Teatro Comunale col sorriso sulle labbra.
(la recensione si riferisce al concerto di sabato 29 marzo 2026)

Crediti fotografici: Fototeca gli Amici della Musica Uncalm
Nella miniatura in alto e nella sequenza successiva: il pianista Carlo Bergamasco






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Parliamone
Ecco una Tosca classica
intervento di Simone Tomei FREE

20260420_Ge_00_Tosca_CarmenGiannattasio_phMarcelloOrselliGENOVA - C’è una Tosca che nasce dalla tradizione ma rifiuta di restare confinata in una dimensione museale, scegliendo piuttosto di interrogare il presente attraverso gli strumenti del passato. È in questo spazio intermedio che colloco l’allestimento approdato al Teatro Carlo Felice di Genova, proveniente dal Teatro dell’Opera di Roma: una ricostruzione filologica solo in apparenza, che ambisce invece a restituire vitalità contemporanea a un impianto storico.
L’origine romana dell’allestimento non è un dettaglio accessorio, ma un elemento strutturale: il lavoro dei laboratori capitolini, che circa un decennio fa hanno ricostruito scene e costumi sulla base dei materiali originali di Adolf Hohenstein, si traduce in un dispositivo visivo di notevole coerenza stilistica. Scenografie dipinte, architetture prospettiche, cura minuziosa dei dettagli restituiscono il teatro all’italiana nella sua forma più riconoscibile
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La Euyo prende residenza a Ferrara e Roma

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Classica
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Romeo e Giulietta ieri e oggi
servizio di Rossana Poletti FREE

20260510_Ts_00_RomeoEGiulietta_LeonardoSini_phFabioParenzanTRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”. C’è un balcone a Verona sotto il quale i visitatori fanno la fila. Vi si recano per vedere il famoso luogo da cui Giulietta Capuleti dichiarava il suo amore a Romeo Montecchi. Si entra da via Cappello in un cortile dove un balconcino di epoca gotica fa bella mostra di sé sulla facciata di un palazzetto trecentesco.
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Echi dal Territorio
La Nona per un novantennale
servizio di Nicola Barsanti FREE

20260502_Fi_00_BeethovenSinfonia9-ZubinMehtaFIRENZE – C’è qualcosa di profondamente simbolico nel fatto che Zubin Mehta scelga di celebrare il proprio novantesimo compleanno sul podio del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, l’istituzione con la quale ha costruito un legame artistico e umano lungo oltre sessant’anni. La Sala Grande, gremita in ogni ordine di posti, accoglie il Maestro
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Echi dal Territorio
Il mandolino nella storia della musica
servizio di Edoardo Farina FREE

20250501_Fe_00_MandolinoNellaStoriaDellaMusica_PierclaudioFeiFERRARA - La programmazione invernale 2025 – primaverile 2026 di “Ferrara Musica al Ridotto” - Giovani interpreti e rare occasioni d’ascolto attraverso l’organizzazione artistica di Dario Favretti autore anche delle varie ed esaustive note di sala allegate a ogni concerto presso la sala Stemma del Teatro Comunale “Claudio Abbado”, ha visto
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Opera dal Centro-Nord
La Turandot della prima volta
servizio di Nicola Barsanti FREE

20260430_Lu_00_Turandot_OksanaDyka_phFotoAlcideLuccaLUCCA - Nell’ambito delle celebrazioni per il centenario della prima rappresentazione di Turandot, il Teatro del Giglio, luogo profondamente legato alla memoria di Giacomo Puccini, nato a Lucca , rende omaggio a uno dei titoli più amati e complessi del repertorio pucciniano. La scelta di presentare proprio Turandot assume un valore che va oltre
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Classica
Rachmaninov e Sostakovič, sė perō...
servizio di Simone Tomei FREE

20260426_00_Ge_ConcertoAlexanderGadjievSamuelLee_phMarcelloOrselliGENOVA - Due partiture nate dalla frattura, due risposte alla crisi che hanno segnato, ciascuna a suo modo, il corso della musica del Novecento. Il programma proposto dal Teatro Carlo Felice nella serata del 24 aprile 2026 affida al M° Samuel Lee, giovane bacchetta sudcoreana impostasi all'attenzione internazionale con la vittoria alla Malko
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Opera dal Centro-Nord
Morte di Klinghoffer confessione collettiva
servizio di Simone Tomei FREE

20260424_Fi_00_LaMorteDiKlinghoffer_LaurentNaouri_phMicheleMonastaFIRENZE - C’è una linea di confine tutt’altro che neutra che ogni grande teatro è chiamato prima o poi ad attraversare: quella che separa la rassicurante continuità del repertorio dalla necessità di misurarsi con le fratture del presente. Non è una semplice scelta di programmazione, ma un gesto che definisce un’identità culturale. L’ 88º
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Opera dall Estero
Cosė fan tutte negli anni '30
servizio di Ramón Jacques FREE

20260414_00_Chicago_CosiFanTutte_RodGilfry_phCoryWeaverCHICAGO (USA) -  Civic Opera House. Così fan tutte, ossia La scuola degli amanti K.588, opera buffa in due atti di Wolfgang Amadeus Mozart, con libretto di Lorenzo Da Ponte, che debuttò nel gennaio 1790 al Burgtheater di Vienna, è tornata sul palcoscenico della Lyric Opera of Chicago otto anni dopo le sue ultime rappresentazioni qui nella stagione
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Dischi in Redazione
Nisi e Ruggiero e... Schumann
recensione di Simone Tomei FREE

20260412_00_DischiInRedazione_AngelaNisi_phSansoniRobert Schumann: Lieder per soprano e pianoforte
Angela Nisi soprano; Enrica Ruggiero pianoforte
(Amadeus / Registrazione inedita, allegata al n. 414, aprile 2026)
C’è qualcosa di felicemente controcorrente nel fatto che Amadeus, una delle riviste musicali più autorevoli d’Italia, scelga di dedicare la copertina
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Opera dal Nord-Est
Ingenua Butterfly ma Pinkerton...
servizio di Rossana Poletti FREE

20260405_Ts_00_MadamaButterfly_GiulioPrandi_phFabioParenzanTRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”. Una Madama Butterfly pasqualina quella andata in scena al Teatro Verdi di Trieste e che concluderà le sue repliche il prossimo 12 aprile. L’opera di Giacomo Puccini, libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, basato sull’omonimo dramma di David Belasco è stata riproposta nell’allestimento della
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Classica
Mozart e Beethoven per un bel concerto
servizio di Nicola Barsanti FREE

20260402_Peccioli_00_ConcertoDiPasqua_MinGyuSongPECCIOLI (PI) – Nella suggestiva cornice della Galleria dei Giganti si conclude, in prossimità della Pasqua, il ciclo di tre concerti organizzato dalla Fondazione Peccioli insieme al Comune, con il sostegno di Belvedere S.p.A., affidato all’Orchestra Regionale della Toscana. Un percorso pensato con intelligenza, che trova proprio in quest’ultimo
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Eventi
Nuova Stagione e commozione per Zurletti
redatto da Athos Tromboni FREE

20260331_00_Spoleto_MichelangeloZurlettiSPOLETO - Il Teatro Lirico Sperimentale “A. Belli” di Spoleto aveva annunciato da appena due giorni la nuova Stagione lirica quando è arrivata la notizia della scomparsa di Michelangelo Zurletti, venuto a mancare il 29 marzo 2026 all'età di 89 anni. Figura centrale nella storia recente dello Sperimentale, Michelangelo Zurletti ha guidato l’Istituzione
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Echi dal Territorio
Il Duo Metropolis nel salotto di Mozart e Beethoven
servizio di Edoardo Farina FREE

20260331_Fe_00_DuoMetropolis_PierclaudioFeiFERRARA - Il Circolo di Cultura Musicale dell’Orchestra a plettro “Gino Neri” è sempre caratterizzato da un ricco calendario di eventi come oramai avviene da diversi anni, alcuni già realizzati altri da concretizzarsi tra il 2025-2026 quali, oltre la consueta attività concertistica, varie iniziative connesse alle conferenze e i pomeriggi musicali nella
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Opera dal Nord-Est
Falstaff rivive in Marco Filippo Romano
servizio di Simone Tomei FREE

20260331_Vr_00_Falstaff_MarcoFilippoRomano_EnneviFotoVERONA - Esiste un tipo di perfezione che si riconosce solo a posteriori, quando ci si accorge che non avrebbe potuto essere altrimenti. Il Falstaff verdiano appartiene a questa specie rara: opera nata quasi per gioco, confessava il compositore in una lettera del dicembre 1890, e tuttavia così necessaria da sembrare l’unico approdo possibile di
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Classica
L'indiscreto fascino dell'antico
servizio di Athos Tromboni FREE

20260330_Fe_00_CarloBergamasco_IndiscretoFascinoDellAnticoFERRARA - Il pianista Carlo Bergamasco si dedica di preferenza al repertorio del Novecento e alla musica pianistica contemporanea. Per come lo conosciamo e per quanto l'abbiamo seguito nei suoi numerosi concerti tenuti nella città estense, le sue scelte vengono motivate oltre che dalle attitudini personali, anche dalla volontà di una funzione
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Opera dal Centro-Nord
Elisir d'amore disarticolato
servizio di Simone Tomei FREE

20260329_Pi_00_LElisirDAmore_BarbaraMassaro_phKiwiPISA - Il Teatro Verdi chiude la stagione lirica 2025/2026 con L'elisir d'amore di Gaetano Donizetti. Ci sono opere che nascono in fretta, quasi controvoglia, eppure restano. LElisir damore appartiene a questa famiglia paradossale: composto da Donizetti in poco più di due settimane nel 1832, su un libretto che Felice Romani ricavò altrettanto
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Operetta and Musical
Il rock sconfigge la distopia
servizio di Athos Tromboni FREE

20260325_Fe_00_WeWillRockYou_MicaelaBerliniFERRARA - Che cos'è la distopia? È l'esatto contrario dell'utopia: se quest'ultima rappresenta il modello di vita ideale che potrebbe rendere libera e felice la vita di uomini e donne, la distopia invece narra di una straniante realtà immaginaria del futuro; un futuro prevedibile sulla base di tendenze del presente, percepite come altamente
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Opera dal Centro-Nord
C'č un Castello dove la Voix humaine...
servizio di Simone Tomei FREE

20260324_Fi_00_CastelloDiBarbablu-VoxHumaine_ClausGuthFIRENZE – Ci sono accostamenti che rivelano più di quanto promettano. Il dittico che il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino ha portato in scena non è semplicemente una scelta di repertorio felice: è una tesi interpretativa, quasi un saggio scenico sul tema dell’impossibilità del dialogo tra un uomo e una donna. Béla Bartók e Francis Poulenc si
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Opera dal Nord-Ovest
Un campiello veneziano a Genova
servizio di Simone Tomei FREE

20260320_Ge_00_IlCampiello_BenedettaTorre_phMarcelloOrselliGENOVA - Ci sono opere che il repertorio ha trattato con una certa ingratitudine, relegate in quella zona grigia tra il raramente eseguito e il mai del tutto dimenticato. Il Campiello di Ermanno Wolf-Ferrari appartiene a questa categoria e ogni sua ripresa diventa perciò un’occasione preziosa: per rimisurare la qualità di una partitura che non ha
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Echi dal Territorio
Uto Ughi fa il pienone
servizio di Edoardo Farina FREE

20260318_Fe_00_FamilyConcert_UtoUghiFERRARA - Dopo il clamoroso successo di Angelo Branduardi, ancora un atteso concerto domenica 15 marzo 2026 nell’ambito della stagione di Ferrara Musica del Teatro Comunale “Claudio Abbado”, con il primo dei tre “Family Concert” alle ore 17,00 anziché le consuete 20,30, ove Uto Ughi, figura leggendaria del violinismo internazionale,
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Opera dal Nord-Est
Un Trovatore in nero
servizio di Rossana Poletti FREE

20260301_Ts_00_IlTrovatore_YusifEyvazov_phFabioParenzanTRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”. In scena al Teatro Verdi di Trieste l’allestimento de Il Trovatore, che è frutto della coproduzione con l’Opéra de Saint-Étienne/Città di Marsiglia-Opera, si veste di un cast stellare. Partendo dal principale protagonista Yusif Eyvazov che, folgorato da una diretta televisiva di Montserrat Caballé dal Bol'šoj,
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